Cerca nel blog

lunedì 25 aprile 2022

L'UOMO LUCERTOLA



Di questi incontri con creature, sia strane che incredibili, i testimoni non sono sempre entusiasti di parlarne. Infatti, questo evento non ebbe mai grande rilievo proprio perché le persone coinvolte preferirono tacere. Temettero di essere derisi o addirittura infastiditi. Eppure, siamo a conoscenza di evidenze che narrano di umanoidi di ogni tipo, inclusi alieni dall'aspetto di rettili.



L'incontro, neanche tanto ravvicinato, avvenne il 31 agosto 1968.
Tre cacciatori di Lyria (Valencia), stavano riposando in prossimità di una gola situata circa cinque km a est del piccolo paese di montagna di La Esa (Valencia). Si erano accampati per mangiare, ma furono distratti da una luce nel cielo.
Pochi secondi dopo, uno di loro, Mateo Chover, sentì il bisogno di andare di corpo. Si liberò della pistola e del tascapane e si allontanò giungendo sul bordo del burrone. Fu sorpreso nel notare, dall'altra parte del dirupo, lungo il fondo valle in cui scorreva un ruscello, a circa cento, forse centocinquanta metri, una creatura dalle caratteristiche umanoidi. Aveva una carnagione pallida, la testa di una lucertola con due occhi rossi, le mani terminanti con degli artigli (in uno teneva un elmo trasparente con la visiera bianca) e una coda simile a quella di un gatto, che toccava terra. Le parti del corpo esposte erano di colore grigio. Tutto il resto era coperto da una tuta bianca, che copriva anche parte del collo e arrivava fino ai polsi, terminando dove iniziavano degli stivali bianchi. Dietro la schiena portava uno zaino metallico: una scatola d'argento, alta mezzo metro, che brillava sotto i raggi del sole. Lo zaino era sormontato da un'antenna nera.
La creatura sembrava in attesa di qualcosa o di qualcuno e sebbene il testimone non fosse del tutto sicuro a causa della distanza, credeva che di tanto in tanto tirasse fuori dalla bocca una lingua biforcuta.
Il rettile umanoide sembrò non accorgersi della presenza di Mateo, il quale rimanendo ben nascosto tra i cespugli, si voltò e con un cenno indicò ai suoi compagni di raggiungerlo. Tutti e tre i cacciatori furono in grado di osservarlo per circa tre minuti. Poi sopra un carrubo, a una decina di metri dal burrone, apparve un cilindro di metallo nero, che luccicava sotto i raggi del sole. I cacciatori calcolarono che il cilindro fosse lungo sui trenta metri, mentre la circonferenza doveva essere di dieci. Rimase immobile, in posizione orizzontale, parallela alla terra, orientato in direzione nordest-sudovest. Non si udiva alcun suono.
Strisciando e tremando di paura, poiché non avevano mai visto nulla del genere (isolati, erano propensi a credere che creature di un altro mondo avessero invaso la Spagna), i cacciatori arretrarono fino a rintanarsi nei rovi.
Rimasero li, madidi di sudore per molto tempo, finché non sentirono un forte rumore, proveniente dal burrone. Era un suono come di ingranaggi che girano: di un meccanismo rotante che viene rapidamente bloccato. Ancora una volta, per un attimo, una luce nel cielo li accecò.
Infine, assicuratosi dell’assenza sia dell'UFO, sia del misterioso umanoide, decisero di uscire allo scoperto.



Dopo essersi calmati, si dissetarono con l'acqua delle borracce, attraversarono il burrone imbracciando i fucili e iniziarono a esplorare il terreno intorno al carrubo. L’albero riportava danni da bruciature sia sui rami più alti che sulle foglie. Nell’aria c’era odore di zolfo (elemento che molto spesso si accompagna all'apparizione di un UFO). Sul terreno i cacciatori rinvennero diverse impronte di "scarpe" che dovevano avere una suola liscia e senza tacchi. Osservando le tracce e confrontandole con quelle lasciate dai loro stivali, stabilirono che l'umanoide avrebbe dovuto pesare il doppio di un uomo normale. Rapportandolo alle dimensioni dell'albero, stabilirono che doveva essere alto più di due metri, poiché la sua testa quasi toccava i rami più bassi.
Mentre tornavano a casa, incontrarono una pattuglia della guardia civile e gli raccontarono cosa era successo, ma i gendarmi non diedero molto peso alle loro parole.
Arrivati ​​a casa, i testimoni riferirono la loro storia solo ai loro parenti e agli amici più intimi: affermarono di aver visto “qualcosa che non era di questo mondo”.

venerdì 15 aprile 2022

INCUBO



Megan Liker, 24enne, australiana, nel maggio 2001 si sposò con Andrew Mayer. Volevano avere un figlio, ma Megan non riusciva a rimanere incinta.
Si scoprì che la sua sterilità era dovuta a un precoce invecchiamento dei suoi organi interni: aveva l'utero di una donna di sessant’anni e secondo i medici, aveva già partorito molte altre volte. Questa notizia fu scioccante per Megan. Era certa che i medici si sbagliassero: lei non era mai rimasta incinta. Uno dei medici curanti, nel tentativo di risolvere l’arcano, le suggerì di ricorrere all’ipnosi regressiva: forse così avrebbe potuto chiarire la sua situazione, specie se le strane circostanze erano rintracciabili nel passato della paziente.
Sotto ipnosi, Megan raccontò ai dottori una storia incredibile: stava camminando lungo il vicolo del parco cittadino quando improvvisamente notò un UFO librarsi su di lei. Spaventata, cercò di fuggire ma venne catturata: all'improvviso avvertì di essere tirata su da un raggio di luce. Soffrì terribilmente di vertigini e svenne.
Si svegliò al buio e nel più assoluto silenzio. Iniziò a urlare e a chiedere aiuto, ma nessuno rispose. Dopo un po’, essendosi calmata, cominciò ad esaminare l’ambiente al tatto. Capì di trovarsi in una stanzetta minuscola con pareti e pavimento perfettamente lisci.
In quell’incubo senza fine, perse la cognizione del tempo e quasi impazzì a causa del completo isolamento.
Poi, all'improvviso, si accese una luce e Megan, abbagliata, riuscì appena a distinguere delle sagome. Due piccole creature si avvicinarono e le ordinarono di alzarsi. Erano insolitamente piccole: le arrivavano a malapena alla spalla. Si rese conto che non erano umani. Avevano grandi teste, mentre le braccia e le gambe erano molto snelle. Guardavano la ragazza con indifferenza, fissandola impassibili con i loro enormi occhi neri. Fu trasferita in un altro posto, che sembrava una sala operatoria, dove fu sottoposta a una sorta di visita medica. Dopo di che fu rinchiusa in una piccola “cella” trasparente. La cella aveva le dimensioni di un armadietto e tutto intorno, come anche sopra e sotto di essa, c'erano molte altre celle in cui erano rinchiuse altre prigioniere. Megan riuscì a comunicare con una sua vicina: una giovane donna di nome Kelly Beit. Le ragazze avevano difficoltà a sentirsi, quindi ricorsero a una comunicazione fatta quasi esclusivamente di gesti e di segni.

"Hanno bisogno di noi per avere dei figli - spiegò Kelly."

Megan capì appieno il significato di quelle parole solo due settimane dopo, quando la sua pancia iniziò ad arrotondarsi. Dopo un paio di mesi, diede alla luce un figlio. Assistettero al parto, con la solita indifferenza, diversi nuovi arrivati, che osservarono, imperterriti, la donna contorcersi davanti a loro. Il bambino fu portato via subito dopo il parto e fu un bene, poiché la vista di quell’esserino la disgustava.
I bambini ibridi – dichiarò in seguito - sembrano umani, ma hanno due occhi enormi.
Col tempo si susseguirono gli esami in sala operatoria, a cui seguirono altrettante gravidanze. Meghan riferì che i tempi di gestazione per i bambini ibridi erano estremamente brevi: la gravidanza non durava più di quattro mesi. Aggiunse che fu segregata in una base lunare che presentava strutture piramidali. In un edificio si tenevano le donne e in un altro nascevano i bambini.
Rimase prigioniera per circa quattro anni, durante i quali diede alla luce 48 bambini ibridi, dopodiché divenne sterile e quindi di scarso interesse per gli alieni.
Le fu cancellata la memoria, poi la riportarono sulla Terra. I suoi ricordi erano stati sostituiti con ricordi fittizi, così da giustificare la sua lunga assenza. In effetti, Liker ricordava di aver prestato servizio militare con una ferma di quattro anni. Ma venne smentita dal Ministero della Difesa australiano, al quale successivamente si rivolse, che affermò di non averla mai avuta in ruolo e davanti a una richiesta del genere, qualche funzionario pensò sicuramente che Megan Liker fosse semplicemente pazza.




Gli ufologi che si interessarono al suo caso sono di parere concorde: i ricordi del servizio militare vennero semplicemente innestati nella memoria della ragazza al solo scopo di nascondere la verità.
A noi restano solo domande: c’è davvero una sorta di incubatrice sulla Luna? E se sì, per quale scopo i "grigi" stanno creando una tale moltitudine di ibridi alieni?
Forse stanno costituendo una nuova razza per sostituire quella terrestre?

lunedì 11 aprile 2022

L'UMANOIDE MORENTE


 

È la storia di un taglialegna svedese che incontrò un alieno morente. La storia è arrivata alla ribalta della cronaca grazie al ricercatore Ed Komarek. L'articolo "Humanoid Dies in Sweden", tradotto da un certo John Fontaine, è stato pubblicato, per la prima volta, da Tim Beckley. Fontaine affermò di aver incontrato il testimone durante una conferenza sugli UFO a Charlottenburg, Copenaghen, in Svezia. Entrambi discussero condividendo le loro opinioni e le diverse conoscenze sull’argomento, quindi il testimone, che volle rimanere anonimo, raccontò a Fontaine dell'incontro ravvicinato avvenuto nel 1955.
Non un racconto di “prima mano”, quindi, ma una storia passata, di mano in mano, attraverso almeno tre persone. Alcuni dettagli potrebbero pertanto essere distorti o fraintesi. Tuttavia, è interessante: vale la pena di postarla anche tenendo conto delle eventuali distorsioni.



Il testimone racconta che nel lontano 1955 lavorava come taglialegna, insieme ai suoi due fratelli, nella città di Västra, Norrland, sulle rive del Golfo di Botnia, nel Mar Baltico. Rifornivano di legna una segheria Svedese.
Un giorno imprecisato del mese di luglio alle ore 06:00, mentre erano tutti impegnati nel taglio degli alberi, hanno sentito che qualcosa di grosso, muovendosi nella foresta, spezzava le cime e i rami degli alberi. Un attimo dopo, videro un oggetto fusiforme, delle dimensioni di un piccolo jet privato, volare basso e sfiorare gli alberi. In effetti, pensarono che fosse davvero un piccolo aeroplano le cui ali, all’impatto, si fossero staccate, che stesse precipitando nel fiume.
I tre uomini si mossero alla ricerca dell’oggetto ma, arrivati in una radura, furono investiti da un lampo che illuminò tutta la zona. Il fenomeno, intenso e brillante, si propagò nel più assoluto silenzio. Il flash era incredibilmente luminoso e aveva la strana proprietà di rendere gli alberi come trasparenti. Si poteva vedere attraverso di essi come con una camera a raggi X. Tutto questo durò circa un secondo, poi la luce cominciò a implodere e tutto tornò alla normalità. Gli uomini non trovarono la navicella, ma videro una scia di rami spezzati, sparpagliati su tutta l’area. Stavano quindi tornando sui propri passi, quando all'improvviso, uno dei fratelli gridò: - Guarda, un nano in uniforme!
Guardando meglio, si avvidero di una piccola creatura umanoide che, con ogni probabilità, era uscita dall’oggetto caduto nel fiume. Era alto circa quattro piedi e il suo corpo era circondato da un alone di luce. L'alieno appariva stremato: uno dei fratelli lo toccò e questi si riprese. Aprì gli occhi e iniziò a gridare in svedese: - Non toccarmi o subirai delle conseguenze. Ora sai chi sono.
Fontaine ha riferito che i testimoni rimasero sorpresi dal perfetto accento svedese dell'alieno: questo fatto parve calmarli.
L'umanoide era ben proporzionato: aveva spalle larghe e lineamenti normali. La sua pelle era giallastra, come quella degli asiatici, i suoi occhi erano profondi e completamente neri, senza pupille. Riportava graffi e lividi sul viso, un paio di grosse ferite sulla fronte e sul mento. La sua testa era lanuginosa e quei “capelli” apparivano quasi bianchi. I lobi delle orecchie erano tutt'uno con il collo: assomigliavano alle pinne di uno squalo. Le labbra erano rugose, strette e incolori. Quando sorrise, in modo rassicurante, mise in mostra dei denti piccoli e affilati.
L'alieno disse loro che aveva un’emorragia interna: fece chiaramente intendere che era gravemente ferito e che stava morendo. Quindi estrasse un piccolo oggetto rettangolare che portava attaccata una matita di ardesia. Scrisse qualcosa sull'oggetto, poi lo gettò tra i cespugli e raccomandò ai taglialegna di non toccarlo.

“Non toccatelo. Dirà ai miei simili cosa è successo in modo che non vengano più a cercarmi”.

Il testimone ha affermato che conversò per circa due ore con l'alieno. Sofferente per il dolore, l'umanoide morente parlò con loro e disse che era arrivato dalla costellazione che chiamiamo "L'Aquila" e che la Terra era stata regolarmente visitata da diverse razze cosmiche, per molti secoli. Quando si sentì mancare, l'umanoide chiese alle persone al suo capezzale di mettere i suoi resti in una grande borsa, che estrasse dalla tasca invisibile.
Disse: - Quando sarò morto, la luce sparirà dal mio corpo e con l'aiuto degli altri mi metterai in questo sacco e mi adagerai nel fiume, dove scomparirò. Poi dovrai lavarti bene, altrimenti ti ammalerai.
Il testimone aggiunse che prima di morire lo guardò e improvvisamente sorrise, poi sussurrò qualcosa di incomprensibile e concluse dicendo, nel suo perfetto svedese: - Sei venuto senza alcuna volontà e parti contro la tua stessa volontà. La nostra vita è come il vapore.
Poi disse qualchos’altro, probabilmente una preghiera alla sua divinità, e morì. Alla sua morte, i fratelli fecero esattamente ciò che aveva chiesto. Misero il cadavere nella borsa e lo portarono al fiume. La borsa puzzava di zolfo e gli bruciava le mani. Gettarono la borsa nel fiume e poi si lavarono.



L'uomo che raccontò questa storia a Fontaine, gli assicurò che era tutto vero e che poteva anche dimostrarlo: Il testimone era in possesso di un pezzo di metallo che ritrovò sul posto un paio di giorni dopo. Probabilmente si trattava dell’oggetto lanciato dalla creatura. Nascose questo ritrovamento: non raccontò nulla ai giornalisti e agli ufologi, anche se la sua storia, grazie a quel manufatto, poteva assumere un aspetto assai più veritiero.

giovedì 7 aprile 2022

LOVETTE/CUNNINGHAM: UN CASO DI MUTILAZIONE


 

Il caso è uno dei più sconcertanti inerenti ad episodi di mutilazione umana avvenute in seguito a un incontro ravvicinato. Nell’incidente furono coinvolti il sergente dell'aeronautica Jonathan P. Lovette e il maggiore William Cunningham che, quel giorno, andarono in cerca dei resti di un missile sperimentale partito dal White Sands Missile Test Range e schiantatosi nel deserto, vicino alla base dell'aeronautica di Holloman, nel New Mexico.
Quando raggiunsero il luogo dell'impatto, il maggiore Cunningham sentì Lovette gridare lo raggiunse, di corsa, per vedere cosa gli fosse capitato. All'inizio pensò che fosse stato morso da un serpente, quindi oltrepassò la duna di sabbia che li separava per prestare aiuto al suo partner.
Fu allora che vide un oggetto, metallico, sospeso a 15-20 piedi sulla verticale di Lovette, dal quale calava un lungo braccio a serpentina che all’estremità avvolgeva una gamba di Lovette. Il braccio si ritrasse trascinando il sergente all'interno della navicella. L'oggetto volò via portando con se l’uomo appena catturato. Cunningham, che aveva assistito alla scena, rimase inerme. Immobilizzato dalla paura, riuscì a riprendersi solo dopo che il suo partner fu portato via.
Contattò, via radio, la base missilistica spiegando ciò che aveva visto. Dalla base dissero che avevano rilevato un eco radar riferibile a un oggetto sconosciuto che si muoveva rapidamente.
Sul luogo dell'incidente arrivarono altri militari. Rilevarono che Cunningham era ancora in stato di shock e lo condussero in ospedale per una visita medica. Intanto, conducevano un’accurata ricerca, che proseguì per i successivi tre giorni, ma che non permise di ritrovare la persona scomparsa. Pertanto, forti sospetti si concentrarono su Cunningham che continuava a riferire la sua storia, per quanto incredibile. Alla fine fu incolpato della scomparsa di Lovette e arrestato.
Tre giorni dopo, il cadavere di Lovette fu ritrovato a dieci miglia dal luogo del presunto rapimento. Il corpo era in pessime condizioni ed era nudo. Lovette era stato terribilmente mutilato e dal suo corpo era stato drenato tutto il sangue ma, sorprese la totale mancanza di evidenze di un collasso vascolare, generalmente associato alla morte per dissanguamento. La sua lingua era stata tagliata alla radice, gli occhi erano mancanti e pure l'ano era stato asportato, con precisione chirurgica. I medici dell'Air Force appurarono che i genitali e altri organi erano stati accuratamente rimossi.



L'incidente di Lovette-Cunningham è menzionato nel Project Grudge che riporta l’indagine avviata dall'Aeronautica, che già indagava sugli oggetti volanti non identificati. Questo caso era quindi noto come "Project Grudge Report 13": un fascicolo di seicento pagine.
Il problema è che non esistono informazioni ufficiali sul Rapporto 13 e il governo degli Stati Uniti nega la sua stessa esistenza, quindi i suoi dettagli sono conosciuti solo da fonti di seconda mano che affermano di aver visto e analizzato il documento. Un resoconto proveniva dal controverso teorico della cospirazione, William Cooper (1943–2001), il quale afferma di essere stato incaricato di analizzare una versione commentata di “Grudge Report 13” all'inizio degli anni '70. L'altro proviene dagli appunti di William English, un ex capitano dei berretti verdi il quale dice che anche a lui era stato chiesto di analizzare il documento, mentre era assegnato a un servizio di sicurezza statunitense in un'ex base della Royal Air Force a Chicksands, in Inghilterra.



L’incidente del New Mexico del 1956 offre parallelismi intriganti con altri casi di mutilazioni. Nel 1988, un cadavere fu ritrovato nel bacino di Guarapiranga, in Brasile. Secondo i rapporti, la vittima era morta da 48/72 ore, ma non c'erano segni di decomposizione. Gli occhi, le orecchie, la lingua e i genitali erano stati rimossi, così come gli organi digestivi. I funzionari furono in grado di identificare la vittima.
Altri rapporti riguardano casi di mutilazioni animali. Il contenuto di questi rapporti, nei dettagli, però è molto simile. Dall'inizio degli anni '70 sono stati registrati casi di bovini, pecore, cavalli, conigli, cervi, bisonti e alci mutilati. I corpi risultavano dissanguati, privi di mascella, occhi, orecchie, lingua, linfonodi e genitali. Nel 2009, il Denver Post ha riportato il caso di quattro vitelli ritrovati mutilati allo stesso modo. NPR ha riferito di un incidente avvenuto nel 2019 in Colorado, in cui cinque giovani tori sono stati, misteriosamente, trovati morti, privi del sangue e con parti del corpo asportati con precisione chirurgica.

sabato 2 aprile 2022

IL CASO PÁTTERO



21 maggio 1973: era notte e Onilson Páttero stava tornando a casa dopo aver lavorato tutto il giorno. Con la sua Opel blu viaggiava da Osvaldo Cruz a Catanduva, situata nello stato brasiliano di San Paolo. Accese la radio e sentì che andava in onda il telegiornale sportivo: riportava notizie sull'imminente Coppa del Mondo. Mentre stava attraversando il ponte Salto de Avanhandava, a 150 km dalla sua destinazione, s’imbatté in un autostoppista. Spense la radio e chiese al giovane se avesse bisogno di un passaggio. Il ragazzo annuì: seppe che chiamava Alex e non aveva con se alcun bagaglio.
Páttero gli offrì una sigaretta ma lui rifiutò dicendo che non fumava durante il viaggio, però aveva con se una custodia di metallo che sembrava proprio un portasigarette. Alex era alto circa 1,75 m, con i capelli striati di giallo, la faccia tonda e grandi occhi azzurri. Páttero lo prese a bordo, si accese una sigaretta e insieme ripresero il viaggio verso Catanduva. Ebbero una conversazione piacevole, si scambiarono varie opinioni e Páttero gli riferì dove viveva.
Inizialmente, Alex disse di essere diretto a Catanduva, ma quando stavano per entrare in città, sull'autostrada Washington Luis, dichiarò che la sua destinazione, in realtà, era Itajobi. Páttero decise così di accompagnarlo fino a destinazione, poiché pioveva ed anche perché, data l’ora, non avrebbe trovato alcun mezzo di trasporto. Così, lo lasciò nella piazza centrale e Alex gli promise che, nei giorni successivi, sarebbe andato a trovarlo.
Erano già le tre del mattino: Páttero avviò la sua macchina per continuare il viaggio. Era a soli sette Km dalla sua destinazione quando la radio subì delle interferenze e contemporaneamente, il motore cominciò a perdere colpi. Mentre cercava di capacitarsi, un raggio di luce colpì il cruscotto dell’auto, spostandosi da sinistra verso destra. Quando la luce colpì il pannello, rese trasparente tutto ciò con cui veniva a contatto. Páttero, terrorizzato, poteva vedere il motore della macchina, l'albero a camme e l'albero motore che ancora giravano dentro di esso. Si chiese cosa stesse succedendo. Cercò di individuare la fonte della luce, ma la pioggia battente e la notte buia non glielo permisero. Presto, una linea di luce blu intensa, nitida e dritta lo accecò: pensò che provenisse da un veicolo che viaggiava in senso opposto. L'intensità della luce era forte e temendo uno scontro, si accinse ad arrestare la macchina. Notò che anche l'impianto elettrico dell'auto era in avaria, mentre la luce diventava sempre più brillante, come se il veicolo che aveva di fronte si stesse avvicinando molto velocemente. Tolse gli occhiali per proteggere gli occhi con le mani: era pronto per l'impatto. Ma non accadde nulla.
Abbassando le mani, vide un oggetto librarsi in aria a circa 20 metri di distanza. Si chiese se fosse un elicottero, ma non lo era. Aveva una forma circolare ed era di dimensioni maggiori. Per un po’ rimase in macchina ma poi decise di scendere e aprì la portiera. Appoggiando la gamba a terra, poté sentire l'energia che emanava da quella “cosa”. Poco dopo, un oggetto cilindrico emerse da quella cosa circolare e atterrò sulla strada. Páttero, si spaventò e vedendolo avanzare decise di abbandonare l’auto, ormai inutilizzabile, per scappare a piedi. Corse solo per trenta metri, poi qualcosa lo convinse a fermarsi. Si voltò e scoprì che, ora, tutta la sua macchina era divenuta trasparente come il vetro e quella cosa era lì, ferma accanto all’auto.
Fu raggiunto, catturato e portato nell'astronave aliena. A questo punto, perse conoscenza.
Alle ore 05:00 (circa), due passanti chiamarono la polizia per informarla che c’era, vicino a una Opel blu, un uomo a terra privo di sensi. Il poliziotto Clóvis Queiroz, che si trovava nelle vicinanze, intervenne per prestare soccorso. Trovò Páttero ancora sdraiato a terra e provò a svegliarlo. Lui si riprese, ma era spaventato e in evidente stato di shock. Queiroz gli domandò cosa gli fosse accaduto e lui rispose: - vogliono prendermi - e raccontò tutto al poliziotto.
Queiroz pensò che l’uomo avesse subito un trauma e che pertanto avesse bisogno di cure mediche. Fu portato all'ospedale di Catanduva e sottoposto a una serie di esami. I medici notarono strane macchie verdastre sullo stomaco e sua moglie notò che i suoi capelli erano diventati neri. Solo tre giorni dopo, quando ormai era a casa, i suoi capelli tornarono al loro colore naturale: marrone chiaro.




Secondo rapimento

Il 28 aprile dell'anno successivo, Pàttero dichiarò di essere stato rapito una seconda volta. Successe, a suo dire, nelle vicinanze di Guarantitã (423 km a nord-ovest di San Paolo). Questo episodio attirò l’attenzione dei media, soprattutto negli USA, in Germania e in Francia.
Fu ritrovato, sei giorni dopo, in stato confusionale, da un contadino, su una collina a Colatina, Espírito Santo, a più di mille chilometri da dove era stato catturato. Raccontò che stava guidando il suo maggiolino, quando notò le stesse luci individuate nel primo rapimento. Non aveva ricordi del suo viaggio, però riferì che, sulla navicella, aveva rivisto Alex, il misterioso autostoppista. Alex gli confidò che era venuto sulla Terra per rimuovere dal pianeta alcuni materiali che potrebbero risultare pericolosi anche per noi umani, poiché furono letali per delle navicelle da trasporto (non schermate) che, in passato, visitarono la Terra. Sotto ipnosi, in seguito riferì di essere stato risucchiato in una sorta di tappeto di luce ed esaminato da uomini incappucciati. Ricordò ciò che aveva visto all'interno della navicella, la quale aveva la forma di due piatti sovrapposti. Aggiunse che fu rinchiuso in una capsula a forma di sarcofago attaccata con catene e anelli d'acciaio alle pareti di una stanza ad alto contenuto tecnologico. Al colonnello Luiz Sérgio Aurich, capo della polizia e al giudice Arione, ha precisato che dopo essere stato esaminato, fu abbandonato nella cava nei pressi della quale fu poi ritrovato.
Il giornalista Paulo Maia fu il primo ad intervistarlo. Successe nella stazione di polizia. Il giornalista finse di essere un detenuto e si fece rinchiudere nella cella dove Páttero era in custodia protettiva, dato che rischiava il linciaggio da parte di una folla terrorizzata dalla notizia che i marziani stavano invadendo la città. Maia vedeva Onilson come un uomo consapevole e convinto che gli fosse successo davvero qualcosa di straordinario.


“Mi ha descritto chiaramente cosa ha visto all'interno della navicella spaziale. Nonostante abbia perso la cognizione del tempo, ha detto di aver visto un laboratorio sbalorditivo, una meraviglia tecnologica tale che non immaginava potesse esistere. Non riusciva a ricordare quante volte è stato esaminato dalla testa ai piedi da esseri dall'aspetto umano. Ha confidato pure che si è trovato al cospetto di un essere uguale a lui: un clone di Onilson, perfetto nei minimi dettagli, compresi gli abiti che indossava il giorno del primo rapimento”


Il rapito Catanduva raccontò che non appena fu messo in quella lunga cassa, si addormentò e si risvegliò sulla terra. L'UFO volò via in pochi secondi. Per un po’ rimase sveglio, perché pioveva. Camminava, ma era completamente disorientato poiché non conosceva quei luoghi. Riusciva a distinguere le stelle, la luna e poteva sentire le macchine in lontananza. Continuò a camminare finché s’imbatté nel signor César Menelli che gli prestò i primi soccorsi.
Singolare è la descrizione del rapito che diede il colonnello della riserva, Luiz Sérgio Aurich, allora capitano, che accolse e protesse Onilson quando la folla iniziò a inveire.

“Vidi un uomo pulito, ben rasato, vestito con una giacca sportiva e abiti da lavoro, che arrivava da un luogo impervio, sotto la pioggia. Sembrava fosse caduto dal cielo, ma non è possibile che sia arrivato si qui in aereo. Le strade erano fatiscenti, in pessime condizioni, non può essere giunto neanche con la corriera. Il caso è intrigante. Non è pazzo: è una persona normale, una bella persona. La mia impressione è che abbia detto la verità."

Ad indagare su questa storia furono anche gli investigatori del Dipartimento dell'Ordine Politico e Sociale (DOPS), Max Berezovski e Willi Wirtz, che nell’ottobre del 1974 stilarono il rapporto finale.
Per quanto ne sappiamo, Berezovski considerava vero il racconto del primo incontro ravvicinato, ma percepiva il secondo come falso. Wirtz, invece, non credeva a Pàttero e considerava come falsi entrambi gli “incontri”. Come al solito le conclusioni dell’indagine, condotta in modo ufficiale da un organo di polizia che dovrebbe occuparsi di dissidenti politici, non sono esaltanti.
Il sogno del libraio Onilson Páttero di Catanduva (SP) era quello di ritornare a Colatina, dove 47 anni prima comparve in modo misterioso dopo essere stato catturato e portato a bordo di un disco volante. Morì, all'età di 75 anni, nell'agosto 2008, senza riuscire ad esaudire quest’ultimo desiderio.