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venerdì 17 novembre 2017

L'INCIDENTE DI FALCON LAKE


Tutto iniziò il 20 maggio del 1967, a Falcon Lake, una località situata a circa 120 chilometri a est di Winnipeg, nel Canada. Steve Michalak, un giovane appassionato di geologia, era alla ricerca di minerali di cui la zona è ricchissima. Il nostro geologo dilettante, munito dei suoi attrezzi, procedeva lentamente attraverso i boschi verso una formazione rocciosa che aveva individuato non lontano da una vasta palude. Ad un tratto, mentre stava per cominciare a esaminare qualche pietra, sentì lo schiamazzo di un branco di oche selvatiche spaventate. Nell'attimo stesso, scorse nel cielo due luci rosse che si avvicinavano. Immediatamente dopo, distinse due oggetti circolari, sormontati da una protuberanza, che scesero lentamente.
Uno degli apparecchi si posò a una cinquantina di metri da lui, mentre il secondo, dopo essersi librato per un attimo sulla cima degli alberi, scompariva rapidamente in una nuvola. Il nostro testimone poté quindi osservare attentamente il singolare oggetto che era atterrato, il cui colore subiva delle strane mutazioni: come un metallo arroventato, era bianco, poi man mano che si raffreddava passava dal rosso brillante al rosso-grigio, poi al grigio e infine al grigio-argento.
 
Steve Michalak pensò che l'oggetto fosse un apparecchio sperimentale dell'aviazione militare. Aveva una corona periferica di circa 10 metri di diametro, a forma di cono appiattito,  che circondava una cupola centrale la cui base era striata da fessure di 25 centimetri di lunghezza. Sotto quel complesso, proprio di fronte a lui, si trovano nove pannelli rettangolari di 15 centimetri per 25 forati ciascuno da 30 buchetti che, pensò Michalak, fungevano da prese d’aria o da scappamento.
Man mano che l'UFO pareva raffreddarsi, il testimone sentì delle folate di calore affluire verso di lui. L'aria si impregnava di un odore caratteristico: come di motore elettrico bruciato. AI tempo stesso udiva un ronzio simile a quello di un rotore che girava al massimo mentre, vicino ai pannelli d'aerazione, un’apertura lasciava passare un'intensa luce violetta.
Dall'interno dell'UFO, giunse a Michalak il suono di una conversazione. Le voci sembravano umane anche se lui non distingueva le parole. Alquanto rassicurato, il testimone, che è poliglotta, lanciò dei richiami prima in inglese, poi in russo, italiano, tedesco e polacco, per attirare l'attenzione degli invisibili occupanti, ma invano: Michalak non ricevette alcuna risposta. Allora, con gli occhi protetti dagli occhiali da sole, decise di andare a vedere più da vicino quello strano apparecchio.
Con prudenza, Michalak si accostò all'entrata del velivolo e vide molte piccole luci multicolori disseminate sulla parete circolare interna, che proiettavano a intermittenza dei raggi luminosi, ora in orizzontale, ora in diagonale. Poi la curiosità ebbe la meglio sulla prudenza e Michalak si sporse per guardare meglio. Con sua grande sorpresa, notò che l'apparecchio era vuoto e prima di dargli il tempo di proseguire nella sua ricognizione, la porta gli si chiuse davanti agli occhi, offrendo al suo sguardo tre pannelli scorrevoli due dei quali si chiusero orizzontalmente mentre il terzo si alzò dal basso in alto.
Piuttosto interdetto e ormai convinto di non avere a che fare con dei militari, Michalak cominciò a passare la mano guantata sulla parete esterna che gli sembrava di acciaio cromato. Immediatamente avvertì un odore di gomma bruciata: il guanto stava bruciando per effetto di un calore misterioso. Senza alcun preavviso, l’oggetto cambiò posizione e Michalak si ritrovò di fronte ad una specie di griglia, da cui uscì un getto di gas caldo che lo investì in pieno. Dolorante e preso dal panico, si gettò a terra e si rialzò appena in tempo per vedere la partenza dell’oggetto, che si alzò in cielo cambiando colore, come aveva fatto precedentemente e scomparve alla vista. Scioccato, l’uomo si guardò attorno e vide gli effetti di un forte spostamento d’aria. I suoi abiti avevano preso fuoco e il giovane comprese immediatamente che il getto era venuto dai fori che prima aveva ritenuto per bocche d'aerazione.
 
Un forte odore di zolfo riempiva l'aria e nel punto dove si era posato l'apparecchio, l'erba sta bruciando. Assalito da ondate di nausea, il testimone tentò di ritornare in albergo. Dopo due ore di estenuante marcia, durante le quali vomitò quasi costantemente, incontrò una pattuglia della polizia canadese che lo ricondusse nella sua stanza. Là il giovane avvertì la famiglia che, allarmata dal suo stato, decise di trasportarlo d'urgenza all'Ospedale della Misericordia, a Winnipeg. Da quel momento, Steve Michalak, per circa 18 mesi, fu preda di un malore che si manifestò con sintomi diversi, intervallati da brevi periodi di guarigione.
Dapprima venne curato per le ustioni che, fortunatamente, risultarono superficiali. Le ferite si cicatrizzarono piuttosto rapidamente, ma altri sintomi apparvero e più preoccupanti: nel corso dei primi otto giorni dal ricovero in ospedale, infatti, Michalak perse dieci chili di peso. La perdita di peso fu tanto più allarmante in quanto Michalak era già piuttosto magro. Informati della sua strana avventura, i medici dapprima avanzarono l'ipotesi di un contatto con materiali radioattivi, ma tutte le analisi effettuate al centro atomico di Pinawa risultarono negative. Tuttavia, senza alcuna cura, la salute del malato finì per migliorare e in poco tempo, il giovane riprese il suo peso normale. Poi, bruscamente, il 3 giugno, si presentò un prurito al petto che andava aumentando fino a che, il 28 giugno, il testimone provò la dolorosissima sensazione: come se migliaia di invisibili bestioline gli stavano divorando la carne. In seguito a un adeguato trattamento, il prurito scomparve, ma si trattò solo di un breve sollievo: due mesi più tardi si manifestò di nuovo, poi ancora a gennaio, maggio e agosto del 1968.
 
Le sofferenze di Michalak, però, non erano che all'inizio: un giorno, mentre si trovava al lavoro, avvertì un intenso bruciore al collo e al petto ed ebbe l'impressione di avere la gola in fiamme. All'ambulatorio, dove lo trasportarono immediatamente, si riscontrò che il suo corpo era stranamente gonfio e che nel punto preciso delle vecchie scottature erano comparse delle grandi macchie rosse. Michalak fu vittima di uno straordinario fenomeno: in 15 minuti tutto il suo corpo diventò viola e si gonfiò a tal punto che gli riuscì impossibile togliersi la camicia. Le mani poi diventarono come due piccoli palloni. Gli illustri specialisti chiamati attorno al letto d'ospedale in cui egli giaceva senza conoscenza, non credevano ai loro occhi e si dichiararono impotenti a formulare una diagnosi su quel male misterioso.
Stranamente, tutti i mali di cui soffriva il testimone svanirono completamente durante la notte senza il minimo intervento medico. Il giorno dopo, fresco e riposato, Michalak rientrò a casa accolto con gioia dalla sua famiglia che attribuì la sua guarigione a un miracolo.
I ventisette medici che si sono alternati attorno a Steve Michalak hanno formulato varie ipotesi per cercare di spiegare i disturbi quanto meno curiosi di cui egli è stato vittima. A forza di analisi e di controanalisi, hanno proposto agli ufologi tre diverse teorie.
L’ipotesi più attendibile contempla la possibilità che una radiazione di tipo gamma avrebbe provocato le bruciature e l'immediato deterioramento, nello stomaco del testimone, del cibo che aveva consumato poco prima dell'osservazione. In effetti, i sostenitori di questa teoria pensano che tale decomposizione possa essere all'origine dell'orribile odore di zolfo percepito dal testimone dopo i fatti e che questi, secondo la sua espressione, aveva l'impressione di «portare in sé».
 
I raggi gamma vengono emessi dal decadimento di materiali radioattivi. Inoltre, il risultato di una delle molte analisi a cui fu sottoposto il malato può costituire un indizio prezioso: il tasso di linfociti nel sangue  passò dal 25 al 16 per cento nei giorni successivi alla sua osservazione, per poi tornare normale quattro settimane più tardi. Queste diverse teorie non riescono però a spiegare tutti i disturbi di Steve Michalak: né lo straordinario e istantaneo gonfiore del corpo, né la brusca perdita di peso, né le macchie rosse seguite alle bruciature. I sintomi manifestati dal testimone di Falcon Lake rimangono inspiegabili.
Del resto, i medici della Clinica Mayo di Rochester nel Minnesota (Stati Uniti), dove Michalak si è presentato spontaneamente per sottoporsi ad un nuovo trattamento, non si sono sbilanciati e l'ermetismo della loro diagnosi è rivelatore: «avvelenamento chimico del sangue».
Benché la strana malattia di Steve Michalak sia di natura tale da convincere anche i più irriducibili, la Commissione Condon ha compilato, sul caso di Falcon Lake, un rapporto negativo.
 
Steve Michalak non sarebbe dunque che un simulatore, come ha sostenuto Roy Craig, esperto delegato dalla famosa commissione. Certo, il rapporto della Commissione Condon, che ha messo in rilievo certe incongruenze, ha rilevato giustamente che un fuoco in grado di bruciare degli indumenti, di norma, avrebbe dovuto provocare un principio d'incendio nella foresta. Mentre il malato era in cura, le indagini hanno tentato di scoprire eventuali tracce dell'atterraggio dell'apparecchio. Se le prime ricerche furono infruttuose, altre indagini, effettuate alla metà di giugno del 1967, rilevarono sul terreno una piccola zona circolare dove era sparita ogni traccia di vegetazione. Campioni del terreno prelevati e analizzati dal National Research Council (Consiglio nazionale della ricerca) del governo canadese e dall'Aviazione militare del Canada hanno rivelato la presenza di radioattività, ma secondo gli esperti del governo, i campioni risultavano contaminati dalla vernice fosforescente di un orologio.
 

Il 19 maggio 1968 furono effettuati altri prelievi che confermarono le prime risultanze. Gli stessi prelievi rivelarono anche la presenza di piccole particelle metalliche che erano sfuggite alle prime analisi e che erano essenzialmente composte di una lega d’argento a bassissimo tenore di rame, quindi purissimo.
La scoperta delle particelle metalliche non ha comunque turbato il rappresentante della Commissione Condon, che ha dichiarato che è assolutamente improbabile che le particelle scoperte un anno dopo i primi prelevamenti siano passate inosservate in occasione delle prime analisi. Gli scettici sono perfino arrivati ad avanzare l'idea che sia stato lo stesso Michalak, che aveva preso l'iniziativa dei secondi prelievi, a spargere le particelle per autenticare il suo racconto. Invece, quando l'A.P.R.O. (Aerial Phenomena Research Organization) decise di ripetere le analisi sui primi prelievi, si scoprì che anche quelli contenevano le famose particelle. Analisi mal fatta dunque? Comunque sia, gli esperti del Condon non modificarono il loro rapporto.
A coloro che lo accusano di essere un millantatore, Michalak risponde invariabilmente: “Non chiedo a nessuno di credermi, ma io so quello che ho visto.”