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domenica 8 settembre 2013

IL RITORNO DEL CRISTO

Il termine cristo rimanda a "salvatore, liberatore, redentore”. Cristo, quindi, letteralmente è un Messia. Nell’antica Persia era Mithra, tra gli Aztechi è Quetzalcoatl, in India invece è Kalki o Shiva. Tra i Maya, invece, è il “grande” Kukulcan!
I Maya, da sempre, attendono il ritorno del loro liberatore. Kukulcan, Gesù Cristo, Mithra, tutti hanno affermato che torneranno, alla fine dei tempi. Ma qual è la fine dei tempi? La fine di cui si parla sia negli antichi testi maya sia nella Bibbia? Secondo la conoscenza proveniente dalla Mesoamerica, la fine dei tempi non è la fine del mondo, è soltanto la fine di un'era. Per comprendere di che fine si tratta, però, dobbiamo capire il modo di vedere le cose nei tempi antichi. Secondo alcuni scritti, c’è una croce nel cielo: è formata dall'intersezione della Via Lattea con il piano dell’eclittica.
L’importanza della croce per i nativi americani si rileva già dal libro di Godfrey Higgins “Anacalypsis” ove si legge che la popolazione inca aveva una croce di marmo molto fine e bella, di diaspro lucidato a specchio, realizzata in un solo pezzo e dalle dimensioni considerevoli. Questa croce fu posta in un luogo sacro per essere venerata. Con l’avvento degli spagnoli fu spostata nella cattedrale di Cuzco.
In alcune rappresentazioni locali Quetzalcoatl è rappresentato crocefisso nei cieli con un cerchio di diciannove cifre, che rappresentano il ciclo di Metone (19 anni solari corrispondenti a 235 mesi lunari).
Nel codex Borgianus messicano è Quetzalcoatl a essere crocefisso. In alcune versioni, addirittura tra due ladri! Per quanto ne sappiamo, era un uomo buono, che compì dei miracoli e insegnò all’umanità, poco evoluta, i primi rudimenti di arti e scienze.
Tuttavia, ci sono altre analogie tra Kukulcan e Gesù Cristo e non possono certo essere dovute al caso. Entrambi, per esempio, sono definiti “Dio”; Quetzalcoatl si ritirò nel deserto per quaranta giorni, alla stregua di Gesù Cristo.
Ovviamente anche Kukulcan nacque da una madre vergine, fu adorato e come Gesù Cristo, fu chiamato la Stella del Mattino. Questo nome, spiega lo stesso Kukulcan/Quetzalcoatl, sarebbe dovuto al fatto che lui stesso era associato al pianeta Venere che, come tutti sappiamo, è il primo a essere visibile nelle prime ore della mattina. Tra le popolazioni Cherokee e Dakota, era chiamato Je-zoos o Yesuse; Yahowa fra gli Hopi. Nomi peraltro molto simili ai nostri Gesù e Jeova.

Si parte sempre dal presupposto che tutte le civiltà antiche che adoravano gli Dei, si riferissero a una sorta di spiriti/energie provenienti dalla Natura, ma non è così. I nativi americani, ancor oggi, parlano degli Dei come di esseri in carne e ossa e li descrivono anche molto bene. Per esempio Quetzalcoatl era un uomo alto, dagli occhi e dalla pelle chiara, con biondi capelli lunghi. Com’è possibile che popolazioni primitive descrivessero il loro Dio completamente diverso da loro? Perché si sarebbero inventati una persona così quando sarebbe stato logico, per loro, descriverla bassa, con occhi e carnagione scuri? Forse perché i loro Dei erano effettivamente alti e biondi: erano diversi da loro.
Ma allora chi erano Gesù Cristo o Kukulcan?
Facciamo un salto indietro nel tempo.

Niente appare così dettagliato come alcuni racconti che si trovano in antiche tavolette sumere. Anche se gli stessi racconti, compaiono poi nell’Antico Testamento, in Egitto e in India.
I Sumeri raccontano di uomini venuti dallo spazio in cerca di oro quando sul nostro pianeta vi erano ancora gli ominidi. Nonostante tutta la loro tecnologia, avevano bisogno di forza lavoro per estrarre enormi quantità di oro; quindi, decisero di apportare una piccola modifica genetica ai (ominidi) terrestri. Per loro non fu una scelta semplice, né tantomeno fu facile mettere al mondo un essere che somigliasse a loro, ma dopo tanti tentativi, finalmente ci riuscirono. Il nuovo terrestre, chiamato Adam, era diverso da loro più che altro nell’altezza e nel colore della pelle e dei capelli, ma per il resto era quasi identico.
Il lavoro più importante lo fecero, come raccontano le tavolette sumere, tre scienziati: Ea/Enki, suo figlio Ningishzidda e Ninmah, la sua sorellastra. Lo fecero contro il volere di altri comandanti Anunnaki (letteralmente: quelli che dal cielo scesero sulla terra), ma amarono molto il genere umano e decisero di insegnargli gran parte della loro conoscenza. Erano longevi, quasi immortali: provenendo da un pianeta la cui rivoluzione orbitale - che dovrebbe scandire l’anno - corrispondeva a 3.600 anni terrestri, ogni loro anno corrispondeva a 3.600 anni terrestri. Pertanto, hanno avuto un ruolo di colonizzatori: per migliaia e migliaia di anni, hanno dominato il pianeta. Hanno Governato sull’umanità ma la dominazione non è stata sempre pacifica: con il tempo, i contrasti sono mutati in conflitti e nelle loro guerre hanno coinvolto anche gli uomini.
In Egitto Enki si faceva chiamare Ptah e Ningishzidda, Thot, mentre il fratello era il dio Ra. Quest’ultimo doveva anche coordinare dei lavori sul pianeta Marte - utilizzato come una sorta di stazione di passaggio per l’invio dell’oro sul pianeta da cui provenivano (Nibiru) – Ra governava l’Egitto ma quando ritornò da Marte trovò dei cambiamenti. Ra non era affatto contento per ciò che Thot aveva insegnato all’umanità, così, dopo litigi che durarono ben 300 anni (terrestri), Thot decise di ritirarsi, su consiglio del padre Ptah, in una terra al di la del mare dove era conosciuto come "il serpente piumato" (Quetzalcoatl). Una curiosità: Thot venne cancellato in gran parte dell’antico Egitto e Ra sostituì l’immagine del “leone di pietra” con l’immagine del viso di suo figlio Asar” (I riferimenti si trovano nella 12° tavoletta sumera dettata dal Dio Enki a Endubsar). Ecco quindi che il Dio buono si fece conoscere in varie parti del mondo con il nome di Kukulcan, Quetzalcoatl e, forse, anche Shiva.
 
Ora sappiamo che negli antichi territori del Messico veniva adorato un salvatore, ma non era Gesù Cristo: si chiamava Quetzacoatl. Il salvatore, nato da una vergine, era sorvegliato da dodici guardie e sarebbe morto per espiare i peccati. Adesso, tutti attendono il suo ritorno. Uno dei suoi simboli erano le tre croci (una più grande dell’altra). I Messicani usavano il battesimo per i loro bambini, in modo simile a quello odierno dei cristiani, ma molto prima dell’avvento del Cristianesimo. Non solo: i loro sommi sacerdoti si chiamavano “Papi”.
Durante la conquista spagnola ci si rese conto che le similitudini con la Chiesa cattolica erano sconcertanti. Tanto che Cortes asserì: “Il diavolo ha veramente insegnato ai Messicani le stesse cose che Dio ha insegnato alla cristianità”.
Ma perché la stessa storia ovunque?
Gli insegnamenti degli “Dèi” erano molto profondi e saggi e non sono stati compresi appieno. Non è un caso se vicino alla croce di Kukulcan ci sono dei numeri che si riferiscono al sistema solare. Per loro il cosmo non è affatto staccato dalla nostra vita, anzi, detta la nostra evoluzione, la crescita e la spiritualità. I pianeti sono considerati alla stregua di esseri viventi, delle vere e proprie divinità da cui dipende la nostra vita. Come spiegare, quindi, a un’umanità non ancora dotata di conoscenza, i segreti del cosmo? Interpretandoli come un mito! Ecco che Quetzalcoatl spiegò all’intera umanità la fiaba più bella di tutto il pianeta, la favola che in Egitto chiamerebbero: Horus is raisen – Horus è sorto! Una storia che non è nata in Palestina ma ben tremila anni prima di Cristo. Il racconto ha valenza esclusivamente astronomica nonostante parli di un uomo nato da una vergine il 25 dicembre, di tre re magi e così via. Scaturisce dal fatto che il 24 dicembre, Sirio, la stella più luminosa del cielo, si allinea in maniera perfetta con le tre stelle della cintura di Orione. Stelle che, ancora oggi, vengono chiamate i “tre re”. Se il 24 dicembre si traccia una linea immaginaria tra Sirio e le tre stelle (i tre re)… sapete cosa accade? Che il 25 dicembre la linea toccherà esattamente il punto dove nasce il Sole (Cristo). Il Sole, infatti, fin dall’antico Egitto è considerato l’unico vero Dio che crea ogni cosa, che dà la vita sulla Terra. I tre re – le tre stelle – quindi, seguono la stella dell’est per essere portati fino al luogo dove il 25 dicembre nascerà Cristo - il Sole -
Ma non è finita qui. Il giorno del solstizio d’inverno, il 22 dicembre, nell’emisfero Nord il Sole raggiunge in assoluto il punto più basso sull’orizzonte. Qui resta “fermo” per ben tre giorni davanti a una costellazione chiamata la Croce del Sud. Dopo essere quindi stato crocifisso per tre giorni, finalmente “rinasce”. Per il resto dell’anno il nostro dio/sole viaggia insieme alle 12 costellazioni o ai 12 discepoli, se volete. Non è un caso se in tutte le rappresentazioni antiche Gesù è sempre raffigurato con in testa un cerchio e una croce, la croce dello zodiaco per l’esattezza. Una favola meravigliosa, quindi, che aveva lo scopo di istruire l’umanità attraverso un linguaggio poetico e simbolico. Linguaggio che è stato, con gli anni, adulterato e divinizzato, in alcuni casi, anche allo scopo di rendere ignoranti e soggiogare le masse.

sabato 17 agosto 2013

MARTIN JETPACK


Volare, presto, potrebbe diventare estremamente semplice grazie alle migliorie apportate al famoso Martin Jetpack. L’innovativo velivolo ha, infatti, completato con successo un estenuante test di volo di sette minuti, il più lungo mai effettuato con uno jetpack. Il volo di prova è stato effettuato con un manichino a bordo e ha gratificato trenta anni di ricerca e sviluppo. Si è trattato di un volo a bassa velocità: solo 15 Km/h, ben al di sotto dei 74 Km/h di cui è capace il velivolo, ma è stato infranto il record di altitudine. Infatti, nel 2008, lo jetpack non era andato oltre il metro e ottanta di altezza, mentre, stavolta ha raggiunto il chilometro e mezzo. Ecco perché i suoi creatori, un team mondiale d’ingegneri della Martin Aircraft Company, sono ormai convinti che fra qualche mese sarà possibile lanciarlo sul mercato.
Visto il successo di quest’ultimo test, ora si spera di cominciare a vendere lo jetpack a un prezzo di circa 75.000 dollari. Progettato per essere il più semplice elicottero del mondo e classificato come “ultraleggero” sperimentale, il Martin Jetpack è dotato di un motore estremamente leggero e potente (200 HP a 6000 rpm). La propulsione è assicurata da due eliche controrotanti intubate. Il meccanismo di funzionamento è piuttosto intuitivo: come dice Newton, a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Così, quando si spara molta aria velocemente verso il basso, si va su. Il velivolo ha un'autonomia di volo di trenta minuti che, in futuro, sarà senz’altro incrementata.
La Martin Aircraft Company ha riferito che già 2.500 persone hanno prenotato il suo Jetpack, con richieste provenienti da milionari del Medio Oriente e degli Stati Uniti. Il target interessato è vasto: dagli avventurieri alle persone stanche di essere schiavi dell’automobile, ma è molto probabile che del rivoluzionario “zainetto” volante se ne faccia anche un uso militare. Un simile dispositivo è stato, infatti, testato dall’esercito americano già nel 1960. Mentre il primo test rappresenta un progresso enorme per la commercializzazione dell’apparecchio, non è ancora chiaro come le autorità reagiranno al lancio su vasta scala di Martin Jetpack. In alcuni stati europei, come in Gran Bretagna, non sono necessarie autorizzazioni; mentre nel nostro paese sarebbe richiesto un attestato, rilasciato dall’Aereo Club d’Italia dopo il superamento di un esame di abilitazione. Tuttavia, a livello internazionale, la Federal Aviation Administration sta ancora valutando il da farsi. In ogni caso la Martin Aircraft Company ha affermato che qualsiasi tentativo di usare lo jetpack senza un’adeguata istruzione sarebbe estremamente temerario. Ecco perché l'azienda chiederà a tutti gli acquirenti di intraprendere un programma di abilitazione al volo.
Per maggiori informazioni sul Martin Jetpack consultare il sito del produttore: http://martinjetpack.com/

mercoledì 14 agosto 2013

LE MISTERIOSE PIRAMIDI DI PANTIACOLLA


La linguista e archeologa dilettante basca, Mireille Rostaing Casini, nel suo libro “Archeologia misteriosa” racconta che nel 1979 erano state fotografate, da un aereo, dodici grandi piramidi nella foresta del dipartimento peruviano di Madre de Dios, confinante con il Brasile. Queste fotografie le mostrano in collocazione simmetrica, le une vicine alle altre, in due file di sei. Le piramidi si trovano in una regione dove si pensa sia esistito un grandissimo e potente impero, detto del Gran Paititì, di cui non si sa praticamente nulla se non che nel suo territorio si trovano enormi ricchezze. Un indio le disse che in questa zona esiste un passaggio nella collina denominata Tampu-Tocco, attraverso il quale si passa ad altri mondi situati nelle viscere della terra.
 
La storia delle dodici piramidi del Gran Paititì scatena da anni polemiche infuocate. Diversi esponenti dell’archeologia e della scienza ufficiale, in testa lo stimatissimo geologo brasiliano Aziz Nacib Ab’Saber, ritengono trattarsi soltanto di curiose formazioni rocciose, coperte di vegetazione. Di diverso parere sono stati due esploratori dilettanti italiani, l’ormai scomparso Mario Ghiringhelli e suo cugino, il milanese Marco Zagni, il quale riferisce: - Nell’estate del 1979 mio cugino Mario, provetto esploratore, si trovava in Perù quando seppe da una radioamatrice di Lima che il Radio Club Peruviano di Cuzco aveva perso i contatti con una spedizione francese avventuratasi nel dipartimento di Madre de Dios. Non era questo il primo caso. Tutte le spedizioni che si erano avventurate in quella zona, alla ricerca di una sperduta città precolombiana, erano scomparse misteriosamente. Nel caso dei francesi, l’ultimo messaggio da questi inviato diceva: “Siamo attaccati da una tribù sconosciuta di indios bianchi, alti almeno due metri”. Ora, io non ho mai sentito parlare di giganti bianchi in Amazzonia, almeno nei testi canonici, in quanto nel folklore sudamerindio esistono da secoli leggende di questo tipo. L’episodio di Madre de Dios sembrava proprio confermare simili dicerie. - E non solo - dopo questi fatti, io e mio cugino abbiamo condotto molte ricerche d’archivio e abbiamo scoperto che l’episodio si era verificato in una zona fluviale, quella di Pantiacolla, ove, nel 1975, i satelliti meteo Landsat avevano identificato un’area piana, ellittica, al cui interno si notavano dodici strutture piramidali in fila. Per gli archeologi esse sono solo curiose formazioni naturali, ma io non la penso così.
 
Sembrerebbe che esista, nel cuore dell’Amazzonia, una civiltà perduta, forse nemmeno umana, legata al culto delle piramidi. Piramidi che, come sottolinea la Rostaing Casini, viste le foto, non sono di tipo azteco ma egizio! É difficile sostenerlo, ma dal fisico salvadoregno Luis Lopez spesso a spasso per le Americhe, otteniamo ulteriori elementi: - Durante alcune mie ricerche in Salvador (nel maggio del 1993) ho incontrato un archeologo italiano, Mario P., che da anni lavora in Perù. Quest’uomo, appartenendo all’establishment scientifico ufficiale e temendo il ridicolo, ha preteso l’anonimato. Mi ha raccontato di avere visto degli UFO nella zona e di avere scattato delle foto di certe bruciature circolari; Mario ha aggiunto che questi fenomeni sono ricorrenti nella foresta amazzonica al punto che gli indios, affatto spaventati, hanno ribattezzato i visitatori spaziali “gli incas”, intesi come signori, come, per l’appunto, sono considerati gli antichi incas. - Non solo, prosegue Lopez - l’archeologo ha anche scoperto una serie di scheletri umani lunghi due metri, appartenenti a una razza sconosciuta. Questa scoperta è per ora mantenuta top secret e non so se e quando essa verrà divulgata. -
 
La vicenda degli indios bianchi è confermata anche da un altro esploratore, il professor Marcel Homet, archeologo, paleontologo, antropologo ed etnologo francese. Quest’ultimo, durante l’esplorazione dell’Amazzonia brasiliana, nella zona dell’Urari-Coera, si era imbattuto in due indios sbucati dalla foresta. - Erano uomini di razza bianca – racconta Homet - veri mediterranei, progenitori, contemporanei o parenti di questa razza.I due indios vennero in seguito identificati da una delle guide del professor Homet come Waika, membri di una tribù poco conosciuta, "pericolosi e crudeli combattenti" che avevano la "curiosa" abitudine di rapire donne bianche, con le quali accoppiarsi per generare dei figli. Questo, forse, spiegherebbe il colore della loro pelle.
 
Anche un altro celebre esploratore d’inizio secolo, il colonnello inglese Percy Fawcett conferma, nel suo diario, dell’esistenza di indios amazzonici dalla pelle bianca: - A Jequie, un centro piuttosto grande che esportava cacao a Bahia, un certo Elias José do Santo, ex ispettore della polizia imperiale, mi raccontò di indiani dalla pelle chiara e dai capelli rossi che vivevano nel bacino del Gongugy e di una "città incantata" che trascinava sempre più avanti l’esploratore, finché svaniva come un miraggio. Seppi poi dei Molopaques, una tribù scoperta a Minas Gerais in Brasile nel secolo XVII; avevano la pelle chiara e portavano la barba. Le loro donne avevano capelli biondo oro, bianchi o castani, piedi e mani piccole, occhi azzurri. -

venerdì 9 agosto 2013

GLI DEI ARRIVARONO DA SCHWERTA?



Nella giungla amazzonica fra Perù, Brasile e Venezuela sopravvivono, nascoste, tribù sconosciute di indios bianchi che dicono di discendere dagli extraterrestri. Questo è il resoconto di un mondo perduto, della notte in cui gli Dei arrivarono da Schwerta.
Lo troviamo in un libro: "Cronaca di Akakor" del giornalista e sociologo bavarese Karl Brugger (tanto per cambiare, assassinato in circostanze misteriose nel 1984). Brugger conobbe bel 1972 a Manaus, in Brasile, il capo indio Tatunca Nara, a suo dire discendente di una mitica tribù "spaziale", gli Ugha Mongulala.
 
Secondo il racconto di Tatunca Nara, i Mongulala vivevano nel cuore dell’Amazzonia, sin dalla notte dei tempi, “in piccoli gruppi, in caverne e grotte, camminando carponi”. Poi, nell’anno 13.500 a.C. del nostro calendario, "arrivarono gli Dèi."
Qui, inevitabilmente, viene spontaneo pensare al mito del serpente piumato (Kukulcan, Quetzalcoatl, Viracocha). Questi Dei barbuti, dalla pelle bianca, avrebbero anche avuto sei dita alle mani e ai piedi. Un dettaglio curioso che ci riporta con la memoria agli Annunaki. Nel “Libro perduto del dio Enki" di Z. Sitchin si legge: “Ningishzidda (figlio del dio Enki) scelse di recarsi in una terra al di là degli oceani, vi si recò con un gruppo di seguaci. A quei tempi il conto era di seicentocinquanta anni terrestri (650 anni dopo il diluvio). Ma nel nuovo dominio, dove Ningishzidda era chiamato il 'Serpente alato', ebbe inizio un conto tutto suo". 
- Gli stranieri - ha raccontato il capo indio a Karl Brugger - apparvero all’improvviso nel cielo su brillanti navi d’oro. Segnali di fuoco illuminarono la pianura; la terra tremava e il tuono risuonava sulle colline. Gli uomini si prostrarono con stupore e profondo rispetto davanti ai potenti stranieri, che vennero a impossessarsi della Terra. Gli stranieri dissero che la loro patria si chiamava Schwerta, un mondo lontano nella profondità del cosmo. A Schwerta viveva la loro gente, ed essi erano partiti di là per visitare altri mondi, e portarvi la loro scienza. – Schwerta -  prosegue Tatunca Nara - era un immenso impero, formato da mondi numerosi come i granelli di polvere di una strada. I visitatori ci dissero che ogni seimila anni i due mondi, quello dei nostri Primi Maestri e la nostra Terra, s’incontrano; permettendo, ogni seimila anni, agli Dei di ritornare. Dovunque sia e qualsiasi forma abbia Schwerta, con l’arrivo di questi visitatori dal cielo cominciò sulla terra “l’Età dell’Oro". I Maestri - come vennero prontamente ribattezzati dagli indios - vennero sulla terra con 130 famiglie, per liberare gli uomini dall’oscurità. E loro accettarono e riconobbero gli uomini come fratelli. I Maestri fecero stabilire le tribù nomadi e divisero lealmente ogni frutto della terra. Pazientemente e senza stancarsi, ci insegnarono le loro leggi, anche se gli uomini facevano resistenza, come bambini ostinati. Per questo loro amore verso gli uomini, per tutto quello che diedero e insegnarono noi li veneriamo come i nostri portatori di luce. I nostri migliori artigiani riprodussero le loro immagini per testimoniare in eterno la loro grandezza. Così sappiamo come erano fatti i nostri Signori Anteriori. I Signori di Schwerta - racconta Tatunca Nara - erano simili agli uomini: dal corpo esile e dai lineamenti delicati. Avevano la pelle bianca e i capelli neri con riflessi blu. Portavano una folta barba e come gli umani erano vulnerabili, perché fatti di carne. C’era però un particolare che li distingueva dagli abitanti della Terra: essi avevano alle mani e ai piedi sei dita. Questo era il segno dell’origine divina.
 
Tatunca Nara, nel ricostruire per Karl Brugger l’intera storia del suo popolo, divideva decisamente il periodo dell’arrivo dei visitatori spaziali (peraltro corrispondente, secondo alcune fonti, alla reale nascita della civiltà egizia) dal successivo arrivo di esploratori bianchi: i goti, nel 570 d.C., gli spagnoli, nel 1532, i nazisti, nel 1941. I Maestri tracciarono canali e strade, seminarono piante nuove, sconosciute agli uomini. Pazientemente trasmisero loro il sapere, necessario per comprendere i segreti della natura. Sorretti da questi principi, gli Ugha Mongulala sono sopravvissuti per millenni a gigantesche catastrofi e guerre sanguinose.
Grazie agli Schwerta, gli Ugha Mongulala costruirono un impero che si estendeva dal Perù al Brasile al Mato Grosso (in questa regione scomprave Percy Fawcett, alla ricerca di una città perduta). I Maestri - prosegue Tatunca Nara - conoscevano le leggi dell’intero cosmo. Unendosi carnalmente con gli indios, generarono la tribù degli Ugha Mongulala, gli "alleati eletti". Costoro, eccezion fatta per le sei dita, nei tratti somatici ricordavano molto i visitatori.
Gli alieni costruirono diverse città e molte piramidi: un mezzo per raggiungere la seconda vita. Ma un brutto giorno - continua Tatunca Nara - fummo attaccati da esseri estranei simili agli uomini, con cinque dita ma con sulle spalle teste di serpenti, tigri, falchi e altri animali. Disponevano di una scienza avanzatissima che li rendeva uguali ai primi Maestri. Tra queste due razze di Dei scoppiò una guerra. Bruciarono il mondo con armi potenti come il sole. Ma la previdenza degli Dei salvò gli Ugha Mongulala dalla distruzione. I visitatori di Schwerta costruirono nel sottosuolo amazzonico tredici dimore sotterranee, disposte secondo la costellazione da cui provenivano. Quindi, convinsero gli indios a rifugiarsi dentro quelle caverne scavate nella roccia, e a murarle dall’interno. Con questo espediente gli indios sarebbero scampati alla devastazione del nostro pianeta scatenata dalla guerra degli Dei, come pure a successivi cataclismi e perfino all’avanzata dei conquistadores.
 
L’esistenza di qualche sorta di “bunker” scavato nel fianco di una montagna sembra venire da un’esploratrice italiana che ha condotto diverse spedizioni in Perù, la milanese Elena Bordogni. – Durante una spedizione - ha affermato - incappammo in un camminamento che costeggiava una montagna e che fiancheggiava un burrone. Sul sentiero si vedevano, pietrificate, le orme dei piedi dei sacerdoti che anticamente percorrevano quella via. Con grande sorpresa ci accorgemmo che, a un certo punto, il sentiero s’interrompeva dinnanzi a alla parete liscia della montagna.
- Nel 10.481 a.C. gli Dei lasciarono la Terra - sostiene Tatunca Nara - le navi dorate dei nostri Primi Maestri si spegnevano nel cielo come le stelle. La fuga degli Dei gettò il mio popolo nell’oscurità.

venerdì 26 aprile 2013

Estate 1947: la vera storia di Star Elder, viaggiatore delle stelle caduto nella riserva indiana


  
Mi chiamo Robert Morning Sky, sono un Nativo Americano, sono un Apache. Da giovane crebbi con le storie di esseri che arrivavano dal cielo. Avevo cinque anni, mio nonno me ne parlava e per me, quella era una storia reale, come tutte le altre. Mi raccontò di quanto accadde nel 1947 a Four Corners (area tra New Mexico, Utah, Colorado, Arizona, in cui si trovano numerose riserve di Nativi: Navajo, Hopi ed altre tribù). Era lì con alcuni suoi amici e stavano andando "alla ricerca della visione", un posto nel deserto o nel bosco, dove passare il tempo in solitudine, provando ad avere una visione su chi sei, sul futuro, qualcosa che ti riguarda, per imparare qualcosa di te stesso.
 
Per gli Apache è un rito. Puoi andare lontano e correre per due o tre giorni nel deserto e il tuo corpo è talmente stanco che solo il tuo spirito continua ad andare avanti. Altre volte si danza tanto, per tre, quattro, persino cinque giorni, fino al punto in cui è solo lo spirito a far andare avanti il tuo corpo esausto. Mio nonno e i suoi amici erano pronti a iniziare la loro ricerca quando, durante la notte, videro una luce molto bassa sulle colline che andava su e giù e che poi scese rapida e diritta come un meteorite e che poi si schiantò sulla terra. Ci fu una grande esplosione con il fragore del tuono. Decisero di dirigersi oltre le colline, verso il punto di impatto. Quell'estate erano circolate altre storie di luci cadute nell'area di Four Corners, un'altra in New Mexico, un'altra vicino a Soccorro e un'altra, di cui mio nonno aveva sentito parlare, a Roswell. In tutte le storie, quando le luci erano precipitate, i soldati erano sempre intervenuti sparando.
  
I Nativi avevano e hanno tuttora molti problemi: non potevano fare niente, comprare niente, erano relegati nelle riserve, venivano... perseguitati; sì, non esiste altro modo per definirlo. Dicevano: se una "luce" cade giù, non andate! Statene lontani, perché arrivano i soldati e fanno sparire le persone. E si raccontava di giovani nativi andati a cercare "le luci" dopo gli schianti che non fecero mai ritorno a casa. E così mio nonno mi disse che avevano sentito quelle storie e quando videro la luce cadere cominciarono a chiedersi se potevano correre il rischio di andare a vedere. Erano molto giovani e dissero: "Andiamo! È successo qui vicino, i soldati non possono arrivare tanto presto".
Si trovavano ad un paio di miglia dal luogo, nel deserto dove era caduta la luce e si incamminarono.
 
Corsero. Anche al giorno d'oggi, gli indiani Apache corrono, corrono moltissimo. Corsero e passarono oltre le colline. Mio nonno disse che c'era una specie di luce incandescente giallo-rossa, come un fuoco, che seguirono finché arrivarono alla collina e guardarono giù. Videro quella... macchina, caduta in un fiumiciattolo. Era di metallo, in due pezzi. Il nonno, che aveva fatto la guerra, sapeva cos'era un aereo e disse: "questo non è un aereo, anche se potrebbe sembrarlo". Era grande, rotondo, o almeno appariva rotondo. Due dei suoi amici rimasero su a fare di vedetta, in caso fossero arrivati i soldati, mentre gli altri quattro raggiunsero il letto del fiume e iniziarono a guardarsi attorno: faceva molto caldo, c'era del fumo e qualcosa cominciava a prendere fuoco. Uno di loro, Medianoche, cercò sotto alcuni rottami e trovò un corpo molto piccolo stretto in una tuta argentea. Provò ad aprire la tuta, senza riuscirci. Chiamò i suoi amici e insieme sollevarono il metallo tirando fuori l'essere, che emetteva dei suoni, come se stesse respirando. Presero il piccolo corpo e lo portarono via, fino al campo dove erano andati per cercare la "visione", mentre alcuni di loro restarono indietro a cancellare le tracce. Il campo dove si cerca la "visione" deve essere sempre isolato, lontano da tutti. A causa della persecuzione, non si fidavano dei militari, della polizia e, ad essere sinceri, visto che alcuni dei Nativi erano integrati, non si fidavano neppure di molti dei loro. Per questo motivo, non sapendo a chi rivolgersi, per mesi e mesi dopo l'incidente, continuarono a spostarsi di campo in campo, lontano da tutti, con questo essere che camminava con loro e che a poco a poco cominciava a rimettersi e che, dopo qualche mese, era in perfetta salute. Si fidava molto di mio nonno e dei suoi amici. Loro lo proteggevano e lo tenevano al riparo dai soldati, dai poliziotti e da ogni pericolo. Lo chiamavano "Star Elder" perché proveniva dalle stelle e, cosa molto difficile da spiegare, con il passare del tempo, cominciò a fidarsi e comunicare con mio nonno e i suoi amici senza usare le parole. Quando gli raccontava le cose, era come se lui "creasse la realtà", come se desse le visioni. Cominciò poco a poco a raccontare delle storie sulla gente delle stelle e su chi era lui. Un giorno, andò nella foresta e scomparve, non tornò più indietro. Mio nonno e i suoi amici non seppero mai, o forse non me lo vollero dire, quello che successe, come fece ad andare via. Scomparve e questo è tutto.
 
Ero piccolo quando il nonno mi raccontò la storia, poi, al tempo del college, cominciai a ripensare all'essere stellare di nome "Ra" e quando iniziai a studiare le religioni, mi resi conto che molti dei nomi che "Star Elder" aveva usato erano antichissimi nomi che appartenevano alla nostra storia.
Star Elder ha parlato di molte cose, cose che poi mio nonno mi ha riferito: la sua storia è simile a quella di un viaggiatore che prende un aereo diretto verso una remota isola del Pacifico per fare una ricerca e, invece, vi precipita. Gli indigeni, che non hanno mai visto un aereo, fanno di quest’uomo un Dio, un messaggero divino, e vorrebbero tenerlo lì per salvare il loro mondo; mentre lui vorrebbe solo tornare a casa. Io non parlo più di tutta questa storia, perché la gente mi dice che lui era qui per salvare il pianeta, era qui in veste di messaggero di Dio... No! Non è andata così! Lui era qui per fare un lavoro e si è schiantato. Voleva soltanto tornare a casa. Alcuni extraterrestri sono buoni, ma altri non lo sono. Io so cosa mi ha raccontato mio nonno... come se ogni Americano fosse buono. No, non è così. Come se ogni uomo fosse cattivo. No, ce ne sono di buoni e di cattivi. Ognuno ha il suo modo di essere, la sua vita. La gente dice che gli alieni sono buoni... no, non sono tutti buoni. Ho passato tre anni in Australia, con gli aborigeni, e i loro anziani mi hanno raccontato degli "Star Elders". Il problema è che ancora tanta gente è pronta a dire che gli aborigeni australiani o anche i Nativi, sono dei selvaggi, che raccontano strane storie fantasiose che non vanno credute semplicemente perché non possono essere vere. Questo è vergognoso.
 
Liberamente tratto da: Dossier ALIENI - n. 14 (Settembre - Ottobre 1998)

domenica 21 aprile 2013

ATTACCO ALIENO


Nel luglio del 1988 i sovietici lanciarono, in direzione di Marte, le due sonde automatiche Phobos uno e due, con l'obiettivo di studiare Phobos: la misteriosa luna del Pianeta rosso.
Il contatto con "Phobos 1", sfortunatamente, si perse dopo due mesi di viaggio, a causa di un difetto del software. La sequenza critica fu innescata da "un comando radio sbagliato".
Phobos 2, invece, giunse a destinazione nel gennaio del 1989, preparandosi a posizionarsi, "in tandem" con Phobos, in orbita intorno a Marte. Per esplorare la piccola luna, la sonda aveva sofisticati equipaggiamenti, fra i quali due capsule strumentali, che dovevano essere piazzate sulla luna stessa.
Tutto andò bene fino al momento in cui "Phobos" (la sonda) si allineò con Phobos (la luna). In quel momento, il 28 marzo, il centro di controllo della missione cominciò ad avere "problemi di comunicazione" con la navicella. L'agenzia di stampa ufficiale sovietica (all'epoca esisteva ancora l'URSS), la TASS, riportò in un comunicato che la sonda, dopo aver completato una serie di manovre attorno alla luna di Marte, aveva perso il contatto con la Terra. Gli scienziati non furono più in grado di ripristinare il collegamento radio.
Che cosa causò la perdita della navicella "Phobos 2"?
La risposta arrivò tre mesi dopo. Pressate dalle richieste di chiarimenti avanzate da tutte le agenzie spaziali che avevano partecipato all'organizzazione della missione (tra cui l'italiana ASI), le autorità sovietiche diffusero una specie di breve "documentario" realizzato montando una selezione delle immagini trasmesse dalla sonda negli ultimi momenti di contatto, prima della perdita improvvisa di ogni collegamento.


Il documento fu ripreso da diverse stazioni televisive in Europa e in America che lo inserirono nei loro notiziari. La notizia passò quasi inosservata, destando, nell’opinione pubblica una certa curiosità. La sequenza televisiva evidenziava, tra l’altro, anche una strana ombra che attraversava la superficie marziana. Era molto ben definita, tanto da poter essere descritta (così si legge nel testo pervenuto da Mosca) come una "sottile ellisse".
Era certamente del tutto diversa dall'ombra proiettata da Phobos sul pianeta, ripresa 18 anni prima dal "Mariner 9" che appariva come un'ellisse piuttosto tozza e dai contorni molto irregolari, corrispondenti al profilo accidentato della piccola luna. La forma anomala ripresa da "Phobos 2" era invece un'ellisse molto sottile, dai cui contorni si protendevano segmenti irregolari, simili ad alettoni. Secondo il dottor Becklake, l'ombra doveva appartenere a un oggetto che si trovava tra la sonda sovietica in orbita e Marte, poiché era possibile vedere la superficie marziana sotto di essa". Aggiunse che l'oggetto era stato ripreso sia dalla macchina fotografica ottica che da quella a raggi infrarossi, sensibile al calore. Anche i sovietici non sostennero che questa "sottile ellisse d'ombra" fosse stata lasciata dalla luna Phobos che, fra l'altro, al momento della ripresa era già allineata con la sonda e non sottostante ad essa. Secondo Becklake, i russi avevano filmato qualcosa che non dovrebbe esistere.
L'immagine, comunque, è stata diffusa da Mosca soltanto attraverso lo spezzone di video fornito alle televisioni occidentali: il fotogramma originale non è mai stato distribuito.
Ma esisterebbe un'immagine trasmessa dalla telecamera di bordo, l'ultima prima dell'interruzione dei collegamenti, che è stata coperta dal segreto più assoluto perché "troppo sconvolgente". Il presidente dell'agenzia spaziale sovietica, intervistato dalla rivista americana Aviation Week and Space Technology, facendo riferimento a quest'ultimo fotogramma disse: "Vi compare un'immagine che sembra includere un oggetto dalla forma strana comparso tra la navicella e Marte".


Tempo dopo, una foto segretissima venne fornita ai giornali occidentali dal colonnello Marina Popovich, pilota e astronauta russa da sempre interessata ai fenomeni UFO. In una conferenza sugli UFO tenutasi nel 1991, la Popovich diede ai ricercatori presenti varie informazioni da lei fatte uscire "di contrabbando" dalla ormai ex Unione Sovietica. In particolare, parlò del primo indizio certo della presenza di un'astronave-madre aliena nel sistema solare.
A suo dire, l'ultima immagine trasmessa da "Phobos 2" sembra, per l'appunto, la foto di un'astronave gigantesca di forma cilindrica: una struttura enorme, lunga approssimativamente 20 chilometri e con un diametro di un chilometro e mezzo. Questa astronave-madre, dalla "tradizionale" forma a sigaro, venne fotografata il 25 marzo 1989, mentre era “ in rada”  vicino a Phobos, la luna marziana. Proprio dopo aver radiotrasmesso il "fotogramma" verso Terra, la sonda automatica sparì misteriosamente; secondo i russi, come se fosse stata distrutta o inattivata da un impulso d'energia. Questa astronave a forma di sigaro visibile nell'ultimo fotogramma inviato da "Phobos 2" è apparentemente l'oggetto che, nelle foto precedenti, gettava la misteriosa ombra ellissoidale sulla superficie di Marte. Anche secondo Brian Crowely, noto divulgatore scientifico australiano, l'ombra misteriosa fotografata sulla superficie di Marte non poteva essere stata proiettata altro che da qualcosa che era collocato sotto l'orbita di "Phobos 2". Questa ombra, a forma di sigaro affusolato, non può essere attribuita alla luna Phobos, la quale ha la forma di una patata molto irregolare.
Non ci vuole molta immaginazione per richiamare alla mente le gigantesche astronavi-madre a forma di sigaro tante volte documentate negli anni dalle ricerche sugli UFO.
L' ultima foto presa da "Phobos 2" prima di (diciamolo) essere abbattuto, come si è detto, non è mai stata resa pubblica (non sappiamo se sia la stessa foto fornita da Marina Popovich) tuttavia, il 19 ottobre 1989 la rivista inglese "Nature", pubblicò una serie di rapporti tecnici degli scienziati sovietici che fornivano resoconti circa gli esperimenti compiuti da "Phobos 2". Stranamente, su 37 pagine, solo un piccolo paragrafo accennava ai motivi della sua scomparsa. Il rapporto confermava che, prima della perdita dei contatti, l'astronave stava girando rapidamente su sé stessa, forse per un guasto al computer, o forse perché aveva subito un impatto con un oggetto sconosciuto.

giovedì 4 aprile 2013

TESTIMONIANZE INNEGABILI DI UNA STRANA REALTA’


 
Torniamo a Garabandal per raccontare un fatto sorprendente attraverso la testimonianza di Maximina, la zia di Conchita Gonzalez (la principale veggente) e alcune frasi del diario intimo della veggente stessa. Maximina afferma che, dopo un’estasi, sentì Conchita parlare dell’esistenza di esseri umani su altri pianeti o astri. Ecco cosa scrisse il 20 dicembre 1962: “Oggi Conchita ha detto che ci sarebbero stati soltanto altri tre papi. Si sentiva che il suo dialogo con la Madonna era stato bellissimo. Diceva anche, ma non ricordo in quali pianeti o astri, che c’era gente; mi sembra che disse in due”.
 
DAL DIARIO DI CONCHITA GONZALEZ
 
“In una delle nostre apparizioni, Loli e io scendevamo dalla pineta con molta gente e abbiamo visto una cosa come fuoco nelle nuvole; molta gente che era con noi ha visto la stessa cosa e anche tanti che non erano con noi. Mentre successe questo ci apparve la Madonna e Le  abbiamo chiesto cosa fosse e ci disse che (quello) era il mezzo con cui era arrivata”.
 
“Un’altra volta, era il giorno della Madonna del Pilar, mentre Loli e io avevamo l’apparizione della Vergine, apparve una stella con una scia molto grande, sotto i piedi della Vergine ed anche altre persone la videro. Abbiamo chiesto alla Madonna cosa significava ma, Lei non rispose”.
 
IN UN’ALTRA OCCASIONE...
 
Le persone che stavano nella piazza videro le due bambine, Conchita e Loli, ripararsi sotto una tettoia. Erano in estasi e all’improvviso iniziarono a gridare alzando le braccia.
“Istintivamente - dice don Celestino - tutti guardammo verso l’alto e vedemmo una stella che si spostava da nord a sud (verso i Pini), molto luminosa lasciando una scia visibile per diversi secondi... So che anche Maximina González e altre donne del paese videro la stella; invece alcuni ragazzi accorsi alla casa dopo aver sentito le bambine gridare non videro niente. Dopo accompagnammo in preghiera le bambine alla chiesa, prima di entrare uscirono dall’estasi e chiedemmo loro perché avevano gridato. Perché abbiamo visto dalla Madonna sprigionarsi una stella, risposero”.
Ma come avevano fatto a vedere la stella se erano sotto la tettoia? Le ragazze non seppero spiegarlo.
 
Don Valentin ci racconta di un altro fatto: “Ci trovavamo in piazza, Conchita e Loli iniziarono a gridare forte dallo spavento. Tutti ci siamo spaventati. Alcuni guardavano le bambine, altri in cielo e videro qualcosa di simile a una striscia brillante che attraversava il cielo da una parte all’altra. Non poteva confondersi con una stella fuggente e nemmeno con una cometa. Dopo aver gridato le bambine ridevano: erano felici”.

mercoledì 3 aprile 2013

GARABANDAL




Garabandal, un piccolo paesino sulle montagne a sud di Santander, fu sede, tra il 1961 e il 1965 di apparizioni mariane. La Madonna apparve a quattro bambine di età compresa tra gli undici e dodici anni: Mari Cruz, Mai Loli, Jacinta e Conchita. Le apparizioni, circa 2.000, erano in assoluto le più lunghe: duravano fino a otto ore. Sono anche le più straordinarie, tra quelle mariane, sia per le caratteristiche con cui si presentò la SS. Vergine, sia per il tipo di estasi delle bambine: l'inclinazione della loro testa era tale che qualsiasi altra persona sarebbe morta soffocata. Con le teste all’indietro in quel modo caratteristico e senza vedere dove andavano, le ragazze marciavano a braccetto, senza difficoltà, sia avanti sia indietro, su di un terreno impervio, talvolta cosi velocemente che gli astanti non potevano star loro dietro. Talvolta, le ragazze, come aeroplani in volo, scorrazzavano per la radura con le braccia estese come ali, toccando il suolo solo con la punta dei piedi. Non sentivano punture di spillo o bruciature né avvertivano il contatto fisico. Anche quando luci fortissime erano dirette su di loro, durante le visioni notturne, le loro pupille rimanevano dilatate e gli occhi sbarrati. Durante le trance il loro peso diveniva talmente eccessivo che due uomini avevano gran difficoltà a sollevare l’esile corpo di una dodicenne. Eppure esse si sollevavano a vicenda per baciare la Beata Vergine.



Le apparizioni della Madonna furono precedute da quelle di un angelo. Un angelo in carne ed ossa, dalla fisionomia molto ben delineata. Ecco la descrizione che ne danno le stesse ragazze: “L’angelo aveva un abito lungo, ampio e senza cin­tura, le ali di color rosa chiaro, abbastanza grandi, mol­to belle, il visetto né lungo né tondo, il naso molto bello, gli occhi neri e il colorito bruno chiaro, le mani mol­to fini, le unghie corte; i piedi non gli si vedevano."
Anche la vergine Maria appare, secondo le descrizioni, come una donna dai tratti mediorientali: "La Madonna viene con un abito bianco, un manto azzurro e una corona di piccole stelle dorate; non si vedono i suoi piedi. Le mani tese, con uno sca­polare nella destra; lo scapolare è di colore marrone. Ha i capelli lunghi e ondulati, di colore castano scuro, con la riga in mezzo. Il viso ovale, il naso al­lungato, fine, la bocca molto bella con le labbra un po' turgide. La carnagione è bruna, più chiara di quella dell'Angelo, diversa e al tempo stesso molto bella. La voce è molto strana, una voce che non so descrivere. Nessuna donna assomiglia alla Vergine, né nella voce, né in niente altro! Alcune volte porta il Bambino in braccio, piccolissimo, come un bebè appena nato, con il visetto tondo, dalla carnagione si­mile a quella della Madonna, la boccuccia piccola, i capelli un po' lunghi, biondi, le mani piccole, l'abito come una tunica azzurra."



Come in tutte le apparizioni di questo genere, la Madonna si dichiara addolorata e si dispiace per il comportamento e le cattive azioni compiute da tutto il genere umano. Invita alla preghiera e alla penitenza ma, nel frattempo, minaccia una punizione che potrebbe colpire tutti se le cose non dovessero cambiare. In seguito, lancia un avvertimento anche alla Chiesa: “Molti Cardinali, Vescovi e preti vanno verso la perdizione e stanno portando con loro molte anime. All’Eucarestia viene data un’importanza sempre minore. Allontanate da voi l’ira di Dio con i vostri tentativi.”
In verità, l’intera vicenda è permeata di cristianesimo. E’ un messaggio rivolto prettamente ai cristiani, anzi ai cattolici, anche se alcune frasi sembrano rimandare al concetto di umanità nella sua interezza: "L’avvertimento – ci dice Conchita - sarà visibile nel mondo intero, per tutti, in qualsiasi luogo essi siano. Sarà come una rivelazione dei nostri peccati; sarà veduto e sperimentato dai credenti e dai non credenti, dalle genti di ogni religione.”



Nell'apparizione del 10 gennaio del 1965, la Madonna annuncia a Conchita che Dio avrebbe dato all'umanità un avvertimento affinché si decidesse a ritornare a Lui e ad abbandonare il peccato. Dopo l'avvertimento avrebbe fatto un grande miracolo, in seguito al quale, se l'umanità non si fosse convertita, sarebbe venuto un terribile castigo. In merito all’avvertimento, Conchita nell’ottobre 1973 rivela: "La cosa più importante è che il mondo intero, ognuno, riceverà un segno, una grazia, o un castigo, che potremo chiamare ammonimento. In quel momento tutti si sentiranno soli, in qualsiasi luogo si trovino, soli con la loro coscienza, soltanto davanti a Dio. Essi vedranno i loro peccati e gli effetti dei loro peccati, e tutti lo proveranno nel medesimo istante. Non si proverà alcun dolore fisico, salvo uno choc emotivo, come una crisi cardiaca. [...] Questo fenomeno non causerà danni fisici, ma ci riempirà di orrore, poiché in un preciso momento vedremo le nostre anime e i mali di cui siamo responsabili. Sarà come se fossimo in agonia, ma non moriremo per causa sua, salvo in qualche caso, forse di paura e di choc. Se anche non durasse che un momento, sarà molto terribile. Nessuno dubiterà che tutto venga da Dio e che non è di origine umana. Io ho una tremenda paura di quel giorno. La Vergine ci ha detto che l'ammonimento e il miracolo saranno gli ultimi avvertimenti o manifestazioni pubbliche che Dio ci darà. Ecco il motivo per cui io credo che, dopo di essi, saremo vicini alla fine dei tempi (la fine dei tempi presenti, la fine della nostra epoca)."



Per quel che concerne il miracolo, invece, esso avverrà a Garabandal. Sarà comunicato al mondo da Conchita, una settimana prima. La Madonna ha detto che avverrà tra il 7 e il 17 (ma non esattamente in quei giorni) in un periodo che va da marzo a maggio di un anno non precisato. Capiterà di giovedì alle 20:30, in un giorno in cui ricorre la festa di un martire dell'Eucarestia. Sarà visibile a tutte le persone che saranno nel villaggio o sulle vicine montagne; gli infermi che vi assisteranno saranno guariti e gli increduli crederanno. Sarà il miracolo più grande che Gesù avrà fatto per il mondo. Non sussisterà il minimo dubbio che viene da Dio e che è per il bene dell'umanità. Rimarrà un segno del miracolo ai Pini (una pineta di nove pini che sta sopra il villaggio di Garabandal) per sempre. Potrà essere filmato e ripreso in televisione.



Il castigo è condizionato al fatto che l'umanità tenga conto o meno, dei messaggi della Vergine e del Miracolo. Se verrà, in cosa consisterà? La Vergine l’ha detto a Conchita ma, lei non lo può rivelare.
Tuttavia, ci dice: “ io ho visto il castigo e posso assicurare che se avverrà sarà peggio che se fossimo circondati dal fuoco sopra e sotto di noi. Non so quanto tempo passerà prima che Dio ce lo mandi, dopo aver fatto il Miracolo."
Per il futuro, quindi, si prospettano oscuri presagi ma, una vittima c’è già stata. Molti preti vennero al villaggio di Garabandal per osservare le ragazze in estasi. Uno di questi era il Gesuita Luis Maria Andreu. La notte dell’8 agosto 1961, mentre Fra Luis guardava le ragazze in estasi, gli fu concesso il privilegio di vedere la Santa Vergine Maria e anche il gran Miracolo a venire. Coloro che gli erano vicini quella notte lo udirono ripetere quattro volte: "Un miracolo, un miracolo!" Notarono anche la profonda espressione del suo viso solcato dalle lacrime. Fu la sola persona ad avere visioni del miracolo e la sola, oltre alle ragazze, a vedere la Santa Vergine. La mattina dopo, di ritorno da Garabandal, esclamò: ". . . Che meraviglioso regalo mi ha fatto la Vergine! Che fortuna avere una madre come quella in cielo! Non dovremmo temere il soprannaturale… Questo è il giorno più felice della mia vita!’’
Morì poco dopo, con il sorriso sulle labbra.

giovedì 7 febbraio 2013

USTICA: UN GIALLO INFINITO


Dodici persone che sapevano sono morte misteriosamente.
Incidenti sospetti, suicidi, e anche un paio di omicidi.

Ci sono dodici morti sospette, dietro la strage di Ustica. Dodici vittime che forse allungano la lista dei caduti sul DC9 Itavia. Si comincia due mesi dopo la strage, l'8 agosto '80. Il colonnello Giorgio Teoldi si schianta sulla Via Aurelia, in auto, con moglie e figli. Era Comandante dell'aeroporto di Grosseto, dal quale dipendeva il radar di Poggio Ballone. Proprio da Grosseto, la sera della strage di Ustica, si alzarono in volo tre caccia dell'aeronautica italiana per vedere cosa stava succedendo. A bordo c'erano anche Ivo Nutarelli e Mario Naldini, gli stessi che si schiantarono nella tragedia di Ramstein, durante l'esibizione delle frecce tricolori.
Al radar di Poggio Ballone, che quella sera registrò tutto sui suoi apparecchi, c'erano il capitano Maurizio Gari e il maresciallo Alberto Dettori. Morirono senza mai essere stati interrogati a fondo, perchè i giudici scoprirono solo nel 1988 che Poggio Ballone aveva "visto" tutto. Gari morì d'infarto nel 1981; aveva solo trentadue anni ed era sano come un pesce. Dettori s'impiccò nel 1987, dopo aver detto alla moglie, quasi piangendo, che la sera del ventisette giugno '80 "era successo un casino, quasi scoppiava la guerra".
A Grosseto muore pure il sindaco, Giovanni Finetti. Incidente stradale nell'84, dopo che alcuni giovani di leva all'aeroporto militare gli avevano raccontato la storia dei caccia la sera della strage.
Nella macabra lista bisogna inserire anche il generale Licio Giorgeri: muore il 20 marzo '87, trucidato dalle unità combattenti comuniste. Al tempo di Ustica era al Registro Aeronautico Italiano, la struttura che fu tirata in ballo subito dopo la strage. Il capo di Giorgieri, al R.A.I., era il generale Saverio Rana, il primo a ipotizzare davanti alla Commissione d'inchiesta che intorno al DC9 Itavia c'erano aerei militari. Rana e Giorgieri avevano in mano i primi tracciati radar che lo dimostravano. Morì pure Rana, d'infarto.
Poi tocca a un maresciallo dell'Aeronautica che la sera maledetta era alla base di Decimomannu. Si chiamava Ugo Zammarelli, venne investito da una moto mentre passeggiava con la fidanzata sul lungomare di Gizzeria Marina, in Calabria. Non era in vacanza: stava indagando sul MiG libico caduto in Sila, il cui pilota era stato recuperato dalla ditta Fratelli Argento, di Gizzeria Marina, appunto. Anche il maresciallo Antonio Murio sapeva molto del MiG libico; lavorava allo scalo di Lametia Terme. Lo ammazzarono con tre colpi di pistola, al ventre, nella sua casa di Pizzo Calabro. Che c'è di strano? Che la pistola era la sua.
Dopo Murio tocca a Sandro Marcucci, Colonnello pilota. Il 2 febbraio '92 si schianta con il suo aereo sulle Alpi Apuane. Si scopre che c'era stato un sabotaggio; si scopre pure che cinque giorni prima di morire Marcucci aveva rilasciato un'intervista al quotidiano Il Tirreno, puntando il dito su Zeno Tascio, uno dei quattro Generali sotto inchiesta per Ustica.
Chiude la lista Franco Parisi, Maresciallo in servizio al radar di Otranto, la sera del disastro. Si è impiccato. Anche lui aveva confidato di sentirsi in pericolo.


Aricolo apparso su "Il Messaggero" - 11 agosto 1998  a firma di M. Mart

mercoledì 2 gennaio 2013

LA STELE DI GABRIELE



E' uno dei reperti storici più controversi e la sua dubbia interpretazione, da circa un decennio, causa interminabili dibattiti tra insigni studiosi internazionali. Si tratta di una tavola di pietra lunga circa 90 cm, scoperta una diecina di anni fa vicino al Mar Morto. Su di essa sono iscritti ottantasette versi in ebraico che, tra l’altro, narrano la storia di un Messia che sarebbe risorto tre giorni dopo la sua morte. Niente di nuovo se si pensa alla storia di Cristo narrata nei Vangeli ma, vi è un particolare davvero singolare: il reperto storico risalirebbe a un’epoca antecedente alla nascita di Gesù. 
Fu scoperta da un antiquario giordano e in seguito (tra il 1990 e il 2000) comprata da un collezionista svizzero di origini ebraiche: David Jeselshon. David, esperto di antichità, fece analizzare la pietra ad Ada Yardeni che è una delle maggiori autorità del mondo per quanto riguarda antiche lingue semitiche, paleografia ed epigrafia. In base alla forma della scrittura e del linguaggio, Yardeni ha confermato che il testo, risale alla fine del primo secolo a. C. 
Anche Yuval Goren, un professore di archeologia dell'Università di Tel Aviv ha analizzato la struttura chimica della pietra e ha commentato che non ha motivo di dubitare la sua autenticità, anche se il suo studio non è stato ancora pubblicato. 
Secondo alcuni studiosi questa tavola di pietra metterebbe seriamente in discussione l’originalità del Cristianesimo e della resurrezione di Cristo. 
Gran parte del testo riporterebbe passi dell’antico Testamento, specialmente i libri dei profeti Daniele e Zaccaria, in cui l’angelo Gabriele presenta una visione apocalittica della storia di Israele. Secondo gli archeologi tra le iscrizioni presenti sulla tavola vi sarebbe anche un passo in cui è raccontata la storia di un Messia risorto dopo tre giorni. 


"Il mio servo Davide, chiederà di Efraim, il luogo del segno, questo io chiedo a voi." 
"My servant David, ask of Ephraim (that he) place the sign; (this) I ask of you." 


Da notare che quando questa frase fu impressa sulla pietra, Davide era morto ormai da un millennio: il testo, ovviamente, non fa riferimento a Davide. Tuttavia, nei passaggi profetici della Bibbia (ad esempio, Isaia, Geremia, Ezechiele), il testo si riferisce spesso a "Davide mio servo", come al discendente del re Davide, al Messia che verrà. Secondo Geremia, il Messia è il "germoglio giusto" di Davide: è al Messia che si riferisce il testo precedente. 
La linea 80 inizia con la frase "In tre giorni" seguito dalla parola "vivere" o "essere resuscitato" e il nome del messaggero "Io, Gabriele" . A causa della cattiva conservazione del testo, l'oggetto del comando non è chiaro. Tuttavia, la riga successiva contiene la frase "principe dei principi" . Altrove nei passaggi profetici dell'Antico Testamento, il Messia è noto come "Principe della pace". 
Daniele definisce il Messia come "Messia Principe" e fa riferimento direttamente a lui come il "principe dei principi". Data la rilevanza di natura messianica del testo e la giusta posizione di "principe dei principi" al comando di Gabriele, non sarebbe irragionevole pensare alla frase come un messaggio comunicato al Messia per risorgere. 
Se fosse così, la traduzione sarebbe: "in tre giorni, io Gabriele, ti comunico, principe dei principi, risorgerai...". 



Ciò confermerebbe che una vicenda simile a quella della Resurrezione di Cristo era presente nella cultura ebraica quando questi non era ancora nato (oppure, secondo alcuni, aveva solo pochi anni) ed era ben conosciuta dagli antichi abitanti d’Israele. Successivamente sarebbe stata ripresa dai seguaci di Gesù e riadattata per diffondere la nuova fede. L’idea non è nuova. Già nel 2000 il professor Israel Knohl della Hebrew University aveva presentato una dettagliata e originale interpretazione sulla contiguità tra la resurrezione di Cristo e un precedente racconto ebraico che aveva come tema il Messia risorto. Nel libro intitolato “Il Messia prima di Gesù” Knohl asseriva che il protagonista della resurrezione di cui parla la tavola di pietra era un certo Simone, un condottiero ebreo che avrebbe scatenato una rivolta all’indomani della Morte di Erode per liberare Israele dal giogo romano. Tale vicenda sarebbe presente anche nel Talmud, uno dei testi sacri dell’Ebraismo. Secondo lo studioso, la tradizione narrava di questo condottiero, che sebbene ucciso, sarebbe risorto tre giorni dopo la morte. Ciò risulta chiaro nei versi 19-21 presenti sulla tavola di pietra nei quali si può leggere: “In tre giorni tu saprai che il diavolo sarà sconfitto dalla giustizia”. Infine, come abbiamo visto, nei versi successivi, difficili da decifrare, Knohl sostiene che vi siano scritte le testuali parole: “Dopo tre giorni tu rivivrai, Io, Gabriele, te lo comando” (Gabriele è l'arcangelo che secondo la religione ebraica era il messaggero di Dio. Nel Vangelo di Luca è lui ad annunciare a Maria che partorirà il figlio di Dio). 



Altri studiosi sono più cauti: essi sottolineano come, sulla pietra, molte parole appaiono illeggibili, in alcuni punti sono addirittura scomparse, rendendo impossibile stabilire la verità. 
La stessa Yardeni sostiene che, sebbene la tavola di pietra metta seriamente in discussione l'originalità del tema della resurrezione, è tuttavia discutibile affermare che il personaggio storico di Simone sia il Messia da cui poi i cristiani avrebbero tratto ispirazione. Anche il professor Moshe Bar-Asher, docente emerito di Ebraico e Aramaico all'Università Ebraica di Gerusalemme appare scettico: “In passi cruciali del testo mancano troppe parole”.