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domenica 23 giugno 2019

GLI APUNIANI


In un luogo imprecisato della montagne del Perù vivrebbero, in isolamento,  degli alieni che si stabilirono sulla Terra migliaia di anni fa. Sono chiamati Apuniani, o semplicemente Apus e secondo gli indios del Perù, sarebbero riuniti in una colonia sui maestosi picchi di Hua-Marcu.
Secondo i Nativi, gli Apuniani sono un’antica razza proveniente dal bordo esterno della Via Lattea. Migliaia di anni fa i loro antenati visitarono la Terra e per un certo periodo si insediarono in Perù, Cile, Messico e anche in Cina. Sarebbero gli artefici delle famose linee di Nazca e i resti della loro prima civiltà sarebbero da ricercare a Cuzco e sul Machu Picchu. I loro nome deriverebbe dal pianeta d’origine: “Apu”, anche se hanno abitato anche un altro pianeta chiamato “Itibi-Ra” facente parte del sistema di Andromeda.
Sempre secondo i nativi, i primi arrivati rimasero sulla Terra solo per un breve periodo perché con il tempo svilupparono delle intolleranze agli elementi chimici della nostra atmosfera che li fece ammalare e minacciò di estinguere l’intera colonia. Tornarono, successivamente, dopo esser riusciti ad adattarsi alle condizioni terrestri e i loro discendenti ebbero meno difficoltà ad ambientarsi. Hanno sempre preferito luoghi poco accessibili e rifuggono i rapporti con gli esseri umani. Oggi questa tendenza sembra cambiare, forse perché ci ritengono più evoluti e in grado di comprendere concetti più complicati.
 
 

Queste sono storie, forse leggente, a cui i Nativi credono fermamente, ma in realtà in tutta l’America c’è chi cerca gli Apuniani. Ed è un cosa seria: ogni anno si organizzano diverse spedizioni per entrare in contatto con loro.
Pare che Jerry e Kathy Wills, due famosi ufologi americani, siano effettivamente riusciti a entrare in contatto con il “Popolo della montagna” e che siano addirittura entrati nelle loro grazie ottenendo delle preziose informazioni riguardo alla loro civiltà.
Tra il 2010 e il 2013 i due ufologi dell’Arizona si recarono molte volte il Perù e nel corso di una spedizione sul Plateau di Markawasi, vicino alla città di San Pedro de Costa, ebbero finalmente modo di incontrare gli Apuniani. Jerry ha sempre affermato che sono un popolo pacifico, accogliente e che non disdegnano nemmeno le visite, purché sporadiche.
Secondo lui, si possono incontrare anche sul lago Titicaca, ma sono soprattutto gli indios Quechua ad aver contatti regolari con loro. Il contatto sembra facilitato quando un essere vivente (un umano o un animale a cui teniamo) è in pericolo di vita. Circolano voci secondo le quali gli Apuniani abbiano una propensione ad aiutare i malati e avrebbero le capacità di guarire anche i peggiori mali. Conoscerebbero addirittura un metodo per allungare la vita, ma lo riserverebbero solo a persone disposte ad abbandonare la nostra società per andare a vivere con loro. Persone disposte a votare la propria esistenza per aiutare gli altri.
È opportuno specificare che il primo studioso a confermare la presenza degli Apuniani sulle montagne del Perù fu Vlado Kapetanovic, conosciuto anche con lo pseudonimo di Vitco Novi. Affermò di aver avuto, già dalla metà degli anni ’60, moltissimi contatti e scambi culturali con gli Apuniani. Non solo ci racconta storie simili a quella appena citata, ma si è spinto un po’ più a fondo e ha enunciato concetti che, secondo lui, gli altri non sono riusciti a carpire al popolo delle montagne. A suo dire gli Apuniani ancora oggi vivono sul Apu (ovviamente non la colonia che vive sulla Terra). Fisicamente ci assomigliano, ma il loro corpo è meglio proporzionato e soprattutto adattabile a diverse condizioni di temperatura, pressione e gravità. In pratica, hanno ormai acquisito la capacità di modificare il loro corpo a seconda delle condizioni, riuscendo anche a mimetizzarsi perfettamente tra gli umani. Non sono venuti sulla Terra con intenzioni ostili, ma piuttosto per aiutare tutti gli esseri viventi, non solo gli umani, in difficoltà. Si spostano nell’universo e per lunghe distanze sul nostro pianeta con oggetti discoidali, mentre per distanze più brevi usano velivoli più piccoli e affusolati dotati di ali pieghevoli comunque capaci di raggiungere altissime velocità. Gli indios chiamano questi veivoli “los vientos” (i venti), perché arrivano e spariscono proprio come il vento, senza che la gente se ne accorga. Anche le loro capacità psichiche sarebbero molto più sviluppate di quelle umane e riuscirebbero a influenzare e a percepire i nostri pensieri. In questo modo comunicano con noi e riusciamo a capirli anche senza conoscere la loro lingua.


Io qui ho riportato solo alcune testimonianze, ma indizi sull’esistenza di una civiltà perduta, forse nemmeno umana, nel cuore della foresta Amazzonica e in altre zone del sud-America ce ne sono tanti anche su questo blog (Cfr. Le misteriose piramidi di Pantiacolla, Gli Dei arrivarono da Schwerta, etc.) e sono facilmente consultabili.
In conclusione il concetto che sta al centro delle credenze degli indios, ma anche di tutti coloro che credono nella loro presenza è che gli Apuniani sono entità votate a proteggere la vita e di aiutare tutti gli esseri viventi senza distinzioni, nemmeno se dichiaratamente malvagi. Il problema è che ancora tanta gente è pronta a dire che i Nativi, sono dei selvaggi, che raccontano strane storie fantasiose che non vanno credute semplicemente perché non possono essere vere. Questo è vergognoso (citazione di Robert Morning Sky – Cfr. La vera storia di Star Elder).
Molti affermano che gli Apuani sono tra noi, si confondono tra la gente, li incrociamo tutti i giorni perché sono capaci di assumere qualsiasi forma e di apparire con tratti di diversa nazionalità: bianchi, neri oppure asiatici.

venerdì 21 giugno 2019

CHARLES JEVINGTON: IL VIAGGIATORE




"E poi lo chiamarono “Il viaggiatore”: prima di allora era Charles il derelitto.
Charles, nella vita, non ebbe fortuna. Sarà perché non colse al volo l’opportunità, quando e semmai si fosse presentata, oppure perché non aveva le giuste “conoscenze”, come diremmo noi. Fatto sta che l’umanità non seppe dare al vecchio Charles il rispetto dovuto. Ultimo tra gli uomini, invisibile tra la sua stessa gente, dovette attendere l’arrivo di esseri di un altro mondo per ricevere quel contegno che la Terra gli ha sempre negato. Così è partito: qui non aveva niente e non aveva nessuno. Tutto, però, fa intendere che, ovunque egli sia, ha trovato finalmente quella serenità che la l’umanità non seppe dargli."


Charles Jevington nacque nel 1880 e nella vita non ebbe di certo fortuna: non aveva neanche un lavoro. Nel 1954, a 74 anni, era un vagabondo che viveva alla giornata aggirandosi nei pressi del villaggio di Thursby, alla periferia di Carlisle (Inghilterra) e si arrangiava facendo lavoretti o chiedendo del cibo ai contadini della zona. In fondo era un brav’uomo e tutti nel villaggio lo conoscevano, tanto che era soprannominato affettuosamente “Old Charlie”. Parlava poco della sua vita, ma se gli veniva offerta una birra o un pasto caldo si soffermava a far due parole e si diceva che era perfino piacevole starlo ad ascoltare. Ogni giorno percorreva i sentieri nei campi o le vie del villaggio, ma nel maggio del 1955 il vecchio Charlie sparì nel nulla. L’ultima persona che lo vide fu Meg Compton, la figlia di un contadino dove Jevington si recava quasi ogni mattina per avere un po’ di latte e un tozzo di pane: la ragazza avvertì la comunità della scomparsa dell’uomo e disse che l’aveva visto dirigersi dopo il tramonto verso un piccolo bosco vicino casa sua con uno zaino in spalla.
Ci volle qualche giorno prima che partissero le indagini: in fondo Charlie era un poveraccio, aveva una vecchia casa in città, ma ci andava solo per dormire. L’idea era che fosse caduto in qualche canale di irrigazione o che si fosse spostato altrove. Ad ogni modo la zona fu setacciata accuratamente, ma dell’uomo non si trovò alcuna traccia. La polizia chiuse frettolosamente il caso ipotizzando che Old Charlie se ne fosse andato verso la città di York.
 
 
 
La vicenda fu presto dimenticata fino all’agosto del 1960, quando incredibilmente, dopo oltre cinque anni dalla sua scomparsa, Charles Jevington fu visto nuovamente per le strade di Thursby. Nonostante l’incredulità di alcuni, nessuno si pose il problema di cosa avesse fatto in quel periodo e dopo tre giorni dalla sua ricomparsa Meg Compton fu l’unica che nel pub del villaggio gli chiese dove fosse stato.
Charlie disse che una sera, mentre camminava nei boschi intento a raccogliere della legna, vide un oggetto metallico della grandezza di una casa in mezzo a una radura. Si avvicinò incuriosito e incontrò degli esseri umani “strani” che vestivano una tuta scintillante. Stavano raccogliendo piante ed erbe selvatiche per inserirle in strani contenitori di vetro. L’uomo li descrisse come apparentemente umani, ma con orecchie molto lunghe, occhi molto grandi e una pelle verdastra. Stranamente parlavano la sua lingua, sebbene lui non vedesse muovere le loro labbra. Gli offrirono “di andare a fare un lungo giro con loro” e ritardarono la partenza per consentirgli di recuperare alcune delle sue cose. Raccontò che, durante quel viaggio, fu portato in molti luoghi meravigliosi e quegli strani amici gli mostrarono molte stranezze e bellissimi pianeti sparsi in tutta la galassia.
Nel pub, quella sera, c’erano anche persone istruite, non solo contadini e uno di loro, un astronomo dilettante, per cogliere in fallo il vecchio gli chiese se lo avessero portato a vedere i due anelli di Saturno (al tempo se ne conoscevano 3). Charlie rispose che era stato anche nei pressi di Saturno e che gli anelli erano tantissimi, non solo due. Non solo, aggiunse che oltre a Saturno anche Giove, Urano e Nettuno avevano anelli.
Quella dichiarazione fece scoppiare a ridere la gente presente, ma Jevington disegnò su carta quella che, oggi sappiamo, è l’attuale conformazione degli anelli di Saturno e insistette sul fatto che perfino Giove, che è visibile da secoli con un qualsiasi telescopio, abbia anelli attorno a se. Fece anche molte altre dichiarazioni, come il fatto che oltre Plutone ci sono almeno tre pianeti più grandi della Terra, che nella galassia vi sia un’infinità di pianeti sui quali c’è vita, alcuni a livello primordiale, ma altri con piante, animali e perfino creature intelligenti. Parlò di una stella molto vicina a noi sulla quale c’erano alcune “scimmie bianche” e disse che più lontano c’erano molti pianeti con “persone strane”.
 
 
La gente si divertiva tanto a quelle dichiarazioni strampalate che iniziò a prenderlo in giro e Old Charlie a un certo punto si scocciò e fece per andarsene. L’ultima cosa che fece fu ringraziare Meg per l’aiuto che lei e suo padre le avevano dato e le disse che era di nuovo in partenza con i suoi amici, che erano tornati per raccogliere altre piante di cui avevano bisogno. Rifiutò la sua offerta di un pasto gratuito, anzi, rifiutò di tornare a Thursby e le rivelò che, una volta partito, non sarebbe più tornato. Nei giorni a seguire, per circa una settimana rimase nei pressi del villaggio senza più parlare con nessuno. Poi, all’inizio di settembre Jevington scomparve di nuovo e come le aveva confidato, non è più tornato.
Charles Jevington era un vecchio ubriacone, un vagabondo e non aveva avuto un’istruzione, ma oggi grazie alle sonde della NASA e all’esplorazione spaziale in generale, siamo in grado di confermare parecchie delle  dichiarazioni, fatte oltre 60 anni fa. La suddivisione degli anelli si Saturno è molto recente, il sistema di anelli di Urano è stato scoperto il 10 marzo 1977 e solo nel 1986 la sonda spaziale Voyager 2 li fotografò. Ebbene sì, Giove ha anch’esso degli anelli, che furono osservati per la prima volta nel 1979 dalla sonda Voyager 1 e Nettuno possiede un debole sistema di cinque anelli planetari, predetti nel 1984 da André Brahic e fotografati dalla sonda Voyager 2 solo nel 1989.
Il vecchio Charlie queste cose le sapeva già nel 1960 e diede molte altre informazioni che nel tempo probabilmente si sono perse, anche perché ad ascoltarlo c’erano semplici bevitori, gente da osteria.

venerdì 14 giugno 2019

IL MOSAICO DI JUNG


Chi non conosce Jung? Forse, però, non tutti sanno che Carl Gustav Jung, il famoso psicoanalista svizzero, si interessò anche al paranormale: seguì i primi passi nella parapsicologia, diventò uno studioso di astrologia e di alchimia. Prese nota con cura di queste sue esperienze: le sue vicende sono descritte in modo approfondito nel suo libro autobiografico “Ricordi, sogni, riflessioni”.

 

Nel 1913, mentre visitava con un'amica la tomba di Galla Placidia a Ravenna. Lo psicologo rimase particolarmente colpito da un mosaico raffigurante Gesù Cristo che porgeva la mano a Pietro mentre questi affondava nelle onde. Con la sua amica lo esaminarono per venti minuti e discussero a fondo del rito originario del battesimo. Jung avrebbe voluto acquistare una foto del mosaico, ma non riuscì a trovarla.
Non dimenticò mai quel mosaico e, tornato a Zurigo, chiese a un amico in partenza per Ravenna di procurargli una fotografia. Apprese così qualcosa di incredibile: il mosaico che lui e la sua amica avevano osservato con tanta attenzione non esisteva! Jung riferì la sua scoperta all'amica, ma lei si rifiutò di credere che avessero condiviso una sorta di allucinazione o visione. Tuttavia, la verità era incontestabile: nessun mosaico come quello aveva mai figurato sulla parete del battistero.

 



L'impressione fu talmente profonda che, i dipinti creati per il “Libro rosso” (il Liber Novus che Jung ha scritto a partire dal 1913 e che ha continuato ad ampliare e corredare di immagini fino al 1930, per riprenderlo solo al termine della sua vita e scrivere l'epilogo nel 1959, solo due anni prima della morte) sembrano rievocare i mosaici antichi. In effetti, il Libro rosso narra e illustra con maestria le visioni portentose e sconvolgenti avute da Jung tra il 1913 e il 1916/17 e il tentativo audace di comprenderle. Le figure e il testo rendono il libro sorprendente e inclassificabile, poiché non si tratta di un libro filosofico, scientifico, psicologico, religioso o artistico, ma narra il vissuto e la voce del profondo dell'anima dell'autore. Per le sue caratteristiche così peculiari, somiglia più ai grandi testi profetici o mitici del passato. Per questo, Jung ne proibì la pubblicazione. Per cinquant’anni l’opera rimase nell’oblio, fino al 2009, quando fu pubblicata integralmente e nel 2010, il “Libro rosso” venne tradotto anche in italiano. 


“In base alle nostre conoscenze - scrisse Jung - è assai difficile determinare se e in qual misura, due persone possano vedere simultaneamente la stessa cosa. In questo caso, io potrei accertare che almeno nelle sue caratteristiche principali quello che entrambi avevamo visto era lo stesso mosaico.”   


 
Anni dopo, definì l'esperienza occorsagli a Ravenna come: “la più strana della mia vita”

lunedì 10 giugno 2019

JOE BENSON È TORNATO


Joe Benson, di Wendover, nell'Utah, era il capo spirituale degli indiani Goshute. Era sempre accompagnato da un superbo pastore tedesco che chiamava Sky. Quando Benson diventò vecchio e semicieco, Sky gli fece da guida e lo difese dai pericoli.
Ma la salute di Benson continuò a peggiorare e un giorno, verso il finire del 1962, annunciò a sua moglie Mable che, di lì a poco, sarebbe morto. Mable sapeva che era vero, così avvertì i parenti e poco dopo essi furono al suo capezzale. Ma, avendo ormai abbandonato le tradizioni indiane, insistettero perché egli venisse portato all'ospedale nella vicina Owyhee, nel Nevada.
Ignorando le sue proteste e il sordo ringhiare di Sky, lo fecero ricoverare. Benson rimase all'ospedale solo per breve tempo. Quando i medici constatarono che, in effetti, non c'era più niente da fare, lo rimandarono a casa dove, poco dopo, nel gennaio del 1963, morì.
Dopo le cerimonie funebri parecchi degli intervenuti, secondo la tradizione, chiesero di poter avere Sky. La signora Benson, vedendo che il cane sembrava ancora più prostrato di lei dal dolore, sentì che non sarebbe stato giusto cederlo e così lo tenne con sé. Dieci giorni dopo, nel guardare dalla finestra, vide che qualcuno stava dirigendosi verso la casa. Era una famiglia molto ospitale e gli amici passavano spesso, così senza badare a chi fosse arrivato, accese la stufa e preparò del caffè. Ma, quando alzò gli occhi, comparve sull'uscio un uomo che riconobbe subito: era il suo defunto marito.


 

Per gli indiani queste visite sono insolite, ma non sono affatto una novità. Con molta calma, confidando nelle tradizioni del suo popolo, la donna gli disse gentilmente che era morto e che non aveva niente da fare in questo mondo. Joe Benson annuì e si limitò a dire: “Me ne vado subito. Sono tornato a prendere il mio cane”.
Fece un fischio e Sky, scodinzolando gioioso arrivò di corsa nella cucina. “Voglio il mio guinzaglio” disse Benson. Sua moglie lo staccò dal gancio appeso alla parete e glielo porse, badando bene a non toccare il fantasma. Toccandolo lo avrebbe condannato a restare in questo mondo. Egli allacciò il guinzaglio al collare di Sky e uscì dalla cucina, scese le scale e si avviò per il sentiero che circondava la collina. Dopo qualche minuto di esitazione, la signora Benson scalò la collina per guardare dall'altra parte. Di Joe e Sky non c'era neanche l'ombra.


 

Arvilla Benson Urban, la figlia di Joe e Mable, che abitava lì accanto, fu testimone della strana visita e lo confermò in una dichiarazione scritta e giurata in questi termini: 


“Ho visto mio padre entrare nella casa e non più di pochi minuti dopo l'ho visto andarsene col nostro cane al guinzaglio. Ho visto mia madre andargli dietro e, d'impulso, l'ho seguita. Quando sono arrivata sulla cima della collina, mio padre e il suo cane non c’erano più”.  
 
Nei giorni che seguirono i giovani della famiglia cercarono il cane, ma senza risultato. Era come se Sky fosse svanito col suo amato padrone, in un altro mondo.

domenica 9 giugno 2019

I LETTORI MI SCRIVONO


Sono sempre di più coloro che mi chiedono perché, pur trattando di ufologia, io non voglia pubblicare i loro racconti su avvistamenti di misteriose luci nel cielo. Insomma perché non mi definisco e non mi comporto (più) come un ufologo.



Dovete credermi: non è possibile isolare alcune vicende come quelle di La Rubia o tante altre simili  - che, indipendentemente dai propri tratti peculiari, sono solo tessere sparse di un mosaico il cui significato ci sfugge completamente - per poi trarne delle conclusioni. Si avverte da tempo l'esigenza di un nuovo approccio alla sconcertante ed enigmatica fenomenologia delle abductions e al mistero UFO più in generale, soprattutto per quanto concerne la centralità dell'esperienza del testimone.
Chi, come me, ha dedicato anni di osservazioni alla ricerca di una soluzione semplicistica, alla fine, scopre che la verità è indubbiamente molto, molto più complessa e può risiedere al di fuori delle scienze riconosciute e quotate. Il solo modo di venirne a capo è di eseguire studi approfonditi su tutto ciò che accade, senza mai trascurare niente e soprattutto, di correlare tutti i casi man mano che vengono alla luce. Non serve a niente la sconnessa seppur scientifica raccolta di rapporti sulle luci nel cielo: la gente, in tutto il mondo, sta vivendo un incubo fantascientifico. Non possiamo più ignorare ciò che è strano né etichettarlo come irrilevante. Qualcuno o qualcosa “sta attraversando i muri”, mentre gli ufologi sono così occupati a guardare le luci che si sono estraniati dalla realtà. A loro dico: smettetela di provare l'esistenza, l'origine, la meccanica degli oggetti, ci avete giocato per quarant'anni e non avete ottenuto niente. È ora di fare uno sforzo per scoprire che cosa succede. A nulla sono serviti moduli e questionari d'avvistamento, con le loro certosine domande su dimensioni, velocità e quote di oggetti volanti non identificati.
Bisogna investigare il testimone!
Bisogna scavate nella sua memoria (senza mai fare domande che lo portino alla risposta voluta) nella sua fanciullezza e rimarrete sorpresi da ciò vi dirà. E dopo averne sentite tante, di queste testimonianze, ve lo assicuro, la sorpresa muterà in orrore.
Per questo ho iniziato a riconsiderare l'intero problema ufologico.

venerdì 7 giugno 2019

IL CASO PACIENCIA


Antonio La Rubia all'epoca risiedeva a Paciencia, un borgo a 45 Km da Rio De Janeiro e per via del suo turno di servizio, era solito alzarsi alle primissime ore del mattino, per incamminarsi alla volta del deposito delle Linee Orientali.
Quella mattina del 29 settembre 1977, come consuetudine, era uscito di casa verso le 2:15. Il suo stato d'animo era relativamente disteso, non fosse che per la paura di subire un'aggressione o una rapina, essendo le strade del paese completamente deserte a quell'ora.
Poco prima di arrivare alla fermata presso la quale, di norma, l'attendeva il pulmino che l'avrebbe portato in ditta, mentre stava transitando in prossimità della piccola piazza del paese, notò che il proprio orologio si era fermato. Voltando lo sguardo in direzione di un campo limitrofo, in buona parte immerso nell'oscurità, scorse improvvisamente la sagoma di un grande oggetto di colore grigio scuro, simile ad un enorme cappello.
Avvicinatosi per verificare di cosa si trattasse, realizzò che quel presunto "veicolo" era troppo strano per poter anche solo vagamente somigliare all'autobus della Compagnia. Preda di un incontrollabile sconcerto, che rapidamente si stava trasformando in paura, Antonio cercò di allontanarsi dalla zona. Non aveva mosso che due passi quando una vivissima ed intensa luce blu illuminò a giorno i paraggi e il suo corpo si bloccò, alla stessa stregua di quanto era capitato al suo orologio, congelandone la fuga.

 

 

Accanto ad un palo elettrico, Antonio scorse a pochi metri da lui tre piccole strane figure: erano alte circa un metro e mezzo. La loro testa ricordava un pallone da rugby ed era attraversata longitudinalmente da una fila di "specchietti". I corpi, tarchiati, presentavano un ampio "torace", dal quale si dipartivano due arti simili a proboscidi che si assottigliavano progressivamente in una specie di punta terminale. Il tronco era coperto da scaglie ruvide e si arrotondava verso il basso in un'unica gamba, a sua volta terminante in una specie di piattaforma che ricordava certi sgabelli.
In una successiva intervista, Antonio riferirà: "mi sentivo come inchiodato al suolo e vidi quei due esseri afferrarmi... Intorno regnava il più totale silenzio. Non ricordo come entrai nel disco: mi ci trovai improvvisamente, fluttuante tra due file di una dozzina di quegli esseri, su ogni lato."
Si trovava in una specie di corridoio, apparentemente fatto di alluminio. Era percorso da un brivido. Rivolto lo sguardo dietro di sé vide, dall'alto, allontanarsi il campo che aveva appena lasciato ed ebbe l'impressione che il disco fosse trasparente. D'improvviso si riaccese la luce blu e si ritrovò in una grande stanza circolare.
"Vidi allora una cinquantina di quegli esseri. Era come se mi sentissi chiuso in una campana di vetro e avevo l'impressione che essi stessero comunicando tra loro, dato che volgevano l'un l'altro le teste, come per dirsi qualcosa."
Antonio, che si era invano dibattuto sino a quel momento incapace di emettere alcun suono, riuscì improvvisamente a urlare all'indirizzo di quegli esseri: "Chi siete? Cosa volete?"
Con sua grande sorpresa le creature caddero tutte al suolo come birilli. La luce blu si riaccese, fortissima, accecandolo. Lui continuò affannosamente a dibattersi, sia per la paura, sia perché da quando era entrato nel disco aveva preso ad avvertire difficoltà respiratorie.
Ora non sentiva più il proprio respiro, ma recepiva paradossalmente quello delle entità, cosa che lo stupì, in quanto credeva fossero dei robot.
Nella grande sala disadorna, c’era unicamente un grande schermo e una specie di scatola, di circa 15 centimetri di larghezza, posta davanti a lui, il cui aspetto era vagamente simile a un pianoforte in miniatura per la presenza di alcuni tasti. Lo strano congegno poggiava su due lunghi sostegni e sulla sommità c’era una specie di lattina nella quale gli esseri inserivano degli oggetti simili a siringhe che essi portavano lungo i fianchi. Ogni volta che compivano tale operazione, compariva un'immagine a colori sullo schermo.
Ad Antonio vennero mostrate diverse scene che egli così descriverà in seguito:

  • Lui stesso nudo, sdraiato su un tavolo invisibile, le braccia a penzoloni, mentre due esseri lo stanno esaminando, tenendo due lampade blu puntate sul petto. Contemporaneamente un terzo essere gli esamina la nuca a mezzo di una lampada che stranamente non emette luce, ma rende completamente blu la parte superiore del suo corpo.

Questa scena scomparve non appena una delle entità, avvicinatasi alla scatola, vi introdusse un'altra siringa.

  • Ancora lui, nudo, in piedi.
  • Lui, vestito, con la valigetta in mano e l'aspetto nervoso, mentre batte i denti.
  • Un cavallo e un carro lungo una strada polverosa. Si tratta di un luogo a lui sconosciuto, ma riesce a vedere il carrettiere: indossa un cappello di paglia, ha i piedi nudi e la camicia strappata.
  • Una sfera arancione luminosa e lui accanto, in piedi.
  • Ancora la sfera, stavolta bluastra e con accanto uno degli esseri.
  • Un cane che tenta disperatamente di afferrare uno degli esseri, che sta davanti a lui, senza che riesca a raggiungerlo. Quando però abbaia, l'essere si "scioglie" dalla testa ai piedi come un budino. La scena prosegue: uno degli esseri si stacca dalla fila procedendo verso di lui, punta la siringa verso il cane, che improvvisamente assume una colorazione blu, per iniziare gradualmente a sciogliersi trasformandosi anch'esso in un informe ammasso gelatinoso.
  • Uno stabilimento in cui, su tre linee di assemblaggio, vengono costruiti gli UFO, con milioni di analoghe entità addette ai lavori, tuttavia sprovviste di utensili.
  • Un treno di vecchio tipo, malridotto e sprovvisto di finestrini, mentre imbocca una galleria, scomparendo alla sua vista.
  • Una grande strada affollata di turisti, che gli ricorda la Avenida Presidente Vargas (una delle principali arterie di Rio) intasata dal traffico, al punto tale che tutte le auto sono ferme.

Successivamente nel suo resoconto Antonio tornerà su questa sequenza di immagini, rammentandone una scena riguardante se stesso, con del fumo proveniente dalla sua schiena, e un'altra, vestito che vomita e non riesce a trattenere le feci.

 

 

A un certo punto uno degli esseri gli si avvicina e puntatogli la siringa sulla punta del dito medio della mano destra, gli estrae del sangue, riempendola sino a farla traboccare: fu questo l’unico momento in cui scorse un colore diverso dal blu o dal bianco. L'essere quindi puntò la siringa verso un riquadro della parete, tracciando (presumibilmente col sangue) l'enigmatico disegno di tre cerchi tagliati da una "L".
Antonio ricorda che il proprio sequestro è terminato dopo la scena della grande strada affollata: proiettato all'esterno del grande oggetto, fu depositato in una strada posta quasi di fronte alla stazione di Paciencia.
È probabile che, in realtà, venne teletrasportato dove l’avevano prelevato  da tre o quattro chilometri di distanza. Non riuscirà ovviamente di ricostruire come fosse ritornato lì: l'unica cosa certa fu che si ritrovò in una strada adiacente alla ferrovia e guardando verso il basso, realizzò che una di quelle creature era con lui. Rivolto lo sguardo al cielo, vide un "grande pallone scuro" allontanarsi e al tempo stesso si rese conto che l'essere, che prima gli stava accanto, ora era scomparso. Ritrovò la sua valigetta ed era vestito allo stesso modo nel quale era uscito di casa. Batteva i denti per un forte senso di brivido: esattamente come aveva illustrato la seconda immagine proiettata sullo schermo a bordo del disco.
Il suo orologio segnava ancora le 2:20, bloccato nel momento in cui era iniziato il suo allucinante viaggio.

 

 

Arrivato alla stazione di Paciencia, Antonio chiese l'ora: erano le 2:50. Alle 3:10 arrivò l'autobus: lo prese, arrivando al lavoro in orario.
Si sentiva male, nervoso e dolorante, ciò nonostante volle a tutti i costi sobbarcarsi l'intero turno, forse nell'illusione di rimuovere il ricordo della tremenda esperienza. A casa, non volle dire nulla alla moglie e la notte di venerdì fu un vero inferno: la temperatura corporea era sempre più alta, violenti e ripetuti conati di vomito lo colpivano e l'intestino era afflitto da continui problemi d'incontinenza. Un fortissimo mal di testa prese a tormentarlo per giorni.
Gli tornarono alla mente le immagini che aveva visto a bordo dell'UFO, particolarmente quella col fumo che fuoriusciva dalla sua schiena, legata al forte calore che ora lo pervadeva e nella quale erano stati anticipati i suoi pesanti problemi gastrointestinali contingenti.
Il sabato e la domenica questi sintomi si acuirono al punto da costringerlo a casa, con la febbre alta: il proprio corpo, letteralmente, scottava. Invano la moglie cercò di alleviarne le sofferenze strofinandolo con un po' di alcool. Il bruciore era particolarmente intenso proprio laddove, durante il sequestro, era stata applicata la luce blu.
Il lunedì si presentò alla Compagnia, con l’intento di licenziarsi per via del suo tormentato stato di salute. I colleghi rimasero sconcertati dal suo aspetto, nel quale non riconoscevano più il giovane di sana e robusta costituzione che ora appariva, come riferirono, "verde in volto ". Ad essi Antonio chiese di essere "innaffiato” perché si sentiva bruciare.
Il suo malessere era talmente palese agli occhi del personale medico, da indurre un'infermiera a proporgli la somministrazione di un sedativo, che egli nervosamente rifiutò, lasciando allibiti i presenti: si trattava infatti di un'iniezione!
A questo punto cominciava a farsi strada l'idea che fosse impazzito e se ne decise il ricovero coatto. Tuttavia,  prima che fosse portato in ospedale, lo psicologo della compagnia, il Dr. Neli Carbonell David, volle esaminarlo, convincendosi del fatto che il giovane era afflitto solo da inaudite sofferenze fisiche, incomprensibilmente insorte.
In ospedale, Antonio cominciò a parlare confusamente di UFO. Ciononostante i medici che sulle prime l'avevano creduto folle, convennero poi alle conclusioni raggiunte dal Dr. Neli. Soprattutto quando riscontrarono che la sua temperatura corporea segnava l'incomprensibile ed altissimo valore di 42° centigradi!
Psicologicamente il suo stato era catastrofico. Fu tenuto sotto osservazione da un team di medici, in quanto presentava un quadro clinico assolutamente fuori dell'ordinario.
Il Dr. Neli riferì, inoltre, che quando quel lunedì mattina lo aveva visitato per la prima volta, Antonio piangeva come un bambino. Gli chiese di togliersi i vestiti e riscontrò che il suo corpo era completamente coperto da eruzioni cutanee. Il giovane aveva un'incredibile sete, in quanto sentiva la gola letteralmente ardergli. Inoltre, il medico confermò che aveva effettivamente vomitato per l'intera notte.
Antonio presentava la classica sindrome da abduction, sintetizzata nel mutamento radicale della persona, nello stato confusionale, nella soverchiante paura, nella paresi corporea e nella sensazione di "camminare nel vuoto", che  si riscontra in una vastissima casistica internazionale, più o meno nota e da una letteratura specialistica i cui contributi vanno da John Mack a David Jacobs e da Karla Tumer a Whitley Strieber.
Il caso La Rubia venne indagato da una figura storica dell'ufologia brasiliana, Irene Granchi, che in una intervista concessale dal giovane, poche settimane dopo il rapimento, raccolse tutti i particolari di quella che è da considerarsi una sconcertante vicenda, ma che non è affatto unica, in quanto presenta incredibili analogie con altri episodi registrati su scala mondiale che pongono un inquietante interrogativo sulle finalità perseguite dalle entità che si celano dietro la fenomenologia delle abductions.

domenica 2 giugno 2019

GOBLINS


Negli anni '50 nel Kentucky, alcuni posti non erano molto diversi da quelli che siamo abituati a vedere in certi films Western. Persa nella campagna, tra Kelly e Hopkinsville, c’era una grande casa di legno che non offriva alcun conforto e ancor meno distrazioni. Rari mobili decoravano  le pareti interne, non c’era acqua corrente, telefono, radio, televisione e non avevano neanche dei libri. La signora Glennie Lankford, una vedova di cinquanta anni, aveva affittato la fattoria e vi abitava con i suoi tre figli piccoli: Mary, Charlton e Lonnie, e con i suoi due nipoti, John Charley e Elmer.
La sera del 21 agosto 1955 ricevettero la visita di Bill Ray e June Taylor, una giovane coppia di amici; la famiglia stava per mettersi a tavola e naturalmente, li invitarono a rimanere per  la cena.
Verso le 19:00, Billy uscì per prendere dell'acqua nel cortile e fu vicino al pozzo che notò improvvisamente una palla luminosa attraversare il cielo. Il bolide lasciò dietro di se una scia color arcobaleno e sembrò atterrare a poche centinaia di metri, vicino a un boschetto nel retro della fattoria. Billy si precipitò in casa per dire agli altri ciò che aveva appena visto. Descriveva loro l'oggetto luminoso, sottolineando che si muoveva molto velocemente, poi spiegò che era atterrato dietro il fienile e si offrì di andare a vederlo. Sfortunatamente nessuno lo prese sul serio. Credettero che avesse visto una stella cadente e così, risero per le sue affermazioni.
La cena continuò tranquillamente, ma avevano appena terminato che il cane, da fuori, cominciò ad abbaiare in modo inconsueto. Insospettito, Billy  uscì insieme a Elmer che, al tempo, aveva solo venticinque anni, ma era il ragazzo più grande e quindi il capo famiglia. Videro il cane correre, in preda al terrore, per rifugiarsi in un anfratto sotto la casa e per quanto Elmer cercasse di richiamarlo, si rifiutò di uscire. Temendo un pericolo, i due uomini decisero di ispezionare i paraggi e iniziarono facendo un giro intorno alla casa. Erano arrivati vicino alla porta sul retro, quando notarono uno strano bagliore nei campi che sembrava muoversi verso di loro. Mentre si avvicinava riuscirono, pian piano, a distinguere la sagoma di un piccolo uomo luminoso, alto poco più di un metro, che si avanzava con le mani alzate, come se volesse arrendersi. Indossava una tuta aderente di color argento (forse era la sua pelle che brillava così) il suo corpo, piuttosto gracile, era sormontato da una testa grande da cui sporgevano grandi orecchie a punta, la  bocca era larga e sottile, mentre due occhi gialli, luminosi, spuntavano ai lati della faccia. Le gambe erano sottili e corte, le braccia, invece, erano così lunghe che quasi toccavano terra. 



Negli anni '50 in una fattoria del Kentucky, in caso di potenziale pericolo, era normale sparare prima ancora di fare domande e i due uomini non erano propensi a fare eccezioni. Si precipitarono in casa per prendere le armi, poi uscirono e le puntarono sulla creatura che, intanto, continuava ad avvicinarsi. Quando fu a soli sei metri, spararono senza esitare, Billy con una carabina, Elmer con un fucile da caccia. A distanza ravvicinata, non potevano certo mancarlo, ma i proiettili risuonarono come se avessero colpito un tamburello metallico. L’alieno cadde all’indietro o meglio, fu sbalzato indietro ma non cadde. Piuttosto sembrò fluttuare nell’aria, quindi si rialzò e sparì nella boscaglia. 
I due uomini attesero qualche minuto poi, non vedendolo tornare, rientrarono in casa. Erano appena tornati in soggiorno quando all'improvviso una testa mostruosa apparve alla finestra. Assomigliava a quella della creatura che avevano appena visto, ma indossava una specie di elmetto con occhiali. Le donne e i bambini più piccoli, che si erano riuniti tutti insieme nella stanza, furono presi dal panico. Alcuni erano così spaventati da nascondersi sotto al letto.
Billy e Elmer si precipitarono alla finestra ma, vedendoli arrivare, la creatura fuggì. I due uomini, ancora con le armi in pugno, spararono contro la piccola figura che stava dileguandosi nell'oscurità. Udirono di nuovo quel rumore metallico e sicuro di averla colpita,  Billy andò fuori a cercarne il corpo. Si era appena fermato sotto la tettoia, quando improvvisamente una mano artigliata cercò di afferrarlo per i capelli. In casa cominciarono a urlare e afferrarono rapidamente il giovane per riportarlo dentro. Elmer, che era proprio dietro di lui e aveva assistito all'intera scena, si precipitò nel cortile e riuscì a sparare alla creatura quasi a bruciapelo. L’essere fu sbalzato dal tetto dalla violenza del proiettile ma, ancora una volta, invece di precipitare a terra, scese lentamente, planando per  circa dodici metri, fino ad arrivare al recinto, dove fu colpito nuovamente. A quel punto, Elmer notò che un'altra creatura lo stava osservando, nascosto dietro un acero e subito aprì il fuoco contro di lui, coadiuvato da Billy, che era appena uscito dalla casa. Presa in pieno, fluttuò dolcemente fino a terra, poi si mise a correre e sparì nell'oscurità.
Un'altra creatura, forse quella che prima era sul tetto, apparve sul lato della casa, quasi di fronte a loro, e immediatamente Elmer gli sparò. Ancora una volta si sentì quel rumore metallico, ma l’essere rimase illeso. L’assedio, intanto, sembrava continuare, con le creature che si presentavano una dopo l'altra: sembrava volessero solo molestarli. Alcuni avanzavano con le mani in alto, altri si mostravano alle finestre e parevano deriderli. Non ne vedevano mai più di due alla volta. Stimarono che fossero una dozzina, quindici al massimo. Si muovevano in un modo particolare: le loro gambe, a differenza di quelle umane, non si piegavano al ginocchio, i movimenti erano imperniati solo sull'anca. Di solito stavano dritti ma, quando fuggivano, si chinavano in avanti e si aiutavano con le loro lunghe braccia. 




I vicini udirono gli spari, ma non gli dettero alcun peso pensando che, a modo loro, i Sutton stessero festeggiando. Avevano sparato a volontà; ora Billy e Elmer si rendevano conto che le loro armi erano inefficaci. La signora Lankford li consigliò di risparmiare le munizioni sottolineando che, nonostante gli spari, le creature non si erano mai dimostrate aggressive e non avevano risposto in alcun modo agli attacchi. Tuttavia, non sembrava che volessero andar via. Così suggerì ai due uomini di prendere l’auto e dirigersi verso la stazione di polizia più vicina. Cosa che fecero. Alle 23:00, approfittando di una tregua, tutti si precipitarono nelle macchine e partirono per Hopkinsville, distante  circa venti miglia. Mezz'ora dopo, le due auto si fermarono davanti alla stazione di polizia e le due famiglie uscirono, molto agitate e visibilmente spaventate: - Abbiamo bisogno di aiuto - disse uno degli uomini alla polizia - li abbiamo combattuti per quasi quattro ore.
Una volta raggiunta la fattoria, la polizia, che  si era fatta accompagnare anche da quattro soldati, notò i segni dei colpi d’arma da fuoco, ma non fu avvistata nessuna creatura. L’atmosfera era molto tesa: i nervi erano a fior di pelle. Ad un certo punto, mentre camminavano nell'oscurità, uno degli uomini pestò accidentalmente la coda di un gatto, che cominciò a miagolare. Lo spavento fu tale da scatenare il putiferio: tutti i poliziotti estrassero contemporaneamente le armi e il povero gatto rischiò veramente di brutto.
Gli investigatori notarono, nell'erba, un bagliore verdastro esattamente dove una delle creature era stata colpita. Il bagliore scomparve il giorno dopo.
Nel suo rapporto la polizia scrisse che i testimoni erano davvero terrorizzati, non c’erano dubbi al riguardo e la loro testimonianza pareva sincera. Ma i poliziotti cercavano una spiegazione logica, chiedendosi prima di tutto, se non avessero fatto uso di bevande alcoliche, anche se nulla sembrava confermarlo. Conclusero che i Sutton erano stati vittima di qualche scherzo di cattivo gusto e  dato che non potevano fare altro, alle 02:15 se ne andarono. Le famiglie, ancora spaventate abbandonarono la fattoria per trasferirsi a Evansville.
Il giornale Kentucky New riportò la vicenda lo stesso giorno, poi la radio cominciò a parlarne e molti curiosi si precipitarono alla fattoria sperando di vedere gli ometti o per prendere in giro Sutton. I reporter si affrettarono a interrogare le donne che, nel frattempo, erano tornate a casa e schizzarono anche un disegno delle creature, basandosi sulle loro descrizioni. Il cane uscì dal nascondiglio, ma il gatto di casa Sutton era così nervoso che era impossibile tenerlo.  




La sera, quando gli uomini tornarono a casa dal lavoro, una fila di macchine bloccò loro la strada in entrambe le direzioni: i giornalisti li stavano aspettando. Gli chiesero di descrivere le creature. Fu quindi abbozzato un nuovo ritratto, che fu confrontato con il primo e che si rivelò quasi identico.
Intervistati separatamente, ogni membro della famiglia descrisse esattamente la stessa cosa, senza mai cambiare alcun dettaglio e senza mai contraddirsi. Anche i bambini più piccoli che, di certo, non potevano aver bevuto, confermarono la testimonianza degli adulti dando la stessa descrizione. Ad avvalorare tutta la storia, quella notte, nell'area, furono segnalati diversi avvistamenti di UFO. Ma su ciò che i Sutton raccontavano, non c’era alcuna prova.
Se i primi articoli riportarono di piccolo esseri, ben presto alcuni giornalisti, probabilmente in vena di scoop, cominciarono a definirli goblins, affibbiandogli quel nome che poi gli rimase.
Che dire? Se la storia è vera ed ha tutta l’aria di esserlo, questi uomini ebbero l’opportunità, più unica che rara, di incontrare esseri provenienti da un altro mondo e il meglio che seppero fare fu di sparargli. Si evidenzia la gretta mentalità della gente di campagna; loro stessi si giustificarono dicendo: quando qualcuno invade la nostra proprietà, la difendiamo con le armi; così fan tutti.
Il caso, soprannominato The Kelly-Hopkinsville Encounter, sembra aver ispirato il regista Stephen Herek's per il suo film: Critters.