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venerdì 26 giugno 2020

UNA CULTURA MODELLATA DAI SOGNI

Quando le primitive culture americane vivevano ancora in tutto il loro splendore, gli indiani si affidavano ai sogni - ma anche a visioni e a stati di trance - e a questi ispiravano ogni aspetto della vita tribale. Un gesuita, vissuto tra gli Uroni ne! XVII secolo, osservava: 


"Spesso le loro assemblee sono ispirate dai sogni; il commercio, la pesca e la caccia vengono intrapresi secondo i presagi ricavati dai sogni e quasi unicamente in obbedienza a questi. Gli Uroni ritengono che non ci sia nulla di così prezioso che non meriti di essere sacrificato per un sogno. Ed è il sogno che presiede a feste, danze, canti e giochi. In una parola, il sogno è tutto ed è veramente la divinità principale degli Uroni."

Non solo gli Uroni ma tutte le tribù americane primitive credevano che i sogni fossero la sorgente e il fondamento della spiritualità. Pensavano che durante il sogno l'anima vivesse in un altro mondo, un regno indipendente dal sognatore. Quest'altro mondo era reale al punto che un Cherokee morso in sogno da un serpente, quando si svegliava si recava dal guaritore per farsi curare. Dei sogni comuni, non si teneva alcun conto, ma si credeva che in tutti gli altri si celasse un significato da scoprire. Chi sognava poteva per esempio vedere una delle divinità della tribù o un animale sacro, oppure ricevere istruzioni circa il totem personale, la scelta di un compito, o di indumenti e cibi che gli avrebbero conferito un potere particolare. Alcuni sogni davano indicazioni per la vita dell'intera tribù e prescrivevano riti e danze, canti e dipinti, cure e sacrifici, e perfino spedizioni militari.




Originato da una visione, questo disegno navajo invocava la potenza guaritrice del “Dio Nero”, simboleggiato dalla pianta di granturco.
È la foto di un dipinto sulla sabbia realizzato con pigmenti colorati nel corso della festa della guarigione dei Navajo, la Via della notte, che durava nove giorni. Pitture sacre come questa raffiguravano gli dei Navajo e ne chiedevano l'aiuto per ristabilire l'equilibrio, la salute, la bellezza di un membro della tribù ferito o semplicemente infelice. Il significato dei simboli rappresentati, ispirati dai sogni, può sembrare misterioso e strano all'occhio profano proprio perché questi oggetti non erano considerati artistici o decorativi, ma unicamente sacri, collegati a una profonda esperienza spirituale.
I sogni ispirati erano molto desiderati in quanto, oltre a portare doni spirituali alla tribù, conferivano grande prestigio ai sognatori. E benché questo genere di visioni fosse di solito frequente e spontaneo, la maggior parte delle tribù svilupparono apposite pratiche con lo scopo di accrescere la probabilità di fare sogni ricchi di significato. La ricerca della visione, un rito per indurre sogni spiritualmente significanti, era parte integrante dei riti che segnavano il passaggio dall'infanzia all'età adulta e comportava sempre digiuno, isolamento, mancanza di riposo e a volte anche ferite auto inflitte. Per preparare i bambini alla prova imminente i genitori o lo sciamano cominciavano a istruirli fin dall'età di sei-sette anni.
Molte tribù indiane insegnavano ai bambini come cercare il favore degli dei per mezzo delle visioni: a volte le ragazze potevano considerare chiusa la ricerca quando, una volta superata la pubertà, diventavano a loro volta capaci di avere figli. Molti credevano che le visioni fossero assolutamente necessarie per una vita di successo. Nella tribù dei Crow chi non riusciva a fare sogni significanti poteva comprare qualcosa, magari un canto, che fosse stato ispirato in sogno a un altro membro della tribù. Per favorire le visioni in età avanzata, molte tribù si affidavano all'incubazione del sogno, che si praticava dormendo in un luogo di particolare potenza spirituale. Le tribù delle Pianure, come i Crow i Piedi Neri e i Cheyenne, credevano che non esistesse luogo più sacro e potente della vetta di una montagna. Quando le tribù indigene americane furono confinate nelle riserve i guerrieri non ebbero più modo di mettere in pratica ciò che dai sogni veniva consigliato. Un guerriero Chippewa poteva quindi sognare un canto da intonare in battaglia per affrontare la morte con coraggio, ma la guerra era proibita dalle leggi dell'uomo bianco. Il sognatore, allora, si fabbricava un vessillo con il simbolo del suo sogno e lo legava a un palo davanti alla tenda perché tutti sapessero che gli era toccato in sorte un canto che non avrebbe mai potuto intonare.


OGGI: 26 GIUGNO 2020

Questi sono gli strumenti di lavoro di chi, come me, condivide la passione per un mezzo straordinario come la scrittura. Attraverso questo personal computer accompagno tante persone che ogni giorno scelgono di trascorrere un po' del loro tempo con me sul web. Dialogare con loro è una grande responsabilità, ma è anche e soprattutto, una grande emozione! Sono fortunato perché, nonostante la mia malattia, ho un hobby semplicemente meraviglioso.

lunedì 22 giugno 2020

SCOMPARSI


Negli ultimi 40 anni le persone scomparse e mai più ritrovate sono più di 30.000, più di un terzo sono bambini. A quanti di voi è capitato di chiedersi dove finiscono le persone che spariscono nel nulla?
E come si fa a perderne le tracce nell’era digitale, coi telefonini dotati di gps e coi social network che diffondono le notizie alla velocità della luce?
Possibile, poi, che nessuna delle immagini riprese da una delle telecamere sparse per il mondo, riesca a rintracciare queste persone?
E sopratutto perché, cosa spinge a questi allontanamenti apparentemente senza ragioni?
Ho sempre cercato di spiegare la cosa aderendo all’ipotesi preferita del web, che spiegherebbe l’agghiacciante fenomeno come frutto di rapimenti alieni (Cfr. Persone scomparse) Ma, in questo post intendo seguire le spiegazioni alternative.
 
Sono da considerarsi scomparsi, tutte quelle persone che si allontanano per più di ventiquattro ore dal domicilio abituale e risultano poi irrintracciabili. Il fenomeno, purtroppo in crescita, ha avuto un certo contrasto negli ultimi anni grazie ai nuovi metodi di indagine e a sofisticati strumenti di ultima generazione. Un grande merito va anche a giornalisti e mass media che, molto spesso, hanno saputo dare una svolta al corso degli eventi. In principio fu il programma “Chi l’ha visto?”, che dal 1989 e per tutta la sua messa in onda, si è reso partecipe di un cospicuo numero di ritrovamenti.
Gli inquirenti sanno bene che le ore successive all’allontanamento, volontario o involontario che sia, sono cruciali per il lieto fine. Nelle prime ore le indagini sono circoscritte nei pressi del luogo della scomparsa, ma più le ore passano, più le indagini hanno bisogno di nuove piste e nuovi orizzonti da esplorare.
I motivi degli allontanamenti sono molteplici: può essere un sequestro, la paura di un abuso, un trauma personale o sociale, il volersi o doversi rifare una nuova identità, un decesso in seguito a trauma, incidente o suicidio, un decesso per cause naturali, perdita di memoria o patologie mentali che compromettono il ritorno a casa.
Più di un terzo sono bambini: nella maggior parte dei casi, se non finiscono nelle mani di trafficanti di organi, vengono sequestrati, cresciuti e tenuti nascosti da famiglie “adottive”. Una volta divenuti grandi non sanno neppure di non appartenere a quella famiglia: non conoscendo le proprie origini, il ricongiungimento alla famiglia biologica risulta impossibile. In altri casi, invece, sono stranieri: molti di loro emigrano clandestinamente in altri Paesi. Altri, purtroppo, sono morti: rappresentano centinaia di corpi senza vita, a cui nessuno riesce a dare un nome, custoditi nei vari obitori italiani.
 
 
E gli altri? Quei casi che ci hanno appassionato e che ci hanno tenuto col fiato sospeso senza mai arrivare a una svolta?
Un’alta percentuale va sicuramente nella voce suicidi, del cui cadavere però non si è mai trovato alcuna traccia. Mari, fiumi, dirupi sono posti nei quali difficilmente e specie col passare del tempo, si ritrovano tracce che riconducano a un’identità. Tra putrefazioni, folte vegetazioni e carnivori affamati, c’è ben poco da sperare. Pensiamo, ad esempio, a Sarah Scazzi. Se Michele Misseri non avesse confessato, difficilmente se ne sarebbe trovato il corpo. Pensiamo al triste epilogo di Ilenia Carrisi, che, secondo l’unico testimone, si sarebbe gettata nelle acque del Mississipi e che non è mai stata più ritrovata.
Non dimentichiamo, poi, una notevole quantità di corpi murati, sciolti nell’acido, fatti a pezzi, magari proprio da chi dice di volerli ritrovare. Gente che ha visto troppo, mogli insopportabili, amanti scomode, giovani finiti in giri loschi: la cronaca nera ci ha raccontato di tutto. Ecco perché neppure l’inesorabile scorrere del tempo riesce, a volte, a riportare alla luce la verità su queste tristi vicende.
 
 
Poi c’è un altro aspetto, una realtà che va via via consolidandosi sempre più. E quella delle sette. Queste sono delle confraternite, delle vere e proprie società alternative, segrete e non, che hanno al loro interno delle regole rigide e gradi di gerarchie ferree. Hanno, su un soggetto debole, una forza di coercizione devastante. In Italia attualmente se ne contano circa ottomila e gli adepti sarebbero circa 250.000. Il condizionale è d’obbligo se si calcola che in molte di queste sette, parliamo chiaramente di casi estremi, viene chiesto l’allontanamento dalle famiglie, dalla vita reale e addirittura il cambio di identità.  
Quelle più pericolose e sicuramente più conosciute dalla cronaca nera sono le sette sataniche. Sono le più segrete, alle quali molti appartengono senza mai destare sospetti e quindi quasi mai riconducibili a un’improvvisa sparizione. Sono quelle in cui finiscono, per sempre, ragazzi strappati con l’inganno alla propria vita e bambini usati come “sacrifici” al Maligno. Ma tante altre non sono da meno. Il panorama nazionale di alcune sette, soprattutto quelle religiose, mette i brividi. E sono, secondo me, la chiave di tanti gialli irrisolti.

sabato 20 giugno 2020

ACCHIAPPASOGNI




Nella lingua nativa, l’acchiappasogni è chiamato con un termine complesso, molto difficile da tradurre nelle nostre lingue moderne, e che fa riferimento al ragno, non come animale, ma soggetto mistico carico di energie. Il potere protettivo dell’acchiappasogni non è esclusivamente legato alla vita onirica e ai sogni ma a tutte le sfere esistenziali e a tutti gli stati di coscienza. Il riferimento al ragno, rimanda a una figura chiave della mitologia dei nativi americani. Il Ragno è una figura archetipa, capace di vivere, fuori dal tempo, sia nel sottosuolo, sia tra gli uomini. Ha una ‘sapienza’ infinita (diversa dal nostro concetto di ‘conoscenza’) specie per quanto riguarda le cure, attuate con ‘medicine’ naturali. Tesse la rete dell’Universo (la scienza moderna ha dimostrato che l’Universo è proprio composto da filamenti) alla quale l’acchiappasogni fa riferimento. È una figura positiva, che guida le anime incarnate e disincarnate verso la loro realizzazione e in particolare protegge i bambini. In diverse culture amerinde si è utilizzato l'acchiappasogni per proteggere il sonno dei bambini dalle energie negative e dagli incubi.
Contribuisce alla crescita, non solo fisica, ma anche spirituale di chi lo possiede perché favorisce i pensieri positivi e i sogni ricchi di significati da interpretare per progredire nella vita.
L’acchiappasogni tradizionale si realizza utilizzando il legno di salice piegato a formare un cerchio. Durante la notte cattura le energie negative all’interno del cerchio e quando viene colpito dai primi raggi del sole del mattino, le disintegra, le disperde e le allontana.


La leggenda (Cheyenne) racconta che, molto tempo prima che arrivasse l’uomo bianco, in un villaggio viveva una bambina il cui nome era ‘Nuvola Fresca’. Un giorno la piccola disse alla madre ‘Ultimo Sospiro della Sera’: ”quando scende la notte, spesso arriva un uccello nero e per nutrirsi, becca pezzi del mio corpo e mi mangia finché non arrivi tu, leggera come il vento e lo cacci via. Ma non capisco cosa sia tutto questo”.
Con grande amore materno ‘Ultimo Sospiro della Sera’ rassicurò la piccola dicendole: “le cose che vedi di notte si chiamano sogni e l’uccello nero che arriva è soltanto un’ombra che viene a salvarti”.
‘Nuvola Fresca’ rispose: “ma io ho tanta paura, vorrei vedere solo le ombre bianche che sono buone”.
Allora, la saggia madre sapendo, in cuor suo, che sarebbe stato ingiusto chiudere la porta alla paura della sua bimba, inventò una rete tonda per pescare i sogni nel lago della notte, poi diede all’oggetto un potere magico: riconoscere i sogni buoni, cioè quelli utili per la crescita spirituale da quelli cattivi, cioè insignificanti e ingannevoli.
‘Ultimo Sospiro della Sera’ costruì tanti acchiappasogni e li appese sulle culle di tutti i piccoli del villaggio cheyenne. Man mano che i bambini crescevano abbellivano il loro acchiappasogni con oggetti a loro cari e il potere magico cresceva, cresceva, cresceva insieme a loro.
Ogni cheyenne conserva il suo acchiappasogni per tutta la vita, come oggetto sacro portatore di forza e saggezza.
Ancora oggi, a secoli di distanza, ogni volta che nasce un bambino, gli Indiani costruiscono un acchiappasogni e lo collocano sopra la sua culla. Con un legno speciale, molto duttile, plasmano un cerchio, che rappresenta l'universo e intrecciano al suo interno una rete simile alla tela del ragno.
Alla ragnatela assegnano quindi il compito di catturare e trattenere tutti i sogni che il piccolo farà. Se si tratterà di sogni positivi, il magico strumento li affiderà al filo delle perline (le forze della natura) e li farà avverare. Se li giudicherà invece negativi, li consegnerà alle piume di un uccello e li farà portare via, lontano, disperdendoli nei cieli. 

 

Un’altra leggenda (Dakota) racconta che, nei tempi antichi, un vecchio saggio ebbe una visione mentre si trovava sulla cima di un monte. Iktome, grande maestro di saggezza, gli apparve sotto forma di ragno e gli parlò in una lingua sacra.
Disse al vecchio lakota dei cicli della vita, di come iniziamo a vivere da bambini passando dall’infanzia all’età adulta e alla fine diventiamo vecchi e qualcuno si prende cura di noi come se fossimo diventati un’altra volta bambini, così si completa il ciclo.
Mentre parlava, il ragno prese all’anziano un cerchio che aveva con lui, era un cerchio di salice al quale erano attaccate delle piume e del crine di cavallo abbellito da perline.
Prese il cerchio e iniziò a tessere una rete all’interno, mentre tesseva continuava a parlare e disse: “in ogni periodo della vita vi sono molte forze, alcune buone e altre cattive, se ascolterai le forze buone queste ti guideranno nella giusta direzione, ma se ascolterai quelle cattive andrai nella direzione sbagliata e questo potrebbe danneggiarti.
Lo Spirito in forma di ragno, mentre parlava, continuava a tessere nel cerchio la sua tela. Alla fine consegnò all’anziano il cerchio con la rete e disse: “questa ragnatela, inserita in un cerchio perfetto, ha un buco nel centro. Utilizzala per aiutare la tua gente a raggiungere i loro obiettivi, facendo buon uso delle idee, dei sogni e delle visioni. Se credi in WAKAN TANKA (il Grande Spirito) la rete tratterrà le visioni buone, mentre quelle cattive se ne andranno attraverso il foro centrale”.
Il vecchio saggio raccontò in seguito questa visione alla sua gente e da allora i Dakota ritengono l’acchiappasogni un oggetto sacro e lo appendono all’entrata dei loro tepee per filtrare i sogni e le visioni. Quelli buoni sono catturati nella rete e quelli maligni scivolano nel buco centrale e scompaiono per sempre.

domenica 14 giugno 2020

CASO VALENTICH: NUOVE TESTIMONIANZE


La scomparsa in volo di Frederick Valentich sullo Stretto di Bass, in Australia, avvenuta il 21 ottobre 1978, è diventata uno dei misteri maggiormente pubblicizzati nella storia dell’aviazione, al pari della scomparsa, il 3 luglio 1937, della trasvolatrice Amelia Earhart.
Nonostante  tutti gli sforzi e le risorse impiegate nella ricerca dal governo australiano, messi in opera subito dopo il fatto, nessuna traccia del Cessna DSJ (Delta Sierra Juliet) è stata mai individuata. Ciò che rende singolare quest’episodio è l’esistenza di una comunicazione radio fra il giovane Valentich e un tecnico del volo, Steve Robey, che al momento della sparizione lavorava all’aeroporto internazionale di Melbourne “Tullamarine”. Altri piloti captarono quella trasmissione e a causa delle pressioni fatte sulle autorità aeronautiche civili, il Dipartimento dei Trasporti australiano pubblicò una trascrizione a stampa della conversazione assai prima che fosse emesso il rapporto ufficiale sull’incidente.
Per resoconti dettagliati su questo fatto specifico si rimanda al post "SCOMPARSO".
Non c’è nulla nei tredici minuti di nastro sonoro che contraddica queste testimonianze, che presentiamo di seguito.
Il pilota Frederick Valentich - all’epoca ventenne - aveva preso accordi con il Southern Air Service, di base presso il campo d’aviazione Moorabbin, a sud–sud–ovest del centro della città di Melbourne, per noleggiare un aereo monomotore tipo Cessna 182L con lo scopo di compiere un volo notturno. Presentò il piano di volo alle 17:20 e decollò, da solo, alle 18:19, per quello che avrebbe dovuto essere un volo full reporting. In parole povere, per motivi di sicurezza, avrebbe dovuto effettuare dei controlli via radio con il personale di servizio in certi punti prestabiliti. La sua destinazione era King Island, più o meno a metà strada fra il continente australiano e la punta della Tasmania. Volando a 120 miglia orarie (e trascurando l’effetto del vento) la distanza da Cape Otway al punto più vicino della King Island è di circa 48 miglia. 24 minuti di volo da effettuarsi a una quota di 4.500 piedi. Il Sole tramontava alle 18:48, ma erano già quasi le 19:00 quando Valentich finalmente raggiunse il punto previsto per il controllo radio, vicino Cape Otway. Questa conclusione si basa su una ricostruzione dettagliata della rotta seguita che include le condizioni del vento prevalente. Alle 21.00’29” (gli orari da qui in poi sono tutti nel tempo di Greenwich, il GMT) Valentich chiamò via radio dicendo: “Melbourne, qui è Delta Sierra Juliet. Sono (adesso) a Cape Otway e sto scendendo verso King Island.” Era in orario.
Secondo il piano di volo, Valentich prevedeva di salire almeno fino a 4.500 piedi nel tratto in cui doveva sorvolare il mare e ciò sia per motivi di sicurezza sia per motivi di visibilità. Si suppone che abbia effettuato quest’ascensione ben prima di aver raggiunto la Apollo Bay: molti testimoni oculari videro il suo Cessna bianco e blu dal paesino omonimo mentre volava sull’acqua verso sud–ovest a una distanza imprecisabile. Parecchi piloti della zona hanno sottolineato che è procedura normale “prendere una scorciatoia” quando si è sul Capo e ci si dirige verso la King Island. Valentich aveva già fatto la stessa rotta e si può presumere che prese la scorciatoia anche quella volta. In questo modo avrebbe abbreviato il volo di circa sei miglia, risparmiando tempo e carburante.
Bisogna ricordare inoltre che Paul Norman intervistò dei pescatori che si erano accampati lungo il fiume Parker (a sud di Point Lewis) quella sera. Videro con chiarezza il Cessna virare a ENE, tre o quattro miglia dal faro di Cape Otway. Il cielo a oriente ormai era buio, mentre quello occidentale era ancora arancione per la luce del tramonto.
Dopo aver cambiato direzione, probabilmente continuò sullo stretto di Bass, verso il radiofaro non direzionale situato sulla King Island (la rotta magnetica era di 154,5°). Volando a una quota di 4.500 piedi e a una velocità compresa fra le 110 e le 120 miglia orarie (aveva un vento di coda di dieci nodi proveniente da NO), riferì via radio a Steve Robey, che quella sera gestiva quel particolare settore del traffico, di aver visto “un grande aereo sotto i 5.000” (piedi). Secondo la trascrizione ufficiale questo scambio avvenne esattamente alle 21.06’14”.
Negli anni successivi al fatto, Paul Norman riuscì a rintracciare e a intervistare un certo numero di persone che si stavano spostando o che si trovavano nella zona posta lungo la Great Ocean Road, che corre da nord verso sud attraverso la Apollo Bay. Si è così riusciti a ottenere dichiarazioni da parte di venti testimoni oculari, che descrissero una luce verde che si muoveva in maniera erratica nel cielo, nello stesso lasso di tempo serale del volo di Valentich. In più, Paul Norman ha raccolto il racconto di tre testimoni di rilievo, che gettarono una nuova luce sull’episodio. Costoro videro sia le luci di un piccolo aereo sia una grandissima luce verde che si spostava direttamente sopra il velivolo. Il testimone principale, il sig. Ken Hansen (pseudonimo), che all’epoca del fatto aveva 47 anni, disse a sua moglie ciò che lui e le sue due nipoti avevano visto mentre rientravano a casa, ma ella rise di quella storia.
Al mattino dopo, al lavoro, chiese ai suoi colleghi se qualcuno avesse visto l’aereo, ma non fece menzione della grande luce verde che volava sopra di esso.
Naturalmente, in quel momento non poteva sapere nulla della descrizione di una luce verde che volava vicino al suo aereo e che il pilota aveva descritto via radio.
Hansen decise di disinteressarsi della cosa per evitare inutili imbarazzi. Ma, anni dopo, discusse del suo avvistamento con un poliziotto del posto, che a sua volta menzionò la circostanza a Guido Valentich, padre del pilota scomparso. Guido lo riportò a Paul Norman, che poté infine intervistare Hansen e le sue due nipoti. Entrambe le ragazze diedero gli stessi dettagli sostanziali dello zio.


L’intervista a Ken Hansen, ormai 67enne, ebbe luogo il  17 marzo del 1998. Hansen abitava ad Apollo Bay. Come aveva già detto a Norman nel 1991, confermò di aver visto uno strano spettacolo, nei cieli, la stessa sera in cui Valentich scomparve.
Hansen e le sue due nipoti nel tardo pomeriggio del 21 ottobre 1978 erano stati a caccia di conigli sulle colline, a circa due chilometri a ovest di Apollo Bay, in direzione di Mariners Falls. Ricordava che era il tramonto, ma non l’ora esatta. Si trovavano sulla sua auto e dirigevano a est lungo la Bartham Valley Road per tornare a casa. Hansen guidava e una delle nipoti, Tracy, sedeva alla sua destra. L’altra nipote era sul sedile posteriore destro. Fu Tracy a scorgere per prima delle luci colorate nel cielo, alla loro destra. Improvvisamente la ragazza disse: “che cos’è quella luce nel cielo?”
Mentre l’auto proseguiva, Hansen si girò per guardare dal finestrino destro nella direzione in cui la nipote stava indicando. Scorse alcune luci e le disse: “Sono soltanto le luci di un aeroplano!”
 - No - replicò l’altra - voglio dire quell’altra luce grande sopra l’aereo!”
Hansen si voltò di nuovo e fu allora che riuscì a vedere, nel cielo ancora abbastanza chiaro, due serie di luci separate.
I coniugi Hansen abitano vicino a un piccolo campo d’aviazione e l’uomo era dunque a conoscenza del modo in cui si presentano di notte le luci degli aerei. Notò con chiarezza che si potevano osservare la luce di navigazione bianca e la luce rossa, all’estremità dell’ala.


Alle 21.09’52”, Valentich affermò che l’oggetto aereo sconosciuto che si trovava vicino al suo aeroplano sembrava avere una forma allungata.”
Alle 21.10’20” disse: “… ha una luce verde e sembra di una specie di metallo, all’esterno è tutto scintillante.”
Poi, quasi due minuti dopo, alle 21.12’09” Valentich disse: “le mie intenzioni sono di, ehm… Di andare fino alla King Island. Ehm… Melbourne, quello strano aereo sta ancora librandosi sopra di me… E non è un aereo.”
Queste furono le sue ultime parole.

venerdì 12 giugno 2020

LA DIFFIDENZA DEI MILITARI: QUELLO CHE GLI UFOLOGI NON DICONO



Alla fine di ottobre del 1977, quando già nel corso dell’estate erano state enfatizzate dalla stampa parecchie segnalazioni ravvicinate anche con presenza di “entità umanoidi” che in alcuni casi avevano visto intervenire, per indagare, l’Arma dei Carabinieri (per tutti il caso clamoroso di Sturno, nell’avellinese Cfr. L'avvistamento di Sturno) molti quotidiani e settimanali diedero ampio risalto a una serie di avvistamenti verificatisi nello spazio aereo sovrastante la base aeroportuale di Cagliari-Elmas, che coinvolsero personale militare, sia a terra sia in volo. 
L’episodio più interessante fu quello del 27 ottobre, relativo all’osservazione fatta da militari nel corso di un volo addestrativo di tre elicotteri dell’ALE (Aviazione Leggera dell’Esercito). In seguito alla risonanza del fatto, lo Stato Maggiore della Difesa emise uno scarno comunicato stampa secondo il quale “dai primi accertamenti effettuati dagli enti competenti è risultato trattarsi di un aeromobile impegnato in una normale esercitazione aerea.”
In seguito a questa vicenda alcune associazioni ufologiche, fra le quali si distinsero – anche se con finalità e obiettivi diversi – il CUN (Centro Ufologico Nazionale) e il CNIFAA (Comitato Nazionale Indipendente per lo Studio dei Fenomeni Aerei Anomali) chiesero allo Stato Maggiore della Difesa l’inoltro della documentazione inerente l’avvistamento di Elmas, auspicando nello stesso tempo la costituzione di un organo ufficiale di indagine e ricerca ufologica simile al GEPAN francese che coinvolgesse anche personale scientifico civile. Il CUN chiedeva il coinvolgimento di ufologi. Il CNIFAA si dichiarava disponibile a costituire un panel di ricercatori qualificati, sia universitari sia di istituzioni nazionali di ricerca come il CNR e comunque, di laureati in diverse discipline scientifiche. Tale richiesta fu ulteriormente reiterata il 9 gennaio 1979 al Ministero della Difesa e per conoscenza, al Ministero degli Interni, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, allo Stato Maggiore della Difesa e al deputato Falco Accame, che nel frattempo aveva presentato alcune interrogazioni parlamentari sugli UFO. La richiesta era sottoscritta da trentadue ricercatori e docenti universitari e domandava che fossero resi disponibili i dati su segnalazioni UFO archiviati presso il Ministero della Difesa. 


Il 31 marzo 1978 il CUN riceveva dallo Stato Maggiore della Difesa (Segreteria Generale – Sezione Affari Generali), a firma del Generale di brigata Enzo Battaglia, copia di documentazioni relative ad avvistamenti UFO verificatisi nel corso del 1977. Si trattava, perlopiù, di schede segnaletiche (censurate dei nomi dei testimoni e/o dei compilatori e di alcuni dati sensibili) relative a osservazioni effettuate in buona parte dei casi da personale militare, inclusi piloti in volo. 
Il CUN, nella persona di Pinotti, si impegnò ad assicurare che questo materiale fosse "custodito con criteri di riservatezza". Si noti che la risposta dello Stato Maggiore della Difesa, stavolta a firma del Capo Ufficio del III Reparto Ufficio Operazioni, Capitano di vascello Michele Turi, si premuniva di specificare che la documentazione in discorso non rivestiva “alcuna classifica di riservatezza”. 
In data 8 maggio 1978 veniva inviata al CUN e ad altre due associazioni (oltre al già rammentato CNIFAA, il Centro Internazionale Ricerche e Studi sugli UFO di Genova che, nome a parte, era un gruppetto di giovani appassionati diretti dai fratelli Giovanni e Piero Mantero) documentazione relativa all’osservazione di oggetti volanti luminosi segnalati da equipaggi in volo su vettori sia civili sia militari il giorno 9 marzo dello stesso anno. 
Ma, una serie di circostanze dovute forse a ingenuità, ma sicuramente a voglia di protagonismo, fece sì che tale documentazione fosse, pochi giorni dopo, data in pasto alla stampa con titoli a sensazione che non ebbero in ambiente militare alcun riflesso positivo, tant’è che per anni nessun altro documento fu ufficialmente inoltrato ad associazioni di ricerca ufologica. 
La ricostruzione degli eventi che seguirono questo passo falso, sarebbe tediosa, anche se utile per capire come il personalismo da parte di ufologi tuttora alla ribalta abbia fornito ben poco di concreto all’ufologia italiana. Al lettore basti quanto ebbe a scrivere nel 1980 il Generale Francesco Cavalera, all’epoca capo di Stato Maggiore della Difesa: 

“… Non molto tempo fa, apparve sui giornali l’annunzio trionfante da parte di dirigenti di associazioni di ufologia, che sostenevano di aver ricevuto il riconoscimento ufficiale da parte del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Ero io il Capo di Stato Maggiore della Difesa e un mio collaboratore, ovviamente a mia insaputa, aveva semplicemente inviato, senza tradire alcun segreto d’Ufficio o di Stato, alcune copie di vecchie denunce di avvistamenti. Denunce che è tenuto a fare anche il personale aeronavigante: il tutto fa naturalmente parte delle procedure previste per la difesa aerea e per il controllo del traffico aereo”. 

Tali dichiarazioni sono la spia di quanto certi atteggiamenti abbiano creato imbarazzo e conseguente diffidenza verso gli ufologi in ambiente militare. 
Peraltro, già il 26 maggio del ’78, lo Stato Maggiore della Difesa, attraverso un suo portavoce, dichiarava alla stampa che: - notizie di questo tipo sono fra quelle considerate non classificate, cioè non protette da segreto - e che sulla questione non era operativo alcun - ufficio apposito - e aggiungeva - visto che si tratta di organizzazioni riconosciute formate da persone rispettabilissime che si sono fanaticamente appassionate al problema… è stata fatta una cernita delle notizie che potevano loro interessare e gliele abbiamo inviate, essendo notizie che hanno più un carattere giornalistico che militare. 

Peraltro, la buona fede dei militari può essere, in qualche modo rafforzata da una notizia, mai smentita, riguardante un fonogramma inviato a tutti i Comandi dell’Arma dei Carabinieri, nel luglio 1977, con cui si invitavano i militari “a segnalare i fenomeni UFO” non escludendo, se del caso, la possibilità di prendere contatti con esperti e gruppi di studio al fine di ottenerne la collaborazione. 
Tra il settembre 1978 e il gennaio 1979, si generava in Italia un’ondata di avvistamenti senza precedenti che, oltre a migliaia di privati cittadini, coinvolgeva sul piano testimoniale (e non solo su quello) parecchi Carabinieri, piloti di velivoli civili e militari, poliziotti (con successivo interessamento del Ministero dell’Interno attraverso le varie prefetture) uomini e mezzi della Marina Militare (si pensi ai fatti del cosiddetto “flap dell’Adriatico”), guardie giurate, ecc. 
Di lì a poco giungevano le prime interrogazioni parlamentari a opera dell’On. Falco Accame cui si aggiunse una mozione presentata alla camera dal Partito Radicale a opera dell’allora deputato Mauro Mellini. 
Il clima era tale che anche nel corso di un colloquio confidenziale fra il ministro degli esteri Arnaldo Forlani e il suo collega sovietico Andrej Gromiko, durante una colazione, quest’ultimo con alcuni convitati avrebbe affrontato pure la questione degli UFO, ascoltando - a dire di un cronista - con sorridente interesse le notizie sugli avvistamenti nel cielo italiano. 
Il CUN, intanto, sempre troppo attento al rapporto con i mass media, si era premunito di rendere nota la documentazione pervenutagli dallo Stato Maggiore della Difesa il 31 marzo del 1978 mentre il giornalista dell’ANSA Marcello Coppetti diramava una serie di informazioni relative all’interesse del SIOS Aeronautica per gli UFO. Non ultimo, rendeva pubblica la modulistica impiegata e affrontava anche l’interesse per l’argomento da parte della NATO grazie a un’intervista concessagli dall’ammiraglio Harold Shear. 
In tale quadro, non c’è da stupirsi che negli ambienti del Ministero della Difesa, dietro anche l’interessamento del Gabinetto del Ministro, si cercasse di trovare un sistema atto per lo meno a chiarire chi e come in quell’ambito dovesse occuparsi del fenomeno UFO. 



Ecco il contenuto di una lettera datata 15 dicembre 1978 (Prot. SMA/232/15339/G54-1) inviata dal 2° Reparto (SIOS) dello Stato Maggiore Aeronautica a quelli che allora erano i tre Comandi delle Regioni Aeree di Milano, Roma e Bari oltre che all’Ispettorato Telecomunicazioni e Assistenza al Volo (ITAV). 

OGGETTO: Disposizioni relative alle modalità di inoltro allo S.M.A. delle notizie e informazioni riguardanti avvistamenti di oggetti volanti non identificati. 
Il crescente interesse dell’opinione pubblica per i fenomeni indicati in oggetto ha portato alla creazione di numerose associazioni e centri privati per lo studio della suddetta fenomenologia. Tali enti privati si rivolgono normalmente al Ministero della Difesa per avere notizie, valutazioni o comunque documentazioni relative ai fenomeni osservati. 
In ambito Difesa si è, pertanto, sentita la duplice esigenza di: 

  1. individuare un organo tecnico in grado di indagare sui fenomeni in questione ed effettuare l’analisi degli stessi; 
  2. individuare un organo idoneo a interloquire con gli organismi civili. 
  3. A seguito di contatti tra gli Enti interessati si è convenuto che l’Organo più idoneo a ottemperare alla prima esigenza è lo S.M.A. - II Reparto, mentre il Gabinetto Difesa, attraverso il proprio Servizio di Pubblica Informazione, è l’organo più appropriato per mantenere i contatti con gli enti civili.  
Lo S.M.A. - II Reparto avrà a disposizione per la succitata attività i sottonotati elementi informativi: 
a) materiale tecnico informativo che perverrà all’I.T.A.V. dagli enti dipendenti secondo lo schema e le modalità descritte negli allegati alle presenti disposizioni (Allegati A-B-C-). 
L’I.T.A.V. provvederà di volta in volta a compilare per ciascun fenomeno anomalo un sintetico rapporto che dovrà: 

  • avere la classifica minima di “RISERVATISSIMO”; 
  • essere inoltrato tempestivamente allo S.M.A. - II Reparto; 
b) documentazione relativa a testimonianze in qualsiasi modo venute in possesso dei singoli Reparti (esclusi enti Meteo, della Difesa Aerea e della Circolazione Aerea). Tale documentazione dovrà essere inviata dai Comandi periferici al più presto possibile ai Comandi di Regione Aerea che: 

  • ove ne ravvisino la necessità, potranno chiedere ai comandi di reparto eventuali ulteriori notizie; 
  • in ogni caso dovranno tempestivamente inoltrare il materiale informativo di cui saranno venuti in possesso allo S. M. A. - II Reparto; 
c) notizie e informazioni, relative ai fenomeni indicati in oggetto, che comunque perverranno allo S.M.A. - II Reparto da parte di altri Comandi Militari o Amministrazioni dello Stato. 
4. I Comandi di Regione Aerea in indirizzo sono pregati di offrire la massima collaborazione allo scopo di rendere possibile l’attuazione di quanto disposto ai punti 3.a) e 3.b) della presente, sensibilizzando opportunamente i propri dipendenti. 
5. Le presenti disposizioni rimarranno in vigore provvisoriamente, per un periodo di tempo limitato, a titolo sperimentale; 
durante tale periodo minimo, di necessaria osservazione, gli enti interessati potranno fornire valutazioni e suggerimenti utili a confortare la validità della struttura individuata.  
F.to Il sottocapo di Stato Maggiore Fulvio Ristori 


Una lettura accurata del documento appena presentato mostra che:
L’esigenza di individuare un organo tecnico per indagare sui fenomeni OVNI è ricondotta al «crescente interesse» per l’argomento da parte dell’opinione pubblica e a ripetute sollecitazioni delle associazioni ufologiche. Ciò fa presumere, come ho già avuto modo di rimarcare, che fino al dicembre 1978 non esistessero al riguardo normative specifiche. 
L’ente “tecnico” è il 2° Reparto dello Stato Maggiore dell’Aeronautica (SIOS). I SIOS, istituiti con disposizione n. 365 del 30 marzo 1949 relativa all’organizzazione del SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate) avrebbero dovuto operare presso ciascuno degli stati maggiori delle tre Forze Armate (e in seguito pure presso quello del Comando Generale dei Carabinieri) soltanto nel campo tecnico-militare di ognuna delle tre FF.AA., nel nostro caso con particolare riguardo alla difesa dello spazio aereo nazionale. 
Nel contesto cui si fa riferimento, il SIOS Aeronautica assume dunque il compito di raccogliere e coordinare i dati relativi alle segnalazioni d’avvistamento. Le competenze dello S. M. dell’Aeronautica in materia sono riconducibili in essenza all’effettuazione di verifiche sotto il profilo generale della sicurezza e del controllo dello spazio aereo. 
Ne consegue che tali competenze non riguardano gli aspetti di natura più propriamente tecnica e scientifica connessi alla fenomenologia. 
Un tentativo di coinvolgimento del Consiglio Nazionale delle Ricerche fatto negli anni successivi al documento presentato non ebbe alcun seguito. 
Le «verifiche» consistevano in sostanza nell’interessamento dell’ITAV (attuale Brigata Spazio Aereo) per eventuali elementi di correlazione con la difesa aerea e con il traffico aereo sia civile sia militare e infine, con gli enti meteorologici. 
Infine, la raccolta delle segnalazioni, una volta messe in atto le verifiche di cui sopra, è rivolta a quelli che sono definiti «fini statistici». 
In tal senso, oltre a una pubblicazione redatta nel 1991 rimasta, da quanto risulta, unica nel suo genere, sono stati periodicamente realizzati (in tempi più recenti con frequenza annuale) fascicoli riepilogativi disponibili per chiunque ne faccia richiesta e dal 2002 disponibili anche su Internet. Essi contengono in sintesi i dati delle segnalazioni giunte: località, data, orario, forma, colore, velocità, direzione e moto, quota, condizioni meteo e fonte dell’informazione. 
Si tratta, per la verità, di dati poco utili per chi voglia effettuare ricerche e analisi più approfondite. 


Tutto indica, per quanto noto, che si tratta di un interesse che si può definire “passivo”. Al di là delle verifiche tecniche fatte a tavolino, per quel che concerne le segnalazioni giunte al Reparto, di solito non è fatta nessuna indagine attiva sul campo. Un’eccezione non irrilevante è però rappresentata dai sopralluoghi compiuti a volte da militari dell’Arma dei Carabinieri, peraltro non specificamente addestrati alla bisogna e in genere relativi ad avvistamenti effettuati da civili. 
Per ultimo si evidenzia che tali disposizioni (rimaste in vigore) dovevano avere secondo la previsione iniziale validità per «un periodo di tempo limitato» e a titolo sperimentale. 
Inoltre, per ragioni di salvaguardia della sicurezza nazionale e per un concetto del segreto di stato che oggi si può senz’altro definire troppo estensivo, la documentazione raccolta - soprattutto quella di provenienza militare a differenza dei fonogrammi dei Carabinieri - avrebbe dovuto avere la classifica minima di “riservatissimo”. 
Per quanto ne sappiamo, la NATO non ha attivato nessun ufficio per la trattazione delle osservazioni UFO, rimanendo i medesimi di esclusiva competenza nazionale. Ciò non toglie che in certi casi possa essere avvenuto uno scambio di informazioni. 
In una pubblicazione interna classificata all’origine “riservatissima”, resa nota dal Centro Ufologico Nazionale nel 1984 e presumibilmente riconducibile ai primi dello stesso decennio si scriveva invece quanto segue: 

"In considerazione del notevole incremento di tali avvistamenti, in particolar modo da parte di equipaggi di voli civili e militari, si è ritenuto opportuno di dover costituire un più organico e complesso organizzativo teso a fornire, quanto più possibile, un’interpretazione valida e completa dei fenomeni segnalati. A tale scopo si sta provvedendo a integrare la citata organizzazione con il concorso del Centro Elaborazione Dati Spaziali (in relazione soprattutto ai fenomeni connessi con il rientro nell’atmosfera di corpi naturali o artificiali) nonché con il contributo del competente Servizio dell’Aviazione Civile con il quale sono già state concordate le prime procedure per un’idonea ed efficace segnalazione di U.F.O. da parte di piloti di linea. Infine, è da sottolineare che non vengono trascurati i contatti con quei Paesi che si trovano all’avanguardia in tale settore". 

Ora, da quello che mi risulta, mentre furono a suo tempo intensificati i contatti con l’Area Sicurezza Volo di quella che allora si chiamava Azienda Autonoma di Assistenza al Volo (poi ENAC, Ente Nazionale Aviazione Civile), anche per ciò che riguarda le segnalazioni di near miss (mancata collisione) e la presenza a volte pericolosa di oggetti vaganti in cielo (palloni sonda, palloni giocattolo, mongolfiere, palloncini, ecc.) negli immediati pressi delle aerovie, non si dispone, invece, di alcuna evidenza documentaria di collaborazione con un «Centro di Elaborazione Dati Spaziali».

mercoledì 10 giugno 2020

LA LEGGENDA DEI SIGNORI DEL CIELO




Quante possibilità ci sono che qualcuno scopra nei ruderi di un’antica città i segni di un bombardamento atomico?Nel Ramayana (Uttara Kanda, cap. 81) si parla di un rishi (un ‘sapiente’) che, adirato contro gli abitanti di una città chiamata Lanka, dà un preavviso di sette giorni, al termine dei quali scatena "una calamità, che cadrà come fuoco dal cielo". Ebbene, testo sacro alla mano, David Davenport ed Ettore Vincenti si sono recati in India per identificare questa Sodoma orientale.

Davenport e Vincenti ritengono, per motivi linguistici e geografici, che sarebbe troppo lungo spiegare, di aver identificato l'antica Lanka (‘isola’) nella città di Mohenjo-Daro, centro della civiltà di Harappa (Cfr. La civiltà dell'Indo), fiorita (e improvvisamente estinta) attorno al 2000 a.C. Mohenjo-Daro, (nome moderno, significa: "luogo della morte") era chiamata qualche secolo fa ‘Isola’ (Lanka) perché era circondata da un braccio secondario del fiume Indo, oggi prosciugato. Scavi archeologici, condotti sopratutto da britannici, una trentina d'anni or sono, hanno messo in luce una realtà misteriosa e sconvolgente.


- Gli ultimi abitanti di Mohenjo-Daro sono periti di una morte subitanea e violenta - ha scritto l'archeologo Sir Mortimer Wheeler. Nelle macerie della città sono stati ritrovati solo 43 scheletri. Evidentemente il grosso della popolazione aveva fatto in tempo a sfollare. Si tratta di persone morte istantaneamente, mentre attendevano alle loro faccende. Una famigliola composta da padre, madre e un bambino, é stata trovata in strada, schiacciata al suolo: sono morti tutti mentre camminavano tranquillamente.
- Non si tratta di sepolture - ha scritto l'archeologo John Marshall - ma, probabilmente, del risultato di una tragedia, la cui natura purtroppo non ci è nota.
I corpi non presentano ferite da arma bianca, ciò esclude l’ipotesi di un'incursione dovuta a guerrieri nemici. In compenso, come ha scritto l'antropologo indiano Guha: - si trovano segni di calcinazione su alcuni degli scheletri.
È difficile spiegare questa calcinazione, tanto più che gli scheletri calcinati si sono conservati meglio degli altri.
Davenport e Vincenti hanno azzardato una spiegazione, di cui hanno reso minutamente conto in un libro: “2.000 a. C. distruzione atomica” (Sugarco editore, Milano). Sostengono che l'antica Lanka é stata spazzata via da una esplosione, assimilabile a una deflagrazione nucleare.



Le prove?
 - Abbiamo individuato chiaramente, sul posto, l'epicentro dell'esplosione - spiega Davenport - è una zona coperta da detriti anneriti: resti di manufatti di argilla. Abbiamo fatto esaminare alcuni di questi detriti presso l'Istituto di Mineralogia dell'Università di Roma e risulta che l'argilla é stata sottoposta, seppur per una frazione di secondo, a una temperatura superiore ai 1.500 gradi: c'é stato un inizio di fusione, subito interrotta.  È escluso che un normale incendio o il calore di una fornace possano produrre un simile effetto. Inoltre, le case dell'antica città sono meno danneggiate quanto più sono lontane dall'epicentro. Nei pressi dello scoppio, gli edifici (in mattoni, con piani superiori in legno che sono andati completamente distrutti) sono stati rasi al suolo. Un po' più lontano restano muretti alti un metro e mezzo. Nei punti più distanti della città, invece, le mura rimaste in piedi superano i tre metri.
É l'inequivocabile effetto di una tremenda esplosione, avvenuta al suolo.
- L'ipotesi che il disastro sia stato provocato da un'esplosione di tipo nucleare - dice Ettore Vincenti - é rafforzata da una leggenda che abbiamo sentito sul posto. Racconta che "i signori del cielo", adirati con gli abitanti dell'antico regno, che sorgeva dove ora c'é il deserto, annientarono la città con una luce che brillava come mille soli e che assordava col rombo di diecimila tuoni. Da allora, chi si arrischia ad avventurarsi nei luoghi distrutti, viene aggredito da spiriti cattivi che lo fanno morire.


David Davenport ed Ettore Vincenti non nascondono che la loro ipotesi appare tanto suggestiva quanto inverosimile.
- È difficile credere – dicono - che una civiltà di quattromila anni or sono, sia capace di costruire missili, macchine volanti e bombe atomiche.
Una civiltà tecnologica sarebbe anche una civiltà industriale: quindi una civiltà che lascia montagne di rifiuti e di rottami. Niente di tutto quanto si trova nella città di Mohenjo-Daro, che era una città prospera e avanzata, con pozzi disposti razionalmente e un progredito sistema di fognature, ma certamente non inserita in un sistema tecnologico paragonabile al nostro. Le poche armi ritrovate sono lance e spade, non certo fucili e pistole!


E allora?
Si affaccia l'ipotesi extraterrestre - dice Vincenti - i 'signori del cielo' che distrussero l'antica Lanka erano forse esseri giunti da 'altrove'. Colonizzatori spaziali che si sono comportati come tutti i colonizzatori: con brutalità e prepotenza. Forse, aggrediti dagli abitanti di Mohenjo-Daro, vollero infliggere loro una punizione esemplare.

sabato 6 giugno 2020

INFODEMIA




È un termine che descrive una situazione di caos informativo in cui le notizie, in gran parte false o non verificate, si propagano senza controllo soprattutto attraverso i social network (ma non solo), provocando danni gravi alla tenuta sociale e alla fiducia dei cittadini in chi sta gestendo la crisi.

 

Sono soprattutto i social network, incluso Whatsapp, che in questo periodo rendono virali le notizie infondate. Arriva un messaggino e subito si condivide, senza pensarci troppo. Purtroppo la diffusione delle notizie avviene con meccanismi molto particolari. Sebbene in rete si trovino tantissime informazioni diverse, tendiamo sempre a cercare e condividere quelle che confermano i nostri preconcetti. Ci chiudiamo in quelle che vengono definite “echo chambers”, camere dell’eco, bolle in cui rafforziamo e diffondiamo le nostre convinzioni, senza verificarle. La situazione di incertezza che si è creata con l’epidemia ha esacerbato questo meccanismo: paura e preoccupazione sono basi potenti su cui fanno leva le fake news. Pensiamo per esempio alla notizia che sta girando ora sul ruolo del 5G nella diffusione del virus: una vecchia notizia falsa sulla pericolosità per la salute di questa tecnologia, tra l’altro ampiamente smentita, che ora riprende vita grazie alla preoccupazione diffusa del contagio. Un altro aspetto inquietante è la velocità con cui viaggiano queste notizie. All’inizio dell’epidemia si è cercato di capire come si stava evolvendo il dibattito attorno al #Covid-19, cercando anche di calcolare il ritmo di diffusione delle notizie legate al coronavirus. Per farlo, si è applicato all’informazione lo stesso parametro usato dagli epidemiologi per calcolare l’infettività di una malattia (il cosiddetto R0). Ci si è chiesto qual era il numero medio di persone che una notizia sul coronavirus riusciva a coinvolgere: si è notato che questo indice aveva un valore critico su tutte le piattaforme online. In pratica si è avuto conferma del fatto che la cosiddetta infodemia era approdata anche da noi, perché il dibattito sui social si stava ampiamente concentrando sul coronavirus.
Qual è, allora, il modo più efficace per arginare la diffusione delle bufale?
Bisogna lavorare per dare gli strumenti critici ai cittadini, cercare di spiegare nel modo migliore la situazione, anche se incerta, e rendere pervasiva l’informazione di qualità.
Tra i punti più significativi c’è quello di rompere le catene di passaparola, non condividendo nulla che non sia per sentito dire, di cui non si conosca l’affidabilità della fonte, soprattutto se la notizia che circola sembra troppo buona o troppo cattiva per essere vera.

 

 

IL FALSO CHE PIACE

 

Il virus è stato creato in laboratorio

Falso. Le prove scientifiche indicano che il virus ha avuto origine dai pipistrelli.
Uno studio pubblicato sulla rivista Nature nel febbraio 2020 ha mostrato che il genoma del nuovo virus è identico al 96% a un #coronavirus dei pipistrelli.
Infine, uno studio pubblicato nel marzo 2020 sulla rivista Nature Medicine ha confutato definitivamente la tesi di una manipolazione genetica del virus da parte dell’uomo.

 

Il 5G diffonde il nuovo coronavirus

Falso. Il primo riferimento relativo al legame tra il 5G e il nuovo coronavirus è stato un articolo pubblicato su un blog complottista francese. Le affermazioni si sono poi diffuse tra i gruppi di Facebook e i canali YouTube, che già diffondevano affermazioni fuorvianti sul 5G (come, ad esempio, che possa provocare il cancro) con una nuova prospettiva che lo legava al nuovo coronavirus.
Ma non ci sono prove di queste affermazioni.

 

Dosi massicce di vitamina C sono un trattamento efficace per Covid-19

Falso. La vitamina C, assunta anche con gli integratori, non ha alcun impatto nella prevenzione del coronavirus.
Attenzione all’abuso: dosi elevate possono dare problemi ai reni e disturbi all’apparato digerente in generale.

 

L’aglio tiene lontano il virus

Falso. Come ha ribadito anche l’Organizzazione mondiale della sanità, l’aglio è un cibo salutare che può avere alcune capacità antisettiche. Ma non ci sono prove che protegga dall’infezione di Covid 19.

 

Gli animali domestici trasmettono il virus

Falso. Gli animali da compagnia possono contrarre l’infezione attraverso il contatto con persone infette in ambito domestico. Ma non esistono prove che svolgano un ruolo nella diffusione.

I TRENI SCOMPARSI


Molteplici sono gli indizi a sostegno dell'esistenza di fenomeni ed eventi che sembrano andare oltre il senso comune della ragionevolezza. Il mistero dei treni (che sarebbero - il condizionale è d’obbligo) scomparsi crea sconcerto negli studiosi di questi fenomeni e perplessità al cronista dell’insolito che, solo per scrupolosità si è deciso a pubblicare questo post.  


 

Un caso particolarmente inquietante avvenne il 14 giugno, 1911, quando la società ferroviaria italiana "Zanetti", organizzò una campagna pubblicitaria per annunciare un’escursione che si poteva fare a bordo dei loro treni.  A scopo pubblicitario, la compagnia ferroviaria decise di regalare un giro di prova ai più ricchi rappresentanti della comunità civile. Quel pomeriggio, dalla stazione ferroviaria di Roma partì un convoglio composto da cento passeggeri e un equipaggio di sei manovratori. Durante il viaggio, i passeggeri dovettero essere particolarmente attratti dai paesaggi rurali che scorrevano lungo il tragitto e che potevano ammirare dai finestrini delle vecchie carrozze ferroviarie. Il viaggio proseguì regolarmente fino a quando il treno non giunse in prossimità dell'imboccatura di un tunnel che, tra l’altro, in quel periodo, rappresentava il massimo in fatto di ingegneria civile. Poco prima di scomparire nel buio del tunnel, qualcuno notò i passeggeri che passavavano il tempo sorseggiando champagne e condividendo tra loro frivoli pettegolezzi. In prossimità dell'imboccatura, il treno rallentò rilasciando in aria una folata di fumo nero. Ripresa la corsa, il convoglio si inoltrò all'interno dell'oscuro tunnel dove scomparve inspiegabilmente. Prima che scomparisse all'interno del tunnel maledetto, due passeggeri ebbero l'intuito e la prontezza d'animo di saltare fuori dalle carrozze. Uno di loro in seguito fu intervistato da un giornale dell'epoca al quale fornì alcuni dettagli relativi al misterioso incidente. 



"Ho sentito uno strano ronzio poco prima dell'entrata nel tunnel, all'interno del quale si era alzata una strana nebbia bianca che sembrava serpeggiare tutt’intorno al treno, il quale sembrava svanire, letteralmente inghiottito dalla nebbia. È stata un'esperienza orribile. Sono riuscito a salvarmi, insieme a un'altro passeggero, saltando giù dalla carrozza poco prima che la locomotiva entrasse nel tunnel. Entrambi siamo caduti rovinosamente sul duro terreno e questo è l'ultima cosa che ricordo dell'accaduto."

L'esplorazione del tunnel si rivelò inutile, poiché non fu rinvenuto alcun indizio utile che potesse spiegare la ragione dell'improvvisa scomparsa del convoglio.L'incidente guadagnò molta popolarità a quei tempi al punto che i ferrovieri si rifiutavano di percorrere quel particolare tratto di ferrovia. Le Autorità decisero di chiudere il tunnel fino, poi durante la guerra mondiale, una bomba distrusse l'apertura della galleria al punto da renderla inaccessibile. 
 


 

Sul settimanale “Stop” n. 2249 dell’ ottobre 1991, compariva un articolo dove il giornalista Andrea Bedetti riferiva delle dichiarazioni rilasciate da M. Ferrante e A. Lissoni, due ricercatori di misteri, fatte durante la trasmissione televisiva condotta da Paola Protasi, dal titolo “Buongiorno Piemonte”, che andava in onda su Tele Torino GRP. Ebbene, in tale trasmissione si affermava che un treno delle Ferrovie dello Stato, costituito da 43 vagoni, era letteralmente scomparso durante il suo tragitto all’interno della galleria del tratto ferroviario Firenze-Bologna. Su quel convoglio c’erano solo tre macchinisti, di cui si sarebbero perse qualsiasi traccia. Questo evento sbalorditivo sarebbe accaduto nel mese di marzo del 1991 ma, stranamente, nessun quotidiano, radio o TV ne avrebbe mai parlato.
In seguito, tali fatti enigmatici sarebbero stati ripresi e resi di dominio pubblico da una rivista polacca e dal periodico “Il Globo” - anno XXXIII, n. 44, di lunedì 18 novembre 1991 - rivista che si pubblicava in Australia per gli italiani lì residenti. Questi articoli aggiungevano altri interessanti particolari, come i nominativi dei tre macchinisti, tali Mario Franchini, Gerardo Massari e Umberto Bossetti e le testimonianze di alcune persone che videro effettivamente tale convoglio merci entrare nella galleria, ma che poi nessuno vide più uscire dall’altra parte. (la galleria, è bene ricordarlo, è lunga ben 18.507 metri).
Un articolo apparso su “Stop” così terminava: 



“… un treno è misteriosamente scomparso in una galleria dell’Appennino. Un giallo appassionante del quale, se non fosse apparso un articolo nella lontana Polonia, non saremmo mai venuti a conoscenza.”

Ancora oggi, il mistero della scomparsa di tale treno (se veramente accaduto) rimane irrisolta e avvolta nel più fitto mistero.