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mercoledì 26 luglio 2017

CYBERBULLISMO

Carolina Picchio si è suicidata a 14 anni. È morta dopo aver vissuto sulla sua pelle l'angoscia e il dolore che può infliggere il bullismo digitale.
"Le parole fanno più male delle botte" ha scritto Carolina nella sua lettera d'addio. Il suo papà, da quel momento (era il 2013) ha cominciato a lottare per avere una legge contro il cyberbullismo.
Instancabile Paolo Picchio ha iniziato a girare per le scuole per parlare con i ragazzi, mettendosi sulla loro "lunghezza d'onda" - ci tiene a sottolinearlo - perché bisogna far capire che il web è bello, ma va gestito e che tutto quello che viene postato non si cancella, che i ragazzi devono parlare, tra di loro, con gli insegnanti e con i genitori, e che quando un ragazzino si chiude in se stesso, non esce più di casa, rifiuta il cibo: c'è bisogno di un aiuto specifico.
A Milano è stato creato il primo centro per la cura del cyberbullismo. Il primario, Luca Bernardo, ha creato un modello di cura, che va portato in altri centri, in tutta Italia. Speriamo il prima possibile, perché il bisogno è reale: sono migliaia i minori curati nel 2016 per fenomeni legati alla Rete, al web, deep web e ai social network.



Oggi c'è una legge che definisce nero su bianco chi è un bullo, che dà il nome giusto a un crimine che si chiama cyber bullismo, che prevede soluzioni immediate per aiutare le vittime (la rimozione dei contenuti dannosi dalla Rete), provvedimenti per i colpevoli (l'ammonimento del questore e un procedimento rieducativo) e formazione per gli insegnanti e i ragazzi.
Accanto a Paolo Picchio, a lavorare sulla legge contro il cyberbullismo c'è sempre stata Elena Ferrara, senatrice ed ex insegnante di musica di Carolina.
La legge dà ai ragazzi la possibilità di chiedere a un sito di rimuovere i contenuti dannosi diffusi in Rete.
In pratica, un ragazzo che vorrà fermare un contenuto dannoso dovrà mettere un allert evidente, indicando il contenuto, magari fotografandolo e richiedendo la rimozione alla piattaforma o al gestore del sito. Tutto senza bisogno di uscire dallo smartphone.
Verrà presto preparato un codice di co-regolamentazione: i colossi del web potranno aderirvi, mettendo a disposizione dei ragazzi i dispositivi per fare le segnalazioni. I siti che parteciperanno a questo meccanismo avranno una specie di marchio di qualità e questo farà la differenza: la stessa che c'è tra stare in una piazza dove la circolazione è inibita e quindi i bambini possono giocare tranquillamente oppure stare in un luogo aperto al traffico.
Questa specie di cordone di protezione, però, è riservato esclusivamente ai minorenni, ma è proprio nella fascia dei 14-18 anni che, purtroppo, nell’ultimo periodo, si sono verificati i casi più drammatici. Inoltre, gli ultradiciottenni possono andare a fare una denuncia di persona, cosa che i minori non possono fare.
La legge prevede un procedura di ammonimento per il bullo. Il questore convoca il minore con il genitore per ammonirlo. Si tratta di un provvedimento studiato per educare e responsabilizzare i giovani, che anche inconsapevolmente, si rendono responsabili di comportamenti penalmente perseguibili. Nella procedura di ammonimento si identifica non solo il soggetto responsabile, ma si contempla anche chi fa parte del "branco". Se c’è un soggetto gregario che, magari, ha messo dei like o che ha rinforzato i contenuti d'offesa, a maggior ragione deve essere coinvolto nel percorso rieducativo. A volte anche solo un like può rendere una persona corresponsabile di reato. La procedura di ammonimento è importante perché mette subito un ragazzo o una ragazza di fronte alle sue responsabilità e a un percorso di risocializzazione: subito, senza aspettare processi.



I ragazzi, quando possono, espongono situazioni in cui si trovano in difficoltà: quando, per esempio, qualcuno cerca di carpire una loro foto intima, si confrontano con un grande disagio. Se non danno la foto saranno "tagliati fuori", se la danno intuiscono che entreranno in un girone infernale. Questo conflitto riguarda la loro esistenza e la loro quotidianità: uno stress che noi adulti non abbiamo mai vissuto. Questi ragazzi in difficoltà hanno un forte bisogno di essere ascoltati. Le statistiche ci dicono che non parlano con i genitori, né con gli insegnanti, a volte neanche con gli amici. A volte sono gli stessi amici a tradire: si creano situazioni di isolamento estremo, che portano i ragazzi a pensare che la vita non abbia più senso. Sono situazioni di questo genere che, a volte, portano al suicidio gli adolescenti.