Cerca nel blog

sabato 31 dicembre 2016

IL CASO MOTHMAN


 
L’undici settembre, dopo il crollo delle Twin Tower, un certo Steve Moran scattò una foto che testimonierebbe l’esistenza dell’uomo falena. La foto, scattata casualmente da Moran, mostra nitidamente quello che è stato soprannominato “l’angelo” o “il demone volante”. Per molti, invece, si tratta del Mothman o Uomo-falena. Ma la storia dell’Uomo-falena ha origini ben più remote, infatti, i primi avvistamenti risalgono al 1966.


Tutto ebbe inizio la notte del 15 novembre a Point Pleasant un piccolo villaggio del West Virginia. Due coppie di ragazzi vedono qualcosa che li terrorizza e dalla quale cercano affannosamente di fuggire. Arrivati dallo sceriffo, gli raccontano quanto è accaduto. Linda Sacarberry, una delle due ragazze riferì: “Stavamo andando in giro in macchina quando ci siamo imbattuti in una specie di creatura. Non era un uccello. Il corpo era quello di un uomo, solo le ali lo rendevano simile a un uccello. Gli occhi erano di un rosso molto strano, non avevo mai visto un rosso così. Non riuscivi a staccare lo sguardo. Abbiamo avuto la sensazione che quella creatura avesse voluto dirci qualcosa con gli occhi. Sembra in parte uomo e in parte … Non saprei. Eravamo troppo spaventati per restare lì e scoprirlo. Siamo fuggiti il più in fretta possibile. E lui ci ha seguiti in volo per tutta la strada fino ad arrivare in città. Quella creatura è piombata giù e ha urtato il tettuccio dell’auto così abbiamo voltato e siamo corsi all’ufficio dello sceriffo”.
Lo stesso sceriffo quando altri agenti misero in dubbio la testimonianza dei ragazzi, dichiarò: “Conosco quei giovani sin da quando erano bambini e non hanno mai avuto nessun problema, ma quella notte erano veramente sconvolti dalla paura”.



 Non finì lì poiché, dopo quella sera, gli avvistamenti del Mothman si moltiplicarono. Il 16 novembre, cioè il giorno dopo la prima testimonianza, due donne e un bambino videro l’uomo falena aggirarsi dalle parti dall’area dismessa della TNT, utilizzata come deposito di dinamite. Il 24 novembre altri quattro testimoni affermarono di aver avvistato lo strano essere mentre volava sopra l’area dei capannoni della TNT e da quel momento iniziarono a circolare le prime raffigurazioni della creatura. Il 25 novembre, invece, un altro testimone disse di aver visto l’uomo falena in un campo mentre spiegava le ali, forse, nel tentativo di raggiungere il suo furgone. Questo fu il primo avvistamento avvenuto durante le ore diurne. Qualcosa di analogo lo testimoniò il 26 novembre la signora Ruth Foster che uscendo in giardino si ritrovò l’uomo falena di fronte. Terrorizzata tornò in casa chiamando aiuto ma, all’arrivo del cognato, l’essere era già volato via.
Con questa inquietante cadenza gli avvistamenti continuarono a susseguirsi. E non più soltanto a Point Pleasant ma anche in località vicine.



Gli avvistamenti del Mothman continuarono, tanto da destare l’interesse dell’opinione pubblica. Il giornalista – esperto di ufologia e demonologia – John Keel dedicò dieci anni della sua vita al misterioso caso dell’uomo falena, pubblicando poi un resoconto delle sue indagini, noto come “ Il caso Mothman”.
iniziò a documentare tutte le testimonianze del luogo su ogni avvenimento ritenuto strano e insolito, è collegò all'uomo falena le strane telefonate che tempestavano alcuni cittadini, telefonate con rumori insoliti e incomprensibili, che non smettevano di giungere a l'utente di turno neanche quando questi cambiava numero. John Keel così decise di insediarsi a casa di uno di questi residenti e potè così registrare una di queste stranissime telefonate. Fece analizzare, da un esperto, la registrazione incisa e con suo grande stupore scoprì che i suoni erano emessi da corde vocali ma, di sicuro, non si trattava di organi umani. Ma il vero mistero era il messaggio che John Keel scoprì ascoltando il nastro a rallentatore, diceva: "Grande sciagura sul fiume Ohio". Si pensò subito alla fabbrica chimica che si trovava vicino al fiume, invece, il 19 Dicembre 1967 la sciagura toccò il ponte Silver Bridge sul fiume Ohio che, crollando, provocò la morte di 46 persone. Keel ipotizzò che il "Mothman", in qualche modo, volesse mettere in guardia gli abitanti contro l'imminente disastro. Chi era quella creatura? Da dove veniva e sopratutto come sapeva della sciagura? Una donna, giorni dopo, affermò di aver visto qualcuno arrampicarsi sulla struttura del ponte dando adito all’ipotesi che esistesse un legame tra il suo crollo e le apparizioni dell’uomo falena, che fu considerato, da quel momento in poi, portatore di sventure.




Sembrerebbe, infatti, che anche a Chernobyl, due impiegati della locale centrale nucleare, poco prima dell’esplosione, avessero visto “un grande uomo scuro senza testa con grandi ali e occhi rosso fuoco”. In seguito al disastro nucleare, il personale della centrale, ma anche i piloti russi, dichiararono di aver avvistato un enorme uccello nero, con ali grandi almeno sette metri, volteggiare tra i fumi tossici.


Secondo alcuni studiosi, come Daniel Boudillion e A. B. Colvin, il “Mothman” sarebbe una creatura soprannaturale che compare per aiutare l’umanità in momenti critici; la stessa creatura, sostengono entrambi gli esperti, è nota come “Thunderbird” presso i nativi americani e come “Garuda” in Asia. Boudillion in particolare segnala come il Fruitlands Museum di Harvard (Massachusetts) esponga un manufatto che presenta una somiglianza sorprendente le descrizioni del Mothman.
Si tratta di una raffigurazione, alta dieci pollici, realizzata in lamiera di rame, che venne recuperata presso Amoskeag Falls, Manchester (New Hampshire) probabilmente ricavato da un paiolo di rame ottenuto dai nativi americani attraverso il commercio con gli europei durante il primo periodo di contatto, intorno al 1550-1630. Il manufatto è attribuito agli indiani Pennacook e viene descritto come “Thunderbird”. La principale differenza che sembra esservi tra il Mothman e il Thunderbird è che quest’ultimo ha una testa, mentre il Mothman viene solitamente descritto come privo di testa.
È interessante notare come le antiche popolazioni indiane che popolavano il territorio americano, avessero insediamenti e villaggi che non andavano mai oltre le sponde del fiume Ohio (dove si trova l’attuale West Virginia e naturalmente Point Pleasent). Questo perché reputavano quell’area troppo sacra o troppo nefasta per viverci. 


Nell’agosto del 2002 arriva un’importante testimonianza di un avvistamento italiano del Mothman.
Sul lago di Garda, in una località imprecisata, il nostro testimone C.C. (solo le iniziali sono note) insieme ad altre persone sta sul balcone al primo piano di una villetta ad ammirare il magnifico panorama del lago. È sera tardi, il cielo è terso, non ci sono alberi che ostacolino la vista.
E allora vede, anzi, vedono "qualcosa".
A una distanza di qualche centinaio di metri vi è una creatura marrone scuro, più grande di qualunque uccello abbiano mai visto, alta più di due metri, dall’aspetto umano ma con una cresta in testa. Le ali, riporteranno poi gli osservatori, erano simili a quelle di un pipistrello e lo strano essere le sbatteva lentamente e regolarmente.


Non ci è dato approfondire questo episodio, e forse non sarebbe nemmeno salito agli onori delle cronache se non ne fossero seguiti altri.


Nell’estate del 2005 la signora Fiona S. racconta un altro avvenimento con molti punti in comune.
Una sera sta percorrendo la tangenziale, nei pressi di Rezzato, quando la sua auto viene sorvolata a un’altezza di circa 7 metri da un’enorme sagoma scura, simile a un uomo. La creatura è lunga circa due metri, ha grandi ali da pipistrello.
Fiona sfreccia via, non si ferma e non guarda nello specchietto retrovisore, anche se non sa che cosa ha visto di preciso. Solo tempo dopo, cercando in internet, si abbatte nelle leggende del Mothman americano e nelle testimonianze italiane, e allora ripensa alla sua esperienza, su cui comunque non riesce a dare una spiegazione: ma tiene a precisare che non aveva fatto uso di alcol o stupefacenti.
È singolare che questo avvistamento del Mothman a Rezzato si collochi in prossimità di un caso che anni prima aveva fatto discutere e che potrebbe trovare nuovo vigore.
Il 1° giugno del 1985, verso le 18,00, a Virle, frazione di Rezzato, il contadino G.B. rinviene quattro gigantesche impronte di zampe d’uccello, ognuna delle quali lunga due metri e mezzo. Delle tracce, che potrebbero essere lasciate nei giorni precedenti, ovvero a fine maggio, si occupa anche una rivista di ufologia con un rapporto a firma del ricercatore Maurizio Verga, esperto di ufologia.

giovedì 29 dicembre 2016

COAST TO COAST AM - LA FOSSA DI MEL



Il popolarissimo programma radiofonico Coast to Coast, è incentrato su un’intervista ad un personaggio di rilievo, che solitamente affronta il tema della puntata. L’intervista è poi generalmente seguita dalle telefonate degli ascoltatori, che discutono con lo speaker, Art Bell, coadiuvato in studio da una persona esperta in materia. Art Bell (Arthur W. Bell III) nato il 17 giugno, 1945 è uno speaker radiofonico americano molto conosciuto, i suoi temi preferiti sono l’ufologia e il paranormale. 
Bell si è sempre interessato alla radio e all'età di soli 13 anni ha preso la licenza di operatore radio di livello W2CKS (ora W6OBB). Ha servito nell' Aeronautica USA come medico durante la Guerra del Vietnam e nel tempo libero, ha operato in una stazione radio pirata alla Base dell'Aeronautica Amarillo. In questo periodo ha deviato dalla sua strada trasmettendo musica anti-guerra che non veniva trasmessa sulla Rete delle Forze Americane.
Dopo aver lasciato il servizio militare è rimasto in Asia, vivendo sull'isola Giapponese di Okinawa dove ha lavorato come disc jokey per la KSBK, l'unica stazione in lingua inglese non militare in Giappone. Durante questo periodo ha fissato un Guinness record rimanendo on-air per 116 ore e 15 minuti. 
Bell, tornato negli USA, ha studiato ingegneria alla Università del Maryland, College Park, ma ha lasciato l'università per tornare, ancora una volta, in radio, questa volta come operatore e capo ingegnere. Dopo un periodo di lavoro nella tv via cavo, nel 1989 la stazione KDWN da 50.000 Watt di Las Vegas, Nevada, ha offerto a Bell uno spazio di 5 ore notturne.


Il programma di Bell a Las Vegas era originalmente un talk-show politico, ma si stancò del format, credendo che ci fossero troppi programmi del genere. Bell abbandonò i talk show politici convenzionali, in favore di argomenti come il controllo delle armi e le teorie cospirazionistiche, guadagnando molti ascolti notturni. 
Di conseguenza Bell, per una strada diversa, arrivò, come me, a discutere di argomenti fuori-tema come il paranormale, la conoscenza occulta, UFO, protoscienza e pseudo-scienza.
Coast to Coast AM è il talk-show notturno più seguito in America: è su 460 stazioni. Al suo picco iniziale di popolarità, Coast to Coast AM potè contare su più di 500 stazioni radio e su 15 milioni di ascoltatori notturni. Bell trasmette da casa sua a Pahrump, in Nye County, Nevada, ecco il perché della tipica frase: “Dal Regno di Nye”.
Nonostante la grande popolarità, secondo alcuni, Bell è un semplice showman. Costoro fanno notare che definisce il suo show come “assoluto intrattenimento” e che dice espressamente che non accetta necessariamente ogni ospite o affermazione, ma offre un forum di discussione dove non vengono apertamente ridicolizzati. La sua attitudine calma e paziente e la sua abilità a prendere la sostanza da affermazioni nebulose dei chiamanti e degli ospiti, ha dato al suo show un' atmosfera seria e rilassata, a discapito di quelli che dichiarano che il paranormale non può avere discussioni mature sui media e ha ottenuto l'approvazione di quelli che amano argomenti tipicamente di margine.


Nel 1997 Bell ricevette un fax da un uomo, che si era identificato come Mel Waters il quale asseriva di avere nella sua proprietà il buco più profondo del mondo; quindi, affascinato dalla storia, decise di mandarla in onda un venerdì notte. Quest’uomo di nome Mel, dunque, raccontò la storia di una fossa apparentemente senza fondo, situata nella sua proprietà, lungo Manastash Ridge, che corre a sud di Ellensburg. Affermò che, come i precedenti proprietari del terreno, per anni aveva gettato rifiuti in quell’apertura larga circa tre metri, queste le sue parole: “La gente aveva gettato rifiuti la dentro per decenni: mobilio, spazzatura, mucche morte, calcinacci, di tutto, ma iI buco non si era mai riempito, così mi sono incuriosito ed iniziai ossessivamente a cercare di misurarne la profondità.”

Usando del filo da pesca zavorrato con un peso da circa mezzo chilo, Mel affermò di aver raggiunto la profondità di 24 chilometri senza, peraltro, aver toccato il fondo. Dato che il filo da pesca poteva reggere fino a nove chili, non si azzardò a spingersi oltre per paura di spezzarlo, dato che il peso totale aveva superato i sette Kg.
In città la faccenda era diventata ormai un ossessione collettiva e così un giorno Mel, insieme ad altri abitanti di Ellensburg, decisero di calare un animale vivo - questa parte della storia venne raccontata con rammarico e tristezza - con l’aiuto di una puleggia, attaccata a un fuoristrada, calarono una pecora viva giù per la cavità facendo attenzione a non farle alcun male durante l’operazione. Quando l’animale fu inghiottito dall’oscurità, sentirono un forte strattone e la corda iniziò a muoversi freneticamente, come se qualcuno stesse dimenando l’animale. Gli attimi successivi, per Mel e i suoi amici, furono di puro terrore: iniziarono a issare la pecora con tutte le loro forze, ma ciò che ne venne fuori non era più un animale, bensì un pezzo di carne sanguinante, come quelli che si vedono dal macellaio, appesi a un gancio. Era come se qualcuno avesse letteralmente rivoltato la pecora dalle interiora.
- Come quando si rivolta un calzino - furono le parole che usò Mel per descrivere un tale orrore!
Superato lo shock si liberarono della carcassa dell’animale buttandolo giù nella fossa. Dopo questo episodio, la città era in fermento e le voci arrivarono fino alle città vicine. Come una febbre, la fossa di Mel era diventata virale e tale notizia non tardò ad arrivare anche alla polizia e al governo. Il Lunedì successivo, Mel tornò al programma di Art Bell con un aggiornamento: sabato, i militari avevano circondato la sua tenuta, portando dei macchinari pesanti e barricando la proprietà con del cemento. Mel continuò, lamentandosi del fatto che, con molta probabilità, non sarebbe più stato in grado di realizzare un suo desiderio: quello che, alla sua morte, il suo corpo venisse gettato proprio in quella fossa. Affermò di aver deciso così dopo aver sentito la vicenda del cane da caccia morto che era stato buttato lì dentro e poi era misteriosamente riapparso, vivo!

Molti ascoltatori, incuriositi, chiamarono in radio ma non fu possibile trovare Mel. 
Chi era Mel? Un ascoltatore cercò di rintracciarlo, senza però riuscirci: il suo nome non era riportato sull’elenco telefonico, né furono trovate registrazioni che indichino una proprietà intestata a tale nome presso Manastash Ridge o altrove nel territorio. Gli uffici della Contea confermarono di non sapere nulla del buco di Mel, eccetto quanto appresero dagli stessi cronisti. Possibile che tutte le informazioni furono cancellate dal governo nel tentativo di insabbiare la notizia? A conferma di ciò, sembrerebbe che tutti quelli ancora implicati nella vicenda non possano (o non vogliono) rivelare l’esatta posizione della fossa. Tuttavia, Jack Powell, un geologo americano molto rispettato, suggerisce che questa storia è falsa (forse venne ispirata dalla presenza di una voragine situata nei pressi di Ellensburg) dato che se il “Buco di Mel” esistesse così come è stato definito, non potrebbe essere così profondo in quanto, tecnologicamente, è un’impresa che supera le capacità umane. Geologicamente, aggiunge, non rimarrebbe aperto a lungo, poiché le forti pressioni orizzontali della Terra lo richiuderebbero. Alcuni ascoltatori radiofonici si sbizzarrirono nel tentativo di localizzare la fossa. Attraverso le immagini satellitari dell’epoca raccolte dal sito “Terra Server” scoprirono, curiosamente, che in quella zona alcune parti delle fotografie apparivano oscurate. Oggi, in quella zona, attraverso Google Earth, la voragine che potrebbe aver dato adito alla leggenda, è perfettamente visibile, ma se si confronta l’immagine attuale con le fotografie del tempo, si può notare che il suo interno sembra essere, in qualche modo, cambiato.

martedì 27 dicembre 2016

RADIO AUT - UNA VITA CONTRO LA MAFIA


Tutti, più o meno bene, conosciamo la storia di Peppino Impastato: d’altronde, nel 2000 è uscito in tutte le sale cinematografiche il film “I cento passi” del regista Tullio Giordana, dedicato proprio alla vita e all’omicidio di Peppino. Però qui vorremmo soffermarci, più che altro, su quella che era la sua radio, la sua arma di lotta e di propaganda.
Più volte Peppino si era soffermato sull’importanza del mezzo radiofonico, perché riteneva che il momento della controinformazione era fondamentale per la preparazione degli interventi politici nel sociale, per collegare e dare voce a tutte le istanze che dal sociale provenivano. Era l’inizio della primavera del ’77 quando propose di aprire una radio. Sentiva forte il bisogno di far sentire la sua voce, la sua opinione e di dare, al tempo stesso, voce a tutte le fasce sociali meno garantite: precari, braccianti, pescatori, contadini, donne, disoccupati, agli edili sfruttati, ai lavoratori in nero. In questo contesto, la radio offriva una nuova ed allettante possibilità in quanto poteva offrire alla gente un servizio fondamentale per la crescita della coscienza antimafiosa in un ambiente sociale bloccato e “drogato” dal perbenismo bigotto, dai condizionamenti e dai ricatti mafiosi, dall’apparato clientelare con cui la D.C. e le forze del pentapartito avevano costruito e consolidato i loro successi elettorali.

Peppino e il suo gruppo riuscirono a mettere in piedi una struttura radiofonica in poche settimane. In pochi giorni riuscirono a procurarsi tutta l’attrezzatura necessaria (trasmettitore, antenna, piastre e mixer), anche se già usata e non proprio in buone condizioni. In quel momento, Radio Apache, un’emittente palermitana d’assalto, era confluita in Radio Sud ed erano disponibili i loro strumenti con pochi soldi. Cercarono una casa a Terrasini perché erano convinti che da lì, e non da Cinisi, avrebbero avuto più possibilità di raggiungere, in seguito (con un trasmettitore nuovo e più potente) tutti i paesi del Golfo di Castellammare e dell’entroterra. Trovarono subito anche la casa, piccola, scomoda e umida, in corso Vittorio Emanuele, non lontano da Piazza Duomo. Si decise, su proposta di Peppino, di chiamarla Radio Aut e, alla fine di aprile ’77, cominciarono le prime prove di trasmissione sulla frequenza di 98,800 Mhz.





Riuscirono ad organizzare, in base alla disponibilità e ai tempi di lavoro e di studio di ognuno, un primo nucleo redazionale che, a partire da Maggio, cominciò a mandare in onda, due volte al giorno, il “Notiziario di Radio Aut, giornale di controinformazione radiodiffuso”. 
Naturalmente non si trasmettevano soltanto i due notiziari, ma il palinsesto comprendeva anche trasmissioni di musica classica, di musica rock e pop di ottima qualità. Inoltre, trasmetteva servizi speciali sui temi più scottanti di attualità e mandavano in onda, anche se non giornalmente, delle rassegne-stampa sugli eventi di maggior risalto, nazionali e internazionali, sui quali si proponevano commenti e approfondimenti di buona fattura. In genere era Peppino ad occuparsi di queste rassegne e anche di molti “speciali”, affiancato, di volta in volta, da qualcun altro che si proponeva spontaneamente perché coinvolto dall’argomento. 
La radio era installata al primo piano. Vi si arrivava dalla piccola stanza-sottoscala del pianoterra, (in cui tenevano i pannelli per le mostre e altro materiale ingombrante), attraverso due rampe strette di scale che terminavano con un’entrata così bassa che, molto spesso, alcuni di loro, pur conoscendo benissimo l’insidia, prendevano indimenticabili “zuccate”. Superata la forca caudina c’era una piccola stanza in cui avevano sistemato una piccola libreria con un apposito spazio riservato alla raccolta dei giornali e delle riviste. A sinistra si apriva la piccola stanza della redazione (3 x 3,50), dove si tenevano anche le riunioni; subito a destra c’era la scala che portava sulla terrazza, di fronte, la persiana che dava sul balcone. Accanto al balcone, all’esterno, la scritta “Radio Aut, giornale di controinformazione radiodiffuso 98,800 Mhz.” Dentro, una piccola scrivania sulla quale si preparavano i notiziari, gli speciali e le rassegne-stampa. Sulla scrivania c’era il telefono e la vecchia Olivetti di Peppino. Sulla parete di sinistra, una porta immetteva nella stanza di trasmissione, uguale alla precedente, che era stata accuratamente rivestita e insonorizzata. Al centro della stanza, un grande tavolo su cui era sistemato il trasmettitore, le due piastre per i dischi, il registratore per le cassette, due microfoni collegati al trasmettitore e una radio. Il mixer era posto su un tavolo più piccolo accanto al primo. Alle spalle di chi trasmetteva, al muro, c’erano dei cassetti con il materiale discografico e le musicassette.




Peppino arrivava ogni pomeriggio, molto presto. Con Guido, Salvo, Giampiero, Benedetto, Giosuè, Aldo, Faro e Carlo, si cominciava a selezionare le notizie più interessanti. Ognuno di loro si era già preparato, la mattina, leggendo alcuni quotidiani. Quindi si arrivava in radio con diverse segnalazioni già pronte, ma bisognava mettere bene insieme le notizie individuate e trascriverle a macchina, dopo averle opportunamente semplificate ed elaborate con un linguaggio più semplice: diretto e immediato. Quelle due-tre ore al giorno, dedicate al notiziario, erano molto interessanti perché prima di decidere quali notizie inserire, si apriva sempre un dibattito spontaneo che consentiva efficaci ed utili scambi di opinione e di analisi. Spesso Peppino, durante quelle ore, si dedicava alla preparazione di uno “speciale” o di una rassegna-stampa, ma seguiva sempre la preparazione del notiziario, pronto a dare suggerimenti e indicazioni, soprattutto sulla lettura critica delle notizie e sul linguaggio con il quale bisognava porgerle all’ascoltatore. Ogni Notiziario era articolato in Notizie Internazionali, Notizie Nazionali, Notizie operaie, Notizie regionali e locali. Nella sezione delle notizie internazionali consideravano prioritarie tutte quelle che evidenziavano le contraddizioni e le ingiustizie del ”american way of life” e del sistema capitalistico nord-americano e quelle del sistema sovietico e dei paesi del Patto di Varsavia e del loro espansionismo militare. 
Le notizie nazionali offrivano materiale e spunti per analisi critiche sull’operato del governo, sulla politica del compromesso storico, sul rapporto tra mafia e politica, sul terrorismo e gli “anni di piombo”, sulle leggi speciali, sulla criminalizzazione del movimento studentesco e operaio, sulle battaglie per i diritti civili sugli otto referendum promossi dai radicali. 
Uno spazio a parte era dedicato alle notizie operaie, in cui si metteva in risalto tutto quello che quotidianamente accadeva nelle fabbriche, dalla più piccola alla Fiat, negli ambienti di lavoro, dai licenziamenti a tappeto alle “morti bianche”, dalla cassa integrazione alle occupazioni delle fabbriche, dalle assemblee dei lavoratori agli scioperi. Si criticavano le scelte del governo che, incoraggiando e sostenendo la “riconversione industriale”, aveva aperto la strada a una grave caduta dei livelli occupazionali e a licenziamenti a tappeto per diversi settori dell’industria. Al contempo, si criticavano anche le accomodanti posizioni dei sindacati confederali. 
Le notizie regionali consentivano di mettere in luce l’incapacità, l’incompetenza e la corruzione del governo regionale. Le connivenze, gli affari e le collusioni tra i politici, le imprese e i vertici della mafia. I gravi problemi dell’ambiente, della disoccupazione, della siccità e della sete che tormentava quasi tutta la regione, le condizioni igienico-sanitarie carenti di molte scuole e le epidemie di tifo e di epatite virale che continuavano ad avere parecchi focolai d’infezione, oltre al cancro dell’inquinamento in tutte le sue forme. 
Le notizie locali ovviamente si occupavano di quello che succedeva a Cinisi, a Terrasini e nei paesi limitrofi: l’attenzione era focalizzata non solo sui rapporti e sugli affari del binomio mafia-politica, ma anche sui guasti irreparabili causati dalla devastazione del territorio: dalla cementificazione delle coste deturpate dal fenomeno dell’abusivismo edilizio, dalle cave che avevano divorato i fianchi delle montagne, dalla speculazione dei privati, dall’inquinamento sempre crescente dell’aria, dell’acqua e del suolo. 
Un notiziario completo comprendeva, mediamente, da 30 a 40 notizie circa, quasi equamente distribuite tra le varie sezioni. Di tutta quella frenetica attività, purtroppo, si è conservato ben poco: appena un sesto di quella produzione redazionale. Eppure riteniamo che siano molto indicativi di quello che era il “taglio”, l’impostazione, lo “stile” della controinformazione a Radio Aut. 
Pochi tra Cinisi e Terrasini apprezzavano veramente quello che stavano facendo. Tantissimi erano quelli che ascoltavano, quasi quotidianamente, Radio Aut, ma non avevano il coraggio di dirlo pubblicamente: quasi tutti però dicevano o pensavano che erano dei pazzi e che erano usciti, non solo fuori di senno, ma dalla realtà e dal mondo.






Nello stesso periodo in cui cominciava l’attività di radio Aut avevano organizzato a Terrasini un comitato di disoccupati, con più di 40 iscritti, tra cui operai generici, diplomati e alcuni laureati in cerca d’occupazione. L’attività del “Comitato dei disoccupati” permise di attuare un controllo sistematico sull’Ufficio di Collocamento di Terrasini. La diffusione di volantini, l’esposizione, in piazza, di tabelloni pieni di dati e di informazioni per i disoccupati, ma soprattutto la controinformazione fatta dai microfoni di Radio Aut, attraverso notiziari e servizi speciali, permise di fare un buon lavoro politico a stretto contatto con decine di disoccupati di tutte le categorie e di tutte le estrazioni sociali, dai pescatori ai camerieri, dagli operai ai lavoratori di concetto e in alcune occasioni, si raggiunse anche un buon livello di mobilitazione nei presidi al collocamento. 
Era molto importante portare fuori dalla radio, ogni volta che dall’esterno arrivavano segnali e sintomi di malessere e d’insofferenza, il lavoro politico e redazionale, così come era importante raccogliere le istanze e i bisogni delle fasce sociali, elaborarli come momenti di denuncia e riproporle al sociale attraverso lo “speciale”. 
Peppino, dava adito alle loro potenzialità, facilitando l’intesa e la coesione ed è logico, col senno di poi, domandarsi se quel gruppo sarebbe diventato un collettivo ancora più organizzato ed efficace, sia per l’attività radiofonica, sia per l’intervento all’esterno, se avesse avuto la possibilità di continuare a lavorare con lui. La sua uccisione ha sicuramente spezzato un processo di maturazione e di responsabilizzazione che non è stato più possibile riprendere, poiché, anche se la radio continuò a trasmettere per altri due anni dopo la sua morte, rimase in piedi solo la dimensione radiofonica e quella della denuncia, senza che questa si trasformasse in dimensione dell’intervento politico. Senza Peppino, quella comitiva non riuscì più ad essere un “gruppo” e ognuno di loro, pur non avendo mai perso il contatto con gli altri, seguì, istintivamente, un percorso personale anziché collettivo.

lunedì 26 dicembre 2016

RISPARMIARE IN CUCINA


Monica Palla si occupa di immagine e comunicazione aziendale prevalentemente nel settore del food & beverage. E’ stata per molti anni direttore marketing di "La Gola", rivista di tecniche di cultura alimentare, è stata per 15 anni consulente per l’informazione al consumatore di una grandissima catena di distribuzione alimentare. Ha scritto molti libri di cultura alimentare e ricettari per importanti editori italiani. Vive e lavora a Milano.

I prezzi aumentano e si fatica ad arrivare a fine mese: ma si deve mangiare tutti i giorni e con qualche accorgimento è possibile risparmiare senza rinunciare al gusto. Basta saper variare i cibi, gestire gli avanzi e calcolare bene le porzioni. Come dimostra il libro ”Risparmiare in cucina” di Monica Palla, edito da Tecniche Nuove. Risparmiare in cucina punta l’attenzione sulla spesa e, a seconda del canale scelto, sui comportamenti da adottare. Monica accompagna il lettore nell’organizzazione del lavoro in cucina, aiutandolo anche a evitare che buona parte della sua spesa alimentare finisca nella spazzatura, come purtroppo ci dicono le statistiche. Dalla piadina alla peperonata, dalla tiella di riso e patate allo smacafan, non c’è zona d’Italia che non abbia saputo realizzare un grande piatto elaborando il nulla o quasi. Prendere spunto da questi piatti per poi crearne altri, nuovi e più adatti al nostro stile di vita, è una sfida divertente e alla portata di tutte le tasche.

Non mancano le ricette e i menu, naturalmente a basso costo, che rappresentano la degna conclusione del discorso iniziato nella prima parte.
Tra i contenuti del libro c’è, tra l’altro, una guida utile per orientarsi nella spesa, specie dei prodotti freschi. A titolo di esempio, ci soffermeremo sull’acquisto del pesce.
Se non siamo nati in una città di mare e non siamo figli di un pescatore che ci ha insegnato tutto quello che c’è da sapere per comprare del buon pesce fresco, la nostra ignoranza, di solito, è pressoché totale. Inutile domandare se il pesce è fresco, sarebbe improbabile sentirci rispondere: no, non lo è. Per fortuna ci aiuta la normativa vigente che obbliga chi vende ad esporre (sotto forma di etichetta, se il prodotto è confezionato o sotto forma di cartellino, nel caso in cui decidiamo di comprare al banco) una serie di informazioni utili per chi decide di comprare. Deve essere riportato:
  • La denominazione commerciale, ovvero il nome comune o scientifico del prodotto in vendita.
  • Il metodo di produzione. Evidenziando in modo particolare, se il pesce è stato allevato o catturato allo stato libero. È consentito omettere il metodo di produzione solo in quei casi in cui non vi siano dubbi che la provenienza sia la pesca in mare, come nel caso di pesce azzurro (alici, sgombri, sarde ecc.)
  • La freschezza. Cioè se è stato appena pescato o proviene da partite congelate.
Dobbiamo ammettere che la grande distribuzione è sicuramente il luogo dove, nella stragrande maggioranza dei casi, queste norme vengono rispettate.
Spesso, sui banchi degli ambulanti o al mercato non c’è traccia di etichette o di cartelli.
La capacità di distinguere un pesce fresco risiede nel riconoscere alcune caratteristiche peculiari:
  • L’aspetto. Deve essere di colore vivo, brillante e con squame dure ben aderenti al corpo.
  • L’occhio deve essere "sodo" (convesso) e non mostrare segni di opacità.
  • Le branchie devono avere un aspetto rosso vivo ed apparire umide.
  • Il ventre deve essere compatto, la coda rigida e la carne non deve presentarsi flaccida.
  • L’odore deve essere tenue. Se percepiamo un odore forte, significa che è in atto un processo di decomposizione e mangiando quel pesce si rischiano spiacevoli conseguenze per la salute.
Per risparmiare, invece, Monica ci consiglia di seguire la stagionalità del pescato. Così, per esempio, nei prossimi mesi di gennaio e febbraio, conviene comprare naselli, sardine, sgombri, sogliole, spigole o triglie.

Come si conserva il pesce? Monica ci consiglia di consumarlo quanto prima. Se ciò non è possibile, meglio riporlo subito in frigo, dopo averlo eviscerato, lavato e avvolto in una pellicola per evitare di trasmettere l’odore agli altri alimenti. Se, invece, si decide di consumarlo dopo qualche giorno, occorre congelarlo, avvolgendolo in un sacchetto di polietilene. Il tempo di conservazione varia a seconda del contenuto in grassi delle diverse specie ittiche: per pesci grassi come il salmone, il tonno o lo sgombro, non è consigliabile tenerli nel congelatore per più di tre mesi; mentre pesci magri come il merluzzo o la sogliola, si conservano bene per oltre sei mesi. È importante porre, quindi, un’etichetta sulla confezione indicando la data di confezionamento.
Monica, ci ricorda che del pesce non si butta via niente. Gli scarti possono essere lessati con una carota, sedano e cipolla e poi filtrati, ottenendo un ottimo brodetto, utilissimo per insaporire piatti di pesce, risotti di mare ecc.

LA RICETTA
Capita spesso di avere in casa delle banane. Oltre che per fare ottimi dolci, le banane possono essere usate anche per creare aperitivi e stuzzichini come in questa ricetta, un po' esotica, che serve se si vuole valorizzare ottimamente un avanzo di prosciutto crudo oppure di speack.
Tempo di preparazione 1:15 cottura 12 minuti
Ingredienti per 6 persone
4 banane
6 fette di speack
2 dl di latte di cocco
farina di cocco
la buccia grattugiata di un limone
succo di limone
olio extravergine di olive
sale q. b. 

In una ciotola mettete il latte di cocco e la buccia di limone grattugiata. Sbucciate le banane e tagliate ognuna in tre parti uguali, in modo da ottenere, in tutto, 12 bocconcini, quindi lasciatele marinare per un'ora nel latte di cocco.
Scolatele e fatele rotolare nella farina di cocco, premendo, in modo che questa aderisca bene alla polpa. Friggetele in poco olio, per poco tempo, giusto per farle prendere un po' di colore da ogni lato. Salatele. Tagliate in due le fette di speck e con queste, avvolgete ogni boccone di banana, facendo in modo che la carne le ricopra interamente.
Farle cuocere in forno a 250° per tre o quattro minuti e servirle, ancora tiepide, irrorandole, prima di servirle, con del succo di limone. 

L'UNICA ATTIVITA' CULTURALE CHE NON CRESCE

La fruizione culturale quest’anno cresce, specie tra i giovani. A dichiaralo è il dodicesimo rapporto di FEDERCULTURE. Rispetto al 2015, sono il 4% in più gli Italiani tornati a teatro, hanno visitato i musei il 7% in più e l’8% in più si sono recati nei siti archeologici. Negli ultimi due anni, la spesa in cultura è cresciuta di 4 miliardi e si attesta sui 67,8 miliardi di euro. Sono numeri che fanno di quella culturale un’industria importante per il Paese. La lettura è l’unica attività culturale che non cresce: il 58% degli Italiani non ha letto neanche un libro nell'ultimo anno! In generale sono 11 milioni gli Italiani disimpegnati da qualsivoglia attività culturale.

martedì 20 dicembre 2016

L'INTERVISTA DI GINO MALLARDO


Domenica 11 dicembre, sulle frequenze di radio MB international, Gino Mallardo ha condotto l’intervista di cui riporto qui lo stralcio. Per facilitare la lettura le domande, poste da Gino, sono riportate in grassetto.

Come sei diventato scrittore?
  • Ho sempre scritto, sin dalle medie. Ero la disperazione della mia maestra perché gli propinavo dei temi lunghissimi. Quando scrivo, mi sento come un dio perché posso decidere della vita di tutti i miei personaggi: è un modo per sfogare la mia creatività. La mia scrittura è nata con me, ma non avevo un pubblico. Chi scrive, però, ha bisogno di un pubblico: non serve a niente scrivere o dipingere se non puoi vedere l’espressione della gente che ti legge o ti guarda.

Per questo hai cominciato a scrivere in rete?
  • Come dicevo, a mio parere uno scrittore comincia a scrivere davvero quando qualcuno lo legge. La rete ha rappresentato la vera svolta perché lì tutti appaiono per come sanno apparire, anche senza ”essere”. E io che avevo la consapevolezza di “essere” non ho avuto problemi ad apparire. In fondo ho messo in scena me stesso. Sono uno scrittore di fantascienza perché il genere fantascientifico, un tempo, era molto ricercato in rete. Ho scritto quasi sempre fantascienza: la science fiction (per dirla in inglese) è stato il mio primo esperimento in rete e l’ho portato avanti perché creava seguito. Più tardi, ho scritto anche dell’altro, sempre cercando di capire quali fossero i gusti degli utenti.

E la risposta fu scontata?
  • Beh! L’eros, era cliccatissimo. Così ho introdotto un po’ di eros anche nelle mie storie. Ritengo che il pubblico dei lettori sia in gran parte femminile: anche la rete, a quei tempi, era femminile. Era frequentata da impiegate che si collegavano dall’azienda. Comunque, gran parte di quel che scrivo oggi, viene letto on line.

Hai mai pubblicato ”su carta”?
  • Sì. Ma pensa che On line con le mie opere (testi, studi, lavori etc.) posso contare oltre 290.000 lettori. Mentre delle edizioni cartacee ho perso le tracce. Del resto di libri di carta ce ne sono milioni, le librerie sono piene e la gente, almeno in Italia, legge molto poco. Così, preferisco curare tutto io: ho pubblicato “I FABBRICANTI DI UNIVERSI” con Lulu, in un modo sperimentale.

Scrivere è il tuo mestiere?
  • Vivo per scrivere, non ho mai scritto per vivere. Scrivo quello che mi pare solo per il gusto di creare: sono un raccontastorie. E siccome la rete è femmina, mi rivolgo a un pubblico femminile, perché i maschietti preferiscono un film a luci rosse. La letteratura ha il grande vantaggio di raccontare solo una storia, lasciandoti immaginare i dettagli a tuo piacimento.

Da come parli, però, sembri uno che lo fa per mestiere: cerchi gli argomenti in base al potenziale lettore?
  • Sono uno che cura molto i particolari, a cui piace apprendere. Per vendere sé stessi bisogna conoscere gli altri. E per farlo ho imparato ad arrangiarmi da solo. Sono un perfezionista: mi piace capire quando il lettore si stufa di leggere, quanto dev’essere lunga la pagina, che colore e quale font utilizzare. Non ce ne vuole uno spigoloso come il times new roman, ma dolce come il verdana, che per me è il meno stancante. Mai nero su bianco, meglio marrone su una tinta di fondo che non spacca gli occhi. Pagina stretta con lati colorati, in capitoli corti da cui si può ripartire. Così riesci a far leggere online.
Sei molto social: ti si trova in twitter, in Facebook. Aneddoti da raccontare?
  • Beh! Oggi sono tutti social. Ma trovo normale che una persona che si confidi con me si stupisca poi di scoprire che il protagonista del romanzo parla come noi, pensa come noi. Le mie storie, se pur fantastiche, sono sempre molto credibili. Lo scrittore, in effetti, è un gran bugiardo, nel senso che racconta storie non vere. Il lettore è disposto a credergli, a patto che queste storie inventate risultino credibili. Io racconto di eventi che, probabilmente, sono già successi, succedono o succederanno in futuro.

sabato 17 dicembre 2016

MEMORIE DI UN CUOCO D'ASTRONAVE DI M. MONGAI



il 18 dicembre del 2016, andò in onda, su radio MB International, una breve rubrica culturale. In diretta, feci una recensione di quello che, probabilmente, è il libro più famoso di Massimo Mongai: "Memorie di un cuoco d’astronave".


Massimo è deceduto, a 66 anni, il primo novembre di quello stesso anno. Scrittore di fantascienza - vincitore del premio Urania 1997 - apprezzato autore di gialli, saggista, docente. Laureato in Giurisprudenza, è stato cuoco (su una nave), ha condotto programmi radiofonici ("Buoncaffè", aprile 1999, e "La luna è di formaggio", 1999-2000, su rai Radio2).

 

Il suo romanzo (267 pagine) fu pubblicato da Mondadori su URANIA (n. 1320 del 12 OTT 1997). Venne realizzato con un certo humor e, tra l’altro, contiene anche una serie di ricette realmente realizzabili (a condizione di sostituire gli ingredienti "alieni" con gli equivalenti terrestri).
Una delle trovate dell'autore, infatti, è quella del linguaggio "alieno" che, a differenza della maggioranza delle altre lingue immaginarie, è un italo-romanesco scritto all'inglese.
I nomi apparentemente alieni vanno letti secondo la pronuncia inglese e così facendo, si scoprono assonanze che in italiano hanno dei significati ben precisi.
Le ricette, inserite alla fine di ogni capitolo, spaziano da quelle più comuni, come la carbonara, a quelle più esotiche. Una delle ricette contiene quella che sulla Terra è la Cannabis sativa, volgarmente detta marijuana. 
L'autore e l'editore hanno ceduto i diritti di pubblicazione dell'opera all'associazione liber liber, per cui è disponibile gratuitamente come eBook sul sito: http://www.liberliber.it
 
 
Per concludere, ecco una tipica ricetta tratta dal ricettario personale del Capo Cuoco Rudy "Basilico" Turturro.
 
Carpaccio di Simbionte Tukk-ee-n-oo in salsa di Hu-ru-ke-de
Dosi per 4 persone
 
500 grammi di carne di Tukk-ee-n-oo
3 spicchi d'aglio
1 manciata di erba cipollina
3 cucchiai da tavola di olio di Hu-ru-ke-de
 
Prendete la carne, paratela di pelle, osso e grassetti vari e surgelatela, diciamo per un paio d'ore di modo che non sia un blocco duro, ma solo un blocco compatto. La surgelazione serve solo perché permette di tagliarla con comodo e molto sottile: la carne di Tukk-ee-n-oo, come del resto quella di molti volatili terrestri, la si mangia di solito cotta, ma vi assicuro che l'unico segreto per farne dell'ottimo carpaccio è il taglio sottile.
Appena tagliata disponetela in un vassoio e lasciate si desurgeli a temperatura ambiente.
Per la salsa sarebbero necessarie delle Hu-ru-ke-de di quelle sugose che emettono il hol-ee-oh, originali di Hu-mm-ae-ree-kuh; ma posso capire che siano difficili a trovare sulla Terra. Potete validamente sostituirle con noccioline americane e olio di arachidi; aggiungere uno spicchio d'aglio, erba cipollina, sale e pepe e pestate il tutto in un mortaio di legno. Salate il carpaccio e spargeteci la salsa sopra; lasciate riposare per un paio d'ore prima di servire.
 
Note e Variazioni
È possibile che non vi sia facile trovare della carne di Tukk-ee-n-oo dalle vostre parti e non vorrei che l'accenno alle loro capacità matematiche vi abbia tratto in inganno; sono solo animali; certo se siete vegetariani è un altro discorso, ma insomma se non trovate il Tukk-ee-n-oo, la carne terrestre che più gli si avvicina è quella della sovraccoscia di tacchino. Deve essere però molto grosso, la sovraccoscia deve pesare almeno un chilo anche perché, se no, non si taglia bene
 

giovedì 8 dicembre 2016

NO DIFFERENT - IL DIVERSO NON DEVE FAR PAURA






Mentre scrivevo questo post, era ancora in fase di svolgimento, presso il teatro Alfieri di Marano, una importante iniziativa di carattere sociale, incentrata sul bullismo.
Ideatrice ed organizzatrice della manifestazione la giornalista e scrittrice Anna Falco. L’evento fu realizzato in collaborazione con l’associazione Culturale "I Nuovi Giullari".
 
 
"NO DIFFERENT - IL DIVERSO NON DEVE FAR PAURA" voleva essere una miscela di arte e cultura che affrontava, in modo nuovo, un argomento di grande attualità, spesso associato in modo scontato al mondo della scuola. Non fu infatti un caso se, in sala, in quei giorni, si avvicendarono diverse scolaresche, accompagnate da docenti e da esperti della comunicazione. I ragazzi tutti in età adolescenziale, cercarono di dare una visione "dall’interno" mostrando grande senso di maturità e responsabilità nei confronti del problema.
L’infanzia, e in particolare l’adolescenza, sono periodi molto delicati. Si è soggetti a continui mutamenti, esteriori e interiori, che possono spaventare e destabilizzare. Tutti subiscono questi cambiamenti, nessuno escluso. Persino i bulli. Forse, soprattutto i bulli. Sentire il bisogno di essere prepotenti è indubbiamente segno di grande insicurezza, è una cosa che capita anche agli adulti, è come tentare di portare l’attenzione sui difetti altrui per occultare i propri. Equivale a puntare i riflettori su chi è più debole per evitare il tanto temuto giudizio degli altri e mostrarsi più forti. Questo è quanto emerso dal dibattito che è seguito.

Si scopre che le diversità sono dentro di noi e non negli altri. Questo scaturì il sei dicembre nella sala del teatro Alfieri di Marano: si parlò bullismo. Tutti gli artisti presenti alla manifestazione contribuirono con l’arte, in tutte le sue forme. L’intento della collettiva fu quello di far sentire in modo forte la frase "BASTA BULLISMO". Non vogliamo più che i ragazzi vengano umiliati e maltrattati non solo nelle scuole ma in qualunque luogo - ha dichiarato Anna Falco. Chiediamo più tutela per i più deboli, non vogliamo che si sentano emarginati o peggio, traditi dall’istituzione scolastica – ribadirono gli artisti – con questo evento, abbiamo dato un segnale forte, ma anche l’esempio che insieme possiamo cambiare, forse non il mondo, ma una significativa parte di esso. Siamo contro tutte le discriminazioni: omosessuali, etniche o religiose. Tanti bravi ragazzi, con enormi capacità di apprendimento che vanno incontro a inaccettabili discriminazioni, magari, solo perché, malauguratamente, sono portatori di handicap o di patologie che ne limitano l’autonomia o la deambulazione, sono solitamente bersagli della stupidità dei bulli, ed è anche per loro che dobbiamo fermare questa piaga - Concluse Anna Falco.
 

Alla bella iniziativa, hanno partecipato soprattutto artisti regionali, ma non è mancata la presenza di artisti provenienti da altre regioni d’Italia, tra questi, lo scultore poliedrico David Brogi pluripremiato per le sue note performance ed anche un bravo clown, nonostante, si fa per dire, sia consigliere del Comune di Ponsacco (PI). Nel corso dell’evento, si esibì plasmando, in diretta, una meravigliosa scultura di creta.Intervennero numerosi artisti ed autorità della cultura e della politica che contribuirono al buon esito dell’evento. Il Sindaco Ludovico De Luca, i prof. D’Avino Filomena, Carlo Roberto Sciasci, Carolina Mirra, Pasquale Zaccarella, Pasquale Roberto Della Ragione, Ottavia Patrizia Santo, Giulia Campece e Franco Cacciapuoti. Altri artisti delle arti figurative presentarono le loro opere per manifestare, attraverso l’arte, che uniti si può vincere. Il loro nomi: Antonio Furiano dell’Ass. I Nuovi Giullari, la presentatrice Melania Castagna, David Brogie e Michele Lupi. Un encomio speciale va al Dott. Domenico Campa, da sempre in prima fila a sostegno dei più deboli. L’evento fu ripreso dalle telecamere di SINAPSI NEWS.