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mercoledì 26 dicembre 2018

L’INCONTRO RAVVICINATO DI VALENSOLE


1° luglio 1965, Ms. Maurice Masse, che ha lasciato il suo domicilio alle 05:00, si dirige verso i campi di lavanda situati sull’altopiano in prossimità del Villaggio di Valensole (Dip. Delle Alpi dell’Alta Provenza). Prima di avviare il suo trattore, verso le 06:00, accese una sigaretta ed è a quel punto che sentì un fischio che attirò la sua attenzione. Uscendo da dietro la pietraia, vide, a circa 90 metri di distanza, un oggetto posato sul suo campo. La forma dell’oggetto evocava quella di una vettura “Dauphine” posata su sei zampe con un asse centrale. Si avvicinò con precauzione, fino ad una decina di metri, pensando di sorprendere delle persone che gli stavano rubando la lavanda. Egli vide, allora, due piccoli esseri. Uno di loro, girato nella sua direzione, puntò verso di lui un tubo estratto da un sacchetto attaccato al suo fianco sinistro. Maurice rimase totalmente immobilizzato sul posto, intorpidito e paralizzato, ma perfettamente cosciente degli avvenimenti che stavano avvenendo sotto i suoi occhi. I due rimontarono sul loro mezzo. Egli li osservò, allora dietro una specie di cupola e sentì un rumore sordo al momento in cui l’oggetto s'innalzò dal suolo. Allo stesso tempo notò che il tubo che era sotto l’oggetto, a contatto col suolo, cominciò a girare e le sei zampe si ritrassero. L’UFO salì in verticale prima di inclinarsi obliquamente e sparire più veloce di un aereo a reazione. Maurice resterà ancora immobilizzato per una quindicina di minuti prima di ritrovare la sua normale mobilità e poter così andare al villaggio per raccontare l’accaduto.
 
 
I gendarmi, venuti a conoscenza dell’avvenimento, lo interrogheranno nella stessa giornata. La brigata di Gendarmeria di Valensole, poi la brigata di ricerca di Digne, fecero un’inchiesta durata diversi giorni. Le investigazioni della Gendarmeria stabilirono l’esistenza, sul luogo indicato da Maurice, di una cunetta sulla quale la vegetazione era completamente essiccata. Al centro della cunetta c’era un foro cilindrico di 18 cm di diametro e 40 cm di profondità dalle pareti lisce. Sul fondo del foro c’erano altri 3 fori angolari di 6 cm di diametro. Lungo l’asse di fuga dell’oggetto, per un centinaio di metri e nel raggio di qualche metro intorno alla traccia, le piante di lavanda erano essiccate e così rimasero per diversi anni, durante i quali il testimone tentò invano di coltivare altre piante. Malgrado qualche elemento contraddittorio nella deposizione di Maurice, gli elementi raccolti dalle due brigate di Gendarmeria confermarono la plausibilità dei fatti, in particolare gli effetti sull’ambiente e sul testimone stesso che, per parecchi mesi, dormì 15 ore per notte, forse in conseguenza della paralisi di cui era stato vittima. L’inchiesta accertò che dall'esame sulla moralità del testimone non emersero "elementi di prova volti a sospettare un particolare comportamento da bugiardo patologico o l'assemblaggio di una bufala.” 

 

Nel riquadro, Maurice sul luogo dell'incontro


Per quanto riguarda Maurice Masse, morì il 14 maggio 2004, portandosi un segreto nella tomba. Infatti, nel 1972, aveva detto al giornalista René Pacaut, che ha raccolto le testimonianze in un libro:

“Non posso dire tutto quello che ho visto. Nessuno mi crederebbe...”

sabato 22 dicembre 2018

APOLLO 20




Esistono racconti di alcuni insiders, ex militari o della NASA, alcuni dei quali sono persino suffragati da dei video, che narrano una strana storia: quella di “Monna Lisa”, l’aliena pilota di un’enorme astronave.
Dal 2007 girano dei video diffusi da William Rutledge. Oggi 86enne, Rutledge, sedicente ex pilota civile, collaudatore e specialista dell’USAF, residente in Rwanda (Africa) dal 1990, avrebbe deciso di rivelare quanto sa e di diffondere in rete i suoi video. Stando alle sue indiscrezioni, Rutledge sarebbe stato uno dei tre astronauti (gli altri erano Alexei Leonov e Leona Snyder) coinvolti in una missione, che la NASA afferma di aver cancellato per mancanza di fondi, svoltasi nell’agosto del 1976: quella dell’Apollo 20. Tale missione, segreta, prevedeva lo studio e l’analisi di alcuni reperti alieni presenti sulla superficie lunare, nei pressi del cratere Izsak, tra cui le rovine di una città aliena e i resti di una enorme astronave madre, apparentemente lunga più di tre Km. Una volta atterrati, la visita alla città non fu così ricca di scoperte come speravano: il sito, visto da vicino, era solo un cumulo di detriti - afferma Rutledge - di cui solo una costruzione rimaneva intatta, quella che battezzarono col nome di "cattedrale". Il sito sembrava antico ed era ridotto malissimo. Oltre l'astronave aliena, avvistata dall'alto, Rutledge e Leonov ne trovarono anche un'altra, triangolare. Ma la maggior parte delle ricerche le fecero all'interno dell’astronave madre. Vi trovarono antiche rimanenze di vegetazione all'interno della sezione motori e “rocce” triangolari che emettevano gocce di liquido giallo dalle proprietà – a suo dire - medicamentose. Trovarono anche dei piccolissimi corpi alieni, lunghi circa dieci cm. in capsule di vetro: presumibilmente embrioni. Ma la scoperta maggiore furono due corpi di adulti, di cui uno intatto.
 
 
Benché alcuni dei video diffusi da Rutledge non siano esenti da difetti e, secondo alcuni, sembrano addirittura dei falsi, alcune rivelazioni e dettagli, come la preparazione tecnica dell’ex astronauta, danno l’idea che ci siano delle verità nelle sue affermazioni. Come aveva promesso, Rutledge ha diffuso su internet un video che mostrerebbe il rinvenimento e il trasporto sul modulo lunare del corpo di un’aliena, da loro battezzata “Monna Lisa”.
Si vedeva una femmina umanoide, alta circa 1,65, con mani a sei dita. Da quanto capirono, si trattava del pilota dell’enorme astronave. I due astronauti per smuoverla dalla sedia del cockpit dovettero tagliare due cavi collegati al suo naso (cosa che si vede parzialmente nel nuovo video). Leonov, dopo aver rimosso il visore dagli occhi della donna, notò del liquido biologico, forse sangue, che fuoriuscì dalla bocca, dal naso e dagli occhi e finì per congelarsi all'istante per effetto dell'atmosfera zero lunare. I capelli sembravano in condizioni insolitamente buone, mentre la pelle pareva protetta da una sorta di sottile pellicola trasparente. La donna non sembrava morta: era in uno stato di sospensione vitale.
 
 

 
 

Quello che colpisce, nei video, è l’aspetto dell’aliena, assolutamente lontana dai canoni degli ET di Hollywood e ben più vicina all’aspetto delle creature descritte nella casistica di molti incontri ravvicinati. L’altezza, l’aspetto peculiare del viso, con il volto quasi triangolare e gli zigomi sporgenti, i grandi occhi e l’attaccatura dei capelli, ricorda molto da vicino la donna aliena che l’agricoltore Antonio Villas Boas incontrò nell’Ottobre del 1957 (Clicca qui per vedere il caso Boas). Anche se, in quel caso, la donna era, forse, un po’ più bassa, con carnagione bianchissima, i capelli biondo platino, grandi occhi azzurri a mandorla e labbra sottili.
Nel video diffuso di recente, si vede il viso e parte delle spalle della donna aliena incastrate in una struttura che sembra vagamente un sarcofago, i lati della bocca collegati agli occhi grazie a due coppie di asticelle bianche composte da un materiale indefinibile (Osso? Plastica?) e gli occhi a loro volta collegati ad una specie di estrusione sulla fronte che a qualcuno ricorderà un terzo occhio, anche qui collegati da una coppia di asticelle bianche. Alcune immagini ravvicinate del volto mostrano le mani degli astronauti mentre rimuovono le asticelle e liberano il volto della donna.
 
 
 
Nella seconda parte del video si vede invece la Monna Lisa sdraiata su di una specie di lettino o altro supporto, apparentemente, a bordo del modulo lunare LEM dell’Apollo 20 (da un paio di zoomate si vede attraverso il finestrino il suolo lunare con il Rover della NASA parcheggiato). Qui la donna aliena appare già svestita, fatta eccezione per una specie di garza o tessuto plastico che gli tiene fermo il collo. Nel lato destro del campo di ripresa, a fianco della donna, un secondo astronauta dopo aver giocherellato un po’ con una telecamera, la posa e prende in mano un block notes. Si nota il corpo della donna, apparentemente umano: l’apparato mammario e addirittura, un ombelico suggeriscono che sia dotata di un sistema di riproduttivo simile al nostro. La pelle appare un po’ rovinata, apparentemente indurita se non addirittura calcificata dal tempo o da qualche sostanza protettiva trasparente. I capelli sono raccolti in una sorta di reticella scura che, probabilmente, ha dato ai cosmonauti l’idea di somiglianza con la donna raffigurata nel capolavoro di Leonardo Da Vinci.
In un’intervista, Rutledge affermava che la donna non avesse narici e per quanto sembri averle, guardando bene il video si nota che le narici non hanno fessure, sembra quasi che siano “tappate” chirurgicamente con della pelle per questioni insondabili. 
 

 
 
Cosa dire di questo video? La donna aliena potrebbe essere un falso, ma così ben fatto sarebbe molto costoso. L’interno del LEM è ben visibile e non può trattarsi di un montaggio di vecchi films della NASA, visti i protagonisti presenti sulla scena. Inoltre, alcuni ricercatori hanno affermato che tutta l’apparecchiatura di bordo è perfettamente congrua con quando risulta dai manuali tecnici della NASA riguardo la strumentazione degli Apollo. In una zoomata si vede anche all’esterno: il suolo lunare con il Rover. Inoltre, uno dei cosmonauti ripresi possiede una tuta coerente con quelle indossate dagli astronauti dell’epoca. Ma  chi è l’uomo ripreso dalla telecamera, che prende il block notes? Leonov? O lo stesso Rutledge?
Di William Rutledge ovviamente non si sa nulla, non ci sono foto o biografie e viene da chiedersi se questo sia il suo vero nome.
È da escludere che si trattasse di Leona Snyder che, a detta di Rutledge, era a bordo del modulo orbitante. Di Alexei Leonov invece le foto abbondano. In Russia è considerato un eroe nazionale: il primo uomo ad aver compiuto la “passeggiata” extraveicolare il 18 marzo 1965 e l’intrepido astronauta che nel 1975 compì lo storico incontro in orbita tra una navetta USA e una Sovietica. Il rendez-vous Apollo-Soyuz. Leonov per l’occasione venne addestrato a Houston, in Texas, imparò l’inglese e venne apprezzato da tutti per le sue qualità tecniche e di pilota, il suo carattere e la sua simpatia. Ebbene, secondo alcuni era proprio Leonov l’astronauta con il blocchetto in mano. 
 

 
 
Tuttavia, una collaborazione USA-URRS, negli anni ’70, appare ben strana! La tensione tra i due Paesi era ancora alta quando avvenne la doppia missione nota come Apollo-Sojuz (ASTP). Fu la prima forma di collaborazione tra gli Stati Uniti d'America e l’Unione Sovietica nel settore dei voli spaziali. Un forte impegno politico, scientifico e militare, solo per una passeggiatina nello spazio?
Nell’emblema della missione Apollo 20, diffuso da Rutledge, si notano due navette sollevare la nave aliena e portarla via (un’immagine improbabile). Ma perché due navette? È probabile che l’embema rappresentasse due navette diverse, proprio come quelle che si agganciarono nello spazio il 17 luglio 1975: una navicella spaziale del programma Apollo ed una capsula Sojuz. Forse quell’evento rappresentava una sorta di preparazione a una missione successiva che si sarebbe tenuta l’anno seguente. Forse, l’aggancio in orbita simulava una manovra che si sarebbe resa necessaria nel corso di quella missione, in un’orbita circumlunare, ben lontano da occhi indiscreti. Ma perché?
Possiamo solo ipotizzare che furono i russi che, dopo aver scoperto l’esistenza di questa nave madre nel cratere Itzak, si resero conto di non avere la tecnologia per raggiungere la Luna, ma non volevano essere tagliati fuori dall’impresa. Inoltre, due equipaggi con due astronavi avrebbero potuto trasportare più materiale, avere più personale per le attività extraveicolari e più esperienze diversificate. Per l’appunto, Leonov sembra apparire nei video di Rutledge sulla Luna, un anno dopo l’aggancio tra la Soyuz e l’Apollo. Un caso?  
 
 
 

Se si ammette che ci fosse una collaborazione con l’URSS per la missione dell’Apollo 20 e se la presenza di Leonov fosse confermata, sarebbe anche ovvio supporre che l’aggancio in orbita del ’75 potesse essere la preparazione a qualcosa di più importante. Se venisse confermata l’ipotesi del “doppio” viaggio URRS-USA verso la Luna, non sarebbe improbabile che la reale identità di Rutledge fosse quella di uno degli altri astronauti americani noti all’epoca, magari uno di quelli che avevano già lavorato con Leonov alla ASTP: Deke Slayton, Thomas Stafford o Vance D. Brand e tutta questa storia assumerebbe una grande credibilità.

mercoledì 12 dicembre 2018

L'AVVISTAMENTO DI TAIZE'


L’episodio che forma l'oggetto del presente articolo si presta anche ad alcune considerazioni di natura socio-psicologica. Come infatti vedremo, è sconcertante il comportamento delle numerose persone presenti all'avvistamento, il che rispecchia un diverso modo di rispondere allo stimolo costituito dalla visione di un fenomeno insolito. Mette a fuoco il complesso e dibattuto problema del rapporto Ufo-osservatore; un problema che sembra per certi aspetti sfuggire agli schemi della logica e che, in questo caso, assume toni alquanto misteriosi.
 
Taizé agosto 1972.  Le mie fonti sono le inchieste del “Grupement d'étude de phénomènes aériens (G.E.P.A.)” e di J. Tyrode pubblicate, rispettivamente, su « Phénomenes Spatiaux » n. 35, marzo pagine 11-21, e sulla “Flying Saucer Review” n. 4 del 1973, pagine 16-22. Taizé è una località della Francia centrale situata a 10 Km a nord di Cluny nel dipartimento Saona-Loira, sulla strada nazionale n. 481. Il villaggio, sede di una piccola comunità religiosa protestante diretta da padre Roger Schutz, costituisce la meta di periodici pellegrinaggi di fedeli provenienti da ogni parte del mondo. Nell'estate del 1972,  trentacinque nazioni avevano preso parte alle celebrazioni organizzate da frate Roger. I convenuti, per la maggior parte giovani, si erano attendati nei pressi del villaggio, su una collina alta 250 metri s.l.m. che domina di una cinquantina di metri la pianura circostante. La notte del dodici agosto il cielo era coperto e nessuna stella risultava visibile. Circa al 1:55, quattro giovani stavano intorno a un fuoco, intenti a conversare. Si trovavano all'interno di un avvallamento del terreno detto, per la sua forma, “Il Cratere”. Due di essi furono identificati, si trattava di: Francois Tantot, di Màkon, di anni 21, studente del secondo anno di psicologia e di Renata Faa, studentessa italiana proveniente da Masullas (Sardegna). Erano intenti a discutere con uno studente di Digione e un’alto studente italiano. Mentre parlavano, l'attenzione di Renata fu colpita dall'apparizione improvvisa di una luce: era come una grossa stella, che sfrecciò rapidissima attraverso il cielo scuro e sembrò scomparire sopra o dietro la cresta di un piccolo altipiano situato a circa 1500 metri ad ovest del Cratere, separato da questo da una valle poco profonda coperta di campi arati di fresco. L'altipiano, denominato “La Cras”, raggiunge un'altitudine di 250 metri e pertanto la sua sommità si trova allo stesso livello della collina del Cratere. Non è chiaro se Renata abbia segnalato subito ai suoi amici l'arrivo della “stella”. Le due fonti da me utilizzate sono discordanti su questo punto (e su qualche altro, come vedremo): secondo il G.E.P.A., la ragazza non avvertì subito gli altri; secondo Tyrode, invece, essa lo fece, ma gli amici non reagirono in tempo per vedere. In ogni modo, subito dopo, un suono strano lacerò l'aria: una specie di vibrazione acuta, quasi un sibilo, che si ripeté due o tre volte. Era spiacevole, fastidioso e sembrava provenire dalla collina La Cras. I quattro giovani si volsero istintivamente in quella direzione e si accorsero che in cima alla collina erano apparse delle luci. Erano nove, immobili, allineate orizzontalmente a intervalli regolari. Le prime due a sinistra erano piccole, rosse, intermittenti. Le altre sette, due grandi seguite da cinque più piccole, erano invece di colore giallo e sembravano disposte lungo una struttura scura, fusiforme, di notevoli dimensioni. Circa la lunghezza del “fuso” le stime non sono concordi: il G.E.P.A. parla di una sessantina di metri, mentre Tyrode, sulla base di certi punti di riferimento individuati sulla cresta della collina (un campo arato visibile alla estremità sinistra dell'oggetto e un albero alla sua estremità destra), valuta una lunghezza massima di quaranta metri. Mentre i quattro giovani osservavano il fantastico spettacolo, altre persone, una trentina in tutto, si erano unite a loro. Qualcuno suggerì I'ipotesi che si trattasse di un torpedone, ma le dimensioni enormi dell'oggetto obbligarono a scartare subito questa possibilità. Passarono cinque minuti, poi la scena si animò: cinque delle sette luci gialle e precisamente le due più grandi e le tre piccole contigue, cominciarono ad emettere ciascuna una fascio di luce bianca. Erano fasci ben strani: pur diffondendosi normalmente a cono, essi si materializzarono lentamente e progressivamente raggiungendo il suolo soltanto dopo una decina di minuti e assumendo un aspetto solido tanto da sembrare dei piloni. Poi presero a descrivere un movimento circolare attorno al loro asse verticale, come se volessero perlustrare la zona sottostante. Al di sopra delle due luci gialle più grandi si erano intanto rese visibili due protuberanze, una specie di semisfere o cupole che rompevano l'uniformità del profilo del fuso. Il piede dei fasci non era distinguibile sul terreno e ciò fece pensare che esso cadesse oltre la cresta della collina. A momenti, i fasci aumentavano di intensità. Stranamente, l'aumento partiva dalla base e si trasmetteva poi fino all'origine. Fin dall'inizio dell'avvistamento, Francois Tantot avvertì un fastidioso formicolio alle dita delle mani (che continuò per i due giorni successivi, tanto che il giovane ebbe qualche difficoltà a tenere il volante della sua auto). Lo studente di Digione accusò invece un dolore ai ginocchi, la cui origine potrebbe tuttavia essere imputata al fatto di essere rimasto per tanto tempo in piedi. Nessun disturbo fu avvertito dagli altri due testimoni principali.
Sempre dall'inizio dell'avvistamento e per la durata di una ventina di minuti, alcuni cani del vicinato abbaiarono furiosamente.
 

Lo spettacolo si mantenne costante per circa tre quarti d'ora o poco più. Poi, dall'estremità destra del fuso scaturirono delle fiammelle o scintille rosso-arancioni e subito dopo uscirono (o emersero dal retro) tre piccoli dischi di colore biancastro, muniti di minuscole luci rosse alle loro estremità. Essi cominciarono a volteggiare intorno all'oggetto principale, ora in un senso ora nell'altro, senza regolarità apparente. Le piccole luci rosse ai loro bordi sembravano collegate in qualche modo con le luci del fuso. Per esempio, quando uno dei fari aumentava d'intensità, anche le lucine rosse facevano altrettanto, quando le due luci gialle all'estrema destra dell'oggetto (quelle che non avevano emesso fasci) si spensero (temporaneamente) anche le lucine rosse si spensero. I piccoli dischi non si allontanarono mai dall'oggetto fusiforme se non in una occasione: al passaggio, cioè, di un aereo sulla zona. Intrapresero allora un breve inseguimento, senza peraltro avvicinarsi troppo all'apparecchio né tanto meno raggiungerlo. L'aereo non parve accorgersi di nulla. Terminata la fugace operazione, i dischi ripresero il loro monotono volteggiare intorno al fuso e continuarono a farlo per tutta la durata dell'avvistamento.
 
Verso le ore 3:00, i quattro testimoni principali decisero di andare verso la collina di La Cras. È molto interessante osservare che soltanto loro, della trentina di persone presenti al Cratere, si stavano interessando attivamente al fenomeno. Incredibilmente, tutti gli altri si comportarono come se nulla fosse, dimostrando ora scetticismo, ora indifferenza, se non addirittura apatia. Alcuni, trovarono nello spettacolo straordinario che si svolgeva davanti a loro, motivo di riso e di scherzo. Un tizio si rifiutò di andare alla propria tenda per prendere la macchina fotografica. Definire assurdi questi atteggiamenti è dir poco. Resta il fatto che i soli testimoni che avvertirono l'importanza e l'eccezionalità dell'evento furono i quattro studenti. Essi lasciarono dunque il Cratere e si inoltrarono giù per i campi, in direzione della collina La Cras con l'intento di verificare quel che stava succedendo. Non provavano alcuna sensazione di paura, eppure ce ne sarebbe stato il motivo. Mentre avanzavano lentamente, una moltitudine di minuscole particelle rosse apparve intorno a loro, al livello terreno. Erano in costante movimento e davano l'impressione di essere impalpabili, immateriali. Pur avanzando, i quattro giovani ne erano costantemente circondati per un raggio circa sei metri, il che li indusse a pensare che ricoprissero l'intero campo. Tantot pensò, in un primo momento, che potesse trattarsi di fosfeni, scartò questa ipotesi constatando le particelle erano visibili soltanto guardando il terreno (questo effetto, oggi, si potrebbe ottenere con un laser, ma siamo nel ’72!). Immersi in questo formicolio rosso, i testimoni camminarono per circa trecento metri, poi dovettero arrestarsi: davanti a loro si parava un'alta e folta siepe che impediva il passaggio. Vista l’impossibilità di superarla o aggirarla, decisero di tornare indietro. Fu così che, fatti pochi passi, scorsero, a circa venti metri da loro (10 m. secondo Tyrode) sulla sinistra, una “massa scura” a forma di uovo, alta sette o otto metri (5 o 6 per Tyrode), appoggiata sul terreno arato di fresco. Dietro l'oggetto compariva una piccola luce che si spostava qua e là dando pressione di una torcia elettrica tenuta in mano da qualcuno che stesse camminando. Questa fu anche la sensazione dei testimoni rimasti ad osservare dal Cratere. Fra l'oggetto e i quattro studenti, inoltre, a circa sei metri di distanza da questi, si profilava una specie di barriera lunga e scura, come una siepe, alta circa tre metri e mezzo. Lo studente di Digione propose di oltrepassare la “siepe” per avvicinarsi alla massa ovoidale, ma il recente ricordo delle difficoltà incontrate per oltrepassare l’altra siepe, lo indusse subito a rinunciare all'impresa. Gli altri non fecero obiezione.
 
Decisero allora di esaminare la “cosa” con le torce elettriche. E a questo punto accadde veramente l'incredibile: sotto l'azione di una qualche forza invisibile e misteriosa, il raggio delle torce, arrivato a circa 50 centimetri dalla siepe, si piegò ad angolo retto e si proiettò verso il cielo restando, nel suo tratto verticale, perfettamente cilindrico, cioè senza diffondersi più a cono come avviene normalmente. Per di più la siepe,  nel punto in cui avrebbe dovuto essere colpita dal raggio luminoso, diventava invisibile, quasi che la luce creasse una sorta di schermo nebuloso. Nonostante ripetuti tentativi, la strana siepe non si fece mai illuminare. Sconcertati, ma niente affatto impauriti, i testimoni provarono l'efficienza delle loro torce proiettandone la luce dalla parte opposta: il funzionamento risultò perfettamente normale. A questo punto la reazione dei quattro studenti fu tale che riesce difficile giustificarla o comprenderla. Visti inutili i loro tentativi di illuminare quelle cose strane che stavano lì vicino, essi, semplicemente, desistettero e si rimisero a guardare l'oggetto fusiforme in cima alla collina. Nessuna curiosità, nessuna paura. È inutile dire che il mattino successivo, nel campo, non fu trovata traccia né della siepe né della massa ovoidale. Il fuso, però, era sempre immobile sulla collina, con le sue luci ed i suoi fasci proiettati verso il suolo. Ogni tanto si notava qualche variazione. Ad un certo momento, per esempio, una delle cinque luci gialle più piccole diventò temporaneamente blu. In un altro momento, al di sopra di ciascuna delle piccole luci gialle comparvero gradatamente dei cerchi bianchi e luminosi, come delle finestre rotonde in atto di materializzarsi. Rimasero ben visibili per una ventina di minuti, poi, lentamente come erano apparse, svanirono.
 
Verso le 4:30 lo spettacolo volse al termine. I piccoli dischi che volteggiavano come mosche intorno al grande oggetto fusiforme, rientrarono in esso dalla stessa parte da cui erano usciti. Subito, allora, tutte le luci del fuso si spensero. Ricomparvero tuttavia dopo circa mezzo minuto. Secondo il G.E.P.A. se ne riaccese una sola, sotto, dall'aspetto di un grosso “faro” giallo, simile ad un globo di fuoco, non scintillante, ma animato da temporanei aumenti di intensità e di volume che davano ai testimoni l'impressione di un avvicinamento verso di loro. Durante queste fasi di espansione veniva proiettato un fascio luminoso che, con moto circolare da destra verso sinistra, esplorava un determinato settore dell'orizzonte. Francois Tantot ebbe l'idea di azionare la torcia elettrica, accendendola e spegnendola ripetutamente. Sia stata o no una coincidenza, immediatamente il faro puntò su di loro aumentando in modo eccezionale di intensità e di volume. Un'ondata di luce accecante li investì in pieno obbligandoli a pararsi gli occhi con le braccia e inducendo in loro una forte sensazione di calore (non ci saranno tuttavia conseguenze: né bruciature della pelle, né irritazione agli occhi). Fu come un gran lampo. Subito dopo, il fascio disparve e non rimase visibile che il grosso faro giallo. Di lì a poco, una piccola luce rossa si accese all'estremità destra del fuso, il quale cominciò a muoversi, apparentemente con una certa difficoltà iniziale. I testimoni ebbero anche l'impressione che l'oggetto effettuasse una rotazione completa intorno al proprio asse verticale e ciò per il fatto che la piccola Luce rossa fu vista spostarsi verso sinistra e quindi ritornare nella sua posizione originale a destra. Infine il fuso sfrecciò via di scatto dirigendosi in direzione di Cluny e seguendo, apparentemente, una traiettoria ondulata che riproduceva l'andamento della linea delle colline. Erano le 4:40. Circa la velocità assunta dall'oggetto c'è un'altra notevole divergenza fra la versione del G.E.P.A. e quella del Tyrode. Il primo parla di circa 1000 Km/h (e nega che l'oggetto abbia accelerato); la F.S.R. (Tyrode) riferisce invece che il fuso avrebbe compiuto nove Km in tre secondi ad una velocità di ben 10.000 Km/h!
Durante l'ultima fase dell'avvistamento, il fuso apparve circondato da un alone bluastro e una grossa nube dello stesso colore, vagamente luminescente, rimase sul posto dopo la sua partenza. Dalla sommità della collina, questa nube discese lentamente verso il campo dove si trovavano i quattro studenti e si dissolse solo dopo una quindicina di minuti. Stranamente, subito dopo la partenza del fuso, piovve per circa dieci minuti.

 
Sembra difficile giustificare il comportamento della maggioranza dei ragazzi semplicemente attribuendolo ad un diverso modo di reagire allo stimolo rappresentato dall'oggetto insolito, pur sapendo che le reazioni dei singoli a una medesima situazione variano in funzione della sensibilità, del carattere, dell'intelligenza e della cultura di ciascuno. Ma è anche vero che queste reazioni, per quanto diverse, ci sono. A Taizé, invece la maggior parte dei presenti non ha praticamente reagito. Nessuna curiosità, nessuna emozione né paura. Assoluto disinteresse. Questa indifferenza, così totale da sfiorare l'apatia, appare innaturale. È stato, in pratica, come se le persone vedessero, ma non percepissero.
È lecito ipotizzare un condizionamento psicologico?
Una simile ipotesi, per fantastica che possa sembrare, trova in certo modo conferma nell'atteggiamento dei testimoni principali. Essi, come abbiamo visto, percepiscono il fenomeno per quello che è: un evento fuori del normale. E dimostrano, contrariamente agli altri, un costante e attivo interesse. Ma questo interesse appare freddo, distaccato, del tutto privo di emotività. Non hanno mai paura: la loro curiosità si accompagna sempre ad uno stato d'animo assolutamente sereno. Questo strano atteggiamento trova la sua manifestazione più assurda nell'episodio della “siepe”. Né le miriadi di particelle rosse in cui si trovano immersi, né soprattutto l’irrazionale deviazione del raggio delle torce elettriche, fanno scattare minimamente il loro senso critico. Accettano il fenomeno come se fosse naturale: non cercano spiegazioni, non si pongono problemi. Tutto avviene - commentano gli inquirenti del G.E.P.A. - “come se una parte della loro coscienza fosse stata anestetizzata”. Il quadro d'insieme porterebbe a concludere che “qualcuno” o “qualcosa” ha orchestrato l'intera operazione secondo un piano rigoroso che prevedeva l'utilizzazione, in funzione di agenti “ricettori”, di persone opportunamente scelte fra molte altre destinate, viceversa, ad essere completamente escluse.


venerdì 7 dicembre 2018

L'AVVISTAMENTO DI STURNO (AV)


Il caso fu considerato, per diversi, anni un classico dell'ufologia italiana. La vicenda ebbe inizio nei pressi di Sturno, in provincia di Avellino, in Campania. Alle 00:15 del 31/08/1977, due ragazzi, Michele Giovanniello e Rocco Cerullo, studenti all’Università di Napoli, stanno percorrendo in macchina la strada provinciale che da Sturno va a Frigento. Ad un tratto, la loro attenzione viene catturata da una strana luminosità rossastra che si spande da una macchia di boscaglia su un lato della strada. I due, spinti dalla curiosità, decidono di fermarsi per appurare la natura del fenomeno. Scesi dall’auto, riescono a scorgere una serie di luci multicolori ed una figura umanoide che gli viene incontro.
Spaventati, i giovani tornano subito alla macchina e corrono in paese. Lì, convincono tre loro amici, fra cui il 24enne Antonio Pascucci, a tornare sul posto per convalidare le loro osservazioni. I ragazzi tornano allora nel bosco, dove sono ancora presenti le luci colorate e l'alieno.
Il gruppo tornò quindi nuovamente in paese per chiedere rinforzi e convinsero altri due conoscenti a seguirli. Erano circa le 02:00 quando il gruppo, ormai composto da sette persone, faceva ritorno sul luogo dell’avvistamento.
Avendo constatato che la misteriosa fonte luminosa era ancora presente, i giovani si arrampicarono su un pendio cercando di raggiungerla. Giunti in cima, i ragazzi scorsero, ad una ventina di metri, una figura umanoide dall’aspetto robotico. L’essere emetteva fasci di luce color arancio da quelli che sembravano essere occhi. La figura era alta circa due metri ed indossava una tuta argentea. Non sembrava avere un collo (forse indossava un casco), le braccia erano articolate, mentre gli arti inferiori apparivano rigidi. Alcuni testimoni notarono un bracciale o una scatola nera sull’avambraccio destro e una cintura metallica all’altezza dei fianchi. Ad un tratto, l’essere avanzò in direzione del gruppo di amici. I ragazzi, terrorizzati, volevano scappare, ma “qualcosa” li trattenne dal farlo. L’essere emetteva un beep simile a quello di un cicalino e improvvisamente, alzò il braccio sinistro come per indicare il cielo. A quel punto, i ragazzi fuggirono in preda al panico.
 
Tornati sul posto diverse ore dopo non trovarono alcuna traccia dello strano avvenimento.
All'inizio, i giovani, non volevano divulgare l'accaduto nel timore di non essere creduti, successivamente, però, decisero di allertare i carabinieri che, giunti sul posto, rinvennero tre profonde impronte triangolari disposte in modo simmetrico.
Alcuni dei testimoni raccontarono di aver visto, in lontananza, anche un UFO a terra. A quanto pare,
il velivolo sembrava essere circolare, circondato da oblò illuminati e sormontato da una cupola che sembrava avere delle luci roteanti. Due dei ragazzi che assistettero all'incontro ravvicinato, vennero poi sottoposti a ipnosi regressiva dal Professor Franco Granone, docente di malattie nervose e mentali e di psicologia all'Università di Torino nella sede di Vercelli.
Granone racconta:  


"[...] ricevetti una telefonata da Napoli: il corrispondente italiano del settimanale statunitense "National Enquirer", Paul House, voleva che sottoponessi ad ipnosi due persone che dicevano d'aver osservato un essere sceso da un UFO. Acconsentii, premettendo subito che tale procedura non poteva però garantire la realtà dell'evento raccontato. [...] Vennero quindi nel mio studio Paul House, l'inviato speciale dell'Enquirer John Checkey (giunto appositamente dagli Stati Uniti), il fotografo Herbert Fried ed i due soggetti da porre sotto ipnosi, Michelino Riefoli e Mario Sisto, che io ipnotizzai in presenza dei giornalisti dopo avere avuto il loro consenso scritto."


I ragazzi rilasciarono, sotto ipnosi, la stessa versione della storia raccontata in precedenza, senza introdurre alcun cambiamento e senza mai contraddirsi.
Il Professor Granone, comunque, tenne a precisare che l'ipnosi non ha carattere probatorio: l'esperienza raccontata potrebbe essere frutto di un'allucinazione.
 
Il caso sembrò arrivare ad una soluzione quando il Sindaco di Sturno, Alberto Forgione, di fronte alle telecamere della RAI, affermò di essere uno degli autori di uno scherzo molto ben riuscito, volto a far credere a dei ragazzi di aver assistito all'atterraggio di un UFO con tanto di alieno. Ammise che l'innocente burla, sfuggì al controllo dei suoi autori (che facevano parte del gruppo dei sette testimoni, assieme alle vittime dello scherzo) poiché con l'intervento dei carabinieri, la storia venne riportata sui maggiori quotidiani italiani come uno dei più convincenti casi di incontri ravvicinati nostrani.
 
Caso risolto? Forse. Ma ve lo immaginate, voi, il Sindaco che, alle due di notte, si reca nei boschi per preparare uno scherzo ai propri cittadini? È singolare poi che questo Sindaco non abbia mai mostrato tutto il materiale utilizzato per fare lo scherzo ne tantomeno sia riuscito a spiegare come ha fatto a realizzare tutti quegli effetti colorandoli con le luci (siamo nel 1977 e gli effetti speciali non erano così scontati). Forse, c'era qualcuno che stava in macchina ad armeggiare con i fari (magari un Assessore), mentre un altro (Assessore), davanti alla stessa auto, cambiava i colori con dei filtri colorati? Io, sinceramente, non riesco ad immaginarlo.

giovedì 6 dicembre 2018

IL CASO RAPUZZI


Uno dei primi casi di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo degno di nota è quello che ha come protagonista il professor Luigi Rapuzzi Johannis, noto pittore e come me, scrittore di fantascienza che, mentre era in vacanza sui monti del Friuli Venezia Giulia, fu testimone di un fatto insolito, configuratosi poi come una sorta di aggressione da parte di due extraterresti.

 

Alle 09:14 del 14/08/1947, mentre percorreva un sentiero lungo un torrente di montagna, il professor Luigi Rapuzzi detto "Johannis" vide davanti a sé, in un boschetto di abeti, un disco volante dal color rosso acceso, a forma di lenticchia, "incastrato" in un crepaccio del massiccio centrale Carnico. Lo strano oggetto aveva un diametro di circa dieci metri ed era sormontato da una cupola centrale munita di un'antenna telescopica. Avvicinatosi all'oggetto, scorse, a qualche decina di metri, due individui che, inizialmente, scambiò per due pastorelli. Li chiamò, indicando loro l'oggetto. I due, allora, si incamminarono lentamente verso di lui ma, arrivati a pochi metri, il professore impietrì di fronte a quegli strani esseri.
I due alieni indossavano una tuta color nero-azzurro composta di un materiale simile alla plastica, su di essa si notavano una cintura ed un collare di colore rosso acceso; c’erano collari simili anche ai polsi e alle caviglie.
Le loro teste erano molto più grandi di quelle umane, sproporzionate rispetto al corpo che arrivava a stento a 90 centimetri (in tutto erano alti 1,30 metri circa). Il testimone li paragona a delle "caricature umane"; non sembrano avere capelli e indossano una specie di cuffia aderente di color marrone tipo passamontagna. La pelle dei loro volti appare di un colore verde che richiama quello dell'argilla bagnata, il naso appare diritto, sottolineato da un'incisione ad accento circonflesso (la bocca). Gli occhi sono enormi, color giallo-verde, sporgenti e rotondi, la pupilla è verticale, formata da una linea sottile come quella dei gatti o dei rettili. Anche se da lontano ricordavano la fisionomia umana, la completa assenza di ciglia e sopracciglia, la presenza di una pupilla verticale e di un anello che circonda la base degli occhi gli conferiscono comunque un aspetto assolutamente insolito.


 

Stupito da tale visione, il professor Johannis, con l'agitazione nella voce, chiese alle creature di identificarsi, indicando con la piccozza il disco a cupola che gli stava davanti. Il gesto venne probabilmente interpretato come una minaccia, dato che il professore vide uno degli esseri estrarre dalla cintura un'arma, da cui uscì uno sbuffo di fumo che lo gettò immediatamente al suolo e gli strappò di mano la piccozza, come per un incantesimo. Poi i due umanoidi si avvicinarono al professore e si impadronirono dell'attrezzo. A quel punto Johannis si accorse con spavento che le mani dei due aggressori contavano otto dita ciascuna, di cui quattro opponibili. In quel momento, il professore poté osservare anche il petto dei due, che ansimava come quello dei cani dopo una corsa. Infine, le creature si arrampicarono sul loro apparecchio che, qualche minuto dopo, si alzò nell'aria e scomparve. Johannis notò, in seguito, che oltre alla picozza, gli esseri gli avevano sottratto alcuni elementi in alluminio facenti parte del suo equipaggiamento.






Ritenendo che l'esperienza da lui vissuta poteva apportare un interessante contributo allo studio del fenomeno, il professor Johannis inviò il resoconto della sua avventura alla rivista L'Europeo. Ma, non gli credettero e lo invitarono a fornire prove tangibili del suo strano incontro. Era il 1947 e la rarità di questi racconti induceva a uno scetticismo maggiore che ai nostri giorni. Per corroborare la sua testimonianza, il professore intraprese un'inchiesta nel villaggio più vicino al luogo dell’avvistamento: due persone, un vecchio e un ragazzino, affermarono di aver visto nello stesso giorno, separatamente, un oggetto che poteva somigliare a un aeroplano. Il primo alle 8:30 del mattino, il secondo alle dieci. Il vecchio precisò di aver notato un globo rosso “trasportato dal vento” mentre era seduto nella piazza del villaggio. Il bambino vide una palla rossa “come quelle che ci sono alla fiera” alzarsi a rapidità fulminea e sparire nel cielo.


sabato 1 dicembre 2018

USO: GLI UFO SOTTOMARINI


Gli USO non sono altro che gli UFO sottomarini. In pratica, navicelle aliene, a volte luminose, che viaggiano sott’acqua, ma che poi fuoriescono ad alte velocità o si adagiano sul fondale marino. In particolare, sono stati documentati “oggetti” di ogni tipo che fuoriescono dal mare spostando enormi quantità di acqua e che in diverse occasioni investono e capovolgono le imbarcazioni sovrastanti.
L’Istituto di Geologia Marina del CNR di Bologna, usando navi oceanografiche, nel Tirreno meridionale è riuscito a disegnare mappe dettagliate dei fondali marini. Il sonar ha permesso di rilevare il fondale marino e tutto ciò che si trovava adagiato su di esso ed è stato rilevato un grande oggetto sigariforme adagiato sul fondale marino. L’oggetto, per intenderci è assolutamente identico a quelli che vengono solitamente avvistati in atmosfera.
La presenza di attività ufologica nei fondali marini sembra essere collegata anche all'esistenza di basi aliene sottomarine, come testimonierebbero anche alcuni reperti tecnologici presenti nei fondali marini.
Gli USO (Unidentified Submerged Object o Unidentified Submarine Object, in italiano OSNI: Oggetto Sottomarino Non Identificato) forse sono più interessanti del fenomeno ufologico di carattere aereo.
Il C.U.N. (Centro Ufologico Nazionale) rivela diversi casi, anche internazionali, avvenuti nell’arco di quasi 60 anni.
Un particolare rilievo viene dato all’ondata degli avvistamenti nell’Adriatico nel 1978 (Cfr. il caso "Amicizia") clicca qui per visualizzare il post, un anno in cui si registrò una significativa ondata di eventi marini. Ecco uno stralcio del paragrafo che tratta l’argomento: nel 1978 alcuni membri del Centro Ufologico Nazionale si recarono a San Benedetto del Tronto (dove si trovava anche il sottoscritto) per un’inchiesta di prima mano sui vari fenomeni riferiti dalla stampa locale. Qui la prima meta dei ricercatori fu la capitaneria di porto, dove fu loro possibile intrattenersi a colloquio con il comandante, il Colonnello Franco De Martino. Questi confermò di avere agli atti numerose dichiarazioni di vari testimoni oculari, ma, in quanto “materiale riservato”, evitò di mostrarle agli interlocutori. Questi, però, riuscirono comunque a ricostruire le varie vicende in un quadro abbastanza preciso e organico. A lavoro concluso, si trovarono di fronte a tre tipologie di fenomeni:  
  1. osservazioni diurne di colonne d’acqua che si alzavano improvvisamente dalla superficie marina in prossimità (150-300 metri) di alcuni natanti.
  2. vari fenomeni luminosi notturni, in genere globi di colore rossastro o bianco che comparivano e scomparivano di colpo nelle vicinanze delle imbarcazioni (la casistica ufologica successiva registrerà tuttavia anche casi di luci che seguono i natanti, così come segnalazioni di “corpi scuri” in immersione e in emersione).
  3. fenomeni diurni e notturni, probabilmente di natura elettromagnetica, causanti disturbi di vario genere ai radar e alle strumentazioni elettriche, rilevati da un notevole seppur imprecisato numero di natanti. 
Il Colonnello De Martino escluse categoricamente che i vari fenomeni potessero attribuirsi alla presenza di sottomarini, poiché i fondali delle zone indicate non superavano la profondità di venti metri).


"Fenomeni di questo tipo - affermò l’ufficiale – sono stravaganti e non conosco precedenti simili. È certo, però, che non possiamo parlare di suggestione collettiva".
 
Ma ecco le segnalazioni:
In data imprecisata, compresa tra il 14 e il 23 ottobre, alle ore 2:30 circa, a cinque miglia dalla costa tra San Benedetto del Tronto e Grottammare (fondale di 13 metri) il testimone, Dino Vesperini, avvistò, per alcuni minuti, una "luce rossa" intensa, in avvicinamento, più grande delle luci delle imbarcazioni e apparentemente maggiore del disco lunare. La forma dell'apparizione era circolare, con un tenue alone. Vesperini, osservando la luce dirigersi verso la sua imbarcazione e temendo una collisione, deviò la rotta. La luce passò così a meno di mezzo miglio da lui che, nel frattempo, osservò che non si rifletteva sulla superficie marina.
 

Su di essa si intravide una "zona scura" indefinita, che procedeva di concerto con la luce. Nessun rumore di genere venne distinto. Solo. dopo il transito, il testimone avvertì un evidente moto ondoso, come dovuto al passaggio di un normale natante. Le condizioni atmosferiche erano buone, il mare calmo, il cielo sereno e la visibilità è ottima. Il marittimo dette importanza al fatto solo dopo diversi giorni, in seguito alle numerose altre segnalazioni dei colleghi. 
 
18 ottobre 1978, ore 9:00. A circa 4 miglia nautiche al largo di Pedaso, a Sud, in direzione di Cupra, una improvvisa colonna di acqua di circa cinque metri di diametro si sollevò a non più di di 150 metri dal motopeschereccio Gabriela Padre, ricadendo poi sulla superficie marina. L’altezza della colonna è valutata sui 30 metri.  
23 ottobre 1978, ore 11:00. Lo stesso peschereccio, il Gabriela Padre si trovava a meno di due miglia e mezzo al largo del fiume Tesino, presso Grottammare nelle immediate vicinanze c’era l’imbarcazione Patrizia. Nuovamente e senza alcun preavviso, una colonna d’acqua in tutto e per tutto simile a quella del 18 ottobre si sollevò dal mare.
Sempre nella stessa mattinata, a 12 miglia dalla costa, Luigi Paci dal Breghisse avvistò per 4-5 secondi un’altra colonna d’acqua alta almeno una dozzina di metri.
 
24 ottobre, ore 9:00. I testimoni, questa volta, sono Fausto Ricci (Presidente della cooperativa Marinesca) e Florindo Soncini bordo del motopesca Rapepi. Nella stessa zona di mare, come il 23 ottobre, a quattro miglia dalla costa e a circa 200 metri dalla poppa, qualcosa affiorò in superficie. Si trattava di un grande corpo scuro lungo più di venti metri che, osservato per circa mezzo minuto, si immerse poi senza alcun rumore. Venne inizialmente avanzata l’ipotesi di una balena ma, sia per la vicinanza alla costa, sia per il basso fondale (10-12 metri) l’idea venne prontamente abbandonata. Ma il mistero rimase.
 
26 ottobre, in mattinata. Sole e mare calmo. I marinai del motopeschereccio "Nello" avvistarono sulla superficie del mare una sorta di solco vorticoso, come prodotto dal passaggio di un motoscafo. Il solco si vedeva, ma non c’era alcun natante! "Qualcosa", comunque, correva velocissimo sotto il pelo dell’acqua, tanto da produrre una scia visibile in superficie.
 
27 ottobre, ore 13:00. Testimone ancora Fausto Ricci, con Nicola Paolini, entrambi a bordo del motopeschereccio Triglia. I due intravidero, nella stessa zona di mare teatro dei casi del 23 e 24 ottobre, una grossa "sagoma" immergersi rapidamente. Tale fenomeno provocò una grande ondata che fece vacillare l’imbarcazione. Non venne avvertito alcun rumore. Il giorno precedente gli stessi testimoni avevano anche osservato nel medesimo tratto marino un'altra colonna d'acqua alzarsi di colpo dai flutti. Ricci aveva osservato sulla metà della colonna una specie di macchia scura, non meglio definibile, che faceva pensare a un corpo solido, rigido e compatto.
 
 
Tuttavia, il caso più interessante fu quello del 21 dicembre 1978, quando una di queste "presenze" fu osservata da centinaia di persone per parecchie ore e fotografata all’altezza di Bellaria. Le sensazionali istantanee scattate dal fotografo professionista Elia Faccin, su segnalazione e per ordine dei Carabinieri, poi pubblicate dal settimanale “Panorama” (n.664 del 9 gennaio 1979), erano e sono tuttora fin troppo significative. Quel giorno Faccin venne svegliato dai militari, precedentemente allertati dai passanti sul lungomare, verso la mezzanotte del 20 dicembre 1978: "Corri Elia, c’è un Ufo in mare!"
45 anni, fotografo specializzato in ritratti da spiaggia, Faccin pensò sul momento a uno scherzo. Poi, riconosciute le voci, a lui familiari, del brigadiere Nazareno Fiori e dell'appuntato Petronio Pacelli, in servizio a Bellaria, afferrò la sua Olympus e un teleobiettivo da 400 millimetri e raggiunse rapidamente la spiaggia. Lì la gente sostava già da un paio di ore. Da quando cioè una specie di bastimento in fiamme, un grande oggetto luminoso e quasi accecante era comparso dal nulla sull’orizzonte. Tremante per l’emozione, al momento di scattare la prima foto Faccin si rese conto che l'otturatore automatico della sua sofisticata fotocamera si era inspiegabilmente bloccato. Qualcosa aveva influito magneticamente sul meccanismo - ipotizza ancora oggi Faccin. Il professionista, tuttavia, non perse tempo e ricorrendo a un altro apparecchio fotografico, manuale questa volta, inquadrò e scattò una serie di istantanee che risultarono di ottima qualità.