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venerdì 31 maggio 2019

IL CASO FERRI


Secondo I. A. Hynek, astronomo americano consulente scientifico c/o la Commissione d'inchiesta dell'Aviazione Militare degli USA: “Ufo è la causa ignota che ha indotto dei testimoni riconosciuti equilibrati e attendibili a seguito di apposita inchiesta, a fare un rapporto che, sottoposto all'esame di esperti nelle varie discipline scientifiche, non è risultato spiegabile con nessun fenomeno conosciuto.”
E, in questo caso italiano, fu effettivamente sporta una denuncia presso la locale caserma dei Carabinieri, a riprova del fatto che il testimone era fermamente convinto di aver assistito a qualcosa di insolito. Qualcosa che non sapeva spiegare, ma che un’indagine, magari, avrebbe chiarito.
 
 



Era il 9 ottobre del 1984. A Polcanto, in provincia di Firenze, una piccola frazione del Comune di Borgo San Lorenzo, in uno stabile di Villa Radicchia, in via Tassaia 1, lavorava il custode Isidoro Ferri, che godeva anche di vitto e alloggio. Quella notte Isidoro venne svegliato verso le 3:30 da un’intensa luce che penetrava dalla finestra. Suo figlio, che dormiva con lui, stranamente continuò a dormire anche se il fascio luminoso era tale da illuminare a giorno l’intera stanza. Nemmeno sua moglie e l’altra figlia si svegliarono, ma loro dormivano in un’altra stanza e lì la luce non arrivava così intensamente come nella camera dell’uomo.
Il custode si alzò e si affacciò alla finestra temendo che ci fossero dei ladri o dei bracconieri e che avessero dato fuoco al fienile. Con grande stupore, vide che la luce, in realtà, era un fascio di luce proveniente da una cinquantina di metri di distanza dietro al quale era chiaramente visibile una figura umana con un casco in testa. Insomma, una luce così potente sembrava provenire da un “elmetto” dotato di lanterna, simile a quello dei minatori!
All’improvviso la luce si spense e tornò il buio completo. Ma poco dopo, nella boscaglia, un po’ più in là, Ferri scorse un’altra fonte luminosa tra gli alberi, questa volta composta da tre fasci diretti verso il suolo che sembravano generati da una forma scura sospesa a mezz’aria sopra le chiome degli alberi.
Anche quella visione durò non più di un minuto, poi le luci si spensero. Ferri si convinse che qualcuno volesse introdursi nella villa e così, senza distogliere lo sguardo dalla finestra, afferrò i pantaloni e iniziò a vestirsi.
Nuovamente, all’improvviso, dal nulla si accese una luce bianchissima ed accecante. Era ai limiti della proprietà, ma questa volta, lentamente, iniziò ad avanzare verso la casa. Quando fu a circa una trentina di metri, l’uomo sentì ogni muscolo bloccarsi e rimase paralizzato diversi secondi mentre la luce si sollevò da terra per raggiungerlo al davanzale dal quale si era sporto. Rimase completamente accecato: non riusciva a vedere nulla, ma era certo che dietro quella fonte luminosa vi fosse qualcuno.
Avvertì un gran calore sul viso e i suoi capelli si rizzarono come se fossero elettrizzati. Su tutta le pelle sentì un forte bruciore ma, per sua fortuna, tutto duro pochi istanti perché la fonte luminosa, all’improvviso, si abbassò e si ritirò nella boscaglia. Solo allora si sentì nuovamente libero di muoversi, ma era talmente spaventato che rimase lì, immobile, con lo sguardo fisso davanti a se a guardare quello che era diventato un puntino luminoso tra gli alberi. Nuovamente la luce bianca scomparve e al suo posto si accese una luce di colore rosso che sembrava contornare un oggetto allungato. Il corpo luminoso salì velocemente verso il cielo e in pochi secondi scomparve dietro le montagne.
Ferri, pervaso della paura, smise di vestirsi e tornò a letto. L’orologio segnava le 3:45 ma, nonostante l’ora, non riuscì più a dormire, anche a causa di un forte dolore agli occhi.





La mattina dopo il guardiano decise di andare dai Carabinieri per raccontare l’accaduto in modo da far iniziare un’indagine e scoprire cosa fosse successo. In centrale affermò che per tutto il tempo in cui avvistò le luci non udì mai nessun suono e che il cane, un pastore tedesco appositamente addestrato per la guardia, non abbaiò mai quella notte.
Il giorno stesso, carabinieri, militari, giornalisti e alcuni ricercatori universitari, iniziarono a rastrellare la zona attorno alla villa e il bosco nelle vicinanze. Nella zona boschiva in cui Isidoro Ferri indicò di aver avvistato le luci, vennero trovate tre fori nel terreno, dal diametro di 10 cm ognuno, disposti a formare i vertici di un triangolo di circa tre metri per lato.
Il fenomeno ebbe conferme, nei giorni a seguire, poiché molti abitanti della zona di Polcanto dichiararono che avevano avvistato, quella stessa notte, luci nel cielo. Altri si lamentarono per inspiegabili problemi e malfunzionamenti ai dispositivi elettronici. Due contadini usciti per controllare i campi affermarono di aver visto verso le 2:30 un oggetto di colore rosso sopra gli alberi che si muoveva a scatti e molto velocemente. Un ragazzo di ritorno da una festa affermò di aver visto lungo la strada per Polcanto una luce intensa provenire dal bosco.
Isidoro Ferri riportò che il cane da guardia se ne stette nella cuccia per diversi giorni e non ci fu modo di farlo uscire nonostante fosse slegato e nonostante gli avesse spostato le ciotole del cibo e dell’acqua per obbligarlo ad uscire. Ferri stesso per circa una settimana lamentò problema agli occhi e alla pelle, un mal di testa quasi costante e problemi di equilibrio. Per questi malesseri, il suo medico non riuscì a fornire una spiegazione convincente. E una spiegazione il Ferri la chiedeva. Nonostante i sopralluoghi dei militari e dei ricercatori, nessuno di loro volle dare dettagli o esporre una propria teoria su cosa fosse successo quella notte e ad oggi la vicenda non ha ancora una spiegazione. 

giovedì 30 maggio 2019

HANGING ROCK


Hanging Rock è un imponente complesso roccioso situato nella regione Victoria, in Australia. È posto tra due piccoli centri abitati: Newham e Hesket, a circa 70 km da Melbourne. La formazione è di origine vulcanica ed è datata circa 6,25 milioni di anni fa. Il suo nome ufficiale, Mount Diogenes, gli fu dato da Robert Hoddle nel 1844. Per gli aborigeni è un posto da evitare poiché, ritengono, sia abitato da spiriti malvagi.
Il 14 febbraio del 1900 alcune studentesse organizzarono un ritrovo assieme alla loro insegnante ai piedi della formazione rocciosa. Festeggiavano la fine dell’anno scolastico e il gruppo organizzò un pic-nic. Nel primo pomeriggio un gruppetto di cinque ragazze si accinse ad esplorare il monte e s’inoltrò nella boscaglia senza il consenso dell’insegnante. Erano certe di poter tornare entro due ore, al massimo, ma solo una tornò indietro. Era piuttosto corpulenta e non riuscì a scalare una parete che conduceva alla cima del monte. Al suo ritorno apparve piuttosto provata e soprattutto spaventata. Affermò che, sia lei sia le sue amiche, avevano iniziato a sentire un ronzio provenire dalle rocce e ne vennero talmente attratte da mettersi in testa di scoprirne la causa. La ragazza restò indietro e dopo aver tentato più volte di arrampicarsi decise di tornare sui suoi passi, ma iniziò a girarle la testa e dovette fermarsi per riposare. Raccontò di aver avuto delle vivide visoni di figure che emettevano suoni intensi, che le procuravano il mal di testa,  e che lentamente si arrampicavano sulle rocce, dirette alla sommità della formazione.
Constatando lo stato di shock della ragazza l’insegnante, preoccupata, le chiese di indicarle la strada percorsa dalle sue amiche; lei riuscì ad accompagnarla per un tratto. Si fermò davanti alla parete che non era riuscita a scalare e lì a terra la professoressa trovò le loro calze e un paio di mutandine.
A quel punto la ragazza riferì di aver visto le quattro amiche che si allontanavano scalze, in stato di estasi e nonostante chiedesse loro aiuto, l’avevano completamente ignorata e si erano allontanate barcollando come se fossero ubriache. Quella era l’ultima cosa che ricordava.
L’insegnate, dopo aver ordinato alla studentessa di tornare al luogo del pic-nic, si mise alla ricerca delle quattro ragazze disperse.
Non fece più ritorno.
Verso sera, furono chiamati i soccorsi e iniziarono le ricerche.
Accasciata in una profonda crepa nella roccia, dopo due giorni di estenuanti ricerche, fu ritrovata una delle quattro ragazze. Era nuda , mostrava una ferita su un fianco e non reagiva agli stimoli esterni. Non parlò per diversi giorni. Ricoverata in ospedale le vennero trovate strane ferite sul corpo che sembravano disegnare simboli esoterici. Non aveva idea di cosa le fosse successo e anche la sua memoria era ferma a quando aveva iniziato la scalata di Hanging Rock con le sue compagne.
Quanto alle altre, non vennero mai più trovate,  ma furono rinvenuti alcuni dei loro indumenti sulla sommità del monte.
Molti testimoni riferirono di avere avvistato, in quei giorni, strane luci e nuvole dalla forma strana.
Che cosa successe quel giorno ad Hanging Rock?
 

 

Geologicamente Hanging Rock è molto irregolare e tra le rocce che la compongono ci sono molte grotte, sentieri e labirinti, alcuni dei quali difficilmente esplorabili anche oggi. L’ipotesi più probabile (e quella che fu data per certa dalle autorità) è che  si siano perse in qualche anfratto o siano cadute in una crepa e li siano morte nelle profondità della montagna.
Tuttavia, ad Hanging Rock succedono cose strane, altrimenti non sarei qui a scriverne.
Gran parte dei turisti che vi hanno messo piede affermano che più ci si avvicina alla sommità del monte e più succedono cose bizzarre: disturbi agli apparecchi elettronici, batterie di macchine fotografiche che si scaricano in pochi secondi, orologi che si fermano e riprendono a funzionare una volta lasciato il sito, bussole impazzite. Insomma, sembra lì in cima agisca un intenso campo magnetico, ma andiamo avanti.  Alcuni  esperti escursionisti australiani hanno più volte segnalato anche ai media che nei pressi di Hanging Rock si avverte una sensazione di svuotamento: si ha la perdita delle proprie energie fisiche. In sommità, si fa fatica persino a camminare. Alcuni poi, dicono di avvertire una sorta di forza che tende ad allontanare i curiosi. Spesso, si avverte un disturbo sonoro talmente intenso da lasciare storditi.
Ci sono poi le credenze degli aborigeni, che affermano che ad Hanging Rock dimorino spiriti malvagi che risalgono dalle profondità della terra e risucchiano al vita di chiunque si avventuri nei loro territori. Alcuni, inspiegabilmente, affermano che ad Hanging Rock si invecchi a velocità incredibili, consumando interi anni in poche ore.
 

 

Hanging Rock è un luogo in cui ancora oggi succedono cose molto strane, che sconfinano nel paranormale. Secondi gli ufologi, in questa formazione sarebbe collocato un varco utilizzato da entità extraterrestri per raggiungere altri luoghi o altre dimensioni. Ciò spiegherebbe le figure luminose intraviste dalla prima ragazza.
Su Hanging Rock le autorità mantengono un’insolita sorveglianza: attualmente si può accedere solo ad una parte della Riserva, sui trasgressori che provano ad avventurarsi in altre zone incombe addirittura l’arresto.
Questo è il luogo dove è stato ambientato il romanzo “Picnic a Hanging Rock”, scritto da Joan Lindsay nel 1967. Il romanzo racconta della scomparsa di alcune studentesse durante una visita ad Hanging Rock. La scrittrice eliminò, su ordine dell’editore, per mantenere sulla storia un profondo senso di mistero, l’ultimo capitolo del libro, quello in cui spiegava i motivi della scomparsa. Dal romanzo, nel 1975, venne tratto il film, diretto da Peter Weir. Dopo l’uscita del film la curiosità portò molti esploratori ad affollarsi ai piedi di Hanging Rock, ma le autorità australiane si affrettarono a far sgomberare i curiosi affermando che la storia narrata nel romanzo era pura fantasia e non c’era alcuna attinenza con la realtà. Ma qualcuno riuscì a trovare alcuni articoli su vecchi giornali locali che parlavano della scomparsa delle ragazze di Hanging  Rock. La storia, insomma, non è molto chiara e sembra, che le prove della vicenda siano andate perse.

sabato 25 maggio 2019

Ooparts (Out of place artefacts): manufatti fuori posto


Nel giugno 1936 Max Hahn e sua moglie Emma stavano passeggiando accanto a una cascata vicino a London, Texas, quando notarono una roccia con del legno che sporgeva dal suo interno. Decisero di portare a casa quella stranezza per poi aprirla usando un martello e uno scalpello. Quello che vi trovarono sbalordì la comunità scientifica. Incastonato nella roccia, c’era quello che sembrava essere un antico martello fatto a mano. Un team di archeologi l’ha analizzato e datato. La roccia che racchiudeva il martello ha più di 400 milioni di anni. Il martello è ancora più vecchio: ha 500 milioni di anni. È talmente vecchio che una sezione del manico di legno aveva iniziato la metamorfosi in carbone. La testa del martello, fatta di oltre il 96% di ferro, è molto più pura di qualsiasi altro ferro che si sarebbe potuto ottenere senza l’utilizzo dei moderni metodi di fusione.
 
 
Nel 1889 nei pressi di Nampa, Idaho, mentre si scavava un pozzo artesiano, venne fuori una piccola statuetta in terracotta; fu estratta dalla profondità di 320 metri. Per raggiungere questa profondità gli uomini dovettero perforare cinque metri di basalto e molti altri strati sottostanti. Detto così, non sembra notevole, ma la parte più superficiale, quella di lava, si era depositata non meno di 15 milioni di anni fa!
È accertato, dalla scienza e dalla geologia, che il carbone è un sottoprodotto della vegetazione in decomposizione. La vegetazione viene sepolta e nel tempo, ricoperta dai sedimenti. Questi sedimenti infine, fossilizzati, diventano roccia. Per compiere questo processo naturale, per formare il carbone, occorrono fino a 400 milioni di anni. Quindi, tutto ciò che si trova inglobato nel carbone o in giacimenti di carbone, deve essere stato immesso o lasciato cadere nella vegetazione prima che questa fosse sepolta dai sedimenti.
Nel 1944 a un ragazzo di dieci anni, Newton Anderson, sfuggì un pezzo di carbone che, cadendo, si spezzò in due appena colpì il pavimento. Quello che c’era all’interno sfida ogni possibile spiegazione. All’interno del carbone c’era una campana artigianale in lega di ottone con il batacchio di ferro e il manico scolpito. Quando fu condotta l’analisi si è scoperto che la campana era fatta con un mix di metalli inusuali (una lega di rame, zinco, stagno, arsenico, iodio e selenio), diverso da ogni lega nota, di produzione moderna. Si stima che lo strato dal quale fu estratto questo pezzo di carbone era vecchio di 300 milioni di anni. 
 
 
Queste scoperte straordinarie, anche se bizzarre, non sono né uniche né rare. Ce ne sono letteralmente a migliaia e restano, per lo più, nascoste nei sotterranei dei musei di tutto il mondo.
L’11 giugno 1891, il Morrisonville Times, Illinois, ha riportato di come la signora S.W. Culp ha trovato una catena di forma circolare di otto carati, lunga circa 10 centimetri, incorporata in un pezzo di carbone. L’aveva spezzato, prima di gettarlo nel secchio. La catena è stata descritta come “antica” e di “lavorazione caratteristica”.
Esposta in un museo a Glen Rose in Texas, c’è una pentola in ghisa trovata, secondo le fonti, in un grande pezzo di carbone nel 1912, da un operaio della fornace di una centrale elettrica alimentata a carbone. Quando spaccò il pezzo, la pentola cadde a terra, ma aveva lasciato la sua impronta nel carbone.
L’Epoch Times, menziona di un allevatore del Colorado che nel 1800 aprì un blocco di carbone, tratto da una profondità di 300 metri e vi scoprì un “ditale di ferro dallo strano aspetto.”
Il Cubo di Salisburgo è un altro rompicapo trovato da un operaio di nome Reidl, in una fonderia austriaca nel 1885. Come gli altri, quest’uomo ruppe un blocco di carbone e vi trovò all’interno un cubo di metallo. Recenti analisi stabilirono che l’oggetto era di ferro forgiato, ovviamente, realizzato a mano. 
 
 
L’elenco di tali oggetti è lungo. Sono soprannominati Ooparts (Out of place artefacts) ovvero Manufatti fuori posto.
Gli Ooparts sono così chiamati perché, secondo la scienza (convenzionale) non potrebbero esistere. Queste scoperte imbarazzanti sono completamente “fuori luogo” considerando la linea temporale lungo la quale si sviluppa la storia umana. Gli studiosi, di fronte a tali anomalie, cercano di sfatare l’età cui risale l’oggetto o magari si adoperano per screditare la fonte del rapporto e anche il testimone. Creano imbarazzo tra gli scienziati che non amano parlarne. Non è raro che i manufatti stessi vengono “smarriti” nelle cantine di musei e magazzini, per non essere mai più ritrovati.
Se questi manufatti insoliti fossero un’eccezione, allora potrei anche accettare la visione sposata dalla comunità scientifica e archeologica tradizionale, che li etichetta come bufale o frodi. Ma quando ci si rende conto che ne esistono migliaia e che si incorre in continui ritrovamenti, allora si avverte la necessità di mettere in discussione le affermazioni dell’archeologia e della scienza tradizionale. Di tanto in tanto, uno studioso onesto si espone rivelando la pubblico la propria opinione sull’origine di tali oggetti anomali. Lo fa mettendo in discussione le convinzioni dei suoi colleghi. Poi, magari, scopre che la sua carriera si avvia sul viale del tramonto. La maggior parte di noi ha imparato ad accettare, senza se e senza ma, tutto ciò che ha imparato a scuola e all’università. Il nostro sistema educativo, purtroppo, è strutturato: non incoraggia l’individualità e l’originalità. Si indottrina esclusivamente con le credenze consolidate e con i dogmi.
Se da una parte abbiamo i darwinisti, che con la loro teoria dell’evoluzione, cercano di stabilire la visione, estremamente carente, in cui ci siamo evoluti in esseri senzienti da una goccia di intruglio primordiale miracolosamente riportato in vita da una tempesta elettrica, miliardi di anni fa. Dall’altro lato abbiamo i creazionisti con la convinzione che un essere invisibile e onnipotente che, come per magia, circa 7.000 anni fa, creò la terra e tutto ciò che c’è su di essa. I seguaci di questa teoria si basano solo sulla Bibbia per affermare le loro “prove”. Il fatto che questo libro sia stato “imbastardito” dalle numerose traduzioni eseguite nel corso dei secoli, riscritto in più occasioni da alcuni individui che, per esigenze corporative o personali,  hanno aggiunto oppure omesso interi capitoli, è irrilevante per i devoti. Tutto ciò di cui hanno bisogno è la “fede”: prove e testimonianze non sono dei requisiti!
Non si potrebbero avere convinzioni più opposte neanche se fossero verificate. Entrambe le fazioni aderiscono alle loro credenze con fervore imperturbabile. A prescindere da ciò che si sostiene, l’origine del genere umano è un enigma totale. Eppure dalla nascita si è indottrinati in una o nell’altra fazione, senza che siano concesse domande o opinioni alternative. Il problema della comunità scientifica è che questi Ooparts rimettono in discussione ogni singola convinzione, anche se consolidata, che riguarda il nostro passato.
L’istituzione scientifica non potrà mai riconoscere o ammettere che questi manufatti siano autentici: farlo significherebbe invalidare tutti i libri di testo. La scoperta degli Ooparts annienta completamente la (relativamente recente) teoria dell’evoluzione. Questa suppone che il genere Homo si sia evoluto solo 200.000 anni fa (o giù di lì), quindi non può spiegare chi ha realizzato dei manufatti che si trovano inglobati in substrati originatisi milioni di anni fa?
I sostenitori del creazionismo, invece, hanno un modo molto pittoresco di “riconoscere” l’esistenza degli Ooparts e cosa bizzarra, in realtà credono che gli Ooparts sostengano la loro visione del mondo. I creazionisti escludono completamente i metodi scientifici di datazione e dichiarano nullo ogni singolo processo archeologico e geologico. Beati della loro ignoranza, vorrebbero persuaderci che la scienza ha torto. E mentre discutono sulla stoltezza della scienza, cercano di convincerci che i giacimenti di carbone, gli strati di roccia, i fossili, i minerali, le pietre preziose e ogni altro elemento antidiluviano, hanno impiegato solo qualche migliaio di anni per formarsi.
Uno psichiatra non avrebbe difficoltà ad etichettami per pazzo se gli raccontassi tali sciocchezze. Valli a capire! 
 
 
Ci saranno senza dubbio lettori che, probabilmente, a causa del loro sistema indottrinato di credenze, respingeranno gli Ooparts considerandoli come bufale o falsi. Una convinzione accettata è che gli esseri umani e dinosauri non sono mai coesistiti. Secondo il mondo accademico i dinosauri popolavano la terra tra i 65 e 225 milioni di anni fa, mentre il primo umanoide eretto, homo erectus, è apparso solo circa 1,8 milioni di anni fa. Tuttavia, nel 1968, un paleontologo di nome Stan Taylor iniziò gli scavi di orme di dinosauri fossili, scoperti nel letto del fiume Paluxy vicino a Glen Rose, Texas. Quello che ha portato alla luce ha scioccato e sbalordito la comunità scientifica. Accanto alle tracce dei dinosauri, esattamente nello stesso strato di fossili del Cretaceo, erano ben conservate delle impronte umane.
La reazione immediata degli scienziati è stata quella di sfatare il ritrovamento, considerandolo una mistificazione. “Sono state intagliate nella roccia da mistificatori – oppure - non si tratta di impronte umane ma impronte di dinosauri che sono state erose fino a sembrare umane”. Sono stati gli argomenti più comunemente proposti. Ma – dico io - se le impronte umane sono state scolpite a mo’ d’imbroglio, come hanno fatto i falsificatori a scolpire ulteriori impronte umane quando queste erano ancora inglobate nella roccia che, solo in seguito, è stata rimossa dal letto del fiume?
Dal primo ritrovamento, altre centinaia di impronte umane sono state portate allo scoperto sia nel Paluxy, sia in molti altri luoghi, in tutto il mondo.
Bisogna inoltre considerare un altro reperto, ben più rilevante, scoperto in un calcare cretaceo di 100 milioni di anni fa. Un dito umano fossilizzato, che è stato trovato insieme a un dente di bambino e a dei capelli umani. Questo dito non è una roccia che somiglia in modo incredibile a un dito: è stato sottoposto a numerose analisi e test scientifici che hanno rivelato la tipica struttura ossea di un dito umano. Sia la TAC sia la Risonanza Magnetica hanno identificato le articolazioni e rintracciato tendini su tutta la lunghezza del fossile. E questa, è una scoperta che la scienza, semplicemente, non sa spiegare. 
 
 
Vi è tuttavia un’altra scoperta, avvenuta negli ultimi anni, che spazza via tutte le altre riguardo all’età.
Negli ultimi decenni, i minatori nei pressi della cittadina di Ottosdal nel Transvaal Occidentale, Sud Africa, hanno scavato centinaia di sfere metalliche misteriose. Queste sfere misurano tra i 25 e 100 mm di diametro, e alcune sono incise con tre scanalature parallele che girano completamente intorno all’equatore. Sono state trovate due tipi di sfere. Un tipo è composto di un solido metallo bluastro con macchie di bianco, l’altro è scavato e riempito con una sostanza bianca spugnosa. Queste sfere, secondo come riferito, sono così delicatamente equilibrate che dovrebbero essere realizzate in un ambiente a gravità zero per conseguire tali caratteristiche. Questi oggetti sono noti come le Sfere di Klerksdorp (dal nome del museo dove sono conservate). I geologi hanno tentato di ridimensionare questi manufatti a semplici formazioni naturali o “concrezioni di limonite “. Non riescono però a spiegare adeguatamente come possono essersi formate naturalmente e con le scanalature perfettamente dritte e perfettamente distanziate intorno al centro. Forse il vero motivo di questo fervente tentativo di dissacrazione è che la roccia in cui queste sfere sono state trovate è Precambriana: ha 2,8 miliardi di anni. A quel tempo non esistevano neanche i dinosauri!
 
 
 
Che si voglia accettare questi “manufatti fuori posto” come autentici o no, suppongo dipenda dalle proprie opinioni personali. Gli evoluzionisti rifiutano di accettarli, poiché farlo significherebbe rivedere tutte le loro convinzioni. Nel tentativo di screditare queste scoperte, potranno abbassarsi a produrre ogni genere di fantasie. In caso contrario, potranno solo far finta che non esistono per poi nasconderli, per sempre.
I creazionisti, d’altra parte, li accettano di buon grado come un qualche tipo di bizzarra prova che l’universo è vecchio di soli 7.000 anni e ignorano con testarda convinzione qualsiasi prova contraria, da qualsiasi fonte provenga. Continuano ciecamente ad aggrapparsi a un sistema di credenze medievali basate unicamente sulla fede.
Personalmente, io non appartengo a nessuno dei due campi. Continuo ad avere una mente aperta riguardo alle nostre origini. Non ho una particolare “filosofia” sul tema, piuttosto preferisco adattare la mia comprensione man mano che nuovi elementi di prova diventano disponibili. La mia unica convinzione, basata su tutti i dati disponibili fino ad oggi, è che la razza umana potrebbe aver abitato questo pianeta milioni di anni prima di quanto è attualmente accettato. Forse non erano uomini come noi, forse discendevano da una diversa linea evolutiva, ma erano (più o meno) come noi.
Difficile da accettare? Il lupo della Tasmania, estinto nei primi anni del ‘900, sembrava un lupo, ma in realtà era un marsupiale.
 
 
Sto attraversando un momento difficile. Forse non potrò mai avere la risposta alla domanda sulla nostra origine. La razza umana è alla ricerca di questa risposta fin dall’alba dei tempi e ancora ci sfugge. Tutto ciò che ci è stato insegnato a scuola, all’università, sulla nostra origine e sulla nostra storia è basato, più che altro, su speculazioni e ipotesi. Non possiamo ancora rispondere alla domanda: “da dove veniamo”. Pertanto, continuerò a mettere in discussione tutto e non accettare ciecamente il punto di vista tradizionale, solo perché segue la moda del momento.
Se questo significa che un giorno busseranno alla mia porta degli uomini in nero… Allora così sia!

domenica 19 maggio 2019

EMOZIONI: RASSEGNA DI PITTURA

 
Il maestro Vincenzo Tesone, espone, a Mugnano, la sua rassegna dal titolo “Emozioni”. All’evento hanno partecipato, artisti di pari levatura. Poeti come Antonio Cipolletta (il nostro Poeta muratore) e Marco Palma hanno allietato la serata declamando alcune poesie. Bravo, anzi bravissimo il Dr. Salvatore Salatiello, vero e proprio “Patron” della serata. Erano presenti esponenti di varie associazioni, le autorità cittadine, qualche reporter e un cronista dell’insolito pervenuto ad una manifestazione singolare, ma per niente insolita.
Un plauso va allo Staff del Pink Panter, che ha saputo gestire gli spazi in modo ottimale. Il personale, sempre cortese ed elegante, ha infine servito un buffet colmo di deliziosi manicaretti. È la dimostrazione che questo locale ben si presta ad eventi di questo genere.

martedì 14 maggio 2019

LE MISTERIOSE LAMPADE DI DENDERA


Le lampade di Dendera sono considerate dei veri e propri OOPArt, alla stregua di altri oggetti archeologici, trovati in un contesto molto strano o totalmente estraneo, rispetto al periodo storico in cui questi  troverebbero una giusta collocazione.
Alcuni propongono teorie alternative per l’interpretazione di questo antico bassorilievo egizio, denominato “Lampade di Dendera”. I sostenitori di tali teorie credono che vi siano rappresentati dei primitivi strumenti di illuminazione. In tal caso, il gambo del fiore di loto potrebbe rappresentare, schematicamente, un cavo elettrico e quella sorta di sostegno, che dovrebbe essere la rappresentazione della colonna dorsale del dio Osiride, invece, sarebbe la raffigurazione di un isolatore elettrico. Infine, l’oggetto ondulato che si vede all’interno, sarebbe  un alone luminoso, simile a quello visibile nelle vecchie lampadine a incandescenza; il tutto è compreso in un bulbo di vetro.
Effettivamente, se ci soffermiamo ad osservare il disegno, nell’insieme, sembrano essere raffigurati due strumenti adibiti a qualche genere di funzione. Soffermiamoci sui particolari. Il supporto somiglia veramente agli isolatori elettrici che possiamo osservare nelle linee elettriche e che servono a isolare le colonne dai cavi dell’alta tensione.
Alcuni studiosi convinti da questa ipotesi, fanno notare inoltre che il gambo di un fiore di loto non si sviluppa orizzontalmente lungo la terra come nel rilievo, ma nella maggior parte dei casi e delle rappresentazioni egizie, il gambo del fiore di loto non è visibile affatto, poiché il loto è un fiore acquatico e quindi il gambo è sommerso. In più, il fiore di loto non è mai stato rappresentato con quella specie di sfera di vetro e anche se il disegno rappresentasse un serpente che nasce dal Loto, non avrebbe avuto senso disegnare una cosa simile.

 

Ma la cosa che ha fatto molto discutere è la presenza del dio Toth con i coltelli in mano, che gli antichi egizi erano soliti usare come simbolo di un grande pericolo. Un semplice fiore di loto che pericolo poteva mai generare?
Le coincidenze non finiscono qui. Poco tempo dopo la scoperta del tempio di Dendera (avvenuta nel 1857), lo scienziato inglese sir William Crookes costruì una lampada in grado di emettere raggi x chiamata “tubo di Crookes”, che presenta molte similitudini con la lampada di Dendera. Un cavo che parte dall’estremità del tubo di Crookes arriva fino a un isolatore ad alto voltaggio. Nel bassorilievo il presunto isolatore è rappresentato con lo Zed. È lo stesso oggetto che oggi sappiamo trovarsi nascosto all’interno della grande piramide di Giza, da sempre presunto catalizzatore di energia, schematizzato in molte altre rappresentazioni sparse qua e là per tutto l’Egitto.
All’interno del tubo di Crookes la luce si diffonde tramite una serpentina luminosa che ritroviamo, guarda caso, anche nel bassorilievo di Dendera e sappiamo che gli antichi Egizi chiamavano il serpente nato dal loto con il nome “Seref”, che significa appunto “illuminare”. Solo un caso?
Forse il mito del serpente nato dal fiore di loto può essere ricondotto in senso figurato alla luce che nasce da una lampadina.
Quindi gli antichi egizi avevano veramente scoperto l’uso della corrente elettrica?
Sono stati fatti molti studi e si sa che il fenomeno dell’elettricità fu indagato anche dagli antichi greci e dai babilonesi che quindi, per lo meno, conoscevano questa energia. Se siano veramente riusciti ad utilizzarla, tanto questi ultimi quanto gli egizi, resta ancora un mistero.

sabato 11 maggio 2019

LE LUCI DI HESSDALEN


Questo fenomeno luminoso è ricorrente nella valle di Hessdalen, in Norvegia. Si tratta di fenomeni di luce dalla forma generalmente sferica e di colori svariati, prevalentemente bianco e rosso, caratterizzate da pulsazioni irregolari a volte di lunga durata. Hanno la caratteristica di apparire sia in cielo (con distribuzione omogenea), che in prossimità del terreno. Si muovono a scatti: appaiono in un punto, si spengono di colpo e poi riappaiono in un altro punto. L'apparizione dei fenomeni luminosi è spesso associata a perturbazioni del campo magnetico.

Si osservano in maniera ricorrente sia a Hessdalen (Norvegia, a sud-est di Trondheim) che in circa 40 località del mondo. In molte di queste aree fenomeni di luce ricorrenti hanno luogo da centinaia d'anni, in certi casi, come nella zona di Boulia in Australia (Le luci di Min min) o nella riserva di Yakima negli USA, essi vengono perfino rappresentati nei petroglifi. A Hessdalen, ufficialmente, esiste documentazione fin dal 1981, ma c'è chi afferma che le testimonianze risalgono alla fine del diciannovesimo secolo. Hessdalen è una piccola comunità (150 abitanti): è chiaro che un secolo fa la valle fosse quasi disabitata e che quindi le testimonianze fossero poche, filtrate anche dalla lentezza dei mezzi informativi di quei tempi.
Tra tutte le località, Hessdalen resta la località più importante, non tanto per il tipo o la frequenza di fenomeni, quanto perché è l'unica o quasi ad essere stata oggetto di vere e proprie investigazioni scientifiche supportate da strumentazione di vario tipo.
Per quanto invece riguarda le palle di luce in quanto tali, possiamo al momento affermare che:

  1. gli aumenti di luce sembrano essere dovuti all'improvviso aumento della superficie radiante mentre la temperatura di colore resta pressoché costante;
  2. l'aumento della superficie radiante non è dovuto ad espansione dei globi di luce, ma all'apparizione improvvisa di grappoli di piccole sfere concentrate attorno ad una specie di nucleo centrale;
  3. il fenomeno luminoso, analizzando la distribuzione a 3-D della luminosità e verificandone il profilo molto netto, non ha le caratteristiche di un "plasma standard" ma di una materia che apparentemente simula un corpo solido uniformemente illuminato;
  4. il fenomeno di luce può raggiungere una potenza fino ai 20 KW;
  5. la valle di Hessdalen è completamente elettrificata in quanto mostra ovunque tanti piccoli "flash" di brevissima durata che spesso si riesce a registrare con foto a lunga posa.

Vi sono indizi che fanno ritenere che il fenomeno sia, in gran parte, spiegabile con il modello del fisico britannico David Turner, secondo il quale lo scambio di energia termica, elettrica e chimica tra un plasma e un'atmosfera ricca di vapor d'acqua e aerosol, è in grado di generare palle di luce dai profili nettissimi come quelli sovente osservati. Esse, essendo costituite da un vero plasma all'interno e da uno strato esterno con funzione refrigerante, producono energia con un meccanismo simile a una pompa termo-chimica: ciò permette l'esistenza di una struttura autoregolata e dai tempi di vita relativamente lunghi. Il plasma da cui tutto si origina è con ogni probabilità prodotto dalle flessioni tettoniche che a loro volta generano piezoelettricità ed effetti elettromagnetici simultanei nelle onde VLF e UHF: in tali condizioni secondo il modello del fisico cinese Juo Suo-Zou può formarsi un vortice di plasma. Questo interagendo con l'atmosfera genera ciò che si vede. Tuttavia il modello Zou-Turner non può, al momento, chiarire completamente il fenomeno.
Si esclude l'ipotesi che l'attività solare inneschi il fenomeno. Analisi statistiche recenti su un campione molto popolato di dati lo dimostrano. Il modello di Abrahamson delle nano-particelle riscaldate estratte dal suolo da una forte scarica elettrica esterna sebbene possa spiegare in sé il profilo luminoso osservato, non trova riscontro nella molto più debole elettricità prodotta dalle flessioni tettoniche. L'attività ionosferica è assolutamente inadatta a spiegare sia la forma netta che i lunghi tempi di vita delle palle di luce osservate.
È possibile replicare in laboratorio fenomeni analoghi?
Il fenomeno, come abbiamo visto, non è del tutto oscuro e alcune teorie, pur con molte lacune, tentano di spiegarlo. Tuttavia, non si dispone ancora di un modello teorico che sia consistente con i dati osservati e che, conseguentemente, consenta di progettare un esperimento mirato di laboratorio.

sabato 4 maggio 2019

DIE GLOCKE: ARMA O MACCHINA DEL TEMPO


Documenti della CIA risalenti al 1955 declassificati nel 2000 e disponibili on line dal 2013 raccontano che Hitler, il dittatore della Germania nazista fosse riuscito a fuggire alla morte e ad essersi rifugiato in Colombia. Questi carteggi però non affermano che la CIA avesse rintracciato il dittatore in Sud America, ma si limitano a raccogliere tutte le informazioni possibili, anche le più incerte. Per quanto ne sappiamo, Hitler, dicono le prove più solide, fornite dall’Unione Sovietica, si è suicidato a Berlino nel 1945.
Sono ormai trascorsi tanti anni, il che ha trasformato i fatti in proposito in vere e proprie leggende che si sono andate coagulando attorno alle storie, in parte reali, sulla tecnologia nazista che poteva contare su ingegneri e scienziati eccezionali che, dopo la guerra, hanno fatto la fortuna di URSS e soprattutto degli USA,  che grazie al geniale Werner Von Braun inventore delle terribili armi V-1 e V-2, conquistarono la Luna battendo i sovietici nella corsa allo spazio.
Hitler oltre ad armi innovative aveva in corso un programma nucleare che favorì indiscrezioni su armi risolutive cui stava lavorando il regime nazista. Una delle più strepitose è certamente la Die Glocke: La Campana.

 

Quest’arma misteriosa, forse, era un’aeromobile dalla struttura a campana e avrebbe usufruito di una serie di tecnologie di derivazione aliena.
La Die Glocke funzionava ad anti-gravità. La campana che ne formava la struttura sarebbe stata costruita utilizzando un metallo duro e pesante. L’aeromobile era poco più alta (più bassa, secondo alcuni) di quattro metri di altezza per un diametro massimo di 2,7 metri. All’interno vi erano due cilindri che ruotavano l’uno rispetto all’altro in senso contrario che venivano riempiti con una sostanza dal colore viola, forse una lega di mercurio, chiamata Xerum 525. Quando il liquido non veniva utilizzato per azionare la macchina veniva immagazzinato in un contenitore rivestito di piombo. Allo Xerum veniva aggiunto un altro elemento, chiamato Leichtmetall, il torio e il perossido di berillio.
La campana o “Die Glocke” venne tirata in ballo e portata alla luce da un giornalista, Igor Witkoski che nel 2000 pubblicò un libro uscito in Polonia, la sua patria, dal titolo: “Prawda o Wunderwaffe, (la verità sull’arma poderosa)”. Nel libro, Witkoski rivela di aver scoperto l’esistenza dell’arma dopo aver letto le trascrizioni degli interrogatori dell’ex ufficiale delle SS Jakob Sporrenberg, aggiungendo di aver avuto accesso a documenti classificati in relazione alle armi segrete naziste da un funzionario dell’intelligence polacca che ha rifiutato di identificare. Ovviamente non ha nessuna copia dei file avendoli solo trascritti.
La storia poi si diffuse grazie a Nick Cook che portò quanto scritto da Witkoski a un pubblico più ampio nel libro: “The Hunt for Zero Point”, in italiano “La ricerca del punto zero”.
Witkowski cita alcune piattaforme di forma circolare rinvenute nei pressi della miniera di Wenceslas, e dichiara che sarebbero potute servire come sito di atterraggio per il velivolo. Il progetto sarebbe nato sotto il comando del misterioso generale delle SS Hans Kammler, che era stato anche coinvolto nello sviluppo delle V-2 e in costruzioni sotterranee come il centro Riese dove, appunto, si sarebbero svolti i test della Die Glocke.
 
 

La macchina, pare, fu testata ma i test si rivelarono una catastrofe a causa delle radiazioni emesse che avrebbe ucciso diversi scienziati e tutte cavie (animali?). Il test sarebbe avvenuto in una struttura nota come Die Riese (il gigante) vicino al confine ceco. Da quelle parti c’è una costruzione chiamata The Henge, una struttura di cemento che secondo alcuni fu usata per i test della campana anche se, secondo altre fonti, potrebbe trattarsi del supporto di una torre di raffreddamento. La diatriba è inutile vista la scarsezza di dati a disposizione: la struttura potrebbe servire a molte cose e non necessariamente al funzionamento di una macchina “avveneristica” di cui non si sa nulla, come non si sa nulla degli scienziati che parteciparono alla sua realizzazione. Ufficiali scomparsi nel nulla come il generale delle SS Hans Klammer, al comando dei progetti segreti del Terzo Reich.
Anche le due campane, sì perché due ne furono costruite, scomparvero. La seconda Die glocke fu denominata Ju–390. Erano in grado di generare un campo anti gravitazionale , ma altri autori pensano che fossero uno strumento per osservare il passato, visibile, al suo interno da uno specchio al quarzo concavo. Piuttosto diffusa è anche l’idea che la Die Glocke potesse servire per spostarsi nel tempo, come fosse il TARDIS del Doctor WHO. Altri ancora fanno notare che la macchina, per forma e principio di funzionamento, è simile ai Vimana della mitologia Indiana. Insomma, non sappiamo più di tanto e il libro di Witkoski è l’unica fonte che ne parla: non ci sono tracce o elementi ai quali ci si possa affidare per avvalorarne la tesi.

LO JEDI


Kevin Cottam non è mai stato un appassionato di Star Wars. Inizialmente era un buddista zen, ma stufo dei precetti e delle limitazioni che imponeva la sua religione, ispirato da una ricerca sul web, scoprì i Djedi dell’Antico Egitto, a cui è ispirata la famosa saga cinematografica. Lo jedismo, ha raccontato, si basa su tre principi: conoscenza, saggezza e compassione. Attraverso la prima si ottiene la seconda e con questa si arriva alla compassione. Gli Jedi credono che tutto sia governato dal principio creatore della forza, ma diversamente da quanto visto e sentito in Star Wars, Cottam non crede che la forza possa essere buona o cattiva. Quelli, per lui, sono solo gli effetti di come ogni Jedi gestisce la forza.

Lavorava come cuoco, ma da qualche anno, si è trasferito a Rhyl, una città costiera non distante da Liverpool. Passa gran parte del suo tempo a cucire gli elaborati costumi che indossa (corredati sempre da un ampio mantello) e spesso viene fermato per strada dai bambini, che vogliono farsi una foto con lui. Accetta sempre e ha cominciato anche a girare con una sorta di spada laser dopo che qualche bambino era rimasto deluso dal fatto che la portasse. Cottam ora si veste solo da Jedi e ha iniziato anche a partecipare agli eventi di cosplayer. Tiene però a sottolineare che, per lui, quello non è un travestimento.

Da quando si è convertito completamente al jedismo, la sua ragazza lo ha mollato: si vergognava a farsi vedere con lui per strada. I suoi amici trovano tutto molto strano, ma sono rimasti.
A quarantacinque anni ha accettato il fatto che, probabilmente, resterà single, ma si rifiuta di cambiare. Però, se trovasse una donna disposta ad accettarlo, non proverebbe, ci dice, a convertirla allo jedismo: la decisione spetterebbe a lei.