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lunedì 23 marzo 2020

LE PULIZIE IN TEMPO DI CORONA-VIRUS


In questi giorni di quarantena, molti pensano che per gli ambienti domestici sia necessaria una pulizia diversa da quella fatta quotidianamente. Ma con le giuste precauzioni e qualche piccolo accorgimento non serve stravolgere le abitudini quotidiane in tema di pulizie. 
Per quello che sappiamo ora i tempi di sopravvivenza del virus sulle superfici possono arrivare a nove giorni, ma difficilmente la carica infettiva sulle superfici raggiunge valori che richiedano una disinfezione sistematica di tutto ciò che viene in contatto con il mondo esterno e con le altre persone. Norme igieniche severe devono essere applicate certamente in ambito sanitario, ma negli ambienti domestici è sufficiente essere un po’ più scrupolosi del solito per ridurre il rischio di portarsi a casa il #virus.
Le sostanze considerate chimicamente efficaci contro il coronavirus e che possono essere utilizzate in ambito domestico per le pulizie sono alcol e ipoclorito di sodio, cioè la comune candeggina.
Generalmente, in condizioni normali, questi prodotti sono sconsigliati poiché sono entrambi irritanti per la pelle. Inoltre, l’alcol è pericoloso perché infiammabile e l’ipoclorito di sodio è tossico per l’ambiente acquatico. Ma in questo periodo possiamo dire che sono le soluzioni più efficaci ed economiche per pulire gli ambienti e le superfici di passaggio esterno-interno di casa, come maniglie, parti della porta che si toccano a mani sporche, chiavi, corrimano, citofono, pulsantiere. Non è quindi necessario disinfettare tutta casa: basta solo sanificare le superfici che più facilmente ricevono un contatto con l’esterno.
Nei casi in cui si usano alcol o candeggina, le pulizie devono essere eseguite con guanti e occhiali (per proteggersi da eventuali schizzi di candeggina). È bene arieggiare le stanze, sia durante che dopo l’uso dei prodotti per la pulizia e la sanificazione degli ambienti.
In generale, è meglio di usare alcol o candeggina puri o poco diluiti perché se si aggiunge troppa acqua il rischio è di scendere al di sotto della concentrazione efficace.
 
 
Per le pulizie degli ambienti domestici che non sono soggetti al passaggio con l’esterno bastano i normali prodotti. Di solito per la pulizia della casa e delle superfici in genere si usano due tipi di prodotti (indipendentemente dal claim igienizzante e dal nome del produttore): detersivi e detergenti e presidi medici chirurgici.
Detersivi e detergenti sono la maggioranza dei prodotti in commercio. La loro funzione è rimuovere lo sporco e mantenere l’igiene domestica in normali condizioni. Non hanno efficacia chimica su batteri e virus, ma ne riducono la permanenza sulle superfici. Fanno parte di questa categoria di prodotti (a titolo esemplificativo): Napisan spray igienizzante superfici, Amuchina bagno igienizzante, Chanteclair bagno igienizzante, Napisan igienizzante bagno.
I presidi medici chirurgici sono la minoranza dei prodotti in commercio. La loro funzione è quella di uccidere i batteri e disinfettare, ma secondo le fonti che abbiamo al momento, il benzalconio cloruro (l’ingrediente alla base di questo tipo di detergenti e presente in genere in concentrazioni tra 0,35 e 0,5 %), è poco efficace sul coronavirus.
Fanno parte di questa categoria di prodotti (a titolo esemplificativo): Chanteclair sgrassatore disinfettante, Citrosil sgrassatore disinfettante, Amuchina disinfettante sgrassatore attivo. Si riconoscono perché in etichetta riportano la dicitura PMC registrazione del ministero della Salute e il simbolo della croce rossa.
 
 
Per pulire grandi superfici, i classici detergenti per i pavimenti vanno più che bene, ma se lo desideri, in questo periodo, puoi usare la candeggina. Controlla in etichetta che contenga ipoclorito di sodio (le concentrazioni dei prodotti liquidi in commercio sono intorno al 3,5%). Evita le candeggine delicate o per colorati perché non contengono ipoclorito di sodio, ma sbiancanti a base di ossigeno e le formulazioni in gel perché hanno concentrazioni più basse, intorno al 2%.
Per disinfettare maniglie o altre superfici sensibili come ad esempio la tastiera del computer o lo smartphone la soluzione migliore è di passarci sopra con un panno di carta casa (da buttare subito dopo) o del cotone imbevuto di alcol puro (quello nelle confezioni rosa che si trova al supermercato). La concentrazione in commercio è al 90%.
Gli occhiali si possono invece lavare sotto l’acqua corrente con del sapone per piatti.
 
Togliersi le scarpe appena si entra in casa è sempre una buona abitudine così come lavarsi subito le mani con acqua e sapone.
I vestiti, a meno di essere stati a contatto ravvicinato con persone infette, non richiedono sterilizzazione. L’unica garanzia di sterilizzazione dei tessuti è data dalla temperatura di lavaggio molto alta (90°C) e, ancora una volta, dalla candeggina a base di ipoclorito di sodio. Poiché nessun bucato domestico sopporta questo genere di trattamenti, in questo periodo, per aumentare l’igiene di maglie e pantaloni può essere utile aggiungere candeggina classica (seguendo le istruzioni di dosaggio sul flacone) solo per i capi bianchi e resistenti che la sopportano senza danni. Per tutti gli altri indumenti, un normale lavaggio con detersivo è l’unica arma che abbiamo per rimuovere lo sporco e, con esso, i principali agenti infettanti.

domenica 22 marzo 2020

KINGMAN - 21 MAGGIO 1953


Lo schianto avvenne a Kingman (Arizona nel 1953). Nell’aprile del 1964 l’incidente fu investigato da Richard Hall, un noto ricercatore UFO del MUFON (Mutual UFO Network) che, a sua volta, apprese la storia da un marine che, in seguito, avrebbe prestato servizio in Vietnam. 

Artur G. Stancil era presente sul sito dell’incidente, come ingegnere aveva il compito di effettuare studi preliminari sul disco precipitato, probabilmente per fini di retroingegneria. Stancil, dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria meccanica presso l’Università dell’Ohio, ottenne un impiego presso l’Ufficio Studi Speciali dell’Air Materiel Command della base militare di Wright Patterson. Le sue specializzazioni comprendevano la progettazione di motori sperimentali  per l’Air Force e la ricerca e lo sviluppo di tecniche per determinare gli effetti dell’aria sulle strutture.
Stancil sottoscrisse una dichiarazione giurata su quanto da lui riferito, che fu pubblicata da Ray Fowler sulla rivista UFO Magazine, solo nell’aprile del 1976.
Ma veniamo ai fatti. Il 21 maggio 1953 Stancil (che in quel periodo partecipava all’operazione Upshot-Knothole, sulla sperimentazione atomica) venne convocato dal suo capo per un incarico speciale presso la base militare di Indian Springs, dove si sarebbe unito ad altri 15 specialisti. Fu quindi trasportato da un aereo militare fino a Phoenix, ove, assieme al resto della squadra, lo attendeva un autobus con i finestrini oscurati che lo portò a destinazione, dopo un viaggio della durata approssimativa di quattro ore. Quando il team giunse presso il sito, verosimilmente a sud-est di Kingman, un borioso colonnello dell’Air Force provvide a ragguagliare i presenti sulla loro missione, spiegando che avrebbero dovuto investigare su un veicolo sperimentale, super segreto, che era precipitato.
Fu raccomandato inoltre di non far parola con nessuno di quanto avrebbero visto. Il compito di Stancil era di determinare la velocità d’impatto del velovolo. Venne scortato al sito dell’incidente dalla polizia militare. Due riflettori lenticolari erano puntati sull’oggetto in avaria che appariva circondato da guardie. Le luci erano così intense che non era possibile distinguere l’area circostante. L’oggetto, di apparenza ovale,  assomigliava a due piatti rovesciati l’uno sull’altro. Il diametro era di circa nove metri, con superfici convesse sia in alto che in basso. Parte del disco era sprofondata nel terreno. Era costruito con un metallo argenteo opaco, simile all’alluminio. Il metallo era più scuro ove le “labbra” del disco formavano un orlo, intorno al quale c’era qualcosa simile a impronte. Un portello ricurvo era aperto, abbassato verticalmente. C’era una luce che proveniva dall’interno, ma poteva essere stata installata dall’Air Force. L’urto aveva fatto sprofondare l’oggetto nella sabbia di circa mezzo metro. Non si vedevano carrelli per l’atterraggio. Il “disco”, nonostante l’impatto al suolo, si presentava intatto: non presentava segni di dentellatura né c’erano scalfitture o screpolature sulla superficie metallica.
Un militare armato era a guardia di una tenda piantata nei pressi del disco. Stancil gettò uno sguardo all’interno e vide il cadavere di una creatura quasi umana, alta circa un metro e venti. Indossava una tuta argenteo-metallica. La pelle del volto appariva marrone scuro (Stancil pensò che la cosa potesse essersi prodotta per esposizione alla nostra atmosfera). Il volto dell’essere era scoperto e sulla testa indossava una specie di copricapo metallico.

 

Non appena uno degli specialisti terminava il suo lavoro, veniva intervistato e l’intervista era registrata per mezzo di un registratore a nastro. In seguito veniva accompagnato al bus. Mentre stava tornando al mezzo di trasporto, Stancil cercò di parlare con un tizio che stava tornando nello stesso momento. Questi disse che era riuscito a dare un’occhiata all’interno del disco e aveva visto due sedili girevoli, oltre a una serie di strumenti e oggetti in rilievo. Ma un militare si accorse che i due stavano parlando e li divise immediatamente, avvertendoli di non discutere più tra loro.
Una volta a bordo dell’autobus, il colonnello dell’Air Force incaricato della missione fece giurare solennemente ai presenti di non rivelare mai quanto avevano visto e verificato.
Stancil non rivide mai più i suoi compagni di viaggio, anche se credette di averne riconosciuto un paio: uno di essi era di stanza presso la base aerea Griffith di Rome (New York), mentre  un altro lavorava nella base  di Albuquerque, New Messico. Tempo dopo, Stancil riconobbe il colonnello dell’Air Force in un film sul progetto Blue Book.

 

Stancil confidò inoltre a Fowler l’anno dopo fu assegnato come collaboratore al progetto Blue Book, in qualità di consulente. Aveva imparato a eludere le norme di segretezza che riguardavano gli UFO e per questo poté aggiungere che L’Air Force non sapeva da dove provenissero quelle navicelle, pur essendo convinta che fossero veicoli interplanetari. Tuttavia – disse - gli “alti papaveri” non sapevano come gestire la situazione e non si voleva creare il panico tra la popolazione.



Il giudizio del ricercatore Raymond Fowler su Arthur Stancil è oltremodo positivo: “c’erano alcune contraddizioni relative alle mie indagini, ma per lo più sembravano rientrare tutte nell’ambito dei vuoti di memoria e delle esagerazioni da parte dei testimoni. Colleghi, conoscenti, professionisti, tutti avevano una profonda stima per Stancil e lo descrivevano come una persona di grande competenza e profonda moralità. I documenti che ho raccolto su di lui - proseguiva Fowler -  indicano che ha pubblicato un discreto numero di saggi tecnici molto validi scientificamente, che ha due lauree: in fisica e matematica e una specializzazione in ingegneria. Inoltre, fa parte di organizzazioni professionali di rilievo, come l’America Association for the Advancement of Science”.
Insomma Fowler era fermamente convinto dell’attendibilità del testimone, il quale mostrò al ricercatore anche un diario che aveva redatto in quei giorni e che recava appunti sull’incredibile evento occorso in data 21 maggio 1953.

 

 

Il caso venne rivisto successivamente da Leonard Stringfield, studioso specializzato in materia di UFO crash, il quale ne ricavò le identiche impressioni di Fowler: la storia di Stancil sembrava dannatamente interessante e meritevole di ulteriori approfondimenti. Stringfield riuscì nel 1977 a scovare un altro testimone dell’incidente: un uomo che aveva fatto parte della Guardia Nazionale a Wright Patterson affermò di aver assistito a un “recupero” di un UFO da un sito di un crash in Arizona, nel 1953. Aggiunse che erano stati recuperati tre corpi che furono conservati nel ghiaccio secco. La descrizione degli esseri è la medesima fatta da Stancil: altezza un metro e venti circa, teste larghe e pelle marrone.
Una storia quasi identica venne riferita al ricercatore Charles Wilhelm, nel 1966, da un uomo che l’aveva sentita dal padre sul letto di morte.

 

 

Bill Uhouse (pseudonimo), un ingegnere meccanico di Las Vegas coinvolto in progetti segreti del Governo USA a Dreamland e a Los Alamos, ha fornito nuovi interessanti particolari sulla vicenda. Egli avrebbe fatto parte di un team di scienziati impegnati in studi di retroingegneria su veicoli di origine extraterrestre. Stando alle sue dichiarazioni quattro alieni sopravvissero all’incidente di Kingman nel 1953, dei quali due apparivano gravemente feriti e altri due in buone condizioni. Alle entità incolumi fu permesso di rientrare nella propria navicella, mentre il resto dell’equipaggio fu trasportato presso un’installazione medica non meglio specificata (probabilmente il laboratorio blu della base aerea di Wright Patterson). A quanto pare, la squadra di militari che ispezionò il disco precipitato venne colpita da una misteriosa malattia.
Il disco venne poi caricato a bordo di un rimorchio e trasportato al Nevada test site.
 L’ingegnere americano afferma inoltre che gli eventi di Kingman diedero luogo al programma diretto alla progettazione e alla costruzione di un simulatore di volo che sarebbe stato utilizzato da piloti militari USA per imparare a pilotare le navicelle aliene.
Per concludere, anche il controverso divulgatore Dan Burisch ha fornito dati su un presunto crash in Arizona nel 1953. Egli ne sarebbe venuto a conoscenza nel corso di un briefing del Majestic-12, il gruppo top-secret per lo studio sulla questione extraterrestre.
Gli elementi forniti da Burish coincidono con quelli forniti da Uhouse: una coincidenza? Probabilmente, no.

sabato 21 marzo 2020

VIRUS: SE LO CONOSCI EVITI IL CONTAGIO


L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di indossare una mascherina solo se si sospetta di aver contratto il coronavirus e in presenza di sintomi quali tosse o starnuti. Molti medici e alcune autorità come la Regione Lombardia, invece, raccomandano di indossarle a prescindere e le inseriscono nella profilassi raccomandata per la prevenzione del contagio. Come stanno le cose? Facciamo chiarezza.
 
 
Da diversi giorni in molti in tutta Italia hanno iniziato a indossare mascherine chirurgiche o respiratori (mascherine dotate di filtro) per provare a isolarsi dal nuovo coronavirus (SARS-CoV-2). Una decisione dettata dalla paura e da un’informazione spesso poco chiara e lineare da parte delle autorità sanitarie. Sul tema delle mascherine, infatti, regna molta confusione, sia per quanto riguarda i contesti in cui è meglio utilizzarle, sia per quanto riguarda la loro efficacia.
L’Organizzazione mondiale della sanità, per esempio, continua a dire che non servono se non in casi specifici. La Regione Lombardia, al contrario, nel suo piano di comunicazione per la prevenzione del contagio, parla genericamente dell’opportunità di indossare la mascherina.
Come stanno quindi le cose?
 
 
Cosa dice la scienza
Per prima cosa va chiarito bene il contesto in cui ha senso oppure non ha senso utilizzare una mascherina (dopo parleremo anche delle diverse mascherine e della loro diversa efficacia). La mascherina, insieme alle altre misure di protezione, deve essere utilizzata esclusivamente in contesti in cui c’è un’elevata circolazione del virus, in cui si presume che molti di noi siano infetti. Le mascherine non a caso nascono come dispositivo di protezione individuale in contesto sanitario, dove sono utili quando indossate dai pazienti portatori di un infezione e dagli operatori che si occupano delle loro cure. In questo caso, infatti, non si possono mantenere le distanze necessarie tra chi è infetto e chi non lo è: il medico e l’operatore devono occuparsi del malato, starci a stretto contatto, avvicinarsi alla sua bocca per poterlo visitare o per altre procedure. Tutte operazioni in cui il rischio che le goccioline di saliva cariche di virus possano arrivare alle vie respiratorie del curante è molto elevato. La mascherina fa quindi da barriera fisica tra il paziente e il medico/inferimere. Quindi le maschere sono cruciali per gli operatori sanitari e di assistenza sociale che si prendono cura dei pazienti.
Allargando il discorso alla popolazione generale, il loro utilizzo viene quindi sempre consigliato a chi si prende cura di un malato infetto, anche in un contesto familiare. Il motivo di questa indicazione è il medesimo di quello del contesto sanitario.
Se è probabile che si sia in stretto contatto con una persona malata, una maschera riduce la possibilità che la malattia venga trasmessa. Allo stesso modo, per evitare il più possibile la trasmissione del virus attraverso tosse o starnuti e in generale attraverso le goccioline di saliva infette, chi ha i sintomi del coronavirus o ha una diagnosi di Covid-19, deve indossare una maschera per proteggere gli altri. In questo caso, idealmente, sia il malato sia chi se ne prende cura dovrebbero indossare una maschera.
Invece, in un contesto di bassa circolazione del virus, l’uso di mascherine da parte della popolazione sana non è indicata. Cosa significa questo?
Quali sono i contesti che posso considerare “sicuri”?
La mascherina probabilmente farà ben poca differenza quando si cammina all’aperto e si è da soli. In questo caso, dunque, non ha senso portarla. Lo stesso si può dire in tutti i casi in cui la distanza tra le persone è tale da garantire una ragionevole sicurezza. Per esempio, è inutile se si entra in un negozio vuoto e si mantiene la distanza di almeno un metro tra noi e chi ci sta servendo, così come se si entra in un autobus non affollato. Questo perché il virus non sta “sospeso” nell’aria: la principale via di trasmissione sono le goccioline di saliva infette che entrano direttamente in contatto con le nostre vie respiratorie.
In altre situazioni di vita quotidiana, invece, dove ci possono essere molte persone malate (magari inconsapevolmente) e non si riesce a mantenere la giusta distanza, una mascherina, del tipo giusto e se indossata correttamente, può essere utile, come lo è nel contesto sanitario o casalingo se ci si prende cura di un malato. Per esempio, se abiti in una zona con un forte contagio e sei al supermercato a fare la spesa in mezzo a molte altre persone e non riesci a mantenere la distanza di un metro, magari perché ci sono diverse persone davanti allo stesso scaffale, o sali su un autobus un po’ troppo affollato, allora può avere senso indossarne una. Situazioni, però, che dovrebbero essere evitate a prescindere.
Attenzione: è bene ricordare che un buon livello di protezione si ha solo quando si adottano l’insieme delle misure, uscendo solo se indispensabile, mantenendo la distanza di almeno un metro tra le persone e mantenendo una buona e costante igiene delle mani.
Se si decide di usare una mascherina è bene sapere che non tutte proteggono allo stesso modo; che bisogna indossarla e smaltirla nel modo corretto per non rischiare di fare peggio; che non bisogna per questo tralasciare la regola aurea della distanza tra le persone: “Le mascherine non possono proteggere dal nuovo coronavirus, quando sono usate da sole”, ha fatto sapere  l’Organizzazione mondiale della sanità.
Purtroppo indossarne una in un contesto dove magari non è strettamente necessaria può dare un falso senso di rassicurazione e far abbassare la guardia sulle altre misure. Averla addosso ci può portare inconsciamente ad avvicinarci troppo agli altri, cosa comunque da non fare.
Infine, se non viene indossata e usata correttamente, la mascherina può essere a sua volta essere un veicolo di trasmissione del virus, in particolare se ci si continua a toccare il volto con le mani per sistemarla o la si riutilizza più volte.
 
 
Come indossare in maniera corretta una mascherina
Come abbiamo detto, la mascherina se non viene indossata correttamente può essere a sua volta veicolo di trasmissione inconsapevole del contagio. Ecco come bisogna fare: prima di indossarla, bisogna lavarsi le mani con acqua e sapone o strofinarle con una soluzione alcolica. Poi bisogna indossarla prendendola dall’elastico, evitando di toccarla. Deve coprire naso e bocca. Quando diventa umida, va sostituita con una nuova e non riutilizzata. Per toglierla vale la stessa regola: prendetela dall’elastico ripiegandola su se stessa ed evitando di toccare la parte anteriore con le mani. Una volta buttata (nell’indifferenziata), è necessario lavarsi nuovamente le mani.
Veniamo all’ultimo capitolo, quello dell’efficacia. Non tutte le mascherine, infatti proteggono allo stesso modo. Ci sono diversi tipi di mascherine, che garantiscono vari gradi di protezione.
Le semplici mascherine utilizzate in alcuni settori a scopo igienico, come nell’industria alimentare o nella ristorazione, non sono pensate per proteggere le vie respiratorie di chi le indossa. Non c’è quindi garanzia di protezione da infezioni.
Le mascherine chirurgiche invece sono dispositivi di protezione individuale pensati proprio per ridurre i rischi di infezione tra i sanitari. Ce ne sono di diversi tipi, con grado crescente di protezione a seconda del numero di strati filtranti. Sono utili perché proteggono da schizzi e secrezioni grossolane, ma non è detto proteggano dall’aerosol infetto di una persona contagiata. Devono poi essere sostituite dopo qualche ora perché inumidendosi diventano meno efficaci.
Infine, ci sono poi delle maschere dotate di filtri, chiamate respiratori con filtranti facciali e sono l’unico dispositivo in grado di dare una certa protezione anche dai virus. L’efficacia filtrante viene indicata con sigle FF da P1 a P3. Le FFP2 e P3, che hanno un’efficacia filtrante rispettivamente del 92% e del 98%, sono le più indicate per la protezione da virus. L’inconveniente è che dopo qualche ora il filtro si esaurisce e devono essere sostituite.
Infine una precisazione: proteggersi con la sciarpa o con mascherine fai da te di tessuto non tessuto o di altro materiale (come la carta forno, ad esempio) non garantisce adeguata protezione e soprattutto può dare un falso senso di sicurezza che può farci allentare la guardia, per esempio, sulla distanza da mantenere.

venerdì 20 marzo 2020

CLAUDIO NASO: L’UOMO CHE HA CONDOTTO IL MONDO AL DISARMO NUCLEARE?


Claudio Naso, sedicente contattista, era convinto che si dovesse rivelare l’esistenza degli Extraterrestri, rendendo questa rivelazione fruibile, senza filtri e censure di alcun tipo, attraverso la carta stampata, la radio e la televisione, per arrivare alla masse più facilmente. La sua, insomma, non era un’Ufologia di élite, ma per il popolo.
Allo scopo, ideò, insieme al famoso scrittore Peter Colosimo, il gruppo di studi ufologici Le Plejadi Arcadia, con sede a Milano. Furono loro a pubblicare e distribuire tramite abbonamento la rivista cult “Sky Sentinel”.
La rivista, autoprodotta, era dedicata all’Ufologia nella sua più totale varietà e affiliata al “Centro Pilota” della protezione civile europea, descriveva i fatti così come si presentavano, con un linguaggio accessibile a tutti.
Erano contenuti scomodi in un’epoca ancora senza censure e visto l’argomento, anche compromessi con il sistema politico. Inoltre non c’erano sponsor che potessero, in qualche modo, imporre cosa scrivere e cosa non scrivere.
La rivista ebbe un successo notevole e fu diffusa su tutto il territorio nazionale, carpendo l’interesse della gente. Claudio ebbe anche una sua rubrica nel programma televisivo “Lupo Solitario” di Antonio Ricci, dove faceva l’inviato, per raccogliere le testimonianze di avvistamenti Ufo e incontri ravvicinati con gli Alieni. Fu ospite, come la moglie Rosalba Fazio, anche in altre trasmissioni televisive, come “Italia Misteriosa”, condotta dal bravissimo Giorgio Medail. Organizzò in Italia il primo e il secondo convegno europeo di ufologia. Ospitò a Milano – sia a casa sua, sia presso la sede del gruppo di studi ufologici le Plejadi Arcadia – politici, esponenti di rilievo della società civile, industriale, ricercatori e militari di alto grado, tra cui un Generale dei Marines a 4 stelle e un senatore degli Stati Uniti.
Ciò fece anche aumentare il numero dei suoi nemici, sopratutto tra quei “poteri forti” che ancora oggi controllano buona parte dell’informazione.
 
 
Claudio, in seguito a un incontro del “terzo tipo” con esseri provenienti dall’ammasso stellare delle Pleiadi, decise di scrivere, su loro espressa richiesta, una lettera indirizzata a tredici capi di stato, compreso il Papa, oltre all’ONU e alla CEE. Nella lettera, si ammoniva di sospendere le sperimentazioni nucleari, poiché il Pianeta Terra si stava avviando verso una catastrofe climatica: - i continenti stanno iniziando a sprofondare e l’asse terrestre si sposta verso Est - scrisse.
Sembra che solo Gorbaciov, dal Cremlino, rispose a quella lettera. Tuttavia, durante la primavera del ’86 il generale dei Marines, Merlin S. Gagle jr e il Senatore degli Stati Uniti, Alan Hale, si recarono a Milano, dove viveva Claudio Naso, per conferire con lui. Cosa si dissero, non ci è dato saperlo. Secondo indiscrezioni, sembra che la questione riguardasse la sospensione delle attività spaziali. Non si comprende se questa sospensione dei lanci fosse dovuta a interferenze di carattere alieno o a fronte di insuperabili difficoltà tecniche riscontrate dalla NASA*. Ad ogni qual modo, Claudio suggerì loro di interrompere gli esperimenti nucleari. È singolare che, dopo quest’incontro, i lanci ripresero e Claudio Naso fu nominato “Generale ad Honorem” della “NATIONAL CIVILIAN GUARD” statunitense: è una carica a vita, un conferimento concesso solo per meriti eccezionali.
Dopo qualche mese da quella visita, nell’Ottobre del 1986 ci fu il famoso vertice di Reykjavic in Islanda tra l’allora Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e il Segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica Michail Gorbaciov. Il vertice gettò le basi per un accordo di riduzione delle testate nucleari, da parte delle due Super Potenze.  Sancito circa un anno dopo, l’8 dicembre 1987 a Washington, dagli stessi capi di stato con il Trattato INF. Un trattato che portò alla eliminazione dei missili nucleari a raggio intermedio, installati in Europa dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica.
 
 
 
Claudio, intanto, era intento a scrivere la sceneggiatura cinematografica per un film da lui ideato, di cui detiene tutt’ora i diritti di autore. Creo una società a Milano, la “CANON srl”, attraverso cui cercava finanziamenti per produrre il Film. Il progetto trovò subito l’interesse internazionale, statunitense in particolare (i produttori di Star Trek). Iniziarono anche i provini per gli attori, ma una serie di ostacoli, sempre crescenti, lo spinsero a interrompere la sua realizzazione.
Ciò fu dovuto anche a una serie di telefonate e di visite inaspettate, di carattere intimidatorio, che lo spinsero a interrompere la produzione cinematografica. Persino il suo impegno come divulgatore della Realtà Extraterrestre fu messo a dura prova: improvvisamente, finirono le sue partecipazioni a convegni e trasmissioni televisive; gli amici presero il largo. Lo allontanarono anche quelle persone che per anni aveva ospitato a casa sua. Alcuni di loro, proprio grazie a lui, si erano fatti un nome e una carriera sia come ricercatori, sia come  scrittori, senza aver mai visto un UFO in vita loro.
Così, dopo una serie di traversie decise di trasferirsi in Romagna, sua Terra d’origine, dove ha trascorso la sua esistenza fino alla sua morte avvenuta a Ravenna il 30 Ottobre 2010.
 
 
A conferma di ciò che dissero i pleiadiani nel 1985, riguardo al fatto che l’Asse Terrestre si stesse spostando verso Est, con gravi conseguenze per il Pianeta, molti anni dopo, il ricercatore Janli Chen presentò i risultati di un suo studio effettuato con i colleghi dell’Università del Texas all’American Geophisical Union, in cui fu osservato che dal 2005 al 2011, l’asse della Terra si era spostato verso Est.
Nel 2016 due ricercatori del JPL - NASA, Surendra Adhiakari e Erik Ivins, in seguito a una loro ricerca fatta tra il 2003 e il 2015, il cui risultato è stato pubblicato su “Science Advances”, hanno asserito che l’Asse Terrestre si sta ancora spostando verso Est.
 

 

*Nota: Tutta la sua storia dettagliata, il suo contatto con i Pleiadiani, la visita a Milano del Generale dei Marines e del Senatore degli Stati Uniti, le documentazioni, sono presenti  nel libro “Cosa nascondono i Nostri Governi?” - Autore: Litta Carlo

domenica 15 marzo 2020

SESSO E RELIGIONI


Quante volte abbiamo sentito qualcuno esprimersi con epiteti dispregiativi verso le abitudini sessuali di altre persone, reali o presunte che siano?
Questo è il risultato di secoli di condizionamento religioso perpetrato a danno della collettività. Con l’avvento deIla cristianità, il sesso fu dipinto come qualcosa di indecente, di peccaminoso, di cui non si deve parlare liberamente e in pubblico.
Un “impulso” sempre pronto a divorare l’anima del peccatore che si lascia sedurre dalla sua promessa di piacere così da portarlo lontano dalla grazia di Dio.
Era possibile accedere al sesso solo dopo essersi sposati. Ma questa imposizione ci viene realmente dalla Bibbia?
Vediamolo insieme. In 1 Corinti 10:8 l’apostolo Paolo comanda:
 


“Non pratichiamo la fornicazione, come alcuni di essi commisero fornicazione solo per morire ventitremila in un giorno.”
 
Cosa significa la parola “fornicazione”?
E a cosa si riferisce Paolo dicendo che ne morirono in un sol giorno ventitremila?
Il termine reso “fornicazione” nel Nuovo Testamento traduce il greco porneia e il verbo relativo. Nella sua odierna accezione esso sta a indicare il sesso prematrimoniale e per estensione, qualsiasi pratica sessuale peccaminosa e illecita (quest’ultimo significato è assai arbitrario: cosa è lecito e cosa non lo è?).
Questo sostantivo greco deriva da un radicale che vuol dire “vendere” ed era utilizzato per designare i bordelli. E in effetti poco prima delle parole pocanzi citate lo stesso apostolo mette in relazione la fornicazione con la pratica di accompagnarsi con prostitute:
 


“Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Toglierò dunque le membra del Cristo per farne le membra di una prostituta? Non sia mai! Che cosa! Non sapete che chi si unisce a una prostituta diviene con lei un solo corpo? Poiché i due saranno una sola carne. Ma chi si unisce al Signore è un solo spirito. Fuggite la fornicazione!” (1 Corinti 6:15-18)
 
Paolo, dunque, in una sua personalissima visione, estremizzata all’inverosimile, arriva addirittura a sostenere che il desiderio sessuale (una cosa inevitabile, automatica, fisiologica e chiaramente progettata e voluta da chi ci ha creati) causi l’ira di Dio.
E questi 23.000 israeliti puniti a morte?
Non perdiamo di vista quanto letto nella prima scrittura menzionata in questo articolo: Paolo stesso mette in relazione la porneia con un episodio veterotestamentario in cui ventitremila israeliti sotto la legge Mosaica vennero puniti con la morte. Si riferisce all’episodio riportato nel capitolo 25 di Numeri, dove si legge che le donne moabite sedussero gli uomini israeliti, i quali vennero poi giustiziati (a differenza di 1 Corinti, Numeri dice che i morti furono ventiquattromila).
Dunque, fu per sesso (prematrimoniale) che vennero puniti? Affatto.
 



… Servirono l’elohim Bahal Peor e tradirono Yahweh
 
Il racconto precisa che, dopo essere stati sedotti, gli israeliti imitarono le donne moabite e servirono altri elohim (principalmente Baal Peor). E allora che l’ira di Yahweh, particolarmente suscettibile all'argomento, si accese per quest’oltraggioso tradimento e non per il loro divertimento sessuale. Questo non è lasciato all’intuito del lettore: è chiaramente specificato né i Numeri 25:2, 3, 5, 10, 11:


“Il popolo mangiava e si inchinava davanti ai loro elohim. Israele si unì dunque a Baal Peor; e l’ira di Yahweh divampava contro Israele… Quindi Mosè disse ai giudici d’Israele: “Ciascuno di voi uccida i suoi uomini che hanno attaccamento per il Baal di Peor”… E Yahweh parlò a Mosè, dicendo: “Fineas figlio di Eleazaro figlio di Aaronne il sacerdote ha fatto ritirare la mia ira di sopra i figli d’Israele perché non ha tollerato alcuna rivalità verso di me in mezzo a loro, così che non ho sterminato i figli d’Israele nella mia insistenza sull’esclusiva devozione”.”
 
Anche se le parole di Yahweh secondo cui non avrebbe “sterminato i figli d’Israele” lasciano assai perplessi su cosa intendesse, è lampante che la punizione fu inflitta per alto tradimento (e per l’insistenza di Yahweh che pretendeva l’esclusiva devozione) e non per la licenziosità sessuale del popolo.
Perché, dunque, Paolo parla di fornicazione visto che non c’è alcun nesso con la prostituzione?
Perché Yahweh paragona il rapporto esistente tra lui ed Israele a quello che c’è tra un marito e la propria moglie (Isaia 54:5; Geremia 3:14; Ezechiele 16:8; Osea 2:16), dunque non ammetteva che il popolo lo tradisse adorando altri Elohim.
D’altronde la legge Mosaica sovente legifera in ambito di pratiche sessuali, vietando più volte cose come omosessualità (Levitico 18:22; 20:13), adulterio (Levitico 20:10; Deuteronomio 22:22), avere rapporti con la moglie del proprio padre o del proprio figlio (Levitico 20:11, 12), avere rapporti con una donna e con sua madre (Levitico 20:14), incesto (Levitico 20:17), avere rapporti con una donna nel suo periodo mestruale (Levitico 20:18), arrivando a ritener necessario proibire varie volte anche cose dall’improbabile eventualità, come l’avere rapporti con un animale (Esodo 22:19; Levitico 20:15, 16).
Eppure mai, in tutto l’Antico Testamento, si legge di qualsivoglia divieto riguardante il sesso prematrimoniale, benché la questione venga trattata riguardo alle donne vergini:
 



“Ora nel caso che un uomo seduca una vergine che non è fidanzata e in effetti, giaccia con lei, egli la otterrà immancabilmente come sua moglie per il prezzo d’acquisto. Se il padre di lei rifiuta recisamente di dargliela, egli deve pagare il denaro in ragione del denaro d’acquisto per le vergini.” (Esodo 22:16, 17)
 
Le vergini avevano un prezzo d’acquisto preciso e colui il quale ne avesse sedotta una facendoci sesso avrebbe dovuto pagare quel prezzo, a prescindere dal fatto che il padre della ragazza gliel’avrebbe o meno concessa/imposta come moglie. In quest’ultimo caso Deuteronomio 22:28 amplia il punto, specificando che all’uomo in questione non sarebbe stato consentito divorziare da quella donna.
Questa è l’unica norma enunciata nell’Antico Testamento nel caso di rapporti sessuali tra persone non sposate quando la donna è libera (in caso di donna appartenente a un altro uomo era prevista la pena di morte per entrambi gli amanti) e riguarda solamente le vergini, esulando quindi le donne recidive, quelle divorziate e le vedove. A patto, però, che la vergine violata rendesse noto l’episodio alla sua famiglia. Nel caso, infatti, che la ragazza avesse nascosto la cosa e che poi si fosse fatta acquistare in matrimonio come vergine da un altro uomo, ella sarebbe stata messa a morte! (Deuteronomio 22:13-21).
Per dovere di cronaca mi concedo una digressione: tra le pratiche sessuali NON vietate dalla Bibbia c’è la pedofilia.
Come abbiamo potuto constatare, sotto la legge Mosaica non era prevista alcuna pena di morte per il sesso al di fuori del matrimonio: se la ragazza, libera, non era vergine non vi era alcuna regola in merito, lasciando massima libertà agli amanti in questione. Da ricordare, inoltre, che gli israeliti praticavano normalmente il concubinato (2 Samuele 5:13). Quindi non è possibile che Paolo, in 1 Corinti, affermi che ventitremila israeliti vennero puniti con la morte per qualcosa che la Legge consentiva.
A cosa è dovuta, dunque, la demonizzazione del sesso promossa in tutti questi secoli dalla cristianità? Ancora una volta alla sua sete di potere e controllo.
Vietare il sesso, qualcosa che è alla base dell’istinto di sopravvivenza di una specie ed è quindi impossibile da fermare e regolamentare, è garanzia di un alto tasso di trasgressione. E un fedele trasgressore è un fedele oppresso dal senso di colpa, dunque maggiormente accondiscendente al controllo esercitato dai capi religiosi perché convinto di essere indegno e di avere necessità di redenzione.
 


Ma, cosa pensa Dio del sesso?
A differenza di teologi e credenti, io non ritengo di possedere alcuna verità assoluta - dice Dario Gallinaro - pertanto non mi esprimo in merito al fatto che Dio possa esistere o meno. Ma, se Dio esiste, il suo sommo giudizio, le sue volontà, non verrebbero trasmesse mediante un libro falsificato, incoerente, ambiguo ed equivoco come la Bibbia. Sarebbe piuttosto la creazione a parlarci di Lui. Dunque, coloro che non hanno dubbi sulla Sua esistenza e che desiderano conoscere il Suo pensiero sul sesso, osservino il modo in cui Egli, privandosi d’indole casta e non vestendo pudore alcuno, lo ha creato e scolpito nei corpi e nei temperamenti di uomini e animali, con le pulsioni, le passioni e l’impudicizia che lo caratterizzano. Osservino ciò e capiranno cosa pensa Dio del sesso, in barba a qualsiasi bigotta religione che finge ridicolmente di rappresentarne la volontà, dichiarando impuro e peccaminoso ciò che Egli ha creato.

sabato 14 marzo 2020

FRATELLI PROVENIENTI DALLE STELLE


Gli Indiani d’America, ovvero i nativi del continente americano, sono stati quasi totalmente sterminati a causa di una vera e propria pulizia etnica iniziata con la colonizzazione dell’America. Quelli che sopravvissero, furono “confinati” nelle riserve in condizioni ai limiti della decenza umana.
Un popolo, quello degli indiani d’America, pieno di tradizioni secolari, di cui alcune sono giunte fino ai giorni nostri. Molte sono state tramandate come racconti, altre conosciute grazie alla conservazione di antiche documentazioni scampate alla devastazione perpetrata dai conquistatori spagnoli.
I nativi avevano (e hanno) una conoscenza del nostro pianeta e dei suoi legami con l’Universo, diversa e in un certo qual modo, più ampia di quella che il mondo occidentale comunemente considera. La Terra è considerata un vero e proprio essere vivente: la Madre Terra che ci ospita e ci nutre, fornendoci tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Tutto ciò che esiste, nelle sue varie forme, è vivo: ha una sua “essenza vitale”, un suo spirito. Un’energia pensante sottende tutto ciò che esiste nell’Universo: è “Il Grande Spirito”, da cui deriva ogni cosa che vediamo e che conosciamo secondo i nostri sensi.
Conseguentemente, a questa visione dell’Universo, anche le stelle e i pianeti hanno un ruolo di prim’ordine nella loro cultura (basti pensare al calendario dei Maia). Sui loro spostamenti si basavano i cicli stagionali e decisioni importanti, inerenti i diversi aspetti della vita.
 
 
Nelle loro tradizioni vi sono molti riferimenti a esseri semidivini o a fratelli provenienti dalle Stelle.
Gli indiani Hopi, stanziati nel New Messico, parlano dei Katchinas (Cfr. Katchinas) un popolo conosciuto come “I MAESTRI DELLA STELLA BLU”. Descritti come dei civilizzatori venuti dalle stelle in un tempo remoto (per i Pellerossa: “IL TEMPO DELLA CREAZIONE”), per donare la civiltà, attraverso messaggi. Messaggi ancora oggi narrati in canti e rituali.
Da ricordare, i cerimoniali dedicati alla Donna Bisonte Bianco (Cfr. Ptesan Win) probabilmente un membro dei Katchinas. L’Utilizzo dell’abito bianco nelle cerimonie di diverse tribù indiane, è legato proprio al culto di Donna Bisonte Bianco.
Un altro culto diffuso tra diverse tribù indiane come i Sioux e gli Hopi, è quello della “danza della tartaruga”. Considerata tra le danze più sacre, viene svolta durante ogni solstizio d’Inverno. La tartaruga è considerato un animale sacro, poiché legato a un culto ancestrale, che si rifà al mezzo (l’astronave) attraverso cui i Katchinas arrivarono sulla Terra.
 
 
In California, la “Death Valley” è chiamata dagli indiani Navajo, Tomescha, “Terra Fiammeggiante”. Secondo le loro tradizioni, Tomescha è abitata dagli Hav-Musuvs, celati nel sottosuolo, sin da quando la Terra era giovane. Essi viaggiano a bordo di “canoe volanti” che, mentre si muovono, emettono un lieve suono ronzante e possono buttarsi in picchiata come “solo un’aquila sa fare”.
Suggestivi sono anche i collegamenti e le analogie tra antiche memorie degli Apache, con tradizioni e divinità di altre civiltà antiche situate dall’altro capo del Pianeta, come ha testimoniato l’etnologo Taylor-Hansen. Il ricercatore, dopo aver assistito a una cerimonia degli Apache, in Arizona, mostrò loro delle fotografie di dipinti egizi. A un certo punto alcuni di quegli indiani riconobbero in quei dipinti una loro divinità, “Il Signore della Fiamma”, che avevano celebrato proprio durante la danza rituale.
La sorpresa fu che quella divinità, viveva nei ricordi degli Apache con lo sesso nome del corrispettivo dio egizio. Ovvero, “Amon-Ra” (Cfr. Star Elder)
L’etnologo iniziò a parlare di Tiahuanaco e gli indiani la identificarono come la capitale di un leggendario impero del passato. Descrissero anche, senza averla mai vista, la statua di un Dio bianco, barbuto (Cfr. Schwerta) che stringe in ogni mano una spada. Gli indiani aggiunsero nella loro descrizione, che lì dove si alza la statua, era l luogo della loro origine.
Da questi racconti si può evincere una storia comune collega le tradizioni di differenti popoli in ogni angolo del Globo.
 
 
 
Un ragazzo Cherokee raccontò allo scrittore Enzo Braschi della radice linguistica proveniente da un linguaggio antico chiamato Elati, detto anche linguaggio degli “Antenati” o “linguaggio delle stelle”. Consiste in suoni crescenti e decrescenti, che vengono pronunciati senza quasi mai muovere la bocca. È un suono gutturale, ma dotato di una musicalità e una bellezza particolari. Il ragazzo aggiunse che, più che di parole, si trattava di “suoni di potere” che racchiudono una forte energia spirituale. Un linguaggio che i loro vecchi consideravano provenire da “lassù”: indicò il cielo. Oggi è parlato solo da alcuni ottantenni. Secondo le loro tradizioni i Cherokee arrivarono sulla Terra 250.000 anni fa dalle Pleiadi, che nella loro lingua vuole dire, appunto, “Antenati”. L’uomo non discende dalla scimmia, concluse, ma dal “popolo delle stelle”.
Questo antico linguaggio, “Elati”, dei Cherokee, che si esprime con dei suoni gutturali, a detta del ricercatore Carlo Litta, trova corrispondenze, ai giorni nostri, nelle testimonianze di persone che hanno avuto dei contatti ravvicinati con Esseri di altri mondi. Il modo in cui questi visitatori si sono espressi, era caratterizzato da suoni “gutturali” e da un movimento minimo della bocca. I testimoni hanno parlato di esseri alti che indossavano una tuta molto aderente di colore blu. Avevano capelli biondi che terminavano con una frangetta sulla fronte.
 
 
Ancora oggi, le aree degli Stati Uniti dove sono presenti riserve indiane sono tra le più calde per quanto riguarda gli avvistamenti UFO. Come, per esempio,  nei pressi della riserva degli “Indiani Yakima” situata nella zona meridionale dello stato di Whashinton. Anche la zona conosciuta come “Four Corners” è considerata una sorta di “Stargate” per via degli UFO, famosa, perché il centro di questa zona è l’unico punto del territorio statunitense dove quattro Stati si toccano: Arizona, Colorado, New Mexico, e Utah (precisamente l’intersezione tra le frontiere di questi Stati avviene tra il 37° parallelo nord e il 109° meridiano ovest).
A quanto pare gli Indiani d’America, come tante altre civiltà del passato, ne sanno più di noi riguardo agli incontri ravvicinati con Esseri Extraterrestri.

venerdì 13 marzo 2020

CAINO


Non ho mai capito perché Dio, dopo aver “scoperto” il colpevole di un omicidio non si faccia prendere dall’ira, come tante volte faceva e non punisca, in modo esemplare, il colpevole: stiamo parlando di Caino. 
Il Libro della Genesi, dopo aver raccontato in che modo Adamo poté ottenere la capacità di procreare, abbandona il resoconto degli avvenimenti generali per dedicarsi alla saga di un ramo specifico dell’umanità: quello di Adamo e dei suoi discendenti.
“Questo è il Libro delle Generazioni di Adamo”, ci dice l’Antico Testamento: e questo libro è esistito davvero. Colui che la Bibbia chiama Adamo era, senza alcun dubbio, quello che i Sumeri chiamavano Adapa, un terrestre “creato” per volontà di Enki, che doveva avere alcune delle caratteristiche tipiche della sua specie. 


“Ampia capacità di comprensione Enki gli diede, perché potesse svelare i disegni della Terra. la Conoscenza gli diede, ma non gli diede l’immortalità”. 
 
Sono state rinvenute alcune parti del “Racconto di Adapa”: è probabile che il testo completo costituisse quel “Libro delle Generazioni di Adamo” del quale parla l’Antico Testamento.
I re assiri dovevano avere accesso a tale fonte, poiché molti di loro affermavano di aver ereditato le doti di Adapa. Assurbanipal, per esempio, affermava di aver appreso, come Adapa, il segreto della scrittura e di avere accesso a delle tavolette risalenti a prima del Diluvio (magari erano solo copie di quelle originali).
Secondo fonti sumeriche, erano esistite culture rurali fondate su agricoltura e pastorizia e forme primordiali di insediamento urbano prima che il Diluvio spazzasse via tutto.
Il Libro della Genesi racconta che il primo  figlio di Adamo ed Eva, Caino, coltivava la terra e suo fratello Abele era un pastore di pecore. Poi, quando Caino fu esiliato e allontanato dalla presenza del Signore per aver ucciso Abele, cominciarono a sorgere insediamenti urbani, cioè le città degli uomini. Nella terra di Nud, a est dell’Eden, Caino ebbe un  figlio che chiamò Enoch e costruì una città alla quale diede lo stesso nome, (fondazione). L’Antico Testamento, che non nutre particolare interesse per la linea di Caino, non spiega come e dove trovò moglie e tanti altri esseri umani, tanti da fondare addirittura una città! Salta in modo alquanto sbrigativo alla quarta generazione dopo Enoch, quando nacque Lamech:
 
E Lamech prese due mogli:
il nome di una era Adah
e il nome dell’altra era Zillah.
E Adah partorì Jabal: ed egli fu il padre
di coloro che vivono nelle tende e hanno il bestiame.
Ed egli ebbe un fratello di nome Jubal;
costui fu il padre di coloro che suonano la lira e lo zufolo.
Anche Zillah partorì e diede alla luce Tubal-Caino,
che lavorava oro, rame e ferro.
 
Lamech, tra l’altro, è il padre di Noè (questo dovrebbe farci riflettere perché, secondo i racconti classici, la stirpe di Noè fu l’unica che sopravvisse al diluvio). Lo pseudoepigrafico Libro dei Giubilei, che si pensa sia stato composto nel II secolo a.C. sulla base di materiale precedente, aggiunge l’informazione che Caino sposò sua sorella Awan e generò Enoch “alla fine del quarto Giubileo”. E nel primo anno della prima settimana del quinto Giubileo, vennero costruite case sulla terra e Caino costruì una città e la chiamò Fondazione, dal nome di suo  figlio.
Qual è dunque la fonte di tale informazione?
Chiaramente, i testi mesopotamici.
Al British Museum di Londra, è custodita una tavoletta (N° 74329) catalogata come “contenente un mito altrimenti sconosciuto”. In realtà potrebbe benissimo trattarsi di una versione assiro-babilonese, databile al 2000 a.C. di una fonte più antica e oggi perduta, sulla linea di discendenza di Caino. Il testo dell’iscrizione fu copiato da A.R. Millard e tradotto da W.G. Lambert. Parla di un gruppo di persone che lavoravano con l’aratro (anche caino, per la Bibbia lavorava la terra) il loro nome era Amakandu “persone che vagano senza posa”. Anche in questo caso vi è corrispondenza con la maledizione di Caino: “Che tu sia bandito dal suolo che ha ricevuto il sangue di tuo fratello … un nomade senza posa sarai sopra la terra”.
Non è tutto: cosa ancora più importante, il capo di questo popolo esiliato si chiamava Ka’in!
Inoltre, proprio come nel racconto biblico:
 
Egli costruì a Dunnu
una città con due torri gemelle.
Ka’in consacrò a se stesso
la signoria sulla città.
 
Il nome, in sumerico, significava “il luogo di riposo scavato”: molto simile, dunque, all’interpretazione biblica del nome come “Fondazione”.
Dopo la morte (o l’assassinio) di Caino, “egli fu posto nella città di Dunnu, che tanto amava”. Come nel racconto biblico, il testo mesopotamico parla di altre quattro generazioni, dopo questa: i fratelli sposarono le loro sorelle e uccisero i genitori, esercitando il dominio su Dunnu e andando a colonizzare altri luoghi, l’ultimo dei quali si chiamava Shupat (Giudizio).
Un’altra fonte che attesta una corrispondenza tra le cronache mesopotamiche e il racconto biblico di Adamo e di suo  figlio Caino sono i testi assiri. Scopriamo, per esempio, che secondo un’antichissimo elenco reale assiro, agli albori della loro civiltà, quando tutti vivevano ancora nelle tende (un’espressione che ritroviamo nella Bibbia a proposito della linea di Caino) il patriarca del loro popolo si chiamava Adamu: il biblico Adamo.
Tra gli eponimi tradizionali assiri dei nomi reali troviamo poi l’associazione Ashur-bel-Ka’ini (Ashur, signore dei Ka’initi”). Gli scribi assiri mettevano in relazione tale espressione con il sumerico ASHUR-EN.DUNI (Ashur è signore di Dum), partendo dunque dal presupposto che Ka’ini (“il popolo di Kain”) e Duni (“il popolo di Dun) fossero la stessa cosa. Richiamando cosi l’associazione biblica tra Caino e la terra di Nud o Dun.