Cerca nel blog

martedì 29 ottobre 2019

WOLVERINE


Jericho apre, una ad una, tutte le stanze. Chiude ermeticamente le finestre e tira giù le persiane. Giunge nel salone, da’ un’occhiata alla grande stanza: è vuota. Sono tutte vuote, ma lui non sembra accorgesi di nulla e prosegue imperterrito: deve chiudere tutto, prima che arrivi la notte. Ma il portone d’ingresso ha qualche problema: dovrebbe chiudersi e invece, non vuole saperne. Esce di casa, quella non è casa sua, e si ritrova su un lungo pianerottolo. Quel posto però gli è familiare: un intricato labirinto di scale che non sembra portare ad un ultimo ballatoio. Scavalca una ringhiera: è l’unico modo per raggiungere un’abitazione all’ultimo piano, che lui sembra conoscere. Nota che la porta socchiusa: la spinge ed entra. Una giovane donna è seduta alla scrivania, davanti al computer. Lui le siede accanto, guarda il monitor, riconosce quella pagina. Legge ad alta voce: - la leggenda di kuekuatsheu.
Lei si china per guardare meglio lo schermo: vi appare la figura esile di una giovane donna, bionda, carina. Poi, raddrizza la schiena: nel suo sguardo apatico non c’è più alcuna curiosità. Comincia a parlargli di una torta di mele, ma lui non l’ascolta, ormai non l’ascolta più: la sua mente vaga lontano, esplora territori arsi dal sole, palme, vicoli stretti e case basse e bianche. 
Qualcosa lo riporta alla realtà. Individua subito il telefono: nel buio, il suo schermo appare fin troppo luminoso e la suoneria lo innervosisce.
-          Pronto. Pronto? Pronto!
Nessuna risposta. Per qualche istante rimane come inebetito, poi fissa quel numero che non conosce. A quel numero, in rubrica, non è abbinato alcun nome. Guarda l’ora: 05:12.
Hanno sbagliato numero? No, è la seconda volta che succede e anche ieri erano le 05:12. Questa volta, però, non riattacca. Rimane in ascolto e dopo una serie di rumori confusi, riesce a sentire delle voci concitate. Parlano in arabo. Una delle voci è femminile, gli sembra di capire che la donna ha bisogno d’aiuto.
 

* * * * *
 
La valigia sul letto, un ultimo sguardo alla città: non ci sarebbe più tornato. Non ne sentirà la mancanza, in fondo, sono solo palazzi, strade, negozi: è così in tutto il mondo. Deve lasciare il paese, gli avevano detto la sera prima e senza neanche troppi preamboli. Gli Israeliani avevano modi spicci per allontanare gli indesiderati. Non gradivano che qualcuno ficcasse il naso nei loro affari, specie poi se si trattava di un militare.
-          Deve comprendere che siamo un paese in guerra e dobbiamo prendere opportune precauzioni.
L’ufficiale si sforzava, invano, di mostrare almeno un minimo di cordialità. L’avrebbero buttato fuori senza alcun riguardo, ma al tenente piaceva quell’uomo, ne aveva stima. Era un soldato, come lei, e i gradi se l’era guadagnati, ne era certa!
Lui, fece un sorriso finto, dimostrando, in quella circostanza, quanto poco fosse comprensivo. Si guardò intorno notando altri militari e agenti in borghese.
-          Tutto questo schieramento solo per me? – Chiese?
La donna, colta di sorpresa, si mostrò imbarazzata: aveva pianificato tutto con molta cura.
-          Posso chiederle chi seleziona il personale?
-          Cosa?
-          Non me ne voglia – aggiunse lui – ma tutto il personale femminile… Insomma, sono dei veri cessi! Non riescono a confondersi tra la folla.
-          Mi sembra una cattiveria gratuita, Mister… Debbo chiamarla Ariha, come la chiamano i palestinesi?
Replicò lei, senza nascondere un certo risentimento.
-          No, ma può chiamarmi Jericho, a modo degli occidentali.
-          Faccia buon viaggio Mr Jericho!
Non ci fu niente altro da aggiungere.
Lasciò la stanza dell’hotel, scese nella hall per pagare il conto e chiedere un taxi per raggiungere l’aeroporto.
-          Ariha!
Lentamente, si voltò verso la donna che era arrivata alle sue spalle.
-          È così, stai partendo.
-          Sì. Certo che, venendo qui, non mi rendi il compito più facile.
Lei scosse la testa.
-          Diciamo pure che non c’è un modo facile per dirsi addio. Posso accompagnarti all’aeroporto.
Non era una domanda: Berenice era una donna determinata.
-          Vieni. Saremo in buona compagnia.
Aveva notato come l’arrivo della donna non fosse passato in sordina.
Salirono sul taxi diretti all’aeroporto. Un auto si mise in moto e cominciò a seguirlo.
-          Hai notato?
-          L’ho notato – disse lei – vogliono assicurarsi che te ne vada.
Jericho annuì.
-          Tu, cosa farai?
-          Sopravvivrò. 
-          Sono preoccupato. Vieni via con me.
-          Io amo un uomo, te. Ma hai una famiglia che ti aspetta: non c’è posto per me.
-          Dimmi che sai cosa significhi per me!
Lo sapeva, ma finse, per non dar peso alle sue parole.
-          Non dimenticherò quello che hai fatto per…
-          No, per favore, sai come la penso.
-          Già! Gli arabi sono i nemici, i nemici dell’Occidente! Israele, invece, cos’è?
Un tempo avrebbe risposto che Israele è un alleato, ma non aveva più quella visione semplicistica delle cose.
-          L’ho fatto per te – rispose – ma aveva tutta l’aria di essere una scusa.
Neanche la donna sembrava esserne troppo convinta, ma non rispose. Intanto il taxi continuava per la sua strada. Jericho si voltò indietro, forse per vedere se li stavano ancora seguendo o solo per evitare lo sguardo di lei.
-          Scendo al prossimo incrocio.
Lui, si rese conto che erano vicini alla meta. C’era il rischio che la bloccassero, in aeroporto, che non la lasciassero entrare, oppure l’avrebbero fermata per interrogarla o perquisirla. La qual cosa lo avrebbe irritato non poco e avrebbe irritato anche lei. No, non era un bel modo per lasciarsi.
-          Vorrei darti un bacio.
-          Lo hai già fatto Ariha.
Sorrise. Quel sorriso gli ricordò dov’erano: doveva darsi un contegno. Un bacio, per quanto casto, sarebbe stato sconveniente.
L’auto accostò per farla scendere. Scese anche lui e le aprì lo sportello. Lei lo guardò con tenerezza e lui  si sforzò di controllare le sue emozioni.
-          Chiamami - disse lei.
-          Non potrò farlo: lo sai.
Lo sapeva, ma voleva almeno quest’ultima illusione.
-          Chiamami, non m’importa: succeda quel che succeda.
Si voltò lentamente e cominciò a camminare. Jericho la seguì con lo sguardo: lei non si voltò mai indietro. Lui, stette lì a guardarla mentre si allontanava, fin quando non sparì dietro un angolo.
 

* * * * *
 
Non gli capita spesso di tornare al Comando. Riesce a svolgere il suo incarico da remoto: telefono e internet sono più che sufficienti, di solito.
-          Ciao Jericho, è un piacere rivederti. Come stai?
Come stai. Un tempo si sarebbe limitato a rispondere: sto bene grazie. Così, quasi per abitudine, senza badarci, senza neanche pensarci un istante. Ma, da quando era tornato dall’Ucraina, non era più così. Quell’avventura gli era costata cara. Ora, ogni volta che sentiva quella frase rifletteva prima di rispondere. Pensava a quanto gli rimaneva ancora da vivere e a come avrebbe vissuto.
-          Sto benone  Toni.
-          Sì, ho sentito che hai ripreso a correre.
-          Corro per sette chilometri. Non è una maratona, ma è un bel miglioramento rispetto alla sedia a rotelle.
-          Sì ricordo.  Ma sei riuscito a rialzarti: hai la pelle dura!
-          Già!
-          Dormi bene adesso?
-          No, continuo ad avere degli incubi.
-          Gesù! Ma chi sei, Wolverine?
-          Cos’ha lui che io non ho?
-          Beh! Gli artigli di adamantio, per esempio.
-          Eh! Quelli mi avrebbero fatto comodo in certe situazioni!
Rise amaro. Sapeva di avere la stima di Toni, ma non ce lo vedeva a versare lacrime sulla sua tomba. Forse, era meglio smetterla con i convenevoli.
-          Veniamo al dunque – disse Toni, quasi indovinasse il suo ultimo pensiero – abbiamo rintracciato la telefonata. Viene da Israele.
-          Interessante.
-          Non scherzare Jericho, per i miracoli ci stiamo attrezzando!
-          Non mi dici nient’altro?
-          Abbiamo la traduzione. È una registrazione: un frammento di discorso. Qualcuno chiede a una donna: lui dov’è? E lei risponde di non saperlo.
-          Ma, il tono dell’uomo è minaccioso.
-          Sì. Ma la donna non sembra spaventata.
-          Infatti.
-          Pensi a lei?
-          Non saprei. Posso riascoltare la registrazione?
-          Certo. Ma prima, dimmi una cosa; da quanto non la senti?
-          Cinque anni. A settembre saranno cinque anni.
-          Quanti numeri di telefono hai cambiato in questi ultimi anni?
-          Lo sai: mi date voi le schede.
-          Sì, cambiamo il tuo numero, con una certa regolarità, più o meno ogni sei mesi.
-          Toni. Mandami laggiù!
-          Cristo Jericho! Non sei nelle condizioni!
-          Sto bene Toni. Sicuro!
-          Non può essere lei, Jericho.
-          Fammi ascoltare la registrazione.
-          Lo farò. Ma toglitelo dalla testa, non andrai in missione.
Jericho lo fissò serio.
-          Ricordi l’ultima volta? Ti dissi che era una cosa per i giovani, ma tu niente. Sei voluto partire lo stesso!
-          E sono tornato.
-          No, non sei tornato tu, ti abbiamo tirato fuori noi: è diverso!

domenica 20 ottobre 2019

IL CASO LONZI


Scartai questo caso perché quando le testimonianze di un incontro ravvicinato non portano prove visibili come fotografie o oggetti e si limitano a due o tre versioni di poche testimoni, per lo più amici o conoscenti stretti, solitamente si archivia la questione come un tentativo di attirare l’attenzione con il racconto di una storia fuori dal comune. Il caso di Valerio Lonzi, nel 1993, è finito in TV alla trasmissione “Il Bivio” e su molti giornali. È descritto minuziosamente in un libro di Corrado Malanga (Cfr. Prenderete coscienza) del 1998.  Debbo aggiungere che nel libro compaiono, con tanto di nomi e cognomi, i medici che affermano di aver preso in carico l’allora ragazzo e confermano ciò che ha affermato. La comunità scientifica, per contro, sostiene che come molti altri casi simili, anche di quello di Lonzi non vi è alcuna prova che il “rapimento” sia realmente avvenuto e che l’ipnosi regressiva (a cui è stato sottoposto) è facilmente condizionabile dall’ipnotista, pertanto non ha valore di prova.
Non ho letto il libro di Malanga, quella che vi riporto è la vicenda, così come lo stesso Lonzi la racconta.
 
 
Nell’estate del 1982, Valerio Lonzi aveva solo 15 anni. Al tempo era uno scout e con alcuni suoi amici partecipò a un incontro organizzato a Reppia in località Pian della Biscia, una località montana tra Chiavari e Sestri Levante. Il penultimo giorno di campeggio Lonzi e i suoi amici videro qualcosa di anomalo: poco dopo le 22:00 una sfera luminosa della grandezza di un pallone da calcio era poggiata a terra, poco distante dalla loro tenda. Era luminosa: emetteva una luce verde, quasi fosse fosforescente. La fonte della luce proveniva dal nocciolo e man mano si attenuava verso l’esterno. Lonzi e i suoi amici presero una torcia elettrica e si avvicinarono, ma quando puntarono il fascio di luce, l’oggetto perse rapidamente intensità fino a spegnersi. Giunti sul posto la sfera si era dissolta nel nulla, ma sul terreno era rimasta un’orma semisferica nell’erba che, a differenza del verde intenso della vegetazione del luogo, era di colore giallastro, come la paglia. Lonzi si chinò e avvertì un intenso calore provenire dal suolo: ipotizzò che per formare un’impronta del genere (molto profonda e calda) doveva trattarsi di un oggetto metallico incredibilmente pesante. Nessuno dei ragazzi però diede importanza alla cosa: quella sera avevano un appuntamento per mezzanotte, dovevano andare al campo delle ragazze.
Tornati alla tenda, Lonzi si distese nell’attesa che passasse il tempo, ma alle 23:15 circa, dovette uscire per il caldo. Si guardò attorno e vide, a pochi metri da lui, uno dei suoi amici intento a raccogliere la legna per il fuoco. Aveva una torcia nella mano destra e un’accetta nella sinistra, la testa era reclinata. Era stranamente immobile, come in stato di trance! Attorno a lui, volteggiavano tre sfere luminose molto simili a quella vista precedentemente. Le tre sfere si mossero verso di lui che istintivamente accese la torcia e la puntò nella loro direzione. Colpite dalla luce persero luminosità e scomparvero nel nulla. In quel momento il suo amico si risvegliò e i due si guardarono l’un l’altro alla ricerca di una spiegazione. Con loro sorpresa scoprirono che erano già le 00:15 e trovarono a terra la torcia elettrica con la lampadina fulminata e il vetro rotto. Convinti che nessuno li avrebbe creduti, decisero di non raccontare questa strana storia e di continuare il loro campeggio come se nulla fosse successo.
 
Tornato a casa, la madre notò, mentre il figlio usciva dalla doccia, delle ferite sulla sua schiena: sulla parte bassa c’erano tre profonde cicatrici lunghe circa 15 cm che i dottori spiegarono come un vero e proprio intervento chirurgico con tanto di punti di sutura. Valerio Lonzi non sapeva né come né quando gli erano state inflitte quelle ferite.
Fin qui vi ho riportato le dichiarazioni di Lonzi in TV e su alcune riviste; dopo ci sarebbe quello che Malanga riportò nel suo libro. Venne fuori da due anni di analisi ipnotica, che Lonzi fu vittima di altri rapimenti avvenuti nella sua adolescenza. Addirittura la madre prima della sua nascita avrebbe avuto un incontro ravvicinato con un UFO che l’avrebbe colpita con un raggio luminoso, senza però procurarle alcun tipo di danno. Valerio Lonzi, inoltre, nella sua infanzia avrebbe più volte avvistato degli UFO e avrebbe avuto sogni lucidi in cui era in compagnia di alieni Grigi.
Oggi Lonzi indaga su fenomeni ufologici come collaboratore del CUN e a suo dire, cerca risposte ai fenomeni che hanno caratterizzato la sua vita.

sabato 19 ottobre 2019

HOPITUH SHI-NU-MÙ


Gli indiani Hopi vivono in una riserva nel nord dello Stato dell’Arizona, all’interno della grande nazione Navajo. Oggi sono ridotti a circa 7000 individui. Da sempre gli altri popoli indiani li considerano  detentori di una profonda saggezza e spiritualità e conoscitori di segreti che vanno oltre la normale percezione delle cose.
Hopituh shi-nu-mù è il nome con il quale questa tribù di nativi americani chiama se stessa e che significa il ‘popolo pacifico’. La storia degli Hopi risale a migliaia di anni fa, il che li rende una delle culture più antiche del pianeta. Al contrario di altre mitologie che parlano di dèi discesi dal cielo, nelle loro antiche leggende gli Hopi tramandano la storia di divinità che risiedono al centro della terra. Infatti, al contrario di altri, gli Hopi sono convinti che i loro dèi non abitano gli infiniti spazi cosmici, ma vivano nel cuore della Terra, tramandando l’idea di una Terra Cava ante litteram.
In maniera simile a quasi tutte le culture precolombiane, gli hopi credono fermamente che un giorno, non troppo lontano, questi dei, che hanno dato il via alla cultura umana, ritorneranno.
Hanno da sempre vissuto secondo gli insegnamenti dettati da Masauwu, Maestro del Quarto Mondo, i cui concetti etici sono profondamente radicati nella loro cultura. Parlano delle loro divinità come di ‘uomini formica’. Infatti, alcuni petroglifi rinvenuti nei pressi di Mishongnovi, Arizona, che rappresentano le più antiche incisioni rupestri degli Hopi, raffigurano degli enigmatici esseri con le ‘antenne’ che danno l’idea di uomini-formica.
Secondo la loro mitologia, all’inizio del tempo, Taoiwa, il Creatore, creò Sotuknang, suo nipote, dandogli il compito di creare nove universi o mondi: uno per Taiowa, uno per se stesso e altri sette per sovrabbondanza di vita. In una concezione ciclica del tempo, in maniera simile alla mitologia azteca, questi mondi si sarebbero succeduti ciclicamente.
I primi tre di questi mondi, Tokpela, Tokpa e Kuskurza, già sono stati abitati e successivamente distrutti a causa della corruzione e della malvagità degli uomini. Gli Hopi tramandano che la fine di ogni ciclo è segnato dal ritorno degli dèi e l’approssimarsi del nuovo mondo e annunciato dalla comparsa della Stella Blu, Kachina: segno del ‘Giorno della Purificazione’, in cui il vecchio mondo viene distrutto e ne comincia uno nuovo.
Ogni volta che uno dei mondi viene distrutto, gli Hopi fedeli sono presi e tratti in salvo dalle divinità che li condurrebbero in città sotterranee per sfuggire alla distruzione. In ogni distruzione, ciclica, gli ‘uomini-formica’ assumono un ruolo cruciale per la loro sopravvivenza.
 
 
Il cosiddetto ‘Primo Mondo’ (Tokpela) è stato apparentemente distrutto da un incendio di proporzioni globali, forse una specie di vulcanismo massivo, oppure l’impatto con un asteroide o, ancora, un’espulsione di massa coronale dal Sole di dimensioni catastrofiche.
Il ‘Secondo Mondo’ (Tokpa), invece, fu distrutto dal freddo. Probabilmente, da un’Era Glaciale che ha distrutto la vita sul pianeta.
Nel corso di questi due cataclismi globali, i membri virtuosi della tribù Hopi sono stati guidati durante il giorno da una nube dalla forma strana e da una stella in movimento durante la notte, che li hanno  condotti alla presenza di un ‘uomo formica’ chiamato Anu Sinom. La creatura ha poi scortato gli Hopi in grotte sotterranee dove hanno trovato rifugio e sostentamento.
Nella leggenda, gli uomini formica vengono descritti come creature generose e laboriose, disposte a fornire cibo e a insegnare, agli Hopi, i metodi di conservazione degli alimenti.
È interessante notare che la descrizione fisica di questi esseri corrisponde a quella che noi attribuiamo ai moderni ‘alieni grigi’.
Ogni febbraio, gli Hopi celebrano il Powanu, un rituale per commemorare il momento in cui Anu Sinom ha insegnato loro come far germogliare i fagioli all’interno delle caverne per sopravvivere.
Per indicare la formica, gli Hopi usano anche la parola ‘anu’, che unita alla parola ‘naki’, che vuol dire ‘amici’, forma la parola ‘Anu-Naki’, ovvero ‘amici delle formiche. Da notare che An, in lingua sumerica, (Anum o Anu in accadico) era il dio celeste della mitologia mesopotamica e vuol dire “colui che appartiene ai cieli”. Il dio An/Anum presiede l’assemblea degli Anunnaki e inoltre, compone la triade cosmica insieme agli dei Enlil ed Enki. Fa anche parte dei quattro Dei creatori, che comprende la triade precedente insieme alla dea Ninhursag. Il luogo principale del suo culto si trovava ad Uruk, rappresentato dall’antichissimo Tempio di An.
Gli ‘uomini formica’ degli Hopi potrebbero essere correlati co gli Anunnaki dei Sumeri?
Se così fosse, due mitologie così distanti nel tempo e nello spazio potrebbero essere il ricordo ancestrale di un evento unico avvenuto sul nostro pianeta?
 
 
Secondo Frank Waters, autore del libro Mexico Mystique: The Coming Sixth World of Consciousness (1975), quando nella mitologia si parla del Terzo Mondo, gli Hopi introducono il concetto di patuwvotas, ovvero di ‘scudi volanti’. Nel terzo ciclo si dice che l’umanità abbia costruito una civiltà altamente avanzata, tanto da sviluppare degli ‘scudi volanti’: mezzi in grado di viaggiare rapidamente e di radere al suolo intere città.
Il Terzo Mondo è stato distrutto da Sotuknang, il nipote del Creatore, con una grande alluvione. Anche in questo caso c’è un’evidente parallelo con la tradizione sumera, nella quale si parla del grande diluvio che ha cancellato tutta la civiltà precedente. Questo racconto è riportato nell’Epopea di Gilgamesh, testo che poi è stato ripreso dalla tradizione biblica nel racconto del Diluvio Universale e dell’Arca di Noè.
Secondo le tradizioni Hopi, i superstiti del diluvio si sono sparsi in diversi luoghi del pianeta sotto la guida di Masauwu, lo Spirito della Morte e Maestro del Quarto Mondo.
Un petroglifo Hopi rappresenta Masauwu come un essere a cavallo di una ‘nave senza ali’ a forma di cupola. La somiglianza tra gli ‘scudi volanti’ e quelli che oggi noi consideriamo dischi volanti è sconcertante.
Siano essi ‘scudi volanti’ o ‘navi senza ali’, il messaggio è chiaro: i loro antenati usavano queste descrizione per riferirsi a qualcosa che era capace di volare e di trasportare delle persone.
Gli Hopi moderni credono che l’umanità si trovi attualmente a vivere nel Quarto Mondo, detto Túwaqachi. Come i mondi precedenti, anche Túwaqachi verrà distrutto a causa della malvagità degli uomini e vedrà il ritorno delle divinità sulla Terra.
Oltre agli apparenti paralleli tra la cultura Hopi e quella Sumera, Waters intravede una connessione anche tra le leggende hopi e la mitologia dei Maya. In entrambe le culture i riferimenti alla creazione e alla distruzione del mondo sono molto simili. Entrambe, inoltre, affermano la futura distruzione del mondo attuale. Questa uniformità nella mitologia culturale delle due culture, ha portato Waters ad affermare che gli Hopi e i Maya erano ancestralmente legati.

domenica 6 ottobre 2019

IL DIARIO DELL'AMMIRAGLIO BIRD - SECONDA PARTE


Nella prima parte abbiamo trattato la “storia” ora passiamo al mito. Infatti, le prove per affermare ciò che trattiamo sono scarne, insufficienti, ma la vicenda è comunque affascinante, troppo, per evitare di trattarne.

 

DIARIO DI BORDO: CAMPO BASE , 19 febbraio 1947.

Ore 06:00 – Tutta la preparazione per il nostro viaggio è completata e siamo in volo con il pieno di carburante.
Ore 06:20 – La miscela di carburante sembra troppo ricca. Aggiustato l’afflusso e il (motore) Pratt Whitneys vola tranquillamente.
Ore 07:30 – Controllo radio con il campo base, è tutto a posto e la ricezione è normale.
Ore 07:40 – Si nota una lieve perdita di olio al motore destro, tuttavia l’indicatore della pressione sembra normale.
Ore 08:00 – Notata una leggera turbolenza da est a una altitudine di 2.321 piedi, correzione a 1.700 piedi, la turbolenza cessa ma aumenta il vento in coda, piccolo aggiustamento della manetta, l’aereo procede ora normalmente.
Ore 08:15 – Controllo radio con il campo base, situazione normale.
Ore 08:30 – Incontrata nuovamente una turbolenza, saliti a 2.900 piedi di quota, di nuovo ottime condizioni di volo.
Ore 09:10 – Distese di ghiaccio e neve sotto di noi, notate delle colorazioni gialle diffuse linearmente. Cambiamento di rotta per effettuare un l’esame di queste configurazioni colorate, notate anche colorazioni color viola e porpora. Controllata quest’area con due giri completi e ritornati sulla rotta stabilita. Effettuato un nuovo controllo di posizione con il campo base e riportate le informazioni circa le colorazioni nel ghiaccio e nella neve sottostanti.
Ore 09:10 – Sia la bussola magnetica che la girobussola cominciano a ruotare e a oscillare, non ci è possibile mantenere la nostra rotta con la strumentazione. Rileviamo la posizione con il sole, tutto sembra ancora a posto. I controlli sembrano lenti nel rispondere e nel funzionare, ma non c’è indicazione di congelamento!
Ore 09:15 – In lontananza sembrano esserci delle montagne.
Ore 09:49– Trascorsi 29 minuti di volo dal primo avvistamento delle montagne, non è un miraggio. E’ una piccola catena di montagne che non avevo mai visto prima.
Ore 09:55 – Cambio altitudine a 2.950 piedi, incontrata di nuovo una forte turbolenza.
Ore 10:00 – Stiamo sorvolando la piccola catena di montagne e procediamo verso nord per quanto possiamo appurare. Oltre le montagne vi è ciò che sembra essere una valle con un piccolo fiume o ruscello che scorre verso la parte centrale. Non dovrebbe esserci nessuna valle verde qui sotto! C’è qualcosa di decisamente strano e anormale qui! Dovremmo sorvolare solo ghiacci e neve! Sulla sinistra ci sono grandi foreste sui fianchi dei monti. I nostri strumenti di navigazione girano ancora come impazziti, il giroscopio oscilla avanti e indietro!
Ore 10:30 – Incontriamo altre colline verdi. L’indicatore della temperatura esterna indica 74 Fahrenheit (circa 24 gradi centigradi)! Ora proseguiamo sulla nostra rotta. Gli strumenti di navigazione sembrano normali adesso. Sono perplesso circa le loro reazioni. Tento di contattare il campo base. La radio non funziona!
Ore 11:30 – Il paesaggio sottostante è più livellato e normale. Avanti a noi avvistiamo ciò che sembra essere una città! E’ impossibile! L’aereo sembra leggero e galleggia stranamente. I controlli si rifiutano di rispondere! MIO DIO! Alla sinistra e a alla destra delle nostre ali ci sono apparecchi di uno strano tipo. Si avvicinano rapidamente. Sono discoidali e da essi irradia una forma di energia. Ora sono abbastanza vicini per vedere i loro stemmi. E’ uno specie di Svastica! E’ fantastico. Dove siamo? Cosa è successo: ancora una volta tiro decisamente i comandi. Non rispondono! Siamo bloccati in una invisibile morsa.
Ore 11:35 – La nostra radio gracchia e giunge una voce che parla in inglese con leggero accento nordico o tedesco! Il messaggio è: “Benvenuto nel nostro territorio, Ammiraglio. Vi faremo atterrare esattamente tra sette minuti. Rilassatevi, Ammiraglio, siete in buone mani”. Mi rendo conto che i motori del nostro aereo sono spenti. L’apparecchio non è sotto il nostro controllo. I comandi sono inutilizzabili.
Ore 11:40– Ricevuto un altro messaggio radio. Stiamo per cominciare la procedura di atterraggio e in breve l’aereo vibra leggermente e comincia a scendere come catturato da un enorme, invisibile ascensore! Il movimento verso il basso è inavvertibile e tocchiamo terra con un solo leggero scossone!
Ore 11:45 – Sto facendo un’ultima velocissima annotazione sul diario di bordo. Alcuni uomini si stanno avvicinando all’aereo a piedi. Sono alti e hanno i capelli biondi. In lontananza c’è una grande città scintillante, pulsante dei colori dell’arcobaleno. Non so cosa succederà ora, ma non vedo traccia di armi su coloro che si avvicinano. Sento una voce che mi ordina, chiamandomi per nome, di aprire il portellone. Eseguo.

Finisce qui il diario di bordo.

 

11 Marzo 1947. Ho appena avuto un incontro di Stato Maggiore al Pentagono. Ho pienamente riportato la mia scoperta e il messaggio del Maestro. E’ stato tutto doverosamente registrato. Il Presidente è stato avvisato. Vengo trattenuto per diverse ore (6 ore e 39 minuti per essere esatti). Sono accuratamente interrogato dalle Forze di Sicurezza e da un’equipe medica. E’ un travaglio!
Vengo posto sotto stretto controllo attraverso la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America. Mi viene ordinato di tacere su quanto appreso, per il bene dell’umanità!
Incredibile! Mi viene ricordato che sono un militare e che quindi devo obbedire agli ordini.

 

11 marzo 1947

A partire da ora, scrivo qui tutti gli avvenimenti successivi, a memoria. Ciò sfida l’immaginazione e si confinerebbe nella follia se non lo avessi vissuto veramente.
L’operatore radio e io veniamo portati fuori dall’apparecchio e siamo ricevuti nel modo più cordiale. Venimmo portati allora su una piccola piattaforma mobile di trasporto senza ruote. Ci portò con grande rapidità verso la città scintillante. Da più vicino, la città sembra essere di cristallo. Presto, arriviamo verso un grande edificio, di una forma che non ho mai visto prima. Sembra essere uscito direttamente degli schizzi di Frank Lloyd Wright o forse meglio ancora, da un film di Buck Rogers! Ci viene offerta una bevanda tiepida: non avevamo mai assaggiato nulla di simile, ma è deliziosa. Dopo circa dieci minuti, due dei nostri stupefacenti ospiti vengono a raggiungerci e annunciano che devo andare con loro.
Non ho altra scelta: devo seguirli. Lasciai il mio operatore radio e camminammo per un po’ fino a raggiungere quello che sembrava essere un ascensore. Scendemmo: la macchina si fermò e la porta dell’ascensore scivolò silenziosamente verso l’alto. Procedemmo poi verso il basso in un lungo corridoio illuminato da una luce rosa che sembra provenire direttamente dai muri. Uno degli esseri ci fece segno di fermarci davanti a una grande porta. Sulla porta c’era un’iscrizione che non riuscii a leggere. La grande porta si aprì silenziosamente e fui invitato a entrare. Uno di loro disse: - non abbiate timore Ammiraglio, avrete un incontro col Maestro.
Entrai, e i miei occhi contemplarono la bella colorazione che sembrava riempire il locale: era lo spettacolo più bello che avessi mai visto. Era troppo bello e meraviglioso da descrivere. Era squisito e delicato. Non penso che esista un termine umano che possa correttamente descriverlo in tutti i suoi dettagli. I miei pensieri sono cordialmente interrotti da una voce calda e melodiosa: - vi auguro il benvenuto nel nostro dominio, Ammiraglio.
Vidi un uomo coi tratti delicati e con il segno degli anni sul viso. Era seduto vicino a un lungo tavolo. Mi invitò ad accomodarmi su una delle sedie. Appena mi sedetti, lui incrociò le dita e sorrise. Parlò delicatamente comunicandomi ciò che segue: - Vi abbiamo permesso, Ammiraglio, di entrare qui perché siete di carattere nobile e conosciuto nel Mondo di Superficie.
Il Mondo di Superficie? rimasi senza fiato!
-        Sì - replicò il Maestro, sorridendo - Siete nel dominio degli Ariani, il Mondo Interiore della Terra. Non ritarderemo per molto tempo la vostra missione e sarete scortati verso la superficie fino una certa distanza. Ma adesso, Ammiraglio, vi dico perché siete stati convocati qui. Cominciammo a interessarci a voi a causa delle prime bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, in Giappone. Da quel momento, abbiamo mandato le nostre macchine volanti, i “Flügelräds” in superficie per indagare su ciò che la vostra razza aveva fatto. Questa, ovviamente, è storia passata, caro Ammiraglio, ma veniamo al dunque. Vedete, non abbiamo mai interferito nelle guerre e nelle barbarie della vostra razza ma, adesso dobbiamo farlo, perché avete imparato a manipolare un potere che non è degli uomini, l’energia atomica. I nostri emissari hanno già consegnato dei messaggi ai governanti del vostro mondo, ma questi non ne tengono conto. Adesso, siete stato scelto per testimoniare che il nostro mondo esiste. Vedete, Ammiraglio, la nostra cultura e la nostra scienza sono avanti di parecchie migliaia di anni su quelle della vostra razza.
L’interruppi: - Ma che cosa ho a che fare io con tutto questo, Signore?
Gli occhi del Mastro sembrarono penetrare la mia mente e dopo avermi studiato per un po’, rispose: - la vostra razza ha raggiunto il punto di non ritorno, perché ci sono alcuni tra voi che distruggerebbero il mondo pur di mantenere il loro potere.
Acconsentii e il Maestro continuò: - già dal 1945, abbiamo provato a contattare la vostra razza, ma i nostri sforzi hanno incontrato solamente ostilità e i nostri Flugelrads sono stati attaccati e inseguiti con rabbia e animosità dai vostri aerei da combattimento. Vi dico adesso, figlio mio, che c’è una grande tempesta che si addensa sul vostro mondo, un furore nero che permarrà per molti anni. Non potranno nulla i vostri eserciti, la vostra scienza non vi fornirà alcuna protezione. Questa furia imperverserà finché ogni fiore della vostra cultura sarà calpestato e ogni cosa umana sarà immersa in un vasto caos. La vostra ultima guerra non era che un preludio di ciò che ancora deve accadere alla vostra razza. Noi qui, lo vediamo più chiaramente a ogni ora che passa. credete che mi sbagli?
No – risposi - è successo già una volta che questi periodi oscuri arrivassero e durassero per più di cinquecento anni.
-          Sì figlio mio - replicò il Maestro - le Ere oscure che verranno per la vostra razza copriranno la Terra come un velo, ma credo che parte della vostra gente sopravvivrà a questa tempesta, al di là della quale io non riesco a vedere. Prevediamo che, in un futuro remoto, un nuovo mondo rinascerà dalle rovine. La vostra razza, cercando i tesori perduti e inseguendo le leggende, arriveranno qui, figlio mio, salvi nelle nostre mani. Quando questo tempo arriverà, verremo a aiutarvi, a far rifiorire la vostra cultura e a far rivivere la vostra razza. Forse, allora, avrete appreso la futilità della guerra e delle sue distruzioni e dopo questo tempo, certi elementi della vostra cultura e della vostra scienza riappariranno di nuovo. Figlio mio, dovete ritornare al mondo di superficie con questo messaggio.
Con queste ultime parole il nostro incontro sembrò terminare. Rimasi perplesso: stavo sognando? Ma, ancora una volta, sapevo che tutto ciò era reale e per qualche strana ragione, mi inchinai leggermente, forse per rispetto o per umiltà, non saprei dirlo.
Solo allora mi accorsi che i due individui che mi avevano portato li, si trovavano ancora ai miei fianchi.
-          Di qua, Ammiraglio - disse uno di essi.
Mi girai ancora una volta: prima di uscire e guardai indietro verso il Maestro. Un sorriso dolce gli attraversava il viso vecchio e delicato.
-          Addio, figlio mio – disse. Mi accomiatò con un gesto di pace: il nostro incontro era finito.
Velocemente, tornammo fino alla grande porta della camera del Maestro e ancora una volta prendemmo l’ascensore. La porta scivolò silenziosamente verso il basso e risalimmo immediatamente. Uno dei miei accompagnatori disse: - dobbiamo fare in fretta, Ammiraglio, è desiderio del Maestro di non trattenervi ulteriormente e voi dovete tornare per portare il suo messaggio al vostro popolo.
Non risposi. Tutto pareva così incredibile. Entrai nel locale e vi ritrovai il mi operatore radio. Aveva un’espressione preoccupata sul viso. Lo rassicurai dicendogli: - va tutto bene, Howie, va tutto bene.
I due individui ci portarono verso il veicolo che ci aspettava. Salimmo e ci ritrovammo presto a bordo del nostro aereo. I motori iniziarono a girare. Tutto succedeva in fretta come in una situazione d’emergenza. Appena il portello fu chiuso, l’aereo fu subito sollevato dalla stessa forza invisibile, finché raggiungemmo un’altitudine di 2.700 piedi (circa 520 metri). Due apparecchi ci scortarono fino a una certa distanza, orientandoci sulla strada del ritorno. Il nostro tachimetro non registrava alcun dato, sebbene ci spostassimo a molto velocemente.
Alle ore 02:15 arrivò un messaggio radio: - Vi lasciamo adesso, Ammiraglio, i vostri comandi sono liberi. “Auf Wiedersehen!
Vedemmo i flügelräder sparire nel cielo blu pallido.
L’aereo si abbassò improvvisamente come se subisse l’effetto di un vuoto d’aria. Riprendemmo velocemente il controllo dell’apparecchio. Durante il viaggio non parlammo: ognuno rimase immerso nei propri pensieri.
Ore 02:20 - Siamo di nuovo sorvolando vaste superfici di ghiaccio e di neve e siamo approssimativamente a 27 minuti dal campo base. Chiamiamo e ci rispondono. Riportiamo che tutte le condizioni sono normali. Normali… Il campo base esprime il suo sollievo.
Ore 03,00 - Atterriamo dolcemente al campo base. Ho una missione…