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sabato 30 giugno 2012

LA STRABILIANTE AUTOMOBILE DI #TESLA




La città di Buffalo, nel nord dello stato di New York negli USA, fu silenziosa testimone di un fatto straordinario nel corso di una settimana durante l'estate del 1931. Un giorno, tra le migliaia di veicoli che ne percorrevano le vie, una lussuosa automobile si fermò accanto, al marciapiede presso il semaforo di un incrocio. Un passante notò come si trattasse di una berlina Pierce-Arrow ultimo modello. Quello che caratterizzava l'auto in quella fredda giornata estiva era l'assoluta assenza di emissione di vapore o fumi dal tubo di scarico. Un passante si avvicinò al guidatore e attraverso il finestrino aperto commentò l'assenza di fumi dallo scarico. Il guidatore lo ringraziò per i complimenti sottolineando che era così perché l'automobile "non aveva motore". Questa dichiarazione non è stravagante o maliziosa come potrebbe sembrare: nascondeva una certa verità. Infatti, la Pierce-Arrow non aveva un motore a combustione interna ma aveva, invece, un motore elettrico.
Se l'autista si fosse preoccupato di completare la sua spiegazione al passante, avrebbe potuto dire che il motore elettrico non era alimentato da batterie. L'autista era Petar Savo, e nonostante stesse guidando quell'auto non era il responsabile delle sue incredibili caratteristiche. Queste erano il lavoro dell'unico passeggero, un uomo che Petar Savo conosceva come lo "zio": il genio dell'elettricità Nikola Tesla. La scoperta potenzialmente più significativa di Nikola Tesla fu che l'energia elettrica si può propagare attraverso la Terra e anche attorno ad essa, in una zona atmosferica chiamata cavità di Schumann. Essa si estende dalla superficie del pianeta fino alla ionosfera, all'altezza di circa 80 chilometri. Le onde elettromagnetiche di frequenza estremamente bassa, attorno agli 8 hertz (la risonanza di Schumann, ovvero la pulsazione del campo magnetico terrestre) viaggiano, praticamente senza perdite, verso ogni punto del pianeta. Secondo Tesla, con un appropriato dispositivo elettrico sintonizzato correttamente sulla trasmissione dell'energia, chiunque nel mondo avrebbe potuto attingerne. Lo sviluppo di una simile tecnologia rappresentava una minaccia troppo grande per gli enormi interessi di chi produce, distribuisce e vende l'energia elettrica. La scoperta di Tesla finì con la sospensione dell'appoggio finanziario alle sue ricerche, l'ostracismo da parte della scienza ufficiale e la graduale rimozione del suo nome dai libri di storia. Dalla posizione di superstar della scienza nel 1895, Tesla nel 1917 era virtualmente un "signor nessuno", costretto a piccoli esperimenti scientifici in solitudine.


All'inizio del ventesimo secolo, per le automobili elettriche le prospettive erano luminose. I veicoli elettrici alimentati da batterie erano meccanicamente più semplici, silenziosi, inodori, facili da adoperare e con meno problemi di qualunque automobile con motore a benzina. Nell'automobile con motore a benzina occorreva regolare la valvola a farfalla, l'anticipo dell'accensione, pompare sull'acceleratore e far girare il motore con una manovella. In un'auto elettrica bastava soltanto girare una chiave e premere l'acceleratore. Rilasciando l'acceleratore l'auto rallentava immediatamente. Se necessario, in un'epoca in cui vi erano poche officine per auto, un normale elettricista poteva eseguire la manutenzione del semplice motore a corrente continua. Non vi era olio da cambiare, né radiatore da riempire, né pompe della benzina o dell'acqua da sistemare, nessun problema di carburazione, nessuna marmitta che si arrugginiva, nessun differenziale o trasmissione da controllare, e nessun inquinamento! Il grasso e l'olio erano limitati a un paio di cuscinetti a sfere del motore elettrico e ad alcuni raccordi del telaio. Per le loro consegne i grandi magazzini impiegavano camion elettrici. I medici iniziarono a recarsi alle visite al domicilio dei pazienti con “l’elettrica”, sostituendo il proprio calesse con qualcosa di altrettanto semplice da mantenere. Le donne preferivano le auto elettriche per la facilità di guida. Poiché le vetture elettriche erano limitate in velocità e autonomia dalle loro batterie, diventarono popolari come trasporti cittadini.
Al di fuori delle città, le strade dell'America di allora erano così primitive che diventarono riservate ai veicoli con motore a combustione interna, più veloci, con autonomia maggiore e in rapido progresso. Così, negli USA vi fu una specie di età dell'oro per i veicoli elettrici dopo che il resto del mondo iniziò ad abbandonarli. Il tallone d'Achille delle vetture elettriche sta nelle sue batterie. Le batterie erano dei tipo al piombo, pesanti e ingombranti, e sottraevano molto spazio prezioso. Il peso eccessivo riduceva la maneggevolezza e limitava le prestazioni anche per gli standard di quegli anni. Le batterie richiedevano ricariche ogni notte e l'autonomia massima superava difficilmente i 160 chilometri. Non appena la velocità e l'affidabilità delle automobili a benzina migliorarono, le auto elettriche furono abbandonate e rimasero le preferite dai pensionati e dalle signore anziane. L'introduzione della messa in moto elettrica nelle auto a benzina mise il chiodo finale alla bara delle auto elettriche.


Nel 1930 Nikola Tesla chiese a suo “nipote" Petar Savo di venire a New York. Savo era stato nell'esercito austriaco ed era un esperto pilota, così colse fervidamente l'opportunità di lasciare la Jugoslavia (paese natale di Nikola Tesla). Nel 1967, in una serie di interviste, Savo descrisse la sua parte nell'episodio dell'auto elettrica di Tesla. Durante l'estate del 1931, Tesla invitò Savo a Buffalo, nello stato di New York, per mostrargli e collaudare un nuovo tipo di automobile che aveva sviluppato di tasca sua. Casualmente, Buffalo è vicina alle cascate del Niagara - dove era entrata in funzione nel 1895 la stazione idroelettrica a corrente alternata di Tesla che lo aveva innalzato al culmine della stima da parte della scienza ortodossa. La Westinghouse Electric e la Pierce-Arrow avevano preparato questa automobile elettrica sperimentale seguendo le indicazioni di Tesla. Per le sperimentazioni era stata selezionata una Pierce-Arrow Eight del 1931, proveniente dall'area di collaudo dell'azienda. Il suo motore a combustione interna era stato rimosso, lasciando intatti la frizione, il cambio e la trasmissione verso l'asse posteriore. La normale batteria da 12 volt rimase al suo posto, ma alla trasmissione era stato accoppiato un motore elettrico da 80 cavalli.
Tradizionalmente, le auto elettriche montavano motori a corrente continua alimentati da batterie, dato che quella continua è il solo tipo di corrente che le batterie possono fornire ma, questa Pierce-Arrow non venne dotata di un semplice motore a corrente continua: si trattava di un motore elettrico a corrente alternata progettato per raggiungere 1.800 giri al minuto. Il motore era lungo 102 centimetri con un diametro di 76, senza spazzole e raffreddato ad aria per mezzo di una ventola frontale; presentava due terminali di alimentazione indirizzati sotto il cruscotto ma lasciati senza collegamento. Sul retro dell'automobile era stata fissata un'antenna di 1,83 metri.
Petar Savo raggiunse il suo famoso parente, come quest'ultimo gli aveva chiesto. Arrivati a Buffalo, si recarono presso un piccolo garage dove trovarono la Pierce-Arrow. Il Dr. Tesla sollevò il cofano e fece qualche regolazione sul motore elettrico a corrente alternata sistemato al suo interno. In seguito si recarono a predisporre gli strumenti di Tesla: nella camera di un hotel delle vicinanze, il genio dell'elettricità si mise a montare il suo dispositivo. In una valigia a forma di cassetta si era portato dietro 12 valvole termoioniche. Savo descrisse le valvole “di costruzione curiosa", sebbene in seguito almeno tre di esse siano state identificate come valvole rettificatrici 70L7-GT. Furono inserite in un dispositivo contenuto in una scatola lunga 61 centimetri, larga 30,5 e alta 15. Non era più grande di un ricevitore radio ad onde corte. Al suo interno era predisposto tutto il circuito elettronico comprese le 12 valvole, i cablaggi e le resistenze. Due terminali da 6 millimetri di diametro e della lunghezza di 7,6 centimetri sembravano essere le connessioni per quelli del motore. Ritornati all'auto dell'esperimento, misero il contenitore in una posizione predisposta sotto il cruscotto dalla parte del passeggero. Tesla inserì i due collegamenti controllando un voltmetro.
"Ora abbiamo l'energia", dichiarò, porgendo la chiave d'accensione a suo nipote. Sul cruscotto vi erano ulteriori strumenti che visualizzavano valori che Tesla non spiegò. Dietro richiesta dello zio, Savo mise in moto. “Il motore è partito", disse Tesla. Savo non sentiva alcun rumore. Nonostante ciò, Savo selezionò una marcia, premette sull'acceleratore e portò fuori l'automobile. Quel giorno Petar Savo guidò questo veicolo senza combustibile per lungo tempo, per circa 80 chilometri attorno a Buffalo, avanti e indietro nella campagna. La Pierce-Arrow venne spinta fino a 145 km/h sempre con lo stesso livello di silenziosità del motore. Mentre percorrevano la campagna Tesla diventava sempre più disteso e fiducioso sulla sua invenzione; cominciò così a confidare a suo nipote alcuni suoi segreti. Quel dispositivo poteva alimentare le richieste di energia del veicolo per sempre, ma poteva addirittura soddisfare il fabbisogno energetico di un'abitazione. Tesla dichiarò che il suo dispositivo era semplicemente un ricevitore per una "misteriosa radiazione, che proviene dall'etere" la quale "era disponibile in quantità illimitata".
l'inventore e il suo autista consegnarono l'automobile in un luogo segreto, concordato in precedenza: un vecchio granaio di una fattoria a circa 30 chilometri da Buffalo. Lasciarono l'auto sul posto, ma Tesla si portò dietro il suo dispositivo e la chiave d'accensione.


Questo romanzesco aspetto dell'affare continuò. Petar Savo raccolse delle indiscrezioni secondo le quali una segretaria che aveva parlato delle prove segrete, era stata licenziata. Ciò spiegherebbe un impreciso resoconto sulle sperimentazioni che apparve su diversi quotidiani. Quando chiesero a Tesla da dove arrivasse l'energia, data l'evidente assenza di batterie, egli rispose riluttante: "Dall'etere tutto attorno a noi". Alcuni suggerirono che Tesla fosse pazzo. Terminò così la breve esperienza di Tesla nel mondo dell'automobile. L’azienda Pierce-Arrow, che aveva già toccato il culmine del suo successo nel 1930, nel 1931 era già in calo. Nel 1932 perse 3 milioni di dollari. Nel 1933 vi furono problemi amministrativi: l’interesse passò dall'innovazione alla pura sopravvivenza, e qui la Pierce-Arrow abbandona il nostro racconto.


In seguito, Savo chiese a suo "zio" sugli sviluppi del ricevitore energetico in altre applicazioni. Tesla rispose che era in contatto con uno dei principali cantieri nautici per realizzare una nave con un dispositivo simile a quello dell'automobile elettrica sperimentale. Chi scrive non è a conoscenza di alcun documento pubblico che descriva un esperimento nautico: se questo accadde non venne divulgata alcuna informazione.
Il New York Daily News del 2 aprile 1934 riportava un articolo intitolato "Il sogno di Tesla di un'energia senza fili vicino alla realtà", che descriveva un "esperimento programmato per spingere un'automobile utilizzando la trasmissione senza fili di energia elettrica". 

Sappiamo che, in quel periodo, la Westinghouse Corporation, sotto la presidenza di F. A. Merrick, pagò per la sistemazione di Tesla al New Yorker, il più nuovo e lussuoso hotel di New York; in esso l'anziano scienziato visse gratuitamente per tutto il resto della sua vita. Perché? Non lo sappiamo, ma è facile supporre che la Westinghouse comprò il riluttante silenzio di Tesla sulle scoperte della free energy.




Riferimenti

· Abram, Arthur, "The Forgotten Art of Electric-Powered Automobiles", The Cormorant, bollettino del Packard Club (data sconosciuta)

· Intervista di Derek Ahiers a Petar Savo, 16 settembre 1967 (dagli archivi di Ralph Bergstrasser) 

· Childress, David H., The Fantastic Inventions of Nikola Tesla, Adventures Unlimited Press, Illinois , 1993, ISBN l932813-19-4 

· Childress, David H. (ed.), The Tesla Papers, Adventures Unlimited Press, Illinois , 2000, ISBN 0-932813-86-0 

· Decker, Jerry, "Tesla's Electric Car - The Moray Version", KeelyNet BBS, postato il 31 gennaio 1993

· Extraordinary Technology, vol. 1, nr. 2, aprile/maggio/giugno 2003 

· Greene, A.C., "The Electric Auto That Almost Triumphed", Dallas Morning News, 24 gennaio 1993 

· Nieper, Hans A., Revolution in Technology, Medicine and Society, MIT Verlag, Oldenburg, 1985, ISBN 3-925188-07-X (inizialmente pubblicato in Germania come Revolution in Technik, Medizin, Gesellschaft, 1981) 

· Siefer, Marc I., Wizard. The Life and Times of Nikola Tesla, Birch Lane Press/Carol Publishing Group, NJ, 1996, ISBN 1-55972-329-7

· Seife, C., "Running on Empty", New Scientist, 25 aprile 1998 

· Southward Car Museum Trust Inc., The illustrated Motor Vehicle Collection, Paraparaumu, Nuova Zelanda, ISBN 0-47305583-X

· TFC Books FAQ, http://www.tfcbooks.com/tesiafaq e Vassilatos, Gerry, "Tesla's Electric Car, KeelyNet BBS

domenica 24 giugno 2012

Templari oggi: diffidate dalle imitazioni!


Come abbiamo visto nel capitolo precedente, l’Ordine Templare in Portogallo non fu mai soppresso. Cambiò semplicemente nome in Cavalieri di Cristo e continuò la sua opera sotto il patronato del Re. Ma cosa successe altrove e in particolare in Italia? 
La Storia ci insegna che l'Ordine venne soppresso nel 1312 e che l'ultimo Gran  Maestro morì sul rogo a Parigi nel 1314. Dopodiché, i Templari sopravvissuti presero varie strade, a seconda dei contesti europei e della protezione o repressione operata nei loro confronti dai rispettivi regnanti del tempo. Per molti secoli, non si parlò più di loro (o almeno così sembra), tuttavia, sia all'estero che in Italia, si sono costituiti diversi  gruppi che vantano una ascendenza storicamente accertata.
Oggi, purtroppo, assistiamo al delirio di questi gruppi o associazioni che pretendono di essere i cosiddetti 'discendenti' del glorioso Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo, quelli, per intenderci, nati ufficialmente con il Concilio di Troyes del 1128. Si tratta di moderne associazioni laiche, che si richiamano in genere ai valori caritativi e cristiani. Soltanto in Italia, stando alle cronache, esisterebbero quaranta diversi ordini templari e, naturalmente, ciascuno sostiene di essere l'originale, poiché gli uni non riconoscono gli altri come legittimi continuatori dell'Ordine. Verrebbe da chiedersi perché, nella nostra epoca, così tanta gente aneli a portare un mantello bianco con una croce sopra.
Secondo alcuni, l'ordine, sopravvisse nella clandestinità anche dopo la morte dell'ultimo maestro, Jacques de Molay. Il quale, prima di salire sul rogo, avrebbe affidato la propria carica al cavaliere Jean-Marc Larménius (o de l’Armenie). Quest'ultimo avrebbe redatto un documento (la cosiddetta Charta di Larménius o Charta transmissionis), che sarebbe stata firmata successivamente dai vari maestri succeduti nel tempo. Il documento proverebbe la sopravvivenza dei Templari anche dopo il 1314; ma la maggioranza degli storici nutre forti dubbi sulla sua autenticità, o lo definisce apertamente un falso. A tutt'oggi non esiste alcuna prova, storicamente accertata, che dimostri la sopravvivenza diretta dell'Ordine. Dopo quasi sette secoli non appare possibile tracciare una qualche forma di discendenza storicamente valida; al massimo, se ne può individuare un legame puramente ideale. La Santa Sede stessa ha chiarito più volte che non riconosce suddetti gruppi. Per finire, anche la massoneria ha incardinato, nel corso del tempo, il nome dei Templari nei propri riti, ma un reale collegamento storico con l'antico Ordine religioso appare alquanto improbabile.

venerdì 22 giugno 2012

I CAVALIERI DI CRISTO

Nonostante la soppressione dell’Ordine, il suo influsso non poté essere spazzato via dall’oggi al domani: i suoi ideali rimasero nel cuore della gente e la sua immagine non fu distorta. I Templari non erano considerati eretici ma martiri. Tutti sapevano che il processo e la soppressione dell’Ordine erano opera dell’avidità di Filippo il Bello. I Cavalieri riuscirono a mettersi in salvo, soprattutto in Portogallo, ma anche in Germania e Gran Bretagna.  
Il legame tra i Templari e il Portogallo ha radici antiche e profonde. Già nell’anno 1118 quando, in Gerusalemme, nove cavalieri, fondarono un piccolo ordine religioso militare: ”La Milizia dei Poveri Cavalieri di Cristo”, sotto la guida di Ugo di Payns; c’era tra questi un portoghese, un certo Arnaldo da Rocha, forse originario della zona di Gondomar, alle spalle di Oporto. L’origine geografica di questo Cavaliere può essere stata un caso, tuttavia, proprio in quella zona, da alcuni decenni, c’era un fermento politico particolare che porterà alla nascita del futuro regno del Portogallo. Oporto è un luogo dove, secondo una leggenda, per un breve periodo sostò il Santo Graal, generando, secondo alcuni storici, l’origine del toponimo della nazione: ”Contea Portucralensis”.


In occasione del suo quattordicesimo compleanno, il giovane Alfonso Henriques, colui che diventerà il primo Re del Portogallo, venne investito Cavaliere del Tempio nella chiesa del Santo Salvatore di Zamora (Spagna), siamo nel 1124. Due anni più tardi, sua madre, Donna Teresa farà una prima donazione all’Ordine dei Templari: i terreni della Fonte da Arcada, che saranno amministrati dal Gran Maestro Guilherme Ricardo. I fasti portoghesi dell’Ordine crescono con l’offerta del Castello di Soure, dove la milizia riceve il battesimo del fuoco nella difesa del bastione contro un’offensiva araba. Alla fine del XII secolo la Lusitania se la deve vedere con il ritorno in forza degli arabi (Almohadi) che riportano il confine sulle sponde del Tago.


Nel 1209 il Regno Cristiano di Gerusalemme, cessa di esistere e gli Ordini che li erano sorti devono prendere la strada del vecchio continente. Il desiderio del Portogallo di raggiungere la libertà e l’unità nazionale è molto forte ma, per raggiungerla deve appoggiarsi ai Templari. La nascita della nazione si basa sulla continua fedeltà dei Templari alla Corona portoghese che fu resa ancor più solida nel 1288, quando costoro aiutano il Re a sconfiggere sia il fratello Alfonso, che anelava al trono, sia i Castigliani. Così, quando il Re francese e il Papa invitarono le corti europee a prendere provvedimenti contro i Templari (bolle papali Regnans in Coeli e Callidi Serpentis Vigil) Dinis, il nuovo Re, non può e non vuole assecondare tali meschine volontà. Il rapporto tra il Re e i Templari si è sempre fondato sulla reciproca lealtà, ma per gli interessi di politica internazionale bisogna almeno salvare le apparenze. Il Re instaura un processo, ma con una lentezza burocratica tale da poter permettere agli accusati di redigere valide linee difensive. Nel frattempo sceglie il collegio giudicante, tutto portoghese, che risulta composto dal vescovo di Lisbona Giovanni, dal giureconsulto Giovanni della Legge e dal priore dell’Ordine francescano in Portogallo. L’idea del Re è di gettare sabbia negli occhi di Filippo IV e del Papa Clemente V. Tale espediente da’ i risultati sperati. Nelle more del processo, che si svolge sia in Santarém sia in Salamanca, tutte le componenti sociali di questa Nazione assolvono i Templari consentendone il graduale reintegro. Il Portogallo vince la guerra diplomatica per la conservazione dell’Ordine dei Templari divenendo così il grande erede spirituale di quella tradizione. La lunga partita a scacchi non è ancora conclusa e re Dinis si prepara a dare lo scacco matto. La mossa finale prende il via quando un’ambasciata arriva ad Avignone con l’intento di spiegare a Papa Giovanni XXII le ragioni che hanno indotto il Re lusitano a conservare i beni dei Templari. Il piano fa leva sulla lotta all’infedele, approfittando del fatto che in Andalusia, che confina con l’Algarve, il pericolo mussulmano è ancora reale ed è necessario costituire una milizia che ne difenda i confini. Questo nuovo Ordine si deve insediare nel castello di Castro Marim collocato su di un piccolo colle che domina la parte finale del corso del fiume Guadiana, di fronte alla cittadina spagnola di Ayamonte, e quindi in ottima posizione strategica. Gli ambasciatori portoghesi, seguendo le istruzioni ricevute dal loro monarca, sanno ravvivare nell’animo del Papa un fuoco che si stava spegnendo, o forse gli danno finalmente la possibilità di rimediare a uno storico errore. Il 14 marzo del 1319 viene emanata la bolla “Ad ea exquibus cultus augeatur divinus” con la quale si battezza la nascita dell’Ordo Militae Jesu Christi o Ordine della Milizia di Gesù Cristo o Cavalieri di Cristo, ai quali è consegnato tutto il patrimonio templare portoghese. Così i Templari, che in origine erano chiamati poveri Cavalieri di Cristo, per ironia della sorte, ora assumono il nome di Cavalieri di Cristo!


Il nuovo Ordine è legato all’antica regola cistercense e in Portogallo, all’abate di Alcobaça e al Re. Il 5 maggio del 1319, in Santarém, i nuovi Templari resuscitano sotto la guida del Gran Maestro Gil Martins. Il loro simbolo è null’altro che la conosciutissima croce a base quadrata che assume, ora, una pianta rettangolare con una seconda croce bianca al suo interno che simbolizza l’innocenza dell’Ordine dalle oltraggiose accuse che ne avevano provocato l’estinzione. L’epoca d’oro della storia del Portogallo non sa fare a meno dei Cavalieri di Cristo: il simbolo che garrisce sulle vele lusitane che sfidano l’oceano sconosciuto è la Croce del Tempio!

giovedì 21 giugno 2012

I SEGRETI DEI TEMPLARI



Quando si parla di Templari, il confine tra mito e verità diventa sottile. Anche perché il supremo Ordine è stato oggetto di vari quanto vani tentativi di discredito, specie negli ultimi tempi, da parte del priorato di Sion. 
Parallelamente al rimpatrio dei Cavalieri, cominciarono a sorgere in tutta Europa le cattedrali gotiche. In Francia queste cattedrali sorsero in brevissimo tempo (tra il 1200 e il 1250). Chiese particolari, in uno stile che fino allora era sconosciuto. Una dopo l'altra, furono erette a Evreux, Rouen, Reims, Amiens, Bayeux e Parigi, fino ad arrivare al trionfo della cattedrale di Chartres. Uno stile incredibile il gotico, tutto proteso verso l'alto, con un sistema straordinario di spinte e controspinte, una tecnica costruttiva che a quel tempo era veramente rivoluzionaria. 
I piani di costruzione e i progetti esecutivi di queste cattedrali non sono stati mai ritrovati. Le opere murarie furono fatte con una maestria eccezionale. Le strutture appaiono esili e slanciate, i contrafforti esterni esercitano una spinta sulle pareti laterali della navata e tutta la struttura appare proiettata verso il cielo. Inoltre, le Cattedrali sono tutte orientate nello stesso verso: con l’abside rivolto verso est (verso la luce), sono tutte dedicate a Notre Dame (alla Vergine Maria) e se unite insieme con un tratto, su di una mappa, disegnano esattamente la costellazione della Vergine. Nella parte Nord delle cattedrali ci sono spesso immagini di demoni e nella cattedrale di Amiens c’è addirittura un pentacolo, una stella a cinque punte con una punta rivolta verso il basso. Le cattedrali poi, sono piene di segni e di messaggi lasciati dai costruttori su precisi suggerimenti di precettori templari. Negli affreschi, nelle statue, nei bassorilievi e nelle stesse mura, i Templari hanno lasciato un’infinità di tracce, difficili da decifrare, visto che oggi l’uomo guarda le cose facendo riferimento alla scienza e non alla fede. 

Veniamo ora ad un altro argomento pieno di fascino e di mistero: il tesoro dei Templari. 
Il tesoro, naturalmente, era formato anche da oro, sotto forma di monete, di oggetti d’arte e quant’altro ma, secondo alcune fonti, conteneva, tra l’altro, anche i piani per la costruzione delle nuove cattedrali. Verso il 1160, il tesoro fu spostato dal Tempio di Gerusalemme fino in Francia, in quanto si riteneva che in Terrasanta non fosse più al sicuro. A spostarlo fu il Gran Maestro Bertrand de Blachefort che aveva possedimenti nei pressi di Rennes-le-Chateau, dove si dice che venne nascosto il tesoro. Ma ipotesi più accreditate lo posizionano a Parigi, nelle stanze segrete dell’imponente fortezza dei Templari, che svettava sulla città con le sue sette torri. Di questa fortezza oggi non rimane quasi niente. 
Filippo il Bello all’alba del 13 ottobre 1307 fece arrestare e imprigionare tutti i Templari di Francia con l’accusa di eresia. Non riuscì a impadronirsi del tesoro, in quanto questi ultimi, informati dell’imminente agguato l’avrebbero messo in salvo. Lo nascosero su carri coperti di fieno che poi si sarebbero diretti verso il porto di La Rochelle, dove era ancorata la maggior parte della flotta Templare. Ma c’è anche chi è propenso a credere che i carri si diressero in l’Italia: fecero tappa in Liguria e poi alle Precettorie del Tempio di Firenze, di Orvieto, di Roma e di Anagni. Infine, la colonna si fermò nei dintorni di Sermoneta vicino all'Abbazia Cistercense di Valvisciolo. Una tradizione ben radicata recita che una parte del tesoro del Tempio è ancora nascosta nei sotterranei dell'Abbazia di Valvisciolo ma, di questo non se ne è mai avuto prova. Tuttavia, la particolarità costruttiva di questa abbazia, in uno stile misto fra romanico e gotico, fa si che possieda degli inutili contrafforti, che non devono sostenere alcuna "controspinta" e che, tra l’altro, risultano vuoti all’interno! L’Abazia richiama le costruzioni Templari: il pozzo è ottagonale, la sala Capitolare è strutturata come le sale ove si svolgevano i Capitoli dell'Ordine, ci sono nodi Templari incisi sulle chiavi di volta a crociera. Per chiudere in bellezza c’è un bel SATOR, cioè il crittogramma Cristiano che decodificato da’ il Pater Noster e che era spesso usato dai Templari. 

 
Un’ultima teoria parla anche della Foresta d’Oriente, dove potrebbe essere stato nascosto tutto o parte del tesoro Templare. La Foresta d’Oriente è una zona che si trova nella Champagne francese, si estende per circa 20.000 ettari. Per la sua conformazione morfologica si presenta inospitale e in quel luogo sono nate molte leggende su fate e folletti. A Est della foresta c’è Payns, città natale del primo Gran Maestro, Hugues de Payns, a Sud-Ovest c’è Clairvaux, città natale di Bernardo di Chiaravalle, nella foresta vi sono moltissime case Templari e ogni cosa ha un nome che ricorda il Tempio (strada del Tempio, ruscello del Tempio ecc). Si racconta che la Foresta fosse piena di passaggi segreti, di trabocchetti e trappole allestite dai Templari. 
Naturalmente, c’è anche chi, a torto o a ragione, pensa che l’assalto di Filippo il Bello dell’alba del 13 ottobre 1307 sia andato a buon fine e che insieme ai Templari sia stato preso anche il loro favoloso tesoro (almeno quello che era in Francia). Si ricorda che, i lavori per la costruzione di Notre Dame e del Palazzo Reale di Parigi erano fermi da mesi poiché il Re non aveva più i soldi. In più, la moneta francese (talleri e bourgeoises) era stata svalutata due volte in un anno e le stesse monete erano fatte con una lega squallida. Tanto che Filippo il Bello fu chiamato "Il Re Falsario" dal Papa Bonifacio VIII e si diffuse il detto: Il Re di Francia è falso come le sue monete. Stranamente, pochi mesi dopo il processo dei Templari, i lavori ripresero di buona lena e le vecchie monete furono sostituite con delle nuove monete d’argento. 

sabato 16 giugno 2012

LA SOGLIA





Da oggi potrete scaricare uno dei miei primi testi: "La soglia" (basta cliccare sul link). Il racconto è stato pubblicato nella raccolta TRIFOLIUM 2009 edita da Caravaggio.

LO SPIRITO DEL VENTO


Alan Turing, ex pilota militare, passato ai servizi segreti, s’imbatte per caso in uno strano oggetto: una katana. La spada, sebbene di ottima fattura,  non sembra essere nipponica. Il negoziante, un anziano signore con un forte accento cinese, non sa dirgli molto ma, felice di liberarsene, gli offre l’arma ad un prezzo ragionevole. Sul fodero sono incisi dei misteriosi ideogrammi. Alan, tentando invano di decifrarli, si addormenta su di una poltrona con la spada appoggiata sulle gambe. Ha un sogno ricorrente: sogna di parcheggiare un grosso automezzo davanti a una palazzina dalle mura trasparenti. Quando si sveglia si ritrova nella prateria. 

La sua mente vacilla: non riesce a capacitarsi. Tuttavia grazie alla sua grande resilienza, una capacità acquisita in anni di addestramento, riesce a superare la crisi. Si trova in uno strano mondo: stesso posto, stesso tempo ma, realtà diverse. L’umanità non ha superato la crisi del 1962, quella dei missili a Cuba e su di essa è calata l’ombra dell’olocausto nucleare. Qui, la storia ha seguito un corso diverso e anche la sua storia personale ha avuto un esito differente. Nel 2012 la tecnologia è regredita e ci si ritrova, in America, con una civiltà simile a quella della metà del XIX secolo. La prateria è il territorio indiscusso degli indiani che non sono più dei selvaggi ma hanno dato vita a una società feudale simile a quella giapponese del tempo dello Shògun. Prosperano grazie a un animale volante, il wakalla, che ha sostituito egregiamente il cavallo, ormai estinto. I bianchi si sono impadroniti di alcuni esemplari e hanno imparato anche loro a servirsene: grazie ai wakalla si sono ristabiliti i contatti tra le città rimaste per tanto tempo isolate, dando nuovo spunto ai commerci, alle idee, alla tecnologia.

Alan, passando attraverso diverse vicissitudini, si trova a convivere alternativamente sia con gli indiani, sia con i bianchi. Riceve un valido aiuto solo dai primi, i quali, per quanto riguarda il mistero del suo caso, possiedono conoscenze di gran lunga superiori a quelle dei bianchi; verso i quali Alan manterrà sempre un atteggiamento molto prudente. Per gli indiani, lui è “Lo Spirito del vento” ed ha acquisito strani poteri. Wakanda, lo stregone, gli spiega che i suoi poteri sono latenti: dormivano assopiti dentro di lui e saranno sicuramente trasmessi alla sua progenie. A Saint Peters ritrova l’amata Susan. Resterebbe volentieri con lei, ma ha nostalgia di casa: quello non è il suo mondo e lui non vuole rimanerci per sempre. Vola via da Susan per imbattersi nel suo alter ego. L’Alan di quel mondo, seguendo una rotta diametralmente opposta, finisce per collidere in volo con il protagonista di questa storia. Alan sembra scampare al disastro, torna tra gli indiani e casualmente ne parla con Wakanda. Il Capo spirituale rimane perplesso: capisce che è avvenuta la fusione. L’Alan di questa realtà alternativa si è fuso con L’Alan del nostro mondo: quando si sveglierà non ricorderà più chi era, non ricorderà più cosa ha fatto, acquisirà ricordi propri di questa realtà. Wakanda affida Alan alle cure della sacerdotessa Teetomka che, segretamente, lo ama. Passerà quella notte tra le sue braccia ma, come previsto, al risveglio Alan perderà gradualmente coscienza di se. Tornerà dalla sua Susan e questa volta, per rimanerci.

Sono passati venti anni da quella notte. Alan parcheggia un grosso automezzo sotto casa sua, una palazzina che sembra fatta di cristallo. Lo aspetta Susan, ma prima che possa raggiungerla viene sorvolato da un wakalla: l’animale atterra lì vicino. E’ cavalcato da un indiano: un giovane di diciannove anni. Sceso a terra, senza perdere tempo, il ragazzo lo invita a salire in groppa e a farsi un volo. Alan esita: tempo addietro ha imparato a cavalcare quegli animali volanti, ma è da molto che non vola più. Il giovanotto gli riferisce le parole di sua madre: “è come andare in biciletta, una volta imparato non si dimentica più.” Queste parole sembrano scuoterlo: in realtà sono parole sue. Sono parole dette a Teetomka che, all’epoca, non aveva la più pallida idea di cosa fosse una bicicletta.  Il giovane, con un filo di speranza, gli chiede se quella frase gli ricorda qualcosa ma Alan, seppur perplesso, risponde di no. Il giovane indiano, con un cenno, lo invita a salire in groppa all’animale. Alan, questa volta senza esitare, si alza in volo compiendo ogni sorta di acrobazia. Quando atterra cerca di saperne di più sul quel giovanotto che gli è stato subito simpatico, che gli somiglia così tanto, che gli ricorda lui quand’era giovane. Si  fa chiamare “Lo Spirito del vento” e dice di essere dotato di strani poteri. Lo invita a pranzo e scopre che è in cerca di un lavoro. Lui ha bisogno di qualcuno che lo aiuti, lui e Susan non hanno avuto figli. Finisce per offrirgli il lavoro e anche un alloggio. Il giovane accetta volentieri, anzi sembra molto soddisfatto: non poteva sperare di più.

martedì 12 giugno 2012

VOSTOK: IL LAGO CHE CELA UN MISTERO



Sotto i ghiacci del polo sud è stato scoperto un vasto lago sub-glaciale sepolto a più di tre chilometri di profondità e ciò ha catturato l’attenzione degli scienziati. La NASA vuole usare il lago Vostok per la testare delle apparecchiature per una missione in programma su Giove. I microbiologi vogliono studiare la vita in condizione climatiche estreme. Gli ambientalisti vogliono fermare l’esplorazione e vogliono che il lago resti un posto incontaminato, poiché contiene l’acqua più pura della Terra. Insomma, questo lago ha veramente attirato l’attenzione della comunità scientifica mondiale. Come sappiamo l’Antartide, già in passato, è stata oggetto di molte speculazioni. Alcune teorie la vedono come sede della famosa civiltà perduta di Atlantide dato che, di recente, si è ipotizzato che migliaia di anni fa questo continente fosse ubicato molto più a nord presentando, per buona parte, un clima temperato. Benché l’ubicazione di questo lontano continente australe fosse rappresentata in diverse mappe medievali, come quelle di Piri Reis e Ornozio Fineo, la sua scoperta ufficiale avvenne solo nel 1820 e da allora si sono susseguiti vari tentativi di esplorazione da parte di molte nazioni, soprattutto da parte degli Stati Uniti che hanno impiantato sul continente le loro basi permanenti di ricerca e di appoggio militare.


Fino agli anni settanta Vostok era solo il nome di una stazione di ricerca dell’ex Unione Sovietica, poi si iniziò a esplorare il sottosuolo di una zona piatta e anomala con i glacio-radar (strumenti elettronici realizzati per compiere le indagini glaciologiche). Gli echi dei radar indicarono che c’era una variazione nella natura del substrato del ghiaccio, ma soprattutto un contatto tra ghiaccio e acqua liquida. In conclusione, sotto la calotta glaciale pare esserci un vero e proprio lago d’acqua liquida. Dopo ulteriori ricerche, emerse la sagoma esatta del lago che risultò essere di ben 250 km di lunghezza e 50 km di larghezza, il che rende il lago Vostok tra i più grandi del mondo. Alla fine degli anni ottanta, un team di scienziati e ingegneri cominciarono a perforare il ghiaccio per raggiungere il lago e per studiare i climi del passato della Terra. La perforazione però venne bruscamente interrotta quando i ricercatori incapparono in uno strato di ghiaccio ricongelato spesso 120 metri. Proprio in questo strato vennero scoperti numerosi batteri che suggerirono l’idea di un ecosistema completamente diverso, una sorta di ecologia alternativa, imprigionata nel ghiaccio da migliaia se non da milioni di anni. Dunque, la perforazione venne interrotta, poiché si poteva contaminare quell’ambiente o che, al contrario, potevano essere portati alla luce virus nocivi contro i quali gli esseri umani non possedevano difese immunitarie. Contrariamente a quanto si crede, il lago riceve della luce filtrata e ulteriori indagini rivelarono la presenza di fonti di calore, probabilmente vulcaniche, che scaldano il lago fino alla sorprendente temperatura di venti gradi centigradi. Gli scienziati suggerirono la possibilità che in questo lago incapsulato tra i ghiacci potevano esistere forme di vita del tutto sconosciute.
Ma la notizia più intrigante riguarda una potentissima anomalia magnetica situata nella parte settentrionale del lago. Questa scoperta ha dato luogo a tutta una serie di congetture riguardanti strane tecnologie antiche o aliene sepolte sotto i ghiacci. Quest’anomalia delimita un’enorme area di 72×104 chilometri: è così vasta e potente che non può essere provocata da un fenomeno naturale. Ma, allora, qual è la causa di quest’anomalia? Si ipotizza che in quel luogo la crosta terrestre sia più sottile, ma non mancano ipotesi ben più controverse. Una teoria asserisce che l’Antartide sarebbe la sede della perduta terra di Atlantide. Vi si troverebbero dunque sepolti i suoi immensi tesori, ma anche una sorta di congegno tecnologico che emana una formidabile energia e si potrebbe collegare la misteriosa anomalia magnetica, all’esistenza di questo congegno.
Ma non è tutto: a seguito di approfondite analisi satellitari, sepolta nel lago, è stata rilevata una massa metallica (forse un oggetto) di forma circolare e di notevoli dimensioni!
Insomma, qualcosa di strano si nasconde in Antartide, ma la segretezza è tale da sfuggire ad ogni forma di indagine. Ad oggi, testimoni non confermati riportano che l’area del Lago Vostok ospita la presenza di un numero inconsueto di escavatori e di altri mezzi logistici, di personale scientifico e militare. Gli stessi riportano anche la presenza dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana e, pare, che questa abbia perimetrato l’intera zona, impedendo l’accesso a chiunque non sia autorizzato, allo scopo dichiarato di "evitare contaminazioni".


Il 27 gennaio 1996, in una remota zona del continente Antartico, alcuni ricercatori stavano lavorando a un comune progetto di climatologia quando hanno assistito a un evento stupefacente: un insolito vortice stazionava in quota nonostante le elevate raffiche di vento. La staticità del mulinello e l’inconsueta nebbia che lo avvolgeva, hanno attirato la curiosità degli scienziati che hanno allestito un pallone meteo, vincolato a un cavo, che aveva in dotazione tutta una serie di strumenti di rilevazione. Era presente anche un cronometro per la registrazione dei tempi di lettura. Il pallone sonda è stato poi rilasciato e fatto risucchiare dal vortice per il tempo strettamente necessario alle misurazioni. Dopo alcuni minuti gli studiosi si sono trovati di fronte ad un risultato a dir poco inquietante: il cronometro indicava chiaramente la data del 27 gennaio 1965 e tutti i dati registrati indicavano valori incompatibili con le normali caratteristiche di una tromba d’aria. Non si trattò di un errore: pur ripetendo più volte l’esperimento, si ottenne sempre lo stesso risultato. Questo aprì la strada ad un’ipotesi sensazionale: poteva trattarsi di una porta spazio-temporale!
Questa scoperta ha, fin da subito, catturato l’interesse degli ufologi e dei complottisti, secondo i quali i militari americani stanno nascondendo il ritrovamento di un UFO o di una grande apparecchiatura, tecnologicamente avanzata, mai vista prima.

domenica 10 giugno 2012

MESAGNE: MISTERIOSI FRAMMENTI

Il 25/06/1966 sul quotidiano ROMA di Napoli e su altri giornali si leggeva l’articolo riprodotto in sintesi:”presso Brindisi, MISTERIOSI FRAMMENTI IN UN PODERE. Gli abitanti della zona affermano che sono caduti da un grande oggetto volante che avrebbe solcato il cielo. Misteriosi frammenti, di natura non ancora accertata sono stati trovati dal contadino Antimo Farina di 35 anni, in un podere della contrada S. Domenico, di Mesagne. Si tratta, stando alle descrizioni fornite, di oggetti cavi di forma cilindrica, come tubi, lunghi circa 30 cm e con un diametro di 12”.

Un mese e mezzo dopo tre componenti del CENTRO CLIPEOLOGICO PARTENOPEO si recano a Mesagne e su indicazione dei vigili urbani, ritrovano il posto in cui sono stati ritrovati i misteriosi tubi. E’ un terreno in cui crescono alberi di fico e d’ulivo. A prima vista, sembrava che qualcosa, cadendo su di una linea elettrica ad alta tensione, avesse provocato il distacco di uno dei cavi elettrici e che sia il cavo, sia l’eventuale “cosa”, causa della rottura, erano precipitati su di un ramo dell’albero di fico sottostante. Quest’ultimo si presentava spezzato, rinsecchito e in parte carbonizzato, mentre il resto dell’albero rimaneva normalmente vegeto e coperto da fogliame. Furono presi campioni di terreno e recuperato (staccandolo) un pezzetto del ramo annerito. Furono anche intervistati i contadini della zona; che confermarono l’avvistamento dei globi di fuoco. I tre ricercatori, furono ben accolti nella sede della GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO: Il direttore del giornale, gentilissimo, consegnò loro un reperto raccolto ai piedi del fico, che risultò essere identico a quello recuperato dal gruppo. Altri reperti del genere erano stati inviati a Bari per essere analizzati.
L’indagine sembrava conclusa e due componenti del terzetto investigativo tornarono a Napoli, mentre il terzo (G. Leuci) rimaneva in zona per motivi personali. Una settimana dopo, questi, venne a conoscenza del fatto che un macellaio di Mesagne era in possesso di uno dei misteriosi cilindri ritrovati nel campo e si adoperò per incontrarlo. Gli fu mostrato l’oggetto. Era un “tubo” liscio costituito da una sostanza apparentemente fragilissima, di color bianco latte. Accortosi della delicatezza con cui il Leuci maneggiava quell’oggetto, il macellaio volle dargli una dimostrazione della sua resistenza e presa una mannaia, la calò sul cilindro, colpendolo con forza. Non riuscì neanche a scalfirlo, mentre la mannaia riportava i segni dell’impatto!
Sordo a qualsiasi richiesta, neanche dietro offerta di compenso, il macellaio rifiutò di cedere l’oggetto.
Recatosi a Bari, il Leuci ebbe un’altra delusione: i reperti e le analisi effettuate presso la locale Università, erano stati requisiti dai carabinieri di Mesagne. Prima di ripartire fece un’ultima visita al macellaio, per cercare di recuperare almeno il cilindro; ma questi affermò, candidamente, che l’oggetto gli era stato rubato.
Non restava altro da fare che lavorare sul ramoscello staccato dall’albero e su quello raccolto ai suoi piedi dal giornalista della Gazzetta.
Ad una prima analisi, essi risultarono composti di silicati di ferro, alluminio e manganese! Quando raccontarono che si trattava di un rametto carbonizzato, staccato da un albero di fico, furono tacciati per visionari! La scienza “ufficiale” negava quindi l’origine organica dei reperti, giacché non contemplava l’ipotesi di una pietrificazione istantanea di un organismo vegetale. In quanto,  se è vero che esistono numerosi esempi di foreste pietrificate (in America ma anche da noi, in Sardegna) è anche vero che questi processi di pietrificazione richiedono milioni di anni.
Un ulteriore ricerca su questi pezzi di color grigio verde circondati da una corteccia scura (l’aspetto era quello di un tronchetto carbonizzato) effettuato presso l’Orto botanico, non poté fornire alcuna indicazione, in quanto non si riscontravano analogie con strutture vegetali. 

martedì 5 giugno 2012

I FIGLI DEL DIO AN

Zecharia Sitchin, abilissimo interprete della scrittura sumera, prese a considerare alla lettera i racconti delle tavolette scritte in caratteri cuneiformi. Racconti che prima erano considerati dagli studiosi come “mitologia sumera”: i rapporti tra gli uomini e gli dèi, quali potevano essere quelli della mitologia greca o romana; una religione codificata e organizzata, con una casta sacerdotale e racconti dalla forte valenza simbolica, volti unicamente a coinvolgere i cuori dei fedeli. Sitchin, fu il primo, forse l’unico, a considerare gli dèi sumerici come esseri reali, non miti ma Storia.

Secondo Sitchin gli dèi sumerici erano degli alieni: gli Annunaki, che provenivano da Nibiru, il 10° pianeta del sistema solare. Sarebbero scesi sulla Terra 445.000 anni fa per estrarre l’oro, necessario per riparare l’atmosfera del loro pianeta Nibiru e se ne sarebbero andati dopo un’aspra guerra che vide la fazione nazionalista (di ENLIL) annientare definitivamente le resistenze dei popoli umani fedeli alla fazione filo-umana (di ENKI), nel 2023 a.C.
Gli alieni divisero la Terra in regioni: Sumer era la prima regione, Egitto e Nubia costituivano la seconda, la valle dell'Indo (Pakistan) la terza e la penisola del Sinai la quarta. Inoltre avevano basi in Africa (Zimbawe) in un luogo chiamato Abzu e (sembra) in America (la Terra al di là dei mari). Forse, per motivi legati al rientro in atmosfera di navicelle provenienti dallo spazio cosmico, gli alieni avevano diviso la Terra in tre grandi “Vie”, fasce separate dal 30° parallelo Nord e Sud: la via settentrionale di Enlil, la fascia centrale di Anu e la via meridionale di Enki.

AN o ANU era il Re di Nibiru, il Re degli dèi. Il suo regno ebbe inizio con l’unificazione del pianeta, successiva alla guerra totale tra Nord e Sud.

ENLIL era figlio di ANU e di ANTU, sua sorellastra e sposa. Dunque, legalmente il figlio che, secondo le leggi di Nibiru, deteneva il diritto alla successione sul trono del 10° pianeta. ENLIL fu inviato sulla Terra per organizzare le operazioni di estrazione dell’oro su larga scala.  A sua volta padre di NINURTA, avuta dalla sua sorellastra NINMAH e di NANNAR e ISHKUR avuti da NINLIL, sua sposa; non si dimostrò mai benevolo verso i Terrestri. Non li avvisò dell’arrivo del diluvio sperando così di provocare l’estinzione del genere umano. In guerra, autorizzò l’uso di armi nucleari.

ENKI, padre di MARDUK, chiamato anche EA (“Colui la cui casa è l’acqua”), era il primogenito di ANU ma, non essendo nato da un matrimonio tra consanguinei era geneticamente meno regale del suo fratellastro ENLIL. Fu a capo del primo gruppo di Annunaki giunti sulla Terra, il creatore dell’Umanità e colui che la salvò dal Diluvio. Con il passare dei secoli, gli vennero attribuiti diversi epiteti: NUDIMMUD (“Abile creatore”), PTAH (“Colui che ha dato forma alle cose”) in Egitto, ENKI (“Signore della Terra”).

INANNA era la figlia di NANNAR e NINGAL, sorella gemella di UTU, promessa sposa di DUMUZI. Dea feroce nella guerra e lussuriosa in amore. Signora della Terza Regione (detta Aratta) diventò, come vedremo, anche Signora di Uruk, detenendone il tempio. Nell’Accadia fu conosciuta con il nome di ISHTAR e associata al pianeta Venere. Abile seduttrice diventò l’amante di ANU. Riuscì ad ammaliare il dio ottenendo da lui l’Eanna, il tempio di Uruk, che era la dimora AN quando questo soggiornava sulla Terra.