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domenica 27 aprile 2014

SVANITI NEL NULLA



Quando si mette “in cantiere” un racconto, è lecito domandarsi se quella sia una storia che vale la pena di raccontare. Magari di storie simili se ne sono già scritte tante e questa potrebbe essere soltanto l’ennesima variazione sul tema.
Quella che sto per narrarvi, potrebbe essere una storia che non vale la pena di raccontare, in quanto sembra che non sia vera. Infatti, secondo quanto narra la scrittrice Laura Cherry nel suo libro Mysterium (Ebook), nel 1976 Robert Forrest e Bob Rickard, due ricercatori, indagarono a fondo sulla vicenda. Controllarono i censimenti dell’epoca e non rinvennero il nome di David Lang. L’uomo scomparso nel nulla non risultava registrato e la fattoria dove si sarebbe svolto il fatto non fu mai localizzata. Rimane quindi, forte, il sospetto che la storia fu divulgata ad opera del giornalista Stuart Palmer, che avrebbe anche fabbricato false prove per darle maggiore credibilità. Molti, invece, sostengono che la storia sia una versione aggiornata di quella di Orion Williamson, che nel 1854 in una piantagione vicino a Selma, in Alabama, scomparve all’improvviso, proprio come David, mentre attraversava un campo. Anche in quel caso la moglie e altri due testimoni videro la scena e non seppero spiegarsi cosa fosse successo. Dopo estenuanti ricerche in tutta la piantagione e nei dintorni, tutti arrivarono alla conclusione che Orion fosse morto.
Le corrispondenze tra le due storie sono così tante da indurre a credere che qualcuno abbia davvero preso la storia di Orion per riproporla con nomi e luoghi diversi.

Era il ventitrè settembre del 1880. A Summer County, nel Tennessee, David Lang sta attraversando un campo. Deve parlare con dei suoi braccianti che si stanno occupando di un pezzo di terra. Poco distante, sua moglie Emma rimane seduta sulla veranda a guardarlo. I due figli, George (otto anni) e Sarah (undici anni) giocano nel cortile e ogni tanto lo guardano anche loro. Così fanno l’avvocato August Peck e suo cognato Wade che stanno arrivando alla fattoria con un calesse.
Fatti pochi passi all’interno nel campo, David scompare. Emma si alza in piedi di scatto. Hanno visto tutti: lei, i figli, l’avvocato e il suo compagno di viaggio. Sembra sia sprofondato nel terreno! I cinque testimoni setacciano il campo, aiutati dagli altri lavoranti. Emma è sull’orlo di una crisi isterica: ancora non riesce a credere a ciò che ha visto. Comincia a far buio, ma le ricerche proseguono. Si tenta soprattutto di scovare quel buco nel terreno che potrebbe aver inghiottito David, anche se tutti sanno che da quelle parti non ci sono grotte sotterranee. Il terreno è compatto e, in profondità, poggia su di uno strato di solida roccia.
Dopo giorni di inutili ricerche, David viene dato per disperso. George e Sarah piangono in continuazione e la loro madre comincia a mostrare segni di squilibrio mentale.
A qualche giorno dall’evento, nel campo che ormai tutti credono stregato, si forma un cerchio di erba gialla, dal diametro di mezzo metro. È il punto in cui David si è volatilizzato. George e Sarah, animati da una normale curiosità infantile, passano parecchio tempo a osservarlo. Notano che gli insetti lo evitano e perfino i cavalli della fattoria stanno alla larga. George, intraprendente come sempre, esegue un esperimento: ci butta dentro un grillo che rimane fermo per qualche secondo, paralizzato dalla paura, poi salta fuori e ricomincia a frinire. I bambini passano all’esperimento successivo e decidono di entrare nel cerchio. Poco dopo hanno un tuffo al cuore poiché sentono la voce del padre che invoca aiuto. Il suono sembra provenire da molto lontano e fa venire la pelle d’oca. I due chiamano subito la madre e la convincono a entrare nel cerchio. Impallidisce di colpo quando sente la voce di suo marito. Prova a parlare con lui, ma ottiene risposte confuse. Disperata, si rivolge di nuovo alle persone che avevano partecipato alle precedenti ricerche e le convince a ricominciare tutto da capo. Viene setacciato ogni angolo trascurato la prima volta, si cerca di giorno e di notte, senza alcun risultato.
La voce di David nel cerchio del campo è sempre più debole e alla fine rimane solo il silenzio. Emma si rifiuta di celebrare una messa in memoria di suo marito, non può farlo dopo aver sentito quella voce chiamare aiuto: certe cose non si dimenticano. Trascorre gli ultimi anni di vita nella speranza di rivederlo e nel rammarico non aver fatto tutto il necessario per ritrovarlo. Dopo la sua morte, i bambini vanno a vivere con i nonni in Virginia. I nuovi proprietari della fattoria si tengono alla larga dal famoso campo, ma i successivi non si lasciano intimorire. Il terreno viene arato più volte, ma il cerchio di erba gialla ricompare ogni volta.

La faccenda potrebbe finire qui, ma come abbiamo già detto, quella di David Lang non è l’unica storia in circolazione, sovente si parla di queste persone, scomparse nel nulla sotto gli occhi attoniti dei testimoni. Sono forse ‘precipitate’ in un’altra dimensione?
Esistono altre dimensioni? La fisica, attraverso espressioni matematiche che sarebbe davvero difficile spiegare in poche righe, ci dice di sì. Per il sottoscritto che, nel racconto “Lo Spirito del vento”, parla per bocca del capo Wambleeska, lo spazio è simile a un enorme volume del quale noi, con la nostra realtà, occupiamo una sola pagina. Strane vicende su cui non è mai stata fatta luce indurrebbero a pensare che, occasionalmente, sia possibile passare da una dimensione all’altra. È proprio ciò che succede ad Alan Turing, il protagonista del racconto “Lo Spirito del vento”.
Ma dove potrebbero essere queste altre dimensioni?
I libri descrivono la quarta dimensione come “quel punto nello spazio a cui uno può giungere viaggiando in direzione perpendicolare allo spazio tridimensionale”. Non è facile come seguire dei cartelli stradali, questo è certo. Già il grande scrittore H. P. Lovecraft ipotizzò, a suo tempo, l’esistenza di altre dimensioni oltre alla nostra, spiegando che noi viviamo in una sola sezione tridimensionale. Abbiamo questi mondi che si compenetrano e che, per qualche ragione ancora sconosciuta, a volte trovano un punto di congiunzione. Laura Cherry allo scopo di darci un’idea di ciò che potrebbe essere accaduto a David Lang e ad altri, formula le seguenti ipotesi, alquanto suggestive. In un’altra dimensione le leggi della fisica non sarebbero più le stesse e coloro che hanno la sfortuna di accedervi non possono più interagire con chi si trova nella dimensione che hanno lasciato.
C'è chi dice che nella quarta dimensione c’è il vuoto. Non ci sono forze né energie che possono permettere alla luce e al suono di penetrare. Nessuno dei nostri cinque sensi può essere utilizzato. Un essere umano, in queste condizioni, non sarebbe più in grado di vedere né di sentire nulla.
Allora come spiegare le voci che i familiari degli scomparsi dissero di aver sentito?
In effetti, dice Laura, c’è anche chi afferma che la luce e il suono esistono nella quarta dimensione, ma viaggiano e si diffondono in modo diverso. Le onde sonore riescono in qualche modo a superare la barriera tra i due mondi, mentre le immagini no. Una parola pronunciata in un certo momento arriva a destinazione molto tempo dopo: chi scompare chiede aiuto, ma la sua invocazione viene udita solo dopo alcuni giorni.
Le distanze sono stravolte, magari con un piccolo passo si coprono grandi distanze e perdersi definitivamente diventa questione di secondi. Lo scomparso, senza volerlo, si allontana dal punto di congiunzione tra i due universi e la sua voce raggiunge con fatica sempre maggiore le nostre orecchie, alla fine non riesce più a farsi sentire.
Magari dall’altra parte la vita scorre più veloce e chi svanisce invecchia di dieci anni ogni dieci ore e muore in pochi giorni: ciò spiegherebbe il silenzio improvviso.
Semplici congetture, ovviamente. Nulla di certo, ma in un futuro non lontano, forse sarà possibile viaggiare nella quarta dimensione. A quel punto, varcata quella soglia per vedere cosa c’è oltre, potremmo anche  scoprire che fine ha fatto David Lang. 

lunedì 21 aprile 2014

L'AVIATORE

Alle 8 del mattino del 19 aprile 1959 un funzionario della dogana di Port Moresby (quella che oggi è la capitale della Papua Nuova Guinea) stava recandosi, come al solito, al lavoro quando svoltato l'angolo di una via semideserta si trovò di fronte a una figura inconsueta: un uomo sui trent'anni (dirà poi al settimanale statunitense True Adventure). Era vestito con una tuta da aviatore britannico. Si guardava attorno con aria smarrita, come se non conoscesse affatto il luogo in cui si trovava. Il funzionario, cortese, gli chiese dove fosse diretto, che cosa stesse cercando, ma l'altro non rispose. Si limitò a scuotere il capo e a trarre di tasca una specie di volumetto, aprendolo, scorrendolo appena e gettandolo via, per poi proseguire sconcertato.
Il doganiere lo vide sparire in una strada secondaria, raccolse il libretto e scoprì che si trattava di una mappa militare della regione, stampata a Londra dal Ministero della Guerra nel 1942. C'era davvero di che restare stupefatti: chi era quel giovane che si aggirava per le vie di Port Moresby vestito come i piloti del secondo conflitto mondiale, sbarbato, pulito, senza i segni di una lunga odissea, con una carta che risaliva a diciassette anni prima?
Perche non aveva risposto?
Da dove era venuto e dove stava andando?
E' vero che di settemila aerei abbattuti nel corso della guerra sulla Nuova Guinea solo un centinaio potè essere ritrovato, com'è presumibile che gli altri siano stati inghiottiti dalla giungla, ma tanto non spiega i particolari del misterioso episodio. Non per tutti, almeno, perché c'è chi sostiene un'ipotesi tanto suggestiva quanto fantastica: quella secondo cui alcuni velivoli non si sarebbero persi nella foresta, ma sarebbero scomparsi in un'altra dimensione, in un altro universo.

venerdì 28 febbraio 2014

ALLERTA

Scrittori, fate attenzione, se dovesse arrivarvi una mail come quella qui sotto (indirizzata al sottoscritto) non abboccate! Come tutte le cose troppo belle, non può essere vera.
Se siete curiosi e volete saperne di più, consultate il sito:
http://accrispin.blogspot.it/2014/02/publishamerica-is-now-america-star-books.html



Dear Franco Cacciapuoti:

Attached you will find an electronic copy of the contract for your book titled "Senza Tempo".  The body of the contract and America Star Book's signature are attached as a pdf file; your signature line is included in this email.  The contract is comprised of both files. If you assent to the terms of the "Author Contract", please reply to this e-mail by typing your signature and the date (twice, see below) on the lines below, and returning it to me at America Star Books, at megan@americastarbooks.com.

I hereby assent to all of the terms contained in the Author Contract, which was e-mailed to me as a pdf attachment on the ___ day of ____________, 2014 and agree that this signature page, which I am e-mailing to America Star Books on this day, is incorporated therein.  I acknowledge that by typing my name on or around the signature line below, I have affixed my signature hereto.

domenica 8 settembre 2013

IL RITORNO DEL CRISTO

Il termine cristo rimanda a "salvatore, liberatore, redentore”. Cristo, quindi, letteralmente è un Messia. Nell’antica Persia era Mithra, tra gli Aztechi è Quetzalcoatl, in India invece è Kalki o Shiva. Tra i Maya, invece, è il “grande” Kukulcan!
I Maya, da sempre, attendono il ritorno del loro liberatore. Kukulcan, Gesù Cristo, Mithra, tutti hanno affermato che torneranno, alla fine dei tempi. Ma qual è la fine dei tempi? La fine di cui si parla sia negli antichi testi maya sia nella Bibbia? Secondo la conoscenza proveniente dalla Mesoamerica, la fine dei tempi non è la fine del mondo, è soltanto la fine di un'era. Per comprendere di che fine si tratta, però, dobbiamo capire il modo di vedere le cose nei tempi antichi. Secondo alcuni scritti, c’è una croce nel cielo: è formata dall'intersezione della Via Lattea con il piano dell’eclittica.
L’importanza della croce per i nativi americani si rileva già dal libro di Godfrey Higgins “Anacalypsis” ove si legge che la popolazione inca aveva una croce di marmo molto fine e bella, di diaspro lucidato a specchio, realizzata in un solo pezzo e dalle dimensioni considerevoli. Questa croce fu posta in un luogo sacro per essere venerata. Con l’avvento degli spagnoli fu spostata nella cattedrale di Cuzco.
In alcune rappresentazioni locali Quetzalcoatl è rappresentato crocefisso nei cieli con un cerchio di diciannove cifre, che rappresentano il ciclo di Metone (19 anni solari corrispondenti a 235 mesi lunari).
Nel codex Borgianus messicano è Quetzalcoatl a essere crocefisso. In alcune versioni, addirittura tra due ladri! Per quanto ne sappiamo, era un uomo buono, che compì dei miracoli e insegnò all’umanità, poco evoluta, i primi rudimenti di arti e scienze.
Tuttavia, ci sono altre analogie tra Kukulcan e Gesù Cristo e non possono certo essere dovute al caso. Entrambi, per esempio, sono definiti “Dio”; Quetzalcoatl si ritirò nel deserto per quaranta giorni, alla stregua di Gesù Cristo.
Ovviamente anche Kukulcan nacque da una madre vergine, fu adorato e come Gesù Cristo, fu chiamato la Stella del Mattino. Questo nome, spiega lo stesso Kukulcan/Quetzalcoatl, sarebbe dovuto al fatto che lui stesso era associato al pianeta Venere che, come tutti sappiamo, è il primo a essere visibile nelle prime ore della mattina. Tra le popolazioni Cherokee e Dakota, era chiamato Je-zoos o Yesuse; Yahowa fra gli Hopi. Nomi peraltro molto simili ai nostri Gesù e Jeova.

Si parte sempre dal presupposto che tutte le civiltà antiche che adoravano gli Dei, si riferissero a una sorta di spiriti/energie provenienti dalla Natura, ma non è così. I nativi americani, ancor oggi, parlano degli Dei come di esseri in carne e ossa e li descrivono anche molto bene. Per esempio Quetzalcoatl era un uomo alto, dagli occhi e dalla pelle chiara, con biondi capelli lunghi. Com’è possibile che popolazioni primitive descrivessero il loro Dio completamente diverso da loro? Perché si sarebbero inventati una persona così quando sarebbe stato logico, per loro, descriverla bassa, con occhi e carnagione scuri? Forse perché i loro Dei erano effettivamente alti e biondi: erano diversi da loro.
Ma allora chi erano Gesù Cristo o Kukulcan?
Facciamo un salto indietro nel tempo.

Niente appare così dettagliato come alcuni racconti che si trovano in antiche tavolette sumere. Anche se gli stessi racconti, compaiono poi nell’Antico Testamento, in Egitto e in India.
I Sumeri raccontano di uomini venuti dallo spazio in cerca di oro quando sul nostro pianeta vi erano ancora gli ominidi. Nonostante tutta la loro tecnologia, avevano bisogno di forza lavoro per estrarre enormi quantità di oro; quindi, decisero di apportare una piccola modifica genetica ai (ominidi) terrestri. Per loro non fu una scelta semplice, né tantomeno fu facile mettere al mondo un essere che somigliasse a loro, ma dopo tanti tentativi, finalmente ci riuscirono. Il nuovo terrestre, chiamato Adam, era diverso da loro più che altro nell’altezza e nel colore della pelle e dei capelli, ma per il resto era quasi identico.
Il lavoro più importante lo fecero, come raccontano le tavolette sumere, tre scienziati: Ea/Enki, suo figlio Ningishzidda e Ninmah, la sua sorellastra. Lo fecero contro il volere di altri comandanti Anunnaki (letteralmente: quelli che dal cielo scesero sulla terra), ma amarono molto il genere umano e decisero di insegnargli gran parte della loro conoscenza. Erano longevi, quasi immortali: provenendo da un pianeta la cui rivoluzione orbitale - che dovrebbe scandire l’anno - corrispondeva a 3.600 anni terrestri, ogni loro anno corrispondeva a 3.600 anni terrestri. Pertanto, hanno avuto un ruolo di colonizzatori: per migliaia e migliaia di anni, hanno dominato il pianeta. Hanno Governato sull’umanità ma la dominazione non è stata sempre pacifica: con il tempo, i contrasti sono mutati in conflitti e nelle loro guerre hanno coinvolto anche gli uomini.
In Egitto Enki si faceva chiamare Ptah e Ningishzidda, Thot, mentre il fratello era il dio Ra. Quest’ultimo doveva anche coordinare dei lavori sul pianeta Marte - utilizzato come una sorta di stazione di passaggio per l’invio dell’oro sul pianeta da cui provenivano (Nibiru) – Ra governava l’Egitto ma quando ritornò da Marte trovò dei cambiamenti. Ra non era affatto contento per ciò che Thot aveva insegnato all’umanità, così, dopo litigi che durarono ben 300 anni (terrestri), Thot decise di ritirarsi, su consiglio del padre Ptah, in una terra al di la del mare dove era conosciuto come "il serpente piumato" (Quetzalcoatl). Una curiosità: Thot venne cancellato in gran parte dell’antico Egitto e Ra sostituì l’immagine del “leone di pietra” con l’immagine del viso di suo figlio Asar” (I riferimenti si trovano nella 12° tavoletta sumera dettata dal Dio Enki a Endubsar). Ecco quindi che il Dio buono si fece conoscere in varie parti del mondo con il nome di Kukulcan, Quetzalcoatl e, forse, anche Shiva.
 
Ora sappiamo che negli antichi territori del Messico veniva adorato un salvatore, ma non era Gesù Cristo: si chiamava Quetzacoatl. Il salvatore, nato da una vergine, era sorvegliato da dodici guardie e sarebbe morto per espiare i peccati. Adesso, tutti attendono il suo ritorno. Uno dei suoi simboli erano le tre croci (una più grande dell’altra). I Messicani usavano il battesimo per i loro bambini, in modo simile a quello odierno dei cristiani, ma molto prima dell’avvento del Cristianesimo. Non solo: i loro sommi sacerdoti si chiamavano “Papi”.
Durante la conquista spagnola ci si rese conto che le similitudini con la Chiesa cattolica erano sconcertanti. Tanto che Cortes asserì: “Il diavolo ha veramente insegnato ai Messicani le stesse cose che Dio ha insegnato alla cristianità”.
Ma perché la stessa storia ovunque?
Gli insegnamenti degli “Dèi” erano molto profondi e saggi e non sono stati compresi appieno. Non è un caso se vicino alla croce di Kukulcan ci sono dei numeri che si riferiscono al sistema solare. Per loro il cosmo non è affatto staccato dalla nostra vita, anzi, detta la nostra evoluzione, la crescita e la spiritualità. I pianeti sono considerati alla stregua di esseri viventi, delle vere e proprie divinità da cui dipende la nostra vita. Come spiegare, quindi, a un’umanità non ancora dotata di conoscenza, i segreti del cosmo? Interpretandoli come un mito! Ecco che Quetzalcoatl spiegò all’intera umanità la fiaba più bella di tutto il pianeta, la favola che in Egitto chiamerebbero: Horus is raisen – Horus è sorto! Una storia che non è nata in Palestina ma ben tremila anni prima di Cristo. Il racconto ha valenza esclusivamente astronomica nonostante parli di un uomo nato da una vergine il 25 dicembre, di tre re magi e così via. Scaturisce dal fatto che il 24 dicembre, Sirio, la stella più luminosa del cielo, si allinea in maniera perfetta con le tre stelle della cintura di Orione. Stelle che, ancora oggi, vengono chiamate i “tre re”. Se il 24 dicembre si traccia una linea immaginaria tra Sirio e le tre stelle (i tre re)… sapete cosa accade? Che il 25 dicembre la linea toccherà esattamente il punto dove nasce il Sole (Cristo). Il Sole, infatti, fin dall’antico Egitto è considerato l’unico vero Dio che crea ogni cosa, che dà la vita sulla Terra. I tre re – le tre stelle – quindi, seguono la stella dell’est per essere portati fino al luogo dove il 25 dicembre nascerà Cristo - il Sole -
Ma non è finita qui. Il giorno del solstizio d’inverno, il 22 dicembre, nell’emisfero Nord il Sole raggiunge in assoluto il punto più basso sull’orizzonte. Qui resta “fermo” per ben tre giorni davanti a una costellazione chiamata la Croce del Sud. Dopo essere quindi stato crocifisso per tre giorni, finalmente “rinasce”. Per il resto dell’anno il nostro dio/sole viaggia insieme alle 12 costellazioni o ai 12 discepoli, se volete. Non è un caso se in tutte le rappresentazioni antiche Gesù è sempre raffigurato con in testa un cerchio e una croce, la croce dello zodiaco per l’esattezza. Una favola meravigliosa, quindi, che aveva lo scopo di istruire l’umanità attraverso un linguaggio poetico e simbolico. Linguaggio che è stato, con gli anni, adulterato e divinizzato, in alcuni casi, anche allo scopo di rendere ignoranti e soggiogare le masse.

sabato 17 agosto 2013

MARTIN JETPACK


Volare, presto, potrebbe diventare estremamente semplice grazie alle migliorie apportate al famoso Martin Jetpack. L’innovativo velivolo ha, infatti, completato con successo un estenuante test di volo di sette minuti, il più lungo mai effettuato con uno jetpack. Il volo di prova è stato effettuato con un manichino a bordo e ha gratificato trenta anni di ricerca e sviluppo. Si è trattato di un volo a bassa velocità: solo 15 Km/h, ben al di sotto dei 74 Km/h di cui è capace il velivolo, ma è stato infranto il record di altitudine. Infatti, nel 2008, lo jetpack non era andato oltre il metro e ottanta di altezza, mentre, stavolta ha raggiunto il chilometro e mezzo. Ecco perché i suoi creatori, un team mondiale d’ingegneri della Martin Aircraft Company, sono ormai convinti che fra qualche mese sarà possibile lanciarlo sul mercato.
Visto il successo di quest’ultimo test, ora si spera di cominciare a vendere lo jetpack a un prezzo di circa 75.000 dollari. Progettato per essere il più semplice elicottero del mondo e classificato come “ultraleggero” sperimentale, il Martin Jetpack è dotato di un motore estremamente leggero e potente (200 HP a 6000 rpm). La propulsione è assicurata da due eliche controrotanti intubate. Il meccanismo di funzionamento è piuttosto intuitivo: come dice Newton, a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Così, quando si spara molta aria velocemente verso il basso, si va su. Il velivolo ha un'autonomia di volo di trenta minuti che, in futuro, sarà senz’altro incrementata.
La Martin Aircraft Company ha riferito che già 2.500 persone hanno prenotato il suo Jetpack, con richieste provenienti da milionari del Medio Oriente e degli Stati Uniti. Il target interessato è vasto: dagli avventurieri alle persone stanche di essere schiavi dell’automobile, ma è molto probabile che del rivoluzionario “zainetto” volante se ne faccia anche un uso militare. Un simile dispositivo è stato, infatti, testato dall’esercito americano già nel 1960. Mentre il primo test rappresenta un progresso enorme per la commercializzazione dell’apparecchio, non è ancora chiaro come le autorità reagiranno al lancio su vasta scala di Martin Jetpack. In alcuni stati europei, come in Gran Bretagna, non sono necessarie autorizzazioni; mentre nel nostro paese sarebbe richiesto un attestato, rilasciato dall’Aereo Club d’Italia dopo il superamento di un esame di abilitazione. Tuttavia, a livello internazionale, la Federal Aviation Administration sta ancora valutando il da farsi. In ogni caso la Martin Aircraft Company ha affermato che qualsiasi tentativo di usare lo jetpack senza un’adeguata istruzione sarebbe estremamente temerario. Ecco perché l'azienda chiederà a tutti gli acquirenti di intraprendere un programma di abilitazione al volo.
Per maggiori informazioni sul Martin Jetpack consultare il sito del produttore: http://martinjetpack.com/

mercoledì 14 agosto 2013

LE MISTERIOSE PIRAMIDI DI PANTIACOLLA


La linguista e archeologa dilettante basca, Mireille Rostaing Casini, nel suo libro “Archeologia misteriosa” racconta che nel 1979 erano state fotografate, da un aereo, dodici grandi piramidi nella foresta del dipartimento peruviano di Madre de Dios, confinante con il Brasile. Queste fotografie le mostrano in collocazione simmetrica, le une vicine alle altre, in due file di sei. Le piramidi si trovano in una regione dove si pensa sia esistito un grandissimo e potente impero, detto del Gran Paititì, di cui non si sa praticamente nulla se non che nel suo territorio si trovano enormi ricchezze. Un indio le disse che in questa zona esiste un passaggio nella collina denominata Tampu-Tocco, attraverso il quale si passa ad altri mondi situati nelle viscere della terra.
 
La storia delle dodici piramidi del Gran Paititì scatena da anni polemiche infuocate. Diversi esponenti dell’archeologia e della scienza ufficiale, in testa lo stimatissimo geologo brasiliano Aziz Nacib Ab’Saber, ritengono trattarsi soltanto di curiose formazioni rocciose, coperte di vegetazione. Di diverso parere sono stati due esploratori dilettanti italiani, l’ormai scomparso Mario Ghiringhelli e suo cugino, il milanese Marco Zagni, il quale riferisce: - Nell’estate del 1979 mio cugino Mario, provetto esploratore, si trovava in Perù quando seppe da una radioamatrice di Lima che il Radio Club Peruviano di Cuzco aveva perso i contatti con una spedizione francese avventuratasi nel dipartimento di Madre de Dios. Non era questo il primo caso. Tutte le spedizioni che si erano avventurate in quella zona, alla ricerca di una sperduta città precolombiana, erano scomparse misteriosamente. Nel caso dei francesi, l’ultimo messaggio da questi inviato diceva: “Siamo attaccati da una tribù sconosciuta di indios bianchi, alti almeno due metri”. Ora, io non ho mai sentito parlare di giganti bianchi in Amazzonia, almeno nei testi canonici, in quanto nel folklore sudamerindio esistono da secoli leggende di questo tipo. L’episodio di Madre de Dios sembrava proprio confermare simili dicerie. - E non solo - dopo questi fatti, io e mio cugino abbiamo condotto molte ricerche d’archivio e abbiamo scoperto che l’episodio si era verificato in una zona fluviale, quella di Pantiacolla, ove, nel 1975, i satelliti meteo Landsat avevano identificato un’area piana, ellittica, al cui interno si notavano dodici strutture piramidali in fila. Per gli archeologi esse sono solo curiose formazioni naturali, ma io non la penso così.–
 
Sembrerebbe che esista, nel cuore dell’Amazzonia, una civiltà perduta, forse nemmeno umana, legata al culto delle piramidi. Piramidi che, come sottolinea la Rostaing Casini, viste le foto, non sono di tipo azteco ma egizio! É difficile sostenerlo, ma dal fisico salvadoregno Luis Lopez spesso a spasso per le Americhe, otteniamo ulteriori elementi: - Durante alcune mie ricerche in Salvador (nel maggio del 1993) ho incontrato un archeologo italiano, Mario P., che da anni lavora in Perù. Quest’uomo, appartenendo all’establishment scientifico ufficiale e temendo il ridicolo, ha preteso l’anonimato. Mi ha raccontato di avere visto degli UFO nella zona e di avere scattato delle foto di certe bruciature circolari; Mario ha aggiunto che questi fenomeni sono ricorrenti nella foresta amazzonica al punto che gli indios, affatto spaventati, hanno ribattezzato i visitatori spaziali “gli incas”, intesi come signori, come, per l’appunto, sono considerati gli antichi incas. - Non solo, prosegue Lopez - l’archeologo ha anche scoperto una serie di scheletri umani lunghi due metri, appartenenti a una razza sconosciuta. Questa scoperta è per ora mantenuta top secret e non so se e quando essa verrà divulgata. -
 
La vicenda degli indios bianchi è confermata anche da un altro esploratore, il professor Marcel Homet, archeologo, paleontologo, antropologo ed etnologo francese. Quest’ultimo, durante l’esplorazione dell’Amazzonia brasiliana, nella zona dell’Urari-Coera, si era imbattuto in due indios sbucati dalla foresta. - Erano uomini di razza bianca – racconta Homet - veri mediterranei, progenitori, contemporanei o parenti di questa razza. – I due indios vennero in seguito identificati da una delle guide del professor Homet come Waika, membri di una tribù poco conosciuta, "pericolosi e crudeli combattenti" che avevano la "curiosa" abitudine di rapire donne bianche, con le quali accoppiarsi per generare dei figli. Questo, forse, spiegherebbe il colore della loro pelle.
 
Anche un altro celebre esploratore d’inizio secolo, il colonnello inglese Percy Fawcett conferma, nel suo diario, dell’esistenza di indios amazzonici dalla pelle bianca: - A Jequie, un centro piuttosto grande che esportava cacao a Bahia, un certo Elias José do Santo, ex ispettore della polizia imperiale, mi raccontò di indiani dalla pelle chiara e dai capelli rossi che vivevano nel bacino del Gongugy e di una "città incantata" che trascinava sempre più avanti l’esploratore, finché svaniva come un miraggio. Seppi poi dei Molopaques, una tribù scoperta a Minas Gerais in Brasile nel secolo XVII; avevano la pelle chiara e portavano la barba. Le loro donne avevano capelli biondo oro, bianchi o castani, piedi e mani piccole, occhi azzurri. -

venerdì 9 agosto 2013

GLI DEI ARRIVARONO DA SCHWERTA?



Nella giungla amazzonica fra Perù, Brasile e Venezuela sopravvivono, nascoste, tribù sconosciute di indios bianchi che dicono di discendere dagli extraterrestri. Questo è il resoconto di un mondo perduto, della notte in cui gli Dei arrivarono da Schwerta.
Lo troviamo in un libro: "Cronaca di Akakor" del giornalista e sociologo bavarese Karl Brugger (tanto per cambiare, assassinato in circostanze misteriose nel 1984). Brugger conobbe nel 1972 a Manaus, in Brasile, il capo indio Tatunca Nara, a suo dire, discendente di una mitica tribù "spaziale", gli Ugha Mongulala.
 
Secondo il racconto di Tatunca Nara, i Mongulala vivevano nel cuore dell’Amazzonia, sin dalla notte dei tempi, “in piccoli gruppi, in caverne e grotte, camminando carponi”. Poi, nell’anno 13.500 a.C. del nostro calendario, "arrivarono gli Dèi."
Qui, inevitabilmente, viene spontaneo pensare al mito del serpente piumato (Kukulcan, Quetzalcoatl, Viracocha). Questi Dei barbuti, dalla pelle bianca, avrebbero anche avuto sei dita alle mani e ai piedi. Un dettaglio curioso che ci riporta con la memoria agli Annunaki. Nel “Libro perduto del dio Enki" di Z. Sitchin si legge: “Ningishzidda (figlio del dio Enki) scelse di recarsi in una terra al di là degli oceani, vi si recò con un gruppo di seguaci. A quei tempi il conto era di seicentocinquanta anni terrestri (650 anni dopo il diluvio). Ma nel nuovo dominio, dove Ningishzidda era chiamato il 'Serpente alato', ebbe inizio un conto tutto suo". 
- Gli stranieri - ha raccontato il capo indio a Karl Brugger - apparvero all’improvviso nel cielo su brillanti navi d’oro. Segnali di fuoco illuminarono la pianura, la terra tremava e il tuono risuonava sulle colline. Gli uomini si prostrarono con stupore e profondo rispetto davanti ai potenti stranieri che vennero a impossessarsi della Terra. Gli stranieri dissero che la loro patria si chiamava Schwerta, un mondo lontano nella profondità del cosmo. A Schwerta viveva la loro gente ed essi erano partiti di là per visitare altri mondi e portarvi la loro scienza – Schwerta -  prosegue Tatunca Nara - era un immenso impero, formato da mondi numerosi come i granelli di polvere di una strada. I visitatori ci dissero che ogni seimila anni i due mondi, quello dei nostri Primi Maestri e la nostra Terra, s’incontrano; permettendo, ogni seimila anni, agli Dei di ritornare. Dovunque sia e qualsiasi forma abbia Schwerta, con l’arrivo di questi visitatori dal cielo, cominciò sulla terra “l’Età dell’Oro". I Maestri - come vennero prontamente ribattezzati dagli indios - vennero sulla terra con 130 famiglie, per liberare gli uomini dall’oscurità. E loro accettarono e riconobbero gli uomini come fratelli. I Maestri fecero stabilire le tribù nomadi e divisero lealmente ogni frutto della terra. Pazientemente e senza stancarsi, ci insegnarono le loro leggi, anche se gli uomini facevano resistenza, come bambini ostinati. Per questo loro amore verso gli uomini, per tutto quello che diedero e insegnarono, noi li veneriamo come i nostri portatori di luce. I nostri migliori artigiani riprodussero le loro immagini per testimoniare in eterno la loro grandezza. Così sappiamo come erano fatti i nostri Signori Anteriori. I Signori di Schwerta - racconta Tatunca Nara - erano simili agli uomini: dal corpo esile e dai lineamenti delicati. Avevano la pelle bianca e i capelli neri con riflessi blu. Portavano una folta barba e come gli umani erano vulnerabili, perché fatti di carne. C’era però un particolare che li distingueva dagli abitanti della Terra: avevano alle mani e ai piedi sei dita. Questo era il segno dell’origine divina.
 
Tatunca Nara, nel ricostruire per Karl Brugger l’intera storia del suo popolo, divideva decisamente il periodo dell’arrivo dei visitatori spaziali (peraltro corrispondente, secondo alcune fonti, alla reale nascita della civiltà egizia) dal successivo arrivo di esploratori bianchi: i goti, nel 570 d.C., gli spagnoli, nel 1532, i nazisti, nel 1941. I Maestri tracciarono canali e strade, seminarono piante nuove, sconosciute agli uomini. Pazientemente trasmisero loro il sapere, necessario per comprendere i segreti della natura. Sorretti da questi principi, gli Ugha Mongulala sono sopravvissuti per millenni a gigantesche catastrofi e guerre sanguinose.
Grazie agli Schwerta, gli Ugha Mongulala costruirono un impero che si estendeva dal Perù al Brasile al Mato Grosso (in questa regione scomprave Percy Fawcett, alla ricerca di una città perduta). I Maestri - prosegue Tatunca Nara - conoscevano le leggi dell’intero cosmo. Unendosi carnalmente con gli indios, generarono la tribù degli Ugha Mongulala, gli "alleati eletti". Costoro, eccezion fatta per le sei dita, nei tratti somatici ricordavano molto i visitatori.
Gli alieni costruirono diverse città e molte piramidi: un mezzo per raggiungere la seconda vita. Ma un brutto giorno - continua Tatunca Nara - fummo attaccati da esseri estranei simili agli uomini, con cinque dita ma con sulle spalle teste di serpenti, tigri, falchi e altri animali. Disponevano di una scienza avanzatissima che li rendeva uguali ai primi Maestri. Tra queste due razze di Dei scoppiò una guerra. Bruciarono il mondo con armi potenti come il sole. Ma la previdenza degli Dei salvò gli Ugha Mongulala dalla distruzione. I visitatori di Schwerta costruirono nel sottosuolo amazzonico tredici dimore sotterranee, disposte secondo la costellazione da cui provenivano. Quindi, convinsero gli indios a rifugiarsi dentro quelle caverne scavate nella roccia e a murarle dall’interno. Con questo espediente gli indios sarebbero scampati alla devastazione del nostro pianeta scatenata dalla guerra degli Dei, come pure a successivi cataclismi e perfino all’avanzata dei conquistadores.
 
L’esistenza di qualche sorta di “bunker” scavato nel fianco di una montagna sembra venire da un’esploratrice italiana che ha condotto diverse spedizioni in Perù, la milanese Elena Bordogni. – Durante una spedizione - ha affermato - incappammo in un camminamento che costeggiava una montagna e che fiancheggiava un burrone. Sul sentiero si vedevano, pietrificate, le orme dei piedi dei sacerdoti che anticamente percorrevano quella via. Con grande sorpresa ci accorgemmo che, a un certo punto, il sentiero s’interrompeva dinnanzi alla parete liscia della montagna.
- Nel 10.481 a.C. gli Dei lasciarono la Terra - sostiene Tatunca Nara - le navi dorate dei nostri Primi Maestri si spegnevano nel cielo come le stelle. La fuga degli Dei gettò il mio popolo nell’oscurità.