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domenica 30 aprile 2017

ATLANTIDE

"Al di là di quello stretto di mare chiamato Le Colonne d'Ercole, si trovava allora un'isola più grande della Libia e dell'Asia messe insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole, e da queste isole alla terraferma di fronte (...). In quell'isola chiamata Atlantide v'era un regno che dominava non solo tutta l'isola, ma anche molte altre isole nonché alcune regioni del continente al di là: il suo potere si spingeva, inoltre, al di qua delle Colonne d'Ercole; includendo la Libia, l'Egitto e altre regioni dell'Europa fino alla Tirrenia".

A parlare è Crizia, parente del filosofo Platone (Atene 428-27 348-47 a.C.), il quale racconta che un secolo prima, nel 590 a.C., il legislatore Solone si era fermato nella capitale amministrativa dell' Egitto, Sais. Qui aveva cercato di impressionare i Sacerdoti di Iside illustrando le antiche tradizioni greche, ma uno di loro aveva sorriso, affermando che quello greco era un popolo fanciullo nei confronti di un altro su cui gli Egizi possedevano molta documentazione scritta. Secondo il sacerdote egiziano, una civiltà evoluta era esistita per secoli su "un'isola più grande della Libia e dell’Asia messe insieme" l'isola era stata distrutta novemila anni prima da un immane cataclisma insieme a tutti i suoi abitanti.

British Museum, Londra. Qui in una biblioteca sono stati riesumati dei documenti che permettono di costruire un’ipotesi stupefacente. Correlando recenti scoperte scientifiche con vecchi manoscritti e carte dimenticate da tutti, alcuni studiosi sono arrivati ad una conclusione inattesa: ciò che resta di Atlantide sarebbe sepolto sotto i ghiacci dell’Antartico da più di 12.000 anni. Dunque, Atlantide non è da ricercarsi sotto i mari né, come molti pensano, nell’Oceano Atlantico, nel Mediterraneo o addirittura sepolta sotto il deserto del Sahara.
Secondo Platone, Atlantide fu effettivamente distrutta da un cataclisma 9.600 anni prima di Cristo. Ma Platone non è il solo a riportare questo fatto. Le leggende degli indiani d’America, la mitologia orientale e anche la Bibbia parlano della scomparsa improvvisa di una terra favolosa e lontana a seguito di un’inondazione.

Nel 1953 il geologo Charles Hapgood espose una teoria tanto controversa quanto affascinante. Egli riteneva che la crosta terrestre fosse repentinamente scivolata sul mantello di lava sottostante. Secondo i suoi calcoli, 12.000 anni fa l’Antartide si sarebbe trovato circa 3.200 km più a nord presentando per buona parte del continente un clima temperato e quindi adatto allo sviluppo di una civiltà.
Tutti conoscono la teoria della "Deriva dei Continenti" ma, secondo i dati attualmente disponibili, la crosta terrestre non si muoverebbe a più di una decina di chilometri ogni un milione di anni. Hapgood, però, suggeriva movimenti di ben altra portata ed in particolare una deriva improvvisa e uniforme della crosta terrestre.
Questa teoria colpì molto l’opinione pubblica dell’epoca, tant’è che addirittura Albert Einstein scrisse ad Hapgood dicendo che le sue argomentazioni avevano molto valore e che pensava che quest’ipotesi fosse corretta.

Ciò che sconcerta, nella teoria di Hapgood, è questa deriva improvvisa della crosta terrestre che, a suo dire, sarebbe mossa solo dal peso dei ghiacciai cresciuti in modo abnorme durante tutta l’era glaciale. Credo di aver trovato una spiegazione più convincente in un altro libro nel quale l’autore, chiamando in causa forze ben più potenti, attribuisce questo immane spostamento ad un evento cosmico. Egli sostiene che un corpo celeste di notevoli dimensioni abbia impattato contro la Terra. Come avrebbe fatto il nostro pianeta a non rimanerne completamente distrutto? La Terra è sopravvissuta poiché avrebbe preso il colpo di striscio. Possiamo immaginare che le conseguenze siano state catastrofiche, ma il pianeta si è salvato. Le conseguenze sarebbero ancora sotto i nostri occhi visto che l’astro che ci ha colpito avrebbe poi perso gran parte della sua energia cinetica, rallentando e rimanendo intrappolato nell’orbita terrestre. Una teoria assurda? No, è una delle tante ipotesi sulla nascita della Luna (in quanto forti indizi fanno oggi pensare che, un tempo, la Luna non c’era). Non sappiamo se questo evento sia veramente accaduto,non vi sono prove, ma tutta una serie di indizi tenderebbe a dimostrarlo. Una parte della superficie lunare si sarebbe fusa al contatto con la Terra e raffreddandosi avrebbe formato una vasta piattaforma liscia e uniforme. Noi vediamo una Luna tutta butterata, ma la sua faccia nascosta presenta le caratteristiche che ho appena citato. Non solo, ma sarebbe stata raschiata via una gran quantità di crosta terrestre e, guarda caso, le analisi della superficie lunare hanno dimostrato che è composta dagli stessi elementi leggeri presenti nella crosta terrestre. E sulla Terra? Sulla Terra l’enorme ferita sarebbe stata subito riempita dal mare, formando un oceano di 180.000 Kmq, più vasto di tutte le terre emerse, con una profondità tale che in un punto (abisso Challenger) raggiunge gli 11.000 metri! Un oceano che noi chiamiamo Pacifico.

Se una civilizzazione avanzata come quella di Atlantide è esistita 10.000 anni prima di Cristo, è possibile che gli Atlantidei abbiano previsto il cataclisma e che si sia ricorso allo sgombero della popolazione? E possibile che alcuni superstiti abbiano cercato rifugio in altre località? - È proprio l’argomento di cui tratta "IL SIGNORE DELLE AQUILE" - Forse non è un caso se le prime civiltà e soprattutto l’agricoltura siano apparse contemporaneamente in luoghi diversi e molto distanti tra loro. E’ possibile, invece, che i superstiti di Atlantide abbiano contribuito, con le loro conoscenze, alla nascita di queste nuove civiltà.
È molto probabile, inoltre, che i superstiti abbiano, nella loro fuga, portato con se alcuni oggetti. Nel 1956, Hapgood ebbe tra le mani una vecchia carta marittima, disegnata nel 1513 e appartenuta all’ammiraglio turco Piri Reis (Cfr. i post "Flying saucers from outer space" e "I FIGLI DI DIO: GLI ANGELI") Hapgood fu sorpreso della precisione con cui era raffigurata la costa orientale del Sudamerica, completata in un’epoca in cui questa parte del mondo era ancora semi sconosciuta. Ma il vero shock arrivò quando si accorse che sulla carta erano disegnate le coste dell’Antartide (prive di ghiaccio) poiché questo continente fu scoperto soltanto nel 1820, tre secoli più tardi! Quando l’aviazione statunitense comparò la carta di Reis ai rilevamenti geologici dell’Antartico del 1949, constatarono incredibilmente che i confini, mappati servendosi di un sofisticato geo-radar, erano pressoché identici! La precisione dei dati che appaiono su questa carta resta tutt’oggi un mistero se teniamo conto delle conoscenze geografiche del 1513. In un secondo momento, Hapgood scovò una seconda carta geografica sorprendente, quella di Oronzio Fineo datata 1531. Tutto l’Antartico vi appariva con numerosi dettagli, come la posizione delle montagne, pianure e fiumi. Queste mappe erano forse copie di un’eredità lasciata dal popolo di Atlantide?

L’esistenza di un’antica civiltà tecnologica permetterebbe di spiegare l’origine di monumenti diffusi nel mondo intero e costruiti per mezzo di tecniche così avanzate per quei tempi che sfidano ogni spiegazione razionale. 
A titolo di esempio, citeremo le piramidi d’Egitto, che sembrerebbero più antiche. Infatti, secondo recenti studi geologici, pare che la Sfinge sia molto più antica di quanto si pensasse. Ne testimoniano le tracce di un’erosione legata necessariamente a diluvi che si potevano verificare in quel luogo oltre 10.000 anni fa. La disposizione delle piramidi, inoltre, traccia uno schema che corrisponde esattamente a quello celeste della cintura Orione, così come appariva nel 10.450 avanti Cristo.
Dobbiamo credere che siano solo coincidenze?

A PASSEGGIO CON IL CANE



Non tutti i proprietari lo sanno, ma portare il cane a spasso comporta diversi obblighi. Sai cosa dice la legge? Bisogna raccogliere le feci, nelle aree urbane e nei luoghi pubblici, il guinzaglio non deve essere più lungo di 1.50 m. e se il tuo miglior amico aggredisce qualcuno potresti risponderne penalmente.
La passeggiata a sei zampe è un piacere imparagonabile, ma può trasformarsi in un incubo se qualcosa dovesse andare storto e non hai seguito gli obblighi dettati dalla legge. Ricorda: il responsabile sei tu!

"Il mio cane è buonissimo, non fa niente". Mai dire mai: per chi, come me, ha un cane di grossa taglia, ma anche per chi ha un cane piccolo, sarebbe opportuno stipulare un'assicurazione. Il proprietario di un cane, infatti, è sempre responsabile del benessere, del controllo e della conduzione dell'animale e risponde, sia civilmente sia penalmente, dei danni o lesioni a persone, animali e cose provocati dall'animale stesso anche se questo risulta smarrito o fuggito. Poco cambia, se stai portando fuori il cane del vicino perché, anche in questo caso, ne assumi pienamente la responsabilità e hai gli stessi obblighi del proprietario. In caso di condanna al risarcimento, hai il diritto di regresso nei confronti della persona che aveva in cura il cane.

Chi lascia liberi, o non custodisce con le debite cautele, animali pericolosi o ne affida la custodia a una persona inesperta, ad esempio ai bambini o persone incapaci di contenere l’eventuale aggressività del cane, per esempio una persona esile alle prese con un cane di grossa taglia, ne risponde penalmente. In queste ipotesi la sanzione amministrativa varia da 25 a 258 euro. La stessa sanzione è prevista per chi aizza o spaventa animali, in modo da mettere in pericolo l'incolumità altrui.

La legge obbliga i proprietari dei cani ad adottare delle precauzioni per evitare danni a cose e persone:
  • nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico, il cane deve essere condotto con un guinzaglio non più lungo di 1.50 metri. Se stai utilizzando il guinzaglio allungabile devi bloccarlo;

  • se sei in un'area cani puoi togliere il guinzaglio;

  • la museruola non deve essere sempre indossata dal cane, ma il proprietario deve portarla con sé per potergliela mettere in caso di rischio per l'incolumità di persone o animali oppure su richiesta delle Autorità competenti;

  • il cane deve essere affidato a persone in grado di gestirlo correttamente. Informati sulle caratteristiche fisiche ed etologiche del tuo cane, assicurati che il cane abbia un comportamento adeguato sia con le persone sia con gli animali e in caso di dubbi o necessità, chiedi aiuto a un educatore cinofilo.

  • Ultimo, ma non per importanza e non meno scontato: raccogli le feci e porta sempre con te i sacchettini o la paletta. Nel caso non lo facessi le sanzioni variano da 50 a 500 euro.


Non dimenticarti del suo benessere. Devi essere in grado di riconoscere i segnali di disagio o aggressività e dovrai intervenire, anche con l’aiuto di esperti, in maniera appropriata e tempestiva.

martedì 25 aprile 2017

STRISCE BLU

In tema di parcheggio nelle strisce blu, gli organi d'informazione hanno dato ampio risalto a una sentenza della Cassazione, con specifico riferimento alla sosta a pagamento e a tempo. Nella fattispecie, il ricorrente (contravvenzionato dalla Polizia Municipale per aver pagato il ticket per la sosta della propria auto nelle strisce blu, ma solo per l'ora precedente a quella dell'accertamento) sosteneva che chi paga il ticket, ma non integra il versamento per le ore successive, non incorrerebbe in alcuna violazione del Codice della Strada, bensì solo in una violazione dell'obbligazione contrattuale, sorta nel momento in cui si acquista il ticket, regolata dal Codice Civile.
 

Ciò riveste una certa importanza in quanto si sfata quella credenza secondo cui se viene acquistato il ticket, ma la sosta si prolunga oltre l’orario di competenza non sono applicabili le sanzioni, ma si da corso al recupero delle ulteriori somme dovute. In parole povere, la multa è legittima se il ticket per il parcheggio a pagamento non è stato acquistato o esposto sulla vettura, ma anche se è presente, ma avete sforato l’orario prestabilito.
La Corte di Cassazione, Seconda Sezione civile (sentenza n. 15258/2016) ha disatteso le argomentazioni svolte dal ricorrente ed ha affermato il principio secondo cui, in materia di sosta a pagamento su suolo pubblico, ove la sosta si protragga oltre l'orario per il quale è stata corrisposta la tariffa, si incorre in una violazione delle prescrizioni della sosta regolamentata.
 
 
La decisione muove dalla formulazione dell'art.157, comma 6, del Codice della Strada. Tale norma, invero, non contempla la sola fattispecie in cui, nelle zone in cui la sosta è permessa a tempo limitato è fatto obbligo di segnalare, in modo chiaro e visibile, l'orario in cui la sosta ha avuto inizio, ma si compone anche di un secondo periodo, che stabilisce: "ove esiste un dispositivo di controllo della durata della sosta è fatto obbligo di porlo in funzione".
La disposizione in oggetto prevede, dunque, sottoponendo la loro violazione alla medesima sanzione (art.157, comma 8 del Codice della Strada) due distinti obblighi:
  1. quello di porre in sosta l'autoveicolo segnalando l'orario di inizio della sosta, ove essa è prescritta per un tempo limitato;
  2. quella di attivare il dispositivo di controllo della durata della sosta, nei casi in cui esso è espressamente previsto.
Con dispositivo di controllo s'intende anche i casi di parcheggio a pagamento mediante acquisto di apposito ticket o scheda.
 

lunedì 24 aprile 2017

I SOPRAVVISSUTI DELLE ANDE


Noi tutti siamo la testimonianza vivente di un processo iniziato 3.5 miliardi di anni fa, da quando le prime forme di vita comparvero sulla Terra. Ogni creatura vivente di questo mondo ha dovuto combattere per sopravvivere e niente come la paura di morire risveglia quell’istinto che ci ha permesso di restare su questa Terra. La paura della morte è probabilmente la forza più potente, quella in grado di modificare radicalmente il nostro comportamento. Nelle situazioni peggiori diamo il meglio o il peggio di noi stessi.





Era 12 ottobre del 1972, un Fairchild Hiller FH-227 appartenente alla Fuerza Aérea Uruguaya, partì dall’Aeroporto Internazionale di Carrasco con destinazione Santiago de Chile. A bordo del mezzo c’erano 45 persone, la maggior parte di esse erano membri appartenenti ad una squadra di Rugby chiamata Old Christians i quali dovevano giocare una partita contro gli Old Boys di Santiago. Oltre ai giocatori c’era il personale di volo e anche molti dei loro familiari. Qualche ora dopo il decollo, il tempo peggiorò in modo drastico e il Fairchild si trovo costretto ad atterrare all’aeroporto El Plumerillo, a Mendoza in Argentina, in attesa che il tempo migliorasse. Ripartirono il giorno seguente, venerdì 13 ottobre. Il viaggio anche in questo caso si era dimostrato più complicato del previsto perché le condizioni meteo non erano delle migliori, il pilota decise di viaggiare ad un’altezza di 6.000 metri, sotto di loro si estendeva una folta cortina di nubi bianche che coprivano tutto. Dopo alcune difficoltà iniziali, il viaggio sembrava procedere tranquillamente, purtroppo i piloti non si accorsero che la velocità di crociera si era ridotta di circa il 20%. Infatti i forti venti di prua causarono un rallentamento rilevante e soprattutto provocarono anche un’inconsapevole variazione di rotta che deviò l'aereo verso nordest. I piloti, dunque, comunicavano alle torri di controllo tempi e soprattutto posizioni sbagliate. La torre di controllo di Santiago, fidandosi della posizione segnalata dal copilota Dante Lagurara, diede l’autorizzazione a scendere. Una discesa che sia per il Fairchild che per il suo equipaggio risulterà tragica perché l’aereo non si trovava nelle vicinanze di Santiago come pensavano i piloti, ma stava sorvolando la possente Cordigliera delle Ande le cui vette raggiungono mediamente i 4.000 metri.





Vi furono forti scosse a causa delle turbolenze e in poco tempo l’aereo perse quota. Il pilota Julio Ferradas insieme al copilota lottò contro le condizioni avverse cercando di stabilizzare il velivolo e riuscirono a riportare l’aereo in assetto orizzontale. Quando finalmente oltrepassarono il banco di nuvole si accorsero dell’errore, ma era troppo tardi perché volavano vicinissimi alle spigolose vette rocciose. È probabile che i piloti, ormai consapevoli di non poter più riprendere quota, tentarono un atterraggio di emergenza sulla neve. Durante la manovra però l’aereo colpì la cima di una montagna con l’ala destra che finì per staccarsi dal velivolo. L’elica, ancora in rotazione, entrando a contatto con la fusoliera tranciò di netto la coda. Successivamente l’aereo perse anche l’ala sinistra dopo un violento impatto su una roccia. Rimase unicamente la fusoliera che, cadendo su di un pendio, continuò a scivolare sulla neve finché non si arrestò bruscamente. L’impatto causò il distacco dei sedili e i passeggeri vennero scaraventati e schiacciati in avanti. Il primo bilancio fu terribile, tredici persone morirono istantaneamente, mentre molti altri rimasero gravemente feriti: emorragie interne, ossa rotte, traumi cranici e altre disgrazie attanagliavano costoro eppure alcuni fortunati erano rimasti illesi. Ricordiamo che la Cordigliera delle Ande è fra i posti più inospitali del mondo, si tratta di una catena montuosa dove le temperature raggiungono anche i 40 gradi sotto zero durante la notte con dei venti che superano i 100 km/h. Durante la prima fredda notte morirono altre tre persone.





Nonostante il colpo e lo shock, la serenità prevalse nel gruppo di persone sopravvissute, consapevoli che la chiave per rimanere in vita era quella di non perdere la calma e di rimanere uniti. Ricordiamo che i passeggeri erano prevalentemente giocatori di rugby e quindi, fiduciosi che con il lavoro di squadra si possano raggiungere tutti gli obiettivi, iniziarono ad organizzarsi in questa partita per la vita. Dopo aver razionato il poco cibo rimasto si divisero in gruppi, uno era composto da coloro che avevano conoscenze mediche come lo studente di medicina Roberto Jorge Canessa e altre due persone incaricati dei feriti. Un altro gruppo si occupò di trovare acqua pulita e infine un terzo gruppo era incaricato di mantenere la fusoliera in ordine, per quanto possibile. Con un po’ di fortuna riuscirono anche a riparare una radiolina che si trovava dentro la fusoliera attraverso la quale potevano sentire le notizie riguardanti le ricerche. Successivamente Canessa costruì delle amache per i feriti e Adolfo Strach detto "Fito" trovò un modo abbastanza ingegnoso per trasformare la neve in acqua con le lamine dell’aereo. Costruì anche delle racchette da neve con dei mezzi di fortuna in modo tale da poter esplorare con relativa sicurezza il luogo del disastro. Ben presto si organizzarono le prime escursioni in cerca della coda dell’aereo e per osservare cosa c’era al di là della montagna. Nonostante l’entusiasmo iniziale la fortuna non era dalla loro parte, infatti le esplorazioni furono infruttuose e servirono solo a rafforzare la convinzione che lì fra quelle montagne non c’era niente da mangiare. La stanchezza, la disperazione e soprattutto la fame iniziarono a farsi largo nelle menti dei sopravvissuti mentre i morti aumentavano. La sera del 22 ottobre erano tutti riuniti all’interno della fusoliera quando ascoltarono inorriditi le notizie alla radio: "Le ricerche del Fairchild FH-227 sono state inutili e verranno sospese". Quelle parole, uscite da quella fredda scatolina, lanciarono una bomba di silenzio che lasciò attoniti i sopravvissuti mentre fuori il vento e la neve sembravano avere l’ultima parola. A quel punto tutti presero insieme l’unica decisione e purtroppo anche la più drastica per poter sopravvivere, decisero di mangiare i corpi dei morti. La decisione non fu delle più facili, ma dobbiamo credere che la disperazione e la voglia di vivere li spinse a farlo. Una delle poche cose certe è che il primo a rompere il tabù fu proprio Roberto Canessa. Consapevoli che non sarebbero mai venuti a prenderli, iniziarono le nuove spedizioni sperando di trovare la coda dell’aereo e con essa qualche cosa utile per la loro sopravvivenza, ma furono tutti sforzi inutili e una settimana dopo, il 29 ottobre, accadde un’altra tragedia: una valanga si abbatté con tutta la sua furia sulla fusoliera. Ancora un volta la sorte non sembrava dalla loro parte. Otto persone furono sepolte dalla neve per sempre, quella notte, solo sedici riuscirono ad uscirne vivi, uno di questi era Fernando Parrado il quale insieme a Canessa diventerà determinante nel resto di questa storia.





Venerdì 17 Novembre. Dopo una ricerca interminabile, un gruppo composto da Canessa, Parrado e Antonio Vizintín riuscì finalmente a trovare la coda dell’aereo. C’erano alcune valige contenti cibo, sigarette, fiammiferi e batterie per la radio ma quest’ultime purtroppo risulteranno inutili perché la radio nel frattempo era diventata inutilizzabile. Il recupero però fu di enorme importanza per il morale e fornì un barlume speranza ai pochi rimasti in vita. Dopo le fruttuose ricerche condotte dai tre prescelti, il gruppo decise che dovevano andare verso ovest alla ricerca di civiltà e dare l’allarme. Il 12 dicembre Canessa, Parrado e Vizintin partirono nell’ultima e definitiva spedizione verso il Cile. Le condizioni erano terribili. Il freddo, la tempesta e la fame erano come un enorme mostro al quale erano esposti costantemente. Dopo essere saliti sulla montagna e aver visto il deserto bianco che li attendeva, decisero che Vizintin doveva tornare nella fusoliera perché le razioni non sarebbero bastate per tutti e tre. Tutte le speranze erano dunque riposte in Parrado e Canessa, in particolare Parrado disse: - Quel giorno ci incamminammo verso Ovest senza una meta precisa. Eravamo certi solo di una cosa, non saremmo mai più tornati in quella fusoliera. Tra morire di fame dentro quell’aereo e morire là fuori preferivamo morire cercando di arrivare da qualche parte. -
I due camminarono per cinque giorni soffrendo e sperando di trovare la fine di quel labirinto di neve. Dopo sei giorni di estenuante cammino, i due scorgono qualcosa di incredibile. Dopo aver camminato per circa sessanta chilometri, arrivarono alla "Precordillera de San Fernando", una valle verde dove non c’era più neve ed entusiasti dalla scoperta i due si mettono a correre. Trovano un fiume, dei fiori, erba e animali selvatici, tutte cose che non vedevano da mesi! Sembrava un paradiso rispetto a quell’inferno bianco in cui si erano trovati. Dopo aver riposato tutta la notte si mettono in marcia di prima mattina e mano a mano che proseguivano, trovarono altri segni di civiltà come lattine di sughi, mucche e alberi tagliati. Canessa ad un certo punto si sentì male, così Parrado portò tutti e due gli zaini come sforzo finale di quest’odissea. Ormai erano vicini alla salvezza e il 21 dicembre come un miraggio, scorgono un uomo a cavallo che si trovava dall’altra parte di un torrente, così i due si misero a urlare, ma le loro voci vennero sovrastate dal fragore del corso d'acqua. Il contadino però vedendoli in quello stato pietoso capì che gli era capitato qualcosa di grave, quindi ingegnosamente lanciò dall’altra parte del fiume una sasso con un foglio e una matita legati ad esso. Dopo aver ricevuto la risposta il brav’uomo lancio dall’altra parte del fiume pane e formaggio e si premurò di avvisare la polizia. Senz’altro in quel momento i due sventurati avrebbero voluto abbracciare quel contadino che rispondeva al nome di Sergio Catalan Marinez. Nessuno dei sopravvissuti scorderà mai quel nome. Il giorno seguente, venerdì 22 Dicembre, un elicottero si occupò del recupero dei restanti 14 sventurati. Seppero anche il motivo per cui non riuscivano a trovarli: gli ultimi dati trasmessi dai piloti, riguardanti la posizione dell’aereo, erano del tutto errati. Due dei sopravvissuti tornarono immediatamente a Montevideo mentre gli altri 14 festeggiarono insieme il più bel Natale, consapevoli che il miglior regalo che si può avere nella vita è… La vita stessa.

 
"Ho rivisto milioni di volte quei giorni, non faccio altro. Ma noi non avevamo scelta. Noi eravamo morti per tutti. Per tornare alla vita non avevamo altra scelta che resistere a qualsiasi costo. La nostra è una vicenda esemplare e unica, insegna agli altri esseri umani che pur di sopravvivere siamo capaci di superare qualsiasi orrore."
Carlos Paez, uno dei sopravvissuti.



sabato 22 aprile 2017

A PROPOSITO DI CANNETO DI CARONIA


 

"Autunno 2013, Corleone: nelle case isolate dei contadini sparse nel paesaggio rurale si comincia a sentire un rombo che pian piano si fa sempre più forte. È il rumore assordante delle pale di uno stormo di elicotteri militari, sono dei Black Hawk dell’esercito statunitense. Viaggiano in formazione e a bassissima quota. I contadini non sanno dire da dove arrivino o cosa stiano facendo, il loro arrivo è improvviso e come se fossero in guerra, le squadre speciali si calano con le corde, armate di tutto punto. Alcuni testimoni riferiscono di averli visti piazzare sul terreno delle strane apparecchiature per poi ritornare rapidamente sugli elicotteri e sparire all’orizzonte. Tutto ciò senza dare nessuna informazione al governo italiano, dunque nessuno sapeva che cosa stesse accadendo? Questi episodi si ripeterono più volte, anche a notte fonda, gettando nel panico i contadini che vivevano isolati nelle loro fattorie. Sembra molto probabile che episodi simili si siano registrati anche nelle isole Eolie."
 


Questa parte del racconto ha suscitato, in voi lettori, molte perplessità. A tal punto che in molti mi hanno scritto chiedendomi se è possibile che, al giorno d’oggi, succedano cose di questo genere. Certo, per la popolazione civile, un elicottero che vola nella notte è solo un elicottero: un fastidioso rumore che disturba il sonno. Per i militari, un elicottero è un enigma che deve essere risolto quanto prima. Esso pone molteplici quesiti: da dove arriva? Dove è diretto? A fare cosa? Chi o cosa trasporta? È armato? È ostile?
A tutte queste domande deve rispondere, in massima parte, l’Aeronautica Militare, che ha costantemente sotto controllo il nostro spazio aereo. Ma, ahimè! Gli avvenimenti del passato ci dimostrano che non è sempre così. Chi non ricorda il caso di quel pilota civile che a bordo di un aeroplano, piccolo e lento, atterrò nella Piazza Rossa eludendo tutte le difese antiaeree di una potenza militare come l’Unione Sovietica (che, a quel tempo, esisteva ancora). Tra i casi nostrani, vorrei ricordarvi quello emblematico del DC-9 abbattuto (ancora non si sa da chi) nel cielo di Ustica (per saperne di più consulta, sul blog, i vari post: "Il caso Ustica", "Strage di Ustica - un documentario svela le bugie di Stato dei Francesi", "Ustica - un giallo infinito", "Ustica - Naldini e Nutarelli" e infine "Ustica - l’ipotesi extraterrestre") quella sera, nonostante la presenza nei nostri cieli di un gran numero di aerei appartenenti a forze armate di diversi paesi, nessuno intervenne, nessuno vide niente, poiché i radar militari erano "spenti" a causa di un’esercitazione! 

venerdì 21 aprile 2017

CANNETO DI CARONIA





A cominciare dall’inverno del 2003 nella piccola e tranquilla frazione di Canneto di Caronia, in provincia di Messina, si verificarono tutta una serie, apparentemente casuale, di incendi. Gli impianti elettrici delle abitazioni, come citofoni, cavi elettrici e contatori prendevano fuoco misteriosamente anche in assenza di energia elettrica. Ma dopo il rogo di una casa, che venne completamente distrutta dalle fiamme, le forze dell’ordine accertarono che l’incendio era partito dall’interno di un materasso, in particolare dalle molle. Inizialmente questi fenomeni furono riportati solo sui giornali locali, ma con l’aumentare degli episodi, assunsero una rilevanza nazionale e in breve i fatti iniziarono ad apparire in tutta la loro gravità. Dunque gli abitanti, considerati in pericolo, furono fatti evacuare e le case poste sotto sequestro dalla magistratura.



10 Maggio 2005: Il governo decise di intervenire e venne nominata una commissione di esperti tra cui spicca anche un tecnico della NASA. La commissione lavorò senza sosta, vennero coinvolti l’esercito, la marina, l’aeronautica, università ed esperti di ogni genere. Un primo risultato fu quello di rilevare tre punti, distanti tra loro circa 4 km, in cui si verificavano questi episodi di combustione. Il fattore strano è che il terzo punto era un campo agricolo di circa 40 mq in cui tutte le piante presentavano una combustione dell’intera radice e una bruciatura delle foglie che si caratterizzava perché gli intervalli delle bruciature corrispondevano agli intervalli dei cavi elettrici bruciati all’interno delle case di Canneto di Caronia.



Ma i fenomeni inspiegabili non si limitavano agli incendi, un altro episodio anomalo fu lo spiaggiamento di milioni di esemplari di Velella Velella, una particolare specie di invertebrati molto diffusa nel Mediterraneo che però staziona in alto mare. Ciò che sconcertava era l’enormità del fenomeno: spiaggiamento si estendeva per più di 100 km di costa. E’ stato accertato dagli esperti che una moria di una massa così grande può verificarsi soltanto con un improvvisa mutazione di temperatura delle acque marine. Ad aggravare la situazione successe qualcosa di inspiegabile. Nel corso di un monitoraggio sul territorio di Caronia, un elicottero della protezione civile fu costretto a un atterraggio di emergenza. Tre delle quattro pale presentavano dei danni impressionanti. I piloti, increduli, non riuscivano a capire cosa poteva essere accaduto: le pale non avevano urtato nulla! Ma una fotografia scattata da un reporter, in quel frangente, ha immortalato un misterioso oggetto che sembra seguire l’elicottero.



Due anni dopo l’inizio delle indagini, un fascicolo riservato sfugge di mano finendo così sui giornali di tutta Italia, ecco un estratto
Gli incidenti di Canneto di Caronia potrebbero essere stati un test non aggressivo mirato allo studio dei comportamenti e delle azioni in un indeterminato campione territoriale scarsamente antropizzato.
Molti pensano che questo articolo sia stato semplicemente uno scoop giornalistico, dobbiamo però considerare che l’area marina antistante Canneto è frequentata da unità navali militari. Dunque furono i militari la causa di tutto ciò? Secondo uno dei rapporti della commissione addetta alle indagini, a provocare gli incendi furono fenomeni elettromagnetici di origine artificiale capaci di generare fasci di onde ad altissima frequenza. Il problema è che per generare tali effetti servirebbe l’energia generata da ben 15 centrali nucleari.



Più le indagini andavano avanti dunque e più misteriose erano le cose che si scoprivano. Il fatto strano è che tali indagini si sono interrotte improvvisamente. Secondo i residenti, all’epoca dei fatti, tra le persone che giravano per Canneto di Caronia c’erano dei personaggi alquanto strani, vestiti di nero, che si spostavano con grosse auto scure. Nel 2008 la procura archiviò il caso poiché, secondo loro, gli incendi sarebbero stati provocati volontariamente dagli abitanti. Ma chi avrebbe l’interesse di bruciare la propria casa mettendo a rischio anche la propria vita? Inoltre ci sono molti testimoni, tra cui anche i Carabinieri, che hanno visto gli oggetti prendere letteralmente fuoco da soli.



Autunno 2013, Corleone: nelle case isolate dei contadini sparse nel paesaggio rurale si comincia a sentire un rombo che pian piano si fa sempre più forte. È il rumore assordante delle pale di uno stormo di elicotteri militari, sono dei Black Hawk dell’esercito statunitense. Viaggiano in formazione e a bassissima quota. I contadini non sanno dire da dove arrivino o cosa stiano facendo, il loro arrivo è improvviso e come se fossero in guerra, le squadre speciali si calano con le corde, armate di tutto punto. Alcuni testimoni riferiscono di averli visti piazzare sul terreno delle strane apparecchiature per poi ritornare rapidamente sugli elicotteri e sparire all’orizzonte. Tutto ciò senza dare nessuna informazione al governo italiano, dunque nessuno sapeva che cosa stesse accadendo? Questi episodi si ripeterono più volte, anche a notte fonda, gettando nel panico i contadini che vivevano isolati nelle loro fattorie. Sembra molto probabile che episodi simili si siano registrati anche nelle isole Eolie, proprio dove alcuni sostengono abbiano avuto origine gli impulsi elettromagnetici che hanno colpito Canneto di Caronia. I sospetti si fecero insistenti dopo le fughe di notizie che rivelerebbero le nuove e spaventose armi progettate dal governo americano. Come sappiamo, gli americani hanno sperimentato l’utilizzo di diverse armi durante la guerra in Iraq.



Che tipo di armi? Per capirci, facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo al 28 dicembre 1908. Nello stretto di Messina si verifica un evento catastrofico. In pochi secondi le città di Reggio e Messina vengono completamente distrutte da un terremoto estremamente potente per poi essere travolte da uno tsunami. Ma ciò che stupisce è che a pochi chilometri dall’epicentro del terremoto e nello stesso momento in cui questo iniziò, un’intera flotta navale da guerra russa era in rotta verso le coste della Sicilia. Cosa ci faceva quella flotta nel Mediterraneo? Molti ritengono che si trattò di un’esercitazione, ma è una motivazione alquanto strana dato che la Russia era appena uscita da una rovinosa sconfitta contro il Giappone e non aveva senso concentrare le poche forze rimaste nel Mediterraneo. Erano forse impegnati in una missione segreta? Nessuno lo sa con certezza. Dobbiamo però sottolineare che in quel tempo sarebbe esistita un’arma di cui abbiamo già parlato (cfr. post "Tunguska"), che ha detta del suo inventore (Nikola Tesla), sarebbe stata in grado di inviare fasci concentrati di particelle con un’energia tremenda, tale da scatenare una catastrofe. Solo coincidenze?

lunedì 17 aprile 2017

L'IMPORTANTE E' COMUNICARE

Chi non conosce il dramma delle chat di gruppo? Quelle in cui si è connessi H/24 in tempo reale con gli altri partecipanti? Basta uscirne, direte. Ma "pare brutto"! Nelle’era dei social, un abbandono è come un tradimento. Ed è la stessa app a farlo notare: "Franco ha abbandonato il gruppo". Abbandonare significa lasciare per sempre o almeno per molto tempo persone o cose e anche cessare di curarsi di qualcuno.
Un dramma? Ma io non ho abbandonato il gruppo, ho solo lasciato il bla bla bla che avvolge tutto in una massa indistinta, da dove si fatica a tirar fuori le informazioni importanti. Venticinque squilli o vibrazioni di "grazie" al rappresentante del gruppo solo perché ha pubblicato un file, altrettanti, se non di più, per augurare un "buon giorno", a che servono? Comprendo ed apprezzo la cordialità, ma non un delirio che trascende la normale comunicazione.