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sabato 17 agosto 2013

MARTIN JETPACK


Volare, presto, potrebbe diventare estremamente semplice grazie alle migliorie apportate al famoso Martin Jetpack. L’innovativo velivolo ha, infatti, completato con successo un estenuante test di volo di sette minuti, il più lungo mai effettuato con uno jetpack. Il volo di prova è stato effettuato con un manichino a bordo e ha gratificato trenta anni di ricerca e sviluppo. Si è trattato di un volo a bassa velocità: solo 15 Km/h, ben al di sotto dei 74 Km/h di cui è capace il velivolo, ma è stato infranto il record di altitudine. Infatti, nel 2008, lo jetpack non era andato oltre il metro e ottanta di altezza, mentre, stavolta ha raggiunto il chilometro e mezzo. Ecco perché i suoi creatori, un team mondiale d’ingegneri della Martin Aircraft Company, sono ormai convinti che fra qualche mese sarà possibile lanciarlo sul mercato.
Visto il successo di quest’ultimo test, ora si spera di cominciare a vendere lo jetpack a un prezzo di circa 75.000 dollari. Progettato per essere il più semplice elicottero del mondo e classificato come “ultraleggero” sperimentale, il Martin Jetpack è dotato di un motore estremamente leggero e potente (200 HP a 6000 rpm). La propulsione è assicurata da due eliche controrotanti intubate. Il meccanismo di funzionamento è piuttosto intuitivo: come dice Newton, a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Così, quando si spara molta aria velocemente verso il basso, si va su. Il velivolo ha un'autonomia di volo di trenta minuti che, in futuro, sarà senz’altro incrementata.
La Martin Aircraft Company ha riferito che già 2.500 persone hanno prenotato il suo Jetpack, con richieste provenienti da milionari del Medio Oriente e degli Stati Uniti. Il target interessato è vasto: dagli avventurieri alle persone stanche di essere schiavi dell’automobile, ma è molto probabile che del rivoluzionario “zainetto” volante se ne faccia anche un uso militare. Un simile dispositivo è stato, infatti, testato dall’esercito americano già nel 1960. Mentre il primo test rappresenta un progresso enorme per la commercializzazione dell’apparecchio, non è ancora chiaro come le autorità reagiranno al lancio su vasta scala di Martin Jetpack. In alcuni stati europei, come in Gran Bretagna, non sono necessarie autorizzazioni; mentre nel nostro paese sarebbe richiesto un attestato, rilasciato dall’Aereo Club d’Italia dopo il superamento di un esame di abilitazione. Tuttavia, a livello internazionale, la Federal Aviation Administration sta ancora valutando il da farsi. In ogni caso la Martin Aircraft Company ha affermato che qualsiasi tentativo di usare lo jetpack senza un’adeguata istruzione sarebbe estremamente temerario. Ecco perché l'azienda chiederà a tutti gli acquirenti di intraprendere un programma di abilitazione al volo.
Per maggiori informazioni sul Martin Jetpack consultare il sito del produttore: http://martinjetpack.com/

mercoledì 14 agosto 2013

LE MISTERIOSE PIRAMIDI DI PANTIACOLLA


La linguista e archeologa dilettante basca, Mireille Rostaing Casini, nel suo libro “Archeologia misteriosa” racconta che nel 1979 erano state fotografate, da un aereo, dodici grandi piramidi nella foresta del dipartimento peruviano di Madre de Dios, confinante con il Brasile. Queste fotografie le mostrano in collocazione simmetrica, le une vicine alle altre, in due file di sei. Le piramidi si trovano in una regione dove si pensa sia esistito un grandissimo e potente impero, detto del Gran Paititì, di cui non si sa praticamente nulla se non che nel suo territorio si trovano enormi ricchezze. Un indio le disse che in questa zona esiste un passaggio nella collina denominata Tampu-Tocco, attraverso il quale si passa ad altri mondi situati nelle viscere della terra.
 
La storia delle dodici piramidi del Gran Paititì scatena da anni polemiche infuocate. Diversi esponenti dell’archeologia e della scienza ufficiale, in testa lo stimatissimo geologo brasiliano Aziz Nacib Ab’Saber, ritengono trattarsi soltanto di curiose formazioni rocciose, coperte di vegetazione. Di diverso parere sono stati due esploratori dilettanti italiani, l’ormai scomparso Mario Ghiringhelli e suo cugino, il milanese Marco Zagni, il quale riferisce: - Nell’estate del 1979 mio cugino Mario, provetto esploratore, si trovava in Perù quando seppe da una radioamatrice di Lima che il Radio Club Peruviano di Cuzco aveva perso i contatti con una spedizione francese avventuratasi nel dipartimento di Madre de Dios. Non era questo il primo caso. Tutte le spedizioni che si erano avventurate in quella zona, alla ricerca di una sperduta città precolombiana, erano scomparse misteriosamente. Nel caso dei francesi, l’ultimo messaggio da questi inviato diceva: “Siamo attaccati da una tribù sconosciuta di indios bianchi, alti almeno due metri”. Ora, io non ho mai sentito parlare di giganti bianchi in Amazzonia, almeno nei testi canonici, in quanto nel folklore sudamerindio esistono da secoli leggende di questo tipo. L’episodio di Madre de Dios sembrava proprio confermare simili dicerie. - E non solo - dopo questi fatti, io e mio cugino abbiamo condotto molte ricerche d’archivio e abbiamo scoperto che l’episodio si era verificato in una zona fluviale, quella di Pantiacolla, ove, nel 1975, i satelliti meteo Landsat avevano identificato un’area piana, ellittica, al cui interno si notavano dodici strutture piramidali in fila. Per gli archeologi esse sono solo curiose formazioni naturali, ma io non la penso così.
 
Sembrerebbe che esista, nel cuore dell’Amazzonia, una civiltà perduta, forse nemmeno umana, legata al culto delle piramidi. Piramidi che, come sottolinea la Rostaing Casini, viste le foto, non sono di tipo azteco ma egizio! É difficile sostenerlo, ma dal fisico salvadoregno Luis Lopez spesso a spasso per le Americhe, otteniamo ulteriori elementi: - Durante alcune mie ricerche in Salvador (nel maggio del 1993) ho incontrato un archeologo italiano, Mario P., che da anni lavora in Perù. Quest’uomo, appartenendo all’establishment scientifico ufficiale e temendo il ridicolo, ha preteso l’anonimato. Mi ha raccontato di avere visto degli UFO nella zona e di avere scattato delle foto di certe bruciature circolari; Mario ha aggiunto che questi fenomeni sono ricorrenti nella foresta amazzonica al punto che gli indios, affatto spaventati, hanno ribattezzato i visitatori spaziali “gli incas”, intesi come signori, come, per l’appunto, sono considerati gli antichi incas. - Non solo, prosegue Lopez - l’archeologo ha anche scoperto una serie di scheletri umani lunghi due metri, appartenenti a una razza sconosciuta. Questa scoperta è per ora mantenuta top secret e non so se e quando essa verrà divulgata. -
 
La vicenda degli indios bianchi è confermata anche da un altro esploratore, il professor Marcel Homet, archeologo, paleontologo, antropologo ed etnologo francese. Quest’ultimo, durante l’esplorazione dell’Amazzonia brasiliana, nella zona dell’Urari-Coera, si era imbattuto in due indios sbucati dalla foresta. - Erano uomini di razza bianca – racconta Homet - veri mediterranei, progenitori, contemporanei o parenti di questa razza.I due indios vennero in seguito identificati da una delle guide del professor Homet come Waika, membri di una tribù poco conosciuta, "pericolosi e crudeli combattenti" che avevano la "curiosa" abitudine di rapire donne bianche, con le quali accoppiarsi per generare dei figli. Questo, forse, spiegherebbe il colore della loro pelle.
 
Anche un altro celebre esploratore d’inizio secolo, il colonnello inglese Percy Fawcett conferma, nel suo diario, dell’esistenza di indios amazzonici dalla pelle bianca: - A Jequie, un centro piuttosto grande che esportava cacao a Bahia, un certo Elias José do Santo, ex ispettore della polizia imperiale, mi raccontò di indiani dalla pelle chiara e dai capelli rossi che vivevano nel bacino del Gongugy e di una "città incantata" che trascinava sempre più avanti l’esploratore, finché svaniva come un miraggio. Seppi poi dei Molopaques, una tribù scoperta a Minas Gerais in Brasile nel secolo XVII; avevano la pelle chiara e portavano la barba. Le loro donne avevano capelli biondo oro, bianchi o castani, piedi e mani piccole, occhi azzurri. -

venerdì 9 agosto 2013

GLI DEI ARRIVARONO DA SCHWERTA?



Nella giungla amazzonica fra Perù, Brasile e Venezuela sopravvivono, nascoste, tribù sconosciute di indios bianchi che dicono di discendere dagli extraterrestri. Questo è il resoconto di un mondo perduto, della notte in cui gli Dei arrivarono da Schwerta.
Lo troviamo in un libro: "Cronaca di Akakor" del giornalista e sociologo bavarese Karl Brugger (tanto per cambiare, assassinato in circostanze misteriose nel 1984). Brugger conobbe bel 1972 a Manaus, in Brasile, il capo indio Tatunca Nara, a suo dire discendente di una mitica tribù "spaziale", gli Ugha Mongulala.
 
Secondo il racconto di Tatunca Nara, i Mongulala vivevano nel cuore dell’Amazzonia, sin dalla notte dei tempi, “in piccoli gruppi, in caverne e grotte, camminando carponi”. Poi, nell’anno 13.500 a.C. del nostro calendario, "arrivarono gli Dèi."
Qui, inevitabilmente, viene spontaneo pensare al mito del serpente piumato (Kukulcan, Quetzalcoatl, Viracocha). Questi Dei barbuti, dalla pelle bianca, avrebbero anche avuto sei dita alle mani e ai piedi. Un dettaglio curioso che ci riporta con la memoria agli Annunaki. Nel “Libro perduto del dio Enki" di Z. Sitchin si legge: “Ningishzidda (figlio del dio Enki) scelse di recarsi in una terra al di là degli oceani, vi si recò con un gruppo di seguaci. A quei tempi il conto era di seicentocinquanta anni terrestri (650 anni dopo il diluvio). Ma nel nuovo dominio, dove Ningishzidda era chiamato il 'Serpente alato', ebbe inizio un conto tutto suo". 
- Gli stranieri - ha raccontato il capo indio a Karl Brugger - apparvero all’improvviso nel cielo su brillanti navi d’oro. Segnali di fuoco illuminarono la pianura; la terra tremava e il tuono risuonava sulle colline. Gli uomini si prostrarono con stupore e profondo rispetto davanti ai potenti stranieri, che vennero a impossessarsi della Terra. Gli stranieri dissero che la loro patria si chiamava Schwerta, un mondo lontano nella profondità del cosmo. A Schwerta viveva la loro gente, ed essi erano partiti di là per visitare altri mondi, e portarvi la loro scienza. – Schwerta -  prosegue Tatunca Nara - era un immenso impero, formato da mondi numerosi come i granelli di polvere di una strada. I visitatori ci dissero che ogni seimila anni i due mondi, quello dei nostri Primi Maestri e la nostra Terra, s’incontrano; permettendo, ogni seimila anni, agli Dei di ritornare. Dovunque sia e qualsiasi forma abbia Schwerta, con l’arrivo di questi visitatori dal cielo cominciò sulla terra “l’Età dell’Oro". I Maestri - come vennero prontamente ribattezzati dagli indios - vennero sulla terra con 130 famiglie, per liberare gli uomini dall’oscurità. E loro accettarono e riconobbero gli uomini come fratelli. I Maestri fecero stabilire le tribù nomadi e divisero lealmente ogni frutto della terra. Pazientemente e senza stancarsi, ci insegnarono le loro leggi, anche se gli uomini facevano resistenza, come bambini ostinati. Per questo loro amore verso gli uomini, per tutto quello che diedero e insegnarono noi li veneriamo come i nostri portatori di luce. I nostri migliori artigiani riprodussero le loro immagini per testimoniare in eterno la loro grandezza. Così sappiamo come erano fatti i nostri Signori Anteriori. I Signori di Schwerta - racconta Tatunca Nara - erano simili agli uomini: dal corpo esile e dai lineamenti delicati. Avevano la pelle bianca e i capelli neri con riflessi blu. Portavano una folta barba e come gli umani erano vulnerabili, perché fatti di carne. C’era però un particolare che li distingueva dagli abitanti della Terra: essi avevano alle mani e ai piedi sei dita. Questo era il segno dell’origine divina.
 
Tatunca Nara, nel ricostruire per Karl Brugger l’intera storia del suo popolo, divideva decisamente il periodo dell’arrivo dei visitatori spaziali (peraltro corrispondente, secondo alcune fonti, alla reale nascita della civiltà egizia) dal successivo arrivo di esploratori bianchi: i goti, nel 570 d.C., gli spagnoli, nel 1532, i nazisti, nel 1941. I Maestri tracciarono canali e strade, seminarono piante nuove, sconosciute agli uomini. Pazientemente trasmisero loro il sapere, necessario per comprendere i segreti della natura. Sorretti da questi principi, gli Ugha Mongulala sono sopravvissuti per millenni a gigantesche catastrofi e guerre sanguinose.
Grazie agli Schwerta, gli Ugha Mongulala costruirono un impero che si estendeva dal Perù al Brasile al Mato Grosso (in questa regione scomprave Percy Fawcett, alla ricerca di una città perduta). I Maestri - prosegue Tatunca Nara - conoscevano le leggi dell’intero cosmo. Unendosi carnalmente con gli indios, generarono la tribù degli Ugha Mongulala, gli "alleati eletti". Costoro, eccezion fatta per le sei dita, nei tratti somatici ricordavano molto i visitatori.
Gli alieni costruirono diverse città e molte piramidi: un mezzo per raggiungere la seconda vita. Ma un brutto giorno - continua Tatunca Nara - fummo attaccati da esseri estranei simili agli uomini, con cinque dita ma con sulle spalle teste di serpenti, tigri, falchi e altri animali. Disponevano di una scienza avanzatissima che li rendeva uguali ai primi Maestri. Tra queste due razze di Dei scoppiò una guerra. Bruciarono il mondo con armi potenti come il sole. Ma la previdenza degli Dei salvò gli Ugha Mongulala dalla distruzione. I visitatori di Schwerta costruirono nel sottosuolo amazzonico tredici dimore sotterranee, disposte secondo la costellazione da cui provenivano. Quindi, convinsero gli indios a rifugiarsi dentro quelle caverne scavate nella roccia, e a murarle dall’interno. Con questo espediente gli indios sarebbero scampati alla devastazione del nostro pianeta scatenata dalla guerra degli Dei, come pure a successivi cataclismi e perfino all’avanzata dei conquistadores.
 
L’esistenza di qualche sorta di “bunker” scavato nel fianco di una montagna sembra venire da un’esploratrice italiana che ha condotto diverse spedizioni in Perù, la milanese Elena Bordogni. – Durante una spedizione - ha affermato - incappammo in un camminamento che costeggiava una montagna e che fiancheggiava un burrone. Sul sentiero si vedevano, pietrificate, le orme dei piedi dei sacerdoti che anticamente percorrevano quella via. Con grande sorpresa ci accorgemmo che, a un certo punto, il sentiero s’interrompeva dinnanzi a alla parete liscia della montagna.
- Nel 10.481 a.C. gli Dei lasciarono la Terra - sostiene Tatunca Nara - le navi dorate dei nostri Primi Maestri si spegnevano nel cielo come le stelle. La fuga degli Dei gettò il mio popolo nell’oscurità.