Cerca nel blog

domenica 15 ottobre 2017

DIABILITA'



L’avete visto anche voi: non si trattava di una fake news: quel messaggio pieno di insulti nei confronti di una persona in carrozzina era vero! La foto del cartello affisso, un sabato di agosto, da un automobilista multato per aver parcheggiato in un posto riservato ai disabili ha fatto il giro del web, suscitando indignazione e rabbia, tanto che la procura di Monza ha aperto un'inchiesta contro ignoti per diffamazione aggravata.
Il testo del cartello diceva: "A te handicappato che ieri hai chiamato i vigili per non fare due metri in più vorrei dirti questo: a me 60 euro non cambiano nulla, ma tu rimani sempre un povero handicappato. Sono contento che ti sia capitata questa disgrazia"
Un episodio che ha colpito tutti. Ma fino a che punto e fino a quando dura la nostra indignazione?
Il mondo di chi vive con una disabilità o con una limitazione nel movimento è costellato da mille difficoltà, non solo fisiche.
Quante volte vi è capitato di trovare un parcheggio riservato ai disabili occupato da un'altra auto? Molte persone non hanno ancora capito le motivazioni che ci sono dietro una norma che riserva alcuni parcheggi ai disabili: viene vissuta come un'imposizione. E anche in altre occasioni, come dare la precedenza nelle code o lasciare il posto su un mezzo di trasporto pubblico, non sempre diamo il meglio di noi stessi. I disabili affermano che solo in rare occasioni le persone del vicinato si sono dimostrate rispettose, anzi si lamentano di aver ricevuto aiuto "solo qualche volta". Anche a scuola o sul lavoro c'è ancora tanto da fare: dichiarano che, a volte, si sono sentiti discriminati da colleghi o compagni di classe, dagli insegnanti o dai responsabili in ufficio. 

 

La disabilità è una percezione diffusa: più di quattro Italiani su dieci (persone tra i 45 e 80 anni) sostiene di avere uno o più problemi fisici o disabilità che comportano difficoltà di movimento (a differenti livelli) nella vita quotidiana: molte delle persone percepiscono anche la limitazione nel movimento dovuta alla vecchiaia alla stregua di una disabilità o di una malattia. Di questo campione rappresentativo, meno della metà (il 40%) è considerata dallo Stato come invalido. L'invalidità è maggiormente concentrata nelle Isole (22%), poi al Centro (18%), nel Sud (16%) e per finire nel Nord Ovest (13%) e nel Nord - Est (11%).
Tutte queste persone, in un modo o nell'altro, devono organizzarsi per sopperire a difficoltà ed impedimenti dovuti alla necessità di spostarsi. Si riscontrano situazioni di ingiustizia in cui le persone disabili a volte si ritrovano per colpa di uno Stato poco generoso e di una società civile non sempre all'altezza del suo nome. 
 
 
I livelli di assistenza sono molto carenti. Così familiari e amici sono chiamati a sopperire alle voragini del sistema. I LEA prevedono vari tipi di servizi in relazione al tipo e al grado di disabilità, ma tutto è vincolato ai budget delle amministrazioni.
La situazione varia parecchio da una regione all'altra. Un esempio: il trasporto del disabile motorio dalla propria abitazione ai luoghi di cura, in alcune regioni è offerto da servizi convenzionati e associazioni, in altre è coperto dall’amministrazione locale. Ma in molti centri urbani il trasporto pubblico è praticamente inesistente e quindi il disabile per spostarsi è costretto a pagare un taxi o ad avvalersi del supporto di familiari, amici o conoscenti.
Per quanto concerne le barriere architettoniche, in Italia è un disastro. Si dovrebbe provvedere (come è stato già fatto a Milano) a censire le barriere architettoniche non solo in strade e piazze, ma anche in luoghi e impianti di pubblico interesse (uffici pubblici, impianti sportivi, mezzi di trasporto, etc.) e programmare il loro abbattimento entro un ragionevole lasso di tempo definendo priorità e obiettivi. Questa è un’esigenza di civiltà rispetto alla quale, anche a livello legislativo, l’Italia si trova all’età della pietra. Pensate che, già dal 1990 gli Stati Uniti hanno introdotto l'Americans with Disabilities Act, un provvedimento che ha imposto la concreta eliminazione di ogni discriminazione nei confronti di chi ha ridotte capacità di movimento, sia negli spazi pubblici sia in quelli privati. Il fatto che in Italia non se ne parli neppure è una vergogna. Si assiste spesso alle banali esibizioni di candidati sindaci che sotto elezioni si fanno ritrarre su una sedia a rotelle, promettendo attenzioni poi sistematicamente disattese.

domenica 8 ottobre 2017

SMARTPHONE RIGENERATI


Rigenerare smartphone usati per poi rimetterli sul mercato ha una doppia valenza. La prima, di tipo ecologico, permette di dare una seconda vita al dispositivo, che viene riparato e reintrodotto nel ciclo commerciale riducendo così lo spreco di energia e materie prime; la seconda persegue un obbiettivo etico-sociale, consentendo anche a chi non può permetterselo di avere uno smartphone di alta gamma.
Secondo una recente ricerca di Deloitte, il 44% degli italiani cambia smartphone appena esce un nuovo modello di suo gradimento. Il 56% invece dichiara di poter acquistare un cellulare nuovo solo in caso di necessità. Si possono avvicinare le esigenze di questi due gruppi, comprando i dispositivi usati da chi può permettersi un telefono nuovo ogni 12-18 mesi per rigenerarli e rivenderli ai consumatori più sensibili al prezzo.
Un'indagine ha dimostrato che più del 52% degli Italiani detiene il vecchio telefono a casa, inutilizzato. Il che è un peccato. Tuttavia, chi decidesse di acquistare un prodotto ricondizionato, deve stare attento alle trappole: i rivenditori sono tenuti a seguire alcune regole ben precise.
 
 
Il primo aspetto a cui prestare attenzione è il canale di vendita: quelli privati o non autorizzati sono sicuramente da evitare per non incorrere in prodotti che non funzionano o in vere e proprie truffe. Se gli acquisti avvengono sul web, meglio comprare sempre da shop online che hanno sortito delle buone recensioni da parte degli utenti. In effetti, le aziende ecommerce specializzate in ricondizionati hi-tech sono numerose: Amazon, Mediaworld, eBay, la stessa Apple e tanti altri famosi rivenditori online dedicano una sezione specifica ai prodotti di elettronica rigenerati.
Per chi valuta un acquisto di questo tipo, ecco altre accortezze utili da conoscere:
  • il rivenditore è tenuto a indicare le condizioni in cui versa il prodotto rigenerato al momento della vendita: alcuni mettono a disposizione una descrizione dettagliata sulle condizioni dell'apparecchio, altri invece lo inseriscono in una “classe”. Nella “classe A” avremo prodotti in condizioni estetiche buone o molto buone, in “classe B” i dispositivi con qualche difetto esteriore visibile, ma pur sempre accettabile e così via.
  • Attenzione alla dotazione: se il rivenditore indica la presenza di accessori come il cavo USB o l'adattatore alla presa di corrente, verificate che anch'essi siano perfettamente funzionanti.
  • Quando l’acquisto viene effettuato sul web, controllate che le immagini che vengono mostrate non provengano da un catalogo. Se non è chiaro, chiedete direttamente al venditore di poter vedere foto reali del prodotto.
  • la batteria è un aspetto delicato, perché dopo numerose ricariche diventa meno performante. Chi rigenera smartphone e tablet a volte indica che la batteria è stata sostituita con una nuova, in caso contrario considerate che potrebbe esserci ancora la batteria originale, che potrebbe non durare quanto una nuova.

 
 
È buona pratica per il venditore allegare una scheda che descriva gli interventi eseguiti per la rigenerazione del prodotto. In ogni caso, anche i ricondizionati sono soggetti a garanzia, seppur ridotta rispetto a quella di uno stesso prodotto nuovo. La garanzia minima di un ricondizionato ha una durata di 12 mesi (contro i 24 mesi previsti dalla legge per qualsiasi prodotto acquistato nuovo). La garanzia copre quindi tutte le promesse fatte dal venditore riguardo alle caratteristiche dell'oggetto venduto. Il consumatore potrà rivendicarla ed esigere sostituzione, riparazione o rimborso in tutti i casi in cui il prodotto ricondizionato da lui acquistato non si comporti effettivamente come se fosse un apparecchio nuovo.

venerdì 6 ottobre 2017

SMETTERE DI FUMARE


Diciamolo subito: chi vive lo stop al fumo come un’imposizione ha meno probabilità di riuscire a smettere di fumare. Per le donne è più difficile smettere ma, se ci riescono, poi aiutano anche amici e compagni. Innanzitutto, si ha  bisogno di una motivazione forte e duratura. La gravidanza, per esempio, è una fortissima motivazione ma a breve termine, così come pure alcune malattie. Anche i fallimenti aiutano: analizzando cosa è andato storto in passato si cerca di non rifare gli stessi errori. Per i giovani, di solito, è più dura: hanno meno paura di ammalarsi e di morire.
 
Le terapie alternative come l’agopuntura e l’ipnosi non hanno dimostrato un’efficacia definitiva ma, per fortuna, esistono i Centri antifumo. Chi approda a questi Centri, di solito, ha già tentato di smettere da solo. Vi si accede tramite la richiesta di visita specialistica, fatta dal nostro medico curante, per un percorso di disassuefazione. Eventualmente il medico prescriverà anche una spirometria. Il paziente si sottopone a una visita pneumologica che contempla l’anamnesi, anche familiare, i precedenti tentativi di smettere, i metodi usati, i fallimenti e la durata dei periodi di astinenza. Si valutano una serie di parametri personali, desideri e paure, si misura il monossido di carbonio (CO) esalato nell’aria espirata e si effettua un prelievo del sangue per personalizzare sia la diagnosi sia la terapia: ogni fumatore è diverso dall’altro. C’è una correlazione tra l’espressione di alcuni geni, recettori della nicotina, e la difficoltà di smettere di fumare.
Il percorso prevede visite trimestrali durante le quali si misura sempre il monossido di carbonio.
 
La terapia sostitutiva della nicotina, contempla tutta una serie di prodotti: dai cerotti alle caramelle, dalle gomme agli spray. I farmaci che richiedono la ricetta medica, hanno principi attivi come la vareniclina, il bupropione e la citisina. Varelinclina e citisina hanno un effetto simile a un vaccino e fanno star male chi fuma quando li assume, ma sono controindicati per chi ha problemi renali. Quando, invece, bisogna intervenire sull’umore evitando, per esempio, che il paziente tenda a ingrassare si prescrive il buproprione, non privo di rischi, in quanto ha un potenziale impatto sul fegato.

domenica 24 settembre 2017

L'ULTIMO DEI DINOSAURI


La criptozoologia fu fondata da Bernard Heuvelmans (Le Havre 1916 - Parigi 2001) dottore in zoologia presso la Libera Università di Bruxelles.
Con questo termine lui intendeva indicare quella ricerca sistematica di animali ancora sconosciuti di cui la scienza ufficiale non teneva conto e presso la quale questa ricerca non godeva di una buona reputazione.
Ma anche la scienza ufficiale ha le sue pecche. Tra tutti i casi di debacle assoluta delle cosiddette “certezze scientifiche” Heuvelmans amava citare in particolare la scoperta, avvenuta in Australia nel 1805, di un mammifero simile alla lontra ma con le zampe ed il becco d’anatra. Poiché inizialmente era giunta alla Società Zoologica di Londra soltanto la pelle di questo animale, imbalsamato, tutti pensarono ad uno scherzo dei soliti burloni ed abili falsificatori. Oltretutto seguirono voci, sempre provenienti dall’Australia, secondo cui quel mammifero deponeva le uova ed allattava i piccoli appena usciti dal guscio: era troppo! Buttata così la cosa, neanche l’evidenza avrebbe potuto far ricredere i custodi della tradizione scientifica su come stavano in realtà le cose. Dovettero passare infatti 67 anni prima che la scienza riuscisse a trovare la serenità d’animo e la lucidità necessaria per accogliere nel suo seno l’evidenza che l’ornitorinco esiste!
Proprio per evitare di cadere in convinzioni sbagliate, o giungere a conclusioni generiche, Heuvelmans invocava estrema cautela nella ricerca degli animali sconosciuti o arbitrariamente ritenuti estinti poiché, per quanto abbiamo detto, non si può escludere a priori che i plesiosauri, ritenuti estinti da 65 milioni di anni, siano in realtà ancora vivi.

 

Da un punto di vista prettamente scientifico, l'Africa è un autentico paradiso per i criptozoologi: questa meravigliosa terra, infatti, è una delle poche sul nostro pianeta che non ha subito le glaciazioni quaternarie: questa condizione potrebbe aver reso possibile la sopravvivenza di animali del passato estintisi negli altri continenti. Sul Continente Nero, inoltre, sono ancora presenti intricatissime foreste che potrebbero dar rifugio anche ad animali di grossa taglia.
Agli inizi del ‘900, infatti, in una foresta nella regione dell’Ituri, un territorio nel nord della Repubblica Democratica del Congo, l’uomo bianco avvistò per la prima volta quello che le tribù pigmee chiamavano da sempre Okapi, cioè un antenato della giraffa ritenuto estinto da 35 milioni di anni (dall’epoca dell’Oligocene) e indicato adesso col nome scientifico di Okapia johnstoni.
Sarebbe plausibile, quindi, poter scorgere, negli stessi luoghi, anche il Mokele Mbembe, una gigantesca creatura che, dalle descrizioni della popolazione locale, sembrerebbe molto simile a un diplodoco, un dinosauro erbivoro.
I primi resoconti furono forniti dallo zoologo James H. Powell che, mentre era intento a studiare i coccodrilli in Gabon, ebbe l'occasione di raccogliere molte testimonianze, da parte degli indigeni, circa un grande animale che si nasconde nelle acque più inaccessibili della jungla. Powell, incuriosito da questi racconti, decise di parlare con lo stregone di un villaggio sul fiume Ogovè, il quale gli disse che N'yamala (così veniva chiamata dagli indigeni di quel villaggio) era ghiotta dei frutti di una pianta chiamata 'cioccolato della jungla' che cresce sulle sponde dei corsi d’acqua. Lo zoologo mostrò allo stregone alcune foto di diversi animali come ippopotami ed elefanti, poi gli mostrò il disegno di un diplodoco e lo stregone lo riconobbe subito come la loro creatura sacra. In altre zone la creatura viene chiamata Mokéle Mbembe che tradotto significa letteralmente "Colui che ostacola il flusso dei fiumi" riferito probabilmente alla sua enorme mole.
 

Dai dati raccolti, questa misteriosa creatura sembrerebbe abitare le paludi del Likouala, un territorio estremamente vasto, fatto di foreste paludose a circa 800 chilometri dalla capitale del Congo, Brazzaville. La prima descrizione di questo animale, ci giunge dal lontano passato ad opera di un missionario francese, Lievain Bonaventure Poyart che, nel 1776, descrisse per la prima volta l'animale definendolo un ibrido fra un elefante, un leone e un ippopotamo, con un collo da giraffa e una lunga coda da serpente, le cui impronte misuravano 3 piedi (circa un metro).
Nel corso degli anni si sono avvicendate numerose testimonianze soprattutto da parte di esploratori. La zona del lago Tele, in Camerun, fu oggetto di parecchie spedizioni americane alla ricerca del Mokele Mbembe. Nel 1909, durante una spedizione alla quale prese parte il naturalista Carl Hagenbeck e il tedesco Hans Schomburgh, vennero raccolte molte testimonianze su un mostro metà elefante e metà drago. Nel 1913 vi fu un'altra spedizione ad opera del capitano Freiher von Stein zu Lausnitz che, recatosi in Africa per tracciare mappe dettagliate del Camerun e del Congo (all'epoca province tedesche), avvistò il Mokele Mbembe. Venne descritto come un animale poco più grande di un ippopotamo, con la pelle grigiastra e levigata che abitava le aree vicine ai fiumi Sangha, Ubangi e Ikelemba. Il manoscritto di von Stein recita: «Le descrizioni generali dei nativi convergono tutte su di un unico modello: l'animale è di colore bruno-grigiastro e possiede una pelle liscia, le sue dimensioni sono quelle di un elefante o perlomeno di un ippopotamo. Si dice che abbia un collo lungo e flessibile ed un solo dente, ma molto grande, alcuni dicono che si tratta di un corno. Alcuni parlano di una lunga coda muscolosa simile a quella dei coccodrilli. Le canoe che attraversano il suo territorio sono destinate ad affondare, l'animale attacca le imbarcazioni e ne uccide l'equipaggio, ma senza divorarne i corpi. Si dice che viva nelle grotte e che salga sulla riva in cerca di cibo, la sua dieta è completamente vegetale. Il suo cibo preferito mi fu mostrato, era una sorta di liana dotata di grandi fiori bianchi, una linfa lattiginosa ed un frutto simile per forma ad una mela che gli indigeni chiamano Malabo»

 

Nel 1920 venne organizzata una spedizione da parte dello Smithsonian Institute; dopo sei giorni le guide africane trovarono delle enormi impronte sulla sponda di un fiume e udirono strani ruggiti non assimilabili ad alcun animale conosciuto. Nel 1932 Ivan Sanderson, un criptozoologo americano, trovò delle tracce simili a quelle lasciate da un ippopotamo, in una zona dove non vivevano questi pachidermi: gli indigeni le identificarono come quelle del 'mgbulu-eM'bembe'.
Nel 1980 Powell, insieme al criptozoologo Roy P. Mackal, docente all'università di Chicago, guidò una nuova spedizione nei pressi del lago Tele. I due scienziati raccolsero numerose testimonianze nei pressi del fiume Likouala e anche se non trovarono il Mokele Mbembe, riuscirono a mettere insieme una descrizione abbastanza accurata e trovarono molti indizi, come strane impronte, solchi e passaggi nella vegetazione non attribuibili ad animali conosciuti. L'animale grazie al lungo collo, raccontano gli indigeni, sarebbe capace di raccogliere i frutti sulle sponde del fiume senza uscire dall'acqua. Un pescatore raccontò di essersi imbattuto nella creatura nel 1915. In quello stesso periodo, si narra che, i pigmei costruirono una barriera di pali posti all'ingresso del lago Tele poiché quelle creature stavano compromettendo la pesca, ma due Mokele Mbembe cercarono di sfondare la barricata e uno venne ucciso. Coloro che ne mangiarono le carni morirono avvelenati.
Un'altra spedizione sul lago Tele venne organizzata, sempre nel 1980, dagli americani Herman Regusters e sua moglie Kia, che nei pressi del lago avvistarono una creatura lunga una decina di metri. I coniugi la fotografarono, tuttavia il soggetto di questa foto è incerto.

 

Nel 1981, la spedizione formata da J. Richard Greenwell, Justin Wilkinson, Roy Mackal e lo zoologo congolese Marcellin Agnagna dello zoo di Brazeville, partì alla volta del fiume Likouala. Lì gli esploratori sentirono i richiami di un grosso animale poi avvistato nelle acque vicino Epena; inoltre trovarono una serie di strane impronte e una pista di rami spezzati. Due anni più tardi, nel 1983, Agnagna tornò sul lago Tele e riferì di aver visto personalmente la creatura. Secondo il suo racconto, lo zoologo vide qualcosa che si muoveva nell'acqua a circa 300 metri di distanza, dunque cercò di avvicinarsi addentrandosi nella palude. Riuscì a distinguere la testa e il collo dell'animale. Descrisse la testa come rossastra, con occhi ovali e un naso sottile. Il dorso era scuro e lucido, lungo circa quattro metri. Agnagna scattò diverse foto ma, a causa dell'eccitazione del momento, non si accorse di aver dimenticato di togliere il copriobiettivo. Lo zoologo affermò che l'animale era un rettile sconosciuto alla scienza.
Per vedere il primo video del Mokele Mbembe bisognò aspettare il 1987. Fu realizzato da una spedizione giapponese intenta a realizzare un documentario sulle foreste africane. Mentre la troupe sorvolava il lago Tele con un piccolo aereo da turismo, avvistò qualcosa che si muoveva nell'acqua. Il cameraman cominciò subito a riprendere: l'animale si spostava abbastanza velocemente lasciandosi dietro una scia, si riusciva anche ad intravedere un collo e una testa, tuttavia la definizione del video non permette un analisi accurata. Realizzarono un video di circa 15 secondi, dopodiché la creatura si immerse.

 

Il 1992 vide protagonista William Gibbonsche, accompagnato dall'esploratore Rory Nugent, sulle tracce del Mokele Mbembe. Esplorarono gran parte del fiume Bai e dei laghi Fouloukuo e Tibeke, vicini al lago Tele. Riuscirono a scattare due interessanti fotografie sull'ormai famoso lago Tele, di cui una abbastanza convincente che potrebbe mostrare la testa del Mokele Mbembe. La scarsa nitidezza dell'immagine lascia comunque perplessi.
Ritenere che questa creatura sia solo una leggenda sarebbe superficiale: le numerose testimonianze raccolte dalle tribù che vivono nelle foreste inesplorate del continente nero confermano la reale esistenza di questo animale. Le descrizioni fornite dai testimoni concordano sulle sue caratteristiche peculiari, cioè collo lungo e corpo robusto, quattro zampe tozze e coda possente. Questa descrizione farebbe pensare ad un sauropode di piccole dimensioni, tesi avvalorata anche dalle impronte a tre dita, caratteristiche dei dinosauri, rinvenute in varie occasioni. Inoltre, sono state spesso mostrate ai pigmei che vivono in quella zona, disegni di dinosauri ed essi li hanno subito riconosciuti come il Mokele Mbembe e i pigmei non hanno modo di studiare i fossili preistorici, l'unica spiegazione è che abbiano davvero visto qualcosa di simile.
Il mistero, per ora, permane, ma sono in programma altre spedizioni: non sappiamo cosa ci riserva il futuro.

martedì 19 settembre 2017

CREATURE LEGGENDARIE


Occasionali voci provenienti dall’Asia centrale ci tramandano storie di esseri antropomorfi ricoperti da una folta peluria. Sono molti i nomi con cui  le popolazioni locali li designano, poiché in questa vasta regione si parlano molte lingue. In Mongolia li chiamano Almas e sono considerati una specie umana inferiore. Fu un aristocratico bavarese, Hans Schiltberger, fra i primi europei a fornire una descrizione degli Almas.
“Sulle montagne vive un popolo selvaggio che non ha nulla in comune con la razza umana – scrisse Schiltberger nel 1400 – il corpo di questi esseri è ricoperto di pelo. Soltanto le mani e la faccia ne sono prive. Si aggirano in mezzo alle alture nutrendosi di fogliame ed erba e di quant’altro trovano. Il Signore di questi territori donò a Egidi (Principe mongolo n.d.r.) una coppia di questi esseri catturati nei boschi, insieme a tre piccoli cavalli delle dimensioni di un asino.”
È proprio l’accenno a questi piccoli equini che conferisce maggior credibilità al suo racconto. Infatti, nel 1871 un esploratore russo, Nikolai Przewalski, durante una spedizione compiuta in mongolia, udì i racconti che parlavano degli uomini selvaggi e inoltre, riportò con se alcuni cavallini selvaggi: probabilmente della stessa razza di quelli descritti da Schiltberger, che oggi sono chiamati comunemente cavalli di Przewalski.

Alcuni studiosi sia Russi, sia Mongoli, hanno continuato a interessarsi alla questione degli Almas: le descrizioni che hanno ottenuto sono in genere moto simili. Questi primati sarebbero di statura media (m. 1,70) e coperti di un fitto pelame scuro. Le braccia, lunghe, arrivano fino al ginocchio, le spalle sono curve, il torace stretto. Camminano tenendo le ginocchia flesse e corrono goffamente, ma abbastanza velocemente da non lasciarsi catturare. Hanno la fronte sfuggente con la cresta ossea immediatamente sopra gli occhi. La mandibola è pronunciata, ma priva di mento. I piedi sono larghi, con le dita divaricate e l’alluce, più piccolo che nell’uomo, si trova distante dalle altre dita. Le mani, invece, sono molto simili alle nostre. Sembra abbiamo abitudini notturne ed evitano accuratamente ogni contatto con gli uomini sebbene, di tanto in tanto, vengano avvistati nelle vicinanze di qualche fattoria: apprezzano i campi di grano.
Ogni tanto si sente dire che un Almas è stato catturato. Nel 1910 uno zoologo russo V. A. Khaklov, riportò le asserzioni di un mandriano il quale gli confermò di aver osservato una femmina della specie che era stata catturata dagli agricoltori, tenuta in cattività per qualche tempo e infine liberata.
 
Più strabiliante è la storia di Zana, una femmina di Almas che, pare, visse nel XIX secolo come schiava in una fattoria del Caucaso. Si ignora come fosse stata catturata e quante volte avesse cambiato padrone. Alla fine, un certo Edgi Genaba l’aveva condotta in catene nella sua fattoria, sulle rive del fiume Movki e l’aveva chiusa in un recinto. Sulle prime, si era dimostrata feroce e violenta, tanto che nessuno osava entrare nello stabbio e la nutrivano gettandole del cibo oltre il muro. Dopo tre anni di reclusione, si era ammansita abbastanza da poter essere spostata all’interno di uno steccato e di lì a poco le avevano consentito di muoversi liberamente. Aveva la pelle scura e ricoperta di un pelame nero rossiccio, una massa nera e ispida di capelli le scendeva dal capo come una criniera. La faccia era spaventosa: i denti, simili a zanne, spiccavano sulle mascelle robuste. Aveva alti zigomi e il naso schiacciato. Era vigorosissima.
Zana non imparò mai a parlare: emetteva unicamente dei borbottii indistinti. Col tempo apprese a svolgere varie mansioni, ma poteva lavorare solo all’aperto perché non sopportava di stare al chiuso in ambienti riscaldati. Nel 1964 lo storico russo Boris Porshnev visitò il luogo in cui era vissuta Zana sperando di riuscire a ottenere notizie di prima mano dalla gente del posto. Porshnev parlò con molti anziani che asserivano di averla conosciuta e di essere stati al suo funerale, ma la cosa più eclatante fu, senza dubbio, la visita che egli fece a due presunti nipoti di Zana.
Zana, per quanto sembri incredibile, sarebbe rimasta incinta più volte, a quanto pare, con uomini diversi. La gente del villaggio gli aveva sottratto i piccoli affinché crescessero in famiglie del posto. In tal modo sarebbero sopravvissuti due maschi e due femmine. I mezzosangue erano normali nell’aspetto tranne che per il colorito, assai più scuro. Avevano imparato a parlare e a comportarsi normalmente, ma erano indocili e ribelli. Il più giovane dei maschi, Khvit, lavorava nei campi e chi lo conobbe lo descrisse come robustissimo, un tipo con cui era difficile trattare, sfrenato e turbolento. Porshnev riferì di aver incontrato, pochi anni dopo la morte di Khvit, i suoi due figli.
“Non appena vidi i nipoti di Zana, fui colpito dal loro aspetto negroide e dalla pelle molto scura – scrisse – I muscoli mascellari di Shalikula, il maschio, erano straordinariamente sviluppati: riusciva a sollevare con i denti una seggiola con un uomo seduto sopra.”

Impiegò gli anni successivi a cercare i resti di Zana nel cimitero della famiglia Genaba. Riuscì a trovare parte delle spogli, vagamente neandertaliane, di quello che parrebbe uno dei figli di Zana, ma di lei nessuna traccia. Porshnev si convinse che gli Almas sono gli ultimi sopravvissuti degli uomini di Neanderthal, ritenuti estinti circa quaranta milioni di anni fa e reputati come una specie umana affine alla nostra. La presunta affinità significa che l’uomo di Neanderthal e gli altri uomini avrebbero potuto dar vita a un incrocio, anzi sembra provato che i Neanderthaliani non si estinsero, ma si fusero con la specie umana predominante.
Negli anni ottanta del millenovecento, Marie Jeanne Koffmann, anatomista e alpinista russa, dedicò molti dei suoi anni a raccogliere ed analizzare notizie sugli Almas. Ne dedusse che, per effetto delle pressione demografica, nel Caucaso, la popolazione degli Almas  si stava già avviando rapidamente all’estinzione.
“Gli avvistamenti, una volta molto frequenti, sono diventati rari. Fra non molto – scrisse – gli Almas potrebbero aggiungersi al cavallo di Przewalski nell’elenco delle specie selvatiche scomparse.”
Quale sia il loro destino, gli Almas costituiscono un enigma avvolto ufficialmente nello scetticismo e nella segretezza tipicamente sovietica. E quand’anche ci fosse una prova tangibile della loro esistenza, fosse anche un cadavere o un esemplare vivo in cattività, il resto del mondo lo ignora.  

venerdì 15 settembre 2017

RAGAZZI A SCUOLA: UNA GRANDE RESPONSABILITA'


La responsabilità della scuola nei confronti degli alunni minorenni non finisce allo scadere dell’orario scolastico.
Su questo tema, la Corte di cassazione ha chiarito che il dovere della scuola di sorvegliare i ragazzi dura fino a che questi non vengano affidati ai genitori o a persone da questi incaricate. In caso di danni, provocati o subìti da alunni minorenni lasciati uscire da soli dai cancelli dell’istituto, la responsabilità ricade sull’insegnante che ha tenuto lezione all’ultima ora, che avrebbe dovuto controllarli fino all’arrivo di un adulto.
 
La Corte di cassazione si è occupata del caso concreto di un ragazzino di prima media investito da un autobus che l’alunno stava rincorrendo appena uscito dai cancelli della scuola. I giudici hanno ritenuto responsabili dei danni più soggetti: il conducente del bus, il Comune (la fermata dello scuolabus non era chiaramente indicata da cartelli e segnaletica) e anche l’insegnante che aveva tenuto la lezione dell’ultima ora, che avrebbe dovuto controllare, davanti ai cancelli della scuola, che i ragazzi salissero in sicurezza sul pullmino. La Cassazione ha individuato anche la responsabilità della preside, che avrebbe dovuto verificare la presenza dell’insegnante all’uscita della scuola  e che avrebbe dovuto da tempo chiedere al Comune di provvedere a realizzare una vera e propria fermata dello scuolabus.
 
Ricordiamo anche che, secondo la legge, agli insegnanti statali non può essere chiesto alcun risarcimento diretto per quella che si definisce “omissione di vigilanza”. Se la negligenza nel controllo dell’alunno da parte della maestra è accertata (il dovere di vigilanza va commisurato all’età dello scolaro e al suo grado di maturità), tocca al ministero dell’Istruzione risarcire il danno subìto dal ragazzo durante le ore scolastiche. Poi, eventualmente, il ministero stesso si rifarà sull’insegnante che ha agito con colpa grave o dolo, chiedendole la restituzione di quanto versato per il risarcimento dei danni.

sabato 9 settembre 2017

IL CASO SHANTI DEVI




Fonti religiose asseriscono che, quando un bambino sostiene di ricordare una vita precedente, in realtà accade che un'entità, uno spirito maligno, ha assunto il controllo della sua mente e le informazioni provengono dallo spirito e non dal presunto bambino rinato.
Sono abbastanza scettico. In primo luogo, non vi sono prove a sostegno di questa tesi, poiché la possessione nei bambini piccoli è estremamente rara, sempre ammesso che si verifichi. Inoltre, per essere posseduti da un demone occorre maturare delle convinzioni: la possessione avviene solo se si crede. In effetti, nessun ateo è mai incorso nella possessione. Potemmo definirla una sorta di corteggiamento: funziona solo se si è sedotti. Nella maggior parte dei casi, questi bambini fanno le loro affermazioni su una vita precedente in maniera piuttosto spontanea, pienamente consapevole e non in uno stato alterato di coscienza.
Il caso di Shanti Devi è uno dei più documentati e in assoluto, il più straordinario. Molti considerano questo caso come la prova definitiva che la reincarnazione è possibile.



Shanti Devi nacque a Delhi, in India, nel 1926 da una famiglia agiata. Quella che sembrava una bambina del tutto normale iniziò, già all’età di quattro anni, a richiamare l’attenzione di coloro che la circondavano. Iniziò a parlare in modo molto articolato, ma quello che stupiva era la storia che ripeteva in continuazione. Shanti raccontava una drammatica sequenza di eventi, infatti questa piccola bambina raccontava di aver vissuto una vita precedente sotto il nome di Lugdi, che era la moglie di un uomo chiamato Kedarnath. I dettagli non si fermano qui, diceva anche di avere tre figli e che vivevano tutti a Mathura, una città che si trova circa a 150 chilometri da Delhi. I genitori, inizialmente, credettero che la fantasia della bambina generasse queste storie così strane ma, successivamente, Shanti iniziò a fornire più dettagli. La bambina non soltanto raccontava di avere una famiglia precedente, ma riusciva a ricordare la città di Mathura parlando delle sue vie e ovviamente si ricordava anche dell’indirizzo della casa dove era vissuta. Ripeteva la sua storia fino a diventare una vera e propria ossessione, cercava in tutti i modi di convincere i suoi attuali genitori che era tutto reale.
Temendo a quel punto che soffrisse di un disturbo psicologico, i suoi si misero in contatto con dei medici. Shanti, come sempre, raccontò di nuovo la sua storia ma in questo caso aggiunse anche un particolare che rendeva la vicenda ancor più drammatica. Ricordava di essere morta durante il parto del suo terzo figlio verso la fine del 1925, ossia un anno prima della sua seconda nascita. Non del tutto convinto, il medico gli chiese che cosa fosse per lei un parto e la bambina descrisse tutto il quadro: lo stress fisico e mentale al quale solo una donna in quello stato viene sottoposta, dettagli ed emozioni che solo una donna matura che aveva partorito era in grado di raccontare. I medici e gli psicologici che l’ascoltarono nei diversi anni di analisi, test e prove di diversa natura, giunsero sempre alla stessa diagnosi: Shanti era una bambina sana sia psicologicamente che fisicamente e quello che raccontava non erano sogni, allucinazioni o fantasie, ma veri e propri ricordi anche se scientificamente inspiegabili. Quando Shanti compì nove anni, suo zio, il Professor Kishen Chand, decise di fare qualcosa che fino ad allora a nessuno aveva ancora fatto: scrisse una lettera a Kedarnath, il presunto ex marito di Shanti e la inviò all’indirizzo di Mathura che la ragazzina aveva ripetuto così tante volte.




Mentre mille dubbi e paure consumavano le menti della famiglia di Shanti, a 150 chilometri da Delhi, quella lettera giungeva a destinazione. Pandit Kedarnath Chaubey aprì una lettera indirizzata a suo nome, dove un certo professor Kishen Chand scriveva una storia incredibile chiedendogli di recarsi il prima possibile a Delhi per poter incontrare una bambina di nome Shanti. Kedarnath, incredulo, inizialmente si dimostrò diffidente. Spaventato e preoccupato decise, prudentemente, di rimanere a Mathura e contattò un suo parente che risiedeva a Delhi, spiegandogli la situazione. Scrisse quindi una lettera a suo cugino chiedendogli esplicitamente far visita alla famiglia di questa ragazzina e di osservare la situazione per comprendere bene il mistero che si celava dietro questa faccenda.
Il cugino di Kedarnath, Knajimal, in incognito, fece delle ricerche riguardo alla famiglia misteriosa. Inizialmente chiese ai vicini sulla reputazione dei Devi, ma tutti risposero che erano delle brave persone, successivamente per completare la sua missione s’inventò una scusa di natura commerciale per farsi invitare a cena dalla famiglia. La sera in cui si presentò in casa dei Devi, Shanti stava aiutando sua madre in cucina e non appena avvertì il suono alla porta si precipitò ad aprirla per scoprire di chi si trattasse. Passarono alcuni minuti prima che la mamma di Shanti, allarmata per non aver sentito più alcun rumore, si presentò di persona a ricevere l’ospite. Quello che vide fu una scena alquanto strana: la piccola Shanti era rimasta bloccata, completamente attonita alla vista di Knajimal. L’uomo si presentò come il fratello di Kedarnath ma la piccola squadrò il soggetto e disse che non era vero, lui era il cugino di Kedarnath. Knajimal non credeva alle sue orecchie, com’era possibile che quella bambina conoscesse un legame così preciso? Durante l’incontro Shanti venne interrogata su diversi aspetti della sua vita precedente, ma lei rispose immediatamente a tutte le domande e senza mai dubitare, fornendo dettagli tanto precisi da sconvolgere il loro ospite e soprattutto i suoi familiari. Insomma avevano di fronte la prova che la reincarnazione è possibile. Ad un certo punto Knajimal emozionato si mise a piangere e dovette confessare di non essere il fratello di Kedarnath ma suo cugino, rivelò inoltre le sue vere intenzioni e confermò ogni parola che la bambina ripeteva dai suoi quattro anni di età, ossia che suo cugino, Kedarnath, viveva a Mathura con i suoi tre figli ed era rimasto vedovo nel 1925. Uno dei dettagli più incredibili di quell’incontro fu che quella piccola bambina di 9 anni conosceva perfettamente il dialetto della lingua locale di Mathura e sapeva anche dove avevano nascosto dei soldi in caso di emergenza.




Knajimal, ancora incredulo, scrisse a suo cugino implorandogli di presentarsi il prima possibile a Delhi per sentire con le proprie orecchie questa ragazzina che parlava di cose che solo la sua ex moglie poteva sapere. Kedarnath ancora molto diffidente ma incuriosito rispose attraverso una lettera dicendo che si sarebbe presentato insieme alla sua famiglia. Detto fatto! Si presentò a casa dei Devi insieme a suo cugino e a uno dei suoi figli il 13 novembre del 1935. Cercarono di depistare Shanti ancora una volta: Kedarnath si presentò a tutti come il fratello di Knajimal ma la bambina scoprì l’arcano dicendo che non era affatto vero e che lui in realtà era il suo ex marito ed affermò che quando lei era in vita si chiamava Lugdi. La piccola inoltre vedendo suo figlio si mise a piangere e lo abbracciò con forza. Il bambino si chiamava Navneet e anche se non era mai riuscita a conoscerlo perché era morta durante il suo parto, disse che la sua anima e il suo spirito sapevano che fosse proprio lui. Gli regalò tutti i suoi giocattoli anche se il bambino era più grande di un anno rispetto a lei.
Le persone presenti quel giorno raccontano che durante l’incontro ci furono pianti ed emozioni indescrivibili in quella casa, sembrava di assistere a qualcosa di mistico. Ci furono lacrime, stupore e curiosità. Kedarnath sempre più confuso fece tante domande quante gliene vennero in mente e presto si rese conto che era tutto reale, solo la sua ex moglie Lugdi poteva sapere quali erano i dolci che preparavano per le feste, come e dove erano posizionati i mobili nella sua casa a Mathura, dove si erano incontrati per la prima e soprattutto quali promesse si erano fatti a vicenda. La bambina in lacrime rispose a tutte le domande correttamente, raccontando anche cose che Kedarnath aveva già dimenticato. I vicini, sentendo tutto quel rumore e pianti provenire dalla casa dei Devi, incuriositi si affacciarono per vedere che cosa stesse succedendo e così ben presto la notizia si diffuse a macchia d’olio: Una bambina di nome Shanti era la reincarnazione di una donna morta durante un parto. Una storia incredibile!
Kedarnath, tanto sbalordito quanto felice, decise di tornare a Mathura, doveva raccontare tutto al resto della sua famiglia. Nel frattempo la storia della bambina reincarnata aveva raggiunto i principali mezzi di comunicazione indiani dell’epoca e stava diventando una faccenda di Stato. Il signor Deshbandhu Gupta, il presidente della All-India Newspaper Publishers Association e membro del Parlamento dell’India, ordinò di effettuare un’indagine sul caso, in via semi-ufficiale. Quindi venne nominata una commissione d’inchiesta, guidata da Gupta stesso, per sottoporre Shanti Devi ad una prova finale e definitiva.




Una mattina, a pochi giorni di distanza dall’ultimo incontro con Kedarnath. Una comitiva composta dalla bambina prodigio, dai suoi genitori, dal signor Gupta e da altri membri illustri, partirono col treno verso Mathura. Sul convoglio, non a caso, c’era una persona che la bambina non aveva mai incontrato prima, ma Shanti appena lo vide lo riconobbe come il fratello maggiore di Kedarnath e disse anche che si chiamava Babu Ram Chaubey. Fatto assolutamente vero. Una volta giunti alla stazione di Mathura, Gupta le chiese di andare senza l’aiuto di nessuno a quella che lei ricorda essere la casa della sua vita precedente. La bambina iniziò a muoversi in quelle strade e andando avanti osservava i luoghi, le persone e iniziò a parlare il dialetto locale ricordando con chiarezza anche altri dettagli. Quindi, seguita da una folla impressionante di curiosi, camminò fino a una casa bianca dove lei, confusa, disse: “È questa la casa, ma io me lo ricordo di un altro colore, era gialla “. Fatto confermato da Kedarnath che l’aveva fatta dipingere di bianco poco dopo la scomparsa di Lugdi.
Ad attenderla vi erano i suoi figli i quali rimasero esterrefatti nel vedere quella bambina piangere di gioia. In mezzo alla folla c’erano anche i genitori di Lugdi e i suoi suoceri. Lei riuscì a riconoscerli tutti e li chiamò per nome uno ad uno senza mai sbagliare, raccontò dei soldi e di tutti i gioielli ricevuti negli anni, narrando anche le loro storie. Descrisse dove i suoi figli avevano delle cicatrici e come se le erano procurate. La folla e tutti i presenti rimasero a bocca aperta e a un certo punto Kedarnath gli chiese se si ricordava che fine avessero fatto i suoi preziosi anelli, dato che lui dopo la morte di Lugdi non era più riuscito a trovarli. La bambina, senza esitare, segnalò un punto nel giardino dove poi venne trovata una scatola contente i preziosi oggetti, il tutto venne documentato dalla commissione di Gupta in modo rigoroso. Sebbene Shanti desiderasse rimanere con la sua ex famiglia, in realtà non potè farlo: la legge indiana è molto chiara e dice che tutti i diritti familiari finiscono con la morte. Inoltre Kedarnath si era anche risposato e perciò era ancor più complicato. Decise semplicemente di farsi da parte e lasciarli vivere la loro vita, senza più interferire perché il suo amore li univa al di là del tempo e dello spazio.




Negli anni Shanti è stata sottoposta a diverse altre prove ma è sempre stata riconosciuta come una persona autentica e i ricordi e le emozioni che provava erano del tutto spontanei: anche i più scettici dovettero accettare che lei era la reincarnazione di Lugdi. Questo caso è stato analizzato da esperti e curiosi di tutto il mondo, persino Mahatma Gandhi in persona si è interessato a Shanti e attraverso un comitato d’indagine raggiunse lo stesso verdetto di tutti gli altri. Il professor Indra Sen dell’Istituto Sri Aurobindo della città di Pondicherry, è in possesso di un archivio completo di questo enigmatico caso. Nel 1958 il Washington Post pubblicò alcune note di questo archivio insieme ad un’intervista in esclusiva con Shanti Devi, rendendo il caso internazionale. Shanti non si è mai sposata e dopo essere diventata un’insegnante, dedicò completamente agli altri la sua esistenza. “Una donna devota alla carità e alla spiritualità” sono queste le parole con cui viene ricordata da tutti coloro che hanno avuto l’onore di conoscerla. Morì nel dicembre del 1987, scrisse diversi libri dove vengono descritti i suoi ricordi e quella che è stata anche la sua esperienza durante il passaggio tra la vita e la morte. In India, fino ad oggi è considerata una prova inconfutabile della reincarnazione.
Ci sono molti casi simili a quello di Shanti, casi ugualmente incredibili dove persone ricordano dettagli di vite passate, uno di quei casi pensate parla di un bambino tornato in vita per denunciare il suo assassino (clicca qui per visualizzare). Chi crede nella reincarnazione afferma che dopo la morte lo spirito andrà ad occupare una forma materiale nuova ed è improbabile che una persona possa ricordare la sua vita precedente, ma ci sono alcune caratteristiche peculiari che porterà sempre con se, perché fanno parte della nostra essenza.