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sabato 24 marzo 2018

UN LIBRO MISTERIOSO E INDECIFRABILE


Piante mai catalogate, costellazioni mai esistite, alfabeto ignoto, parole incomprensibili ma iper dettagliate, e poi figure di donne e illustrazioni erboristiche, il libro è diventato così famoso che pochi anni fa, grazie a un team di esperti spagnoli, l'unica copia esistente è uscita dalla Biblioteca Beinecke dell'Università di Yale, dove era conservata ed è arrivata a Burgos, in Spagna, da dove il codice è stato riprodotto.
Se al mondo esiste un libro considerato misterioso e indecifrabile, questo è il manoscritto di Voynich. Per più di cento anni almeno 1600 fra studiosi e ricercatori, tra cui anche esperti della Nasa, hanno tentato di scoprire cosa volesse dirci quello strano volume ricco di illustrazioni cosmologiche, erboristiche, spaziali e irreali scritto in una lingua incomprensibile.
Il volume, scritto su pergamena di vitellino, è di dimensioni piuttosto ridotte: 16 cm di larghezza, 22 di altezza e 4 di spessore. Consta di 102 fogli, per un totale di 204 pagine. La rilegatura porta tuttavia a ritenere che originariamente comprendesse 116 fogli e che 14 si siano smarriti.
Fanno da corredo al testo una notevole quantità di illustrazioni a colori, ritraenti i soggetti più svariati: proprio i disegni lasciano intravedere la natura del manoscritto, venendo di conseguenza scelti come punto di riferimento per la suddivisione dello stesso in diverse sezioni, a seconda del tema delle illustrazioni:
  • Sezione I (fogli 1-66): chiamata botanica, contiene 113 disegni di piante sconosciute.
  • Sezione II (fogli 67-73): chiamata astronomica o astrologica, presenta 25 diagrammi che sembrano richiamare delle stelle. Vi si riconoscono anche alcuni segni zodiacali. Anche in questo caso risulta alquanto arduo stabilire di cosa effettivamente tratti questa sezione.
  • Sezione III (fogli 75-86): chiamata biologica, nomenclatura dovuta esclusivamente alla presenza di numerose figure femminili nude, sovente immerse fino al ginocchio in strane vasche intercomunicanti contenenti un liquido scuro.Subito dopo questa sezione vi è un foglio ripiegato sei volte, raffigurante nove medaglioni con immagini di stelle o figure vagamente simili a cellule, raggiere di petali e fasci di tubi.
  • Sezione IV (fogli 87-102): detta farmacologica, per via delle immagini di ampolle e fiale dalla forma analoga a quella dei contenitori presenti nelle antiche farmacie. In questa sezione vi sono anche disegni di piccole piante e radici, presumibilmente erbe medicinali. 
  • L'ultima sezione del  Voynich comincia dal foglio 103 e prosegue sino alla fine. Non vi figura alcuna immagine, fatte salve delle stelline a sinistra delle righe, ragion per cui si è portati a credere che si tratti di una sorta di indice.

 
L'alfabeto che viene usato, oltre a non essere stato ancora decifrato, è unico. Sono però state riconosciute 19-28 probabili lettere, che non hanno nessun legame con gli alfabeti attualmente conosciuti. Si sospetta inoltre che siano stati usati due alfabeti complementari ma non uguali, e che il manoscritto sia stato redatto da più persone.
Imprescindibile quanto significativa in tal senso è poi l'assoluta mancanza di errori ortografici, cancellature o esitazioni, elementi costanti invece in qualunque altro manoscritto. In alcuni passi ci sono delle parole ripetute anche 4 o più volte consecutivamente.
Inoltre, poiché una delle piante raffigurate nella sezione "botanica" è quasi identica al comune girasole giunto in Europa all'indomani della scoperta dell'America e quindi successivamente al 1492, si è supposto che l'autore non potesse ancora conoscere tale pianta ergo il libro sarebbe stato scritto solo successivamente a tale data.
 
Oggi importanti indizi fanno pensare che a realizzare quest'opera sia stato un italiano, di origine ebrea, vissuto nel Nord Italia. Il ritrovamento del manoscritto, del resto, parte proprio dal nostro Paese.
Nel 1912 il collezionista e libraio polacco Wilfrid Voynich lo acquistò a Frascati nel collegio gesuita di Villa Mondragone. Era in mezzo ad altri 30 volumi messi in vendita dai religiosi nella speranza di ristrutturare la villa. Con sorpresa, il polacco ritrovò all'interno dell'indecifrabile libro una lettera del medico reale di Rodolfo II di Boemia che inviava il testo a Roma, dall'amico poligrafo Athanasius Kircher, nella speranza che lo decriptasse per il suo Re. Da allora, la ricerca per scoprire i segreti di quelle 240 pagine rilegate nel codex del 1400 (datato tra il 1404 e il 1438 secondo l'esame del carbonio) non si è mai fermata, anche se in molti hanno pensato che potesse trattarsi di uno scherzo geniale e molto ben architettato. Anche Luigi Serafini, autore del libro più strano del mondo, il codex Seraphinianus, ha più volte affermato di non essersi ispirato al Voynich e di credere che si trattasse di una 'bufala' rifilata dal braccio destro del re. 
 
Nell'agosto del 2017 una nuova riproduzione uscirà con una lunga prefazione del curatore, il Dr. Stephen Skinner, che da 40 anni studia attentamente il codex.
Skinner - come scrive nel nuovo testo - è convinto che alla fonte di quel misterioso volume che ha eluso, per secoli, linguisti e crittografi di mezzo mondo ci sia proprio un italiano. Per affermarlo, certo che la sua intuizione contribuirà a "svelare altri segreti del codice", si è basato su una analisi visiva degli elementi del libro. A colpirlo sono, per esempio, alcune figure di donne nude all'interno del testo raffigurate in strane piscine verdi collegate a tubi intestinali. Secondo l'esperto medioevale si tratta di illustrazioni di bagni ebraici chiamati mikvah, utilizzati per purificare le donne dopo parto o mestruazioni. Nell'immagine non ci sono uomini.
"L'unico posto dove vedere donne fare un bagno insieme in Europa a quel tempo era nei bagni di purificazione che sono stati utilizzati dagli ebrei ortodossi per duemila anni" spiega al Guardian, convinto che si tratti di un mikavh.
A questo aggiunge che, nel codex, manca il simbolismo cristiano: cosa inusuale ai tempi dell'Inquisizione. "Non ci sono santi, croci, neanche nelle sezioni cosmologiche". L'altro indizio che Skinner collega, sostenendo che l'autore fosse ebreo, è legato alle piante: le uniche che si possono ipotizzare nella realtà sembrano essere quelle di cannabis o oppio. Il che fa pensare che fosse un erborista o comunque una persona con conoscenze in materia e seppur perseguitati, a quei tempi i medici ebrei venivano spesso consultati proprio per la loro conoscenza di botanica.
Infine, ed è qui che nella prefazione Skinner sottolinea il collegamento con l'Italia, si è soffermato sulla raffigurazione di quello che sembra un castello con merli a coda di rondine, tipici delle fortificazioni ghibelline nel nord Italia del XV secolo. Se poi aggiungiamo all'indizio geografico alcuni cenni storici sull'area di Pisa, sulla presenza degli ebrei e le influenze dello stile germanico (che si nota in certi disegni) legato al Sacro Romano Impero, tutto torna.
 
Tra l'altro, sempre parlando del Belpaese, qualche anno fa proprio l’italiano Giuseppe Bianchi di Arquata Scrivia, esaminando i caratteri, avanzò l'ipotesi che all'interno del codex si potevano trovare altri codici segreti da analizzare.
La mia teoria – dice SKinner - dovrà chiaramente essere testata da altri studiosi. Tuttavia, si dichiara certo dell'origine italiana dell'autore e sicuro che la diffusione di numerose copie, in libreria, aiuterà a risolvere questo mistero, anche contando sul fatto che qualcuno potrebbe offrire un’interpretazione tanto personale quanto alternativa, mai pensata prima.