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sabato 20 ottobre 2012

LA BATTAGLIA DI LOS ANGELES







Qualche settimana dopo Pearl Harbor, nel pieno del conflitto mondiale, qualcosa di singolare avvenne a Los Angeles.  Una cosa, che fu definita come un enorme insetto argenteo fluttuò su  di una Los Angeles in preda al terrore e oscurata da un blackout in piena notte, proprio, al culmine della paranoia e della paura della Seconda Guerra Mondiale. Questa enorme astronave, presumendo che si trattasse di un qualche velivolo sconosciuto giapponese, fu attaccata mentre si trovava, quasi stazionaria, su Culver City e Santa Monica, da dozzine di batterie contraeree dell’esercito che le esplosero contro circa duemila proiettili da 450 grammi sotto gli occhi di migliaia di cittadini. L’episodio è passato alla storia (dell’ufologia) come la Battaglia di Los Angeles. L’improvvisa apparizione dell’enorme oggetto oblungo causò a Los Angeles e a parte della California del Sud in un immediato blackout da attacco aereo e provocò una tale reazione della contraerea da causare la morte di sei persone per la pioggia di frammenti metallici dovuta a schegge di proiettili esplosivi. L’oggetto, invece, sembrò non riportare alcun danno, in quanto si allontanò lentamente, incurante delle cannonate.
 
Riguardo quanto accadde la notte del 25 Febbraio 1942, lo scrittore Ralph Blum, che all’epoca aveva solo nove anni, scrisse che credette che i Giapponesi stessero bombardando Beverly Hills: "C’erano le sirene, luci di riflettori, proiettili della contraerea che esplodevano in gran quantità nei cieli di Los Angeles. Mio padre, che nella Prima Guerra Mondiale era stato un osservatore dell’aeronautica e riconosceva l’artiglieria pesante quando la udiva, disse a mia madre di portare le mie sorelline nel rifugio sotterraneo, mentre io andavo con lui sul balcone al piano di sopra. Che scena! Erano passate le tre del mattino: le luci dei riflettori sondavano il cielo a occidente. Tra coloro che sparavano contro gli intrusi volanti riconoscemmo gli artiglieri del 65° reggimento Artiglieria Costiera di Inglewood e il 205° reggimento della contraerea di Santa Monica. L’oggetto bianco a forma di sigaro incassò molti colpi diretti, ma continuò il suo volo verso est".

Gli osservatori da terra videro anche più di venticinque UFO. L’allora redattore del Los Angeles Herald Examiner, Peter Jenkins, disse: "Vidi chiaramente la formazione a V di circa venticinque velivoli argentei che muovevano lentamente verso Long Beach".


Il capo della polizia di Long Beach, J.H. Mc Lelland dichiarò: "Vidi quella che fu descritta come la seconda ondata di aerei dall’ultimo dei sette piani del municipio di Long Beach”.
Un osservatore della Marina, che disponeva di un potente binocolo, disse di aver contato nove velivoli nel cono dei riflettori. Il gruppo (di UFO) passava da un cono di luce all’altro e sotto il fuoco dell’artiglieria antiaerea, volò dalla direzione di Redondo Beach e Inglewood a Fort MacArthur e continuò verso Santa Ana e Huntington Beach. Aggiunse che Il fuoco dell’antiaerea era così pesante che era impossibile sentire il rombo dei motori degli aerei.
 
Il reporter Bill Henry del Los Angeles Times scrisse: "Pur trovandomi a notevole distanza dall’oggetto lo vidi chiaramente, ma senza poterlo identificare... sarei pronto a scommettere che su quell’oggetto è stato diretto un gran numero di colpi".
 
Alle 02:21 del mattino il Generale John L. De Witt diede l’ordine di cessare il fuoco, mettendo di fatto fine a quei venti minuti di battaglia nel cielo di Los Angeles.
 
La conferma della presenza sulla costa Sud di aeromobili non identificati fu annunciata dal comando di San Francisco, che emise due dichiarazioni ufficiali a cura della Marina: la prima liquidava la faccenda, per bocca del Segretario Frank Knox, alludendo ai "nervi scossi" della popolazione; la seconda dichiarava che: "L’aereo che ha causato il blackout nell’area di Los Angeles per diverse ore questa mattina non è stato identificato".
Il comando della Army’s Western Defense affermò che il blackout e le azioni antiaeree erano state causate dall’intrusione di un velivolo non identificato avvistato sull’area della baia. Non sono state sganciate bombe e non sono stati abbattuti aerei e miracolosamente, viste le tonnellate di proiettili lanciati in aria, solo due persone sono state ferite dalla caduta dei frammenti. (Quest’ultima affermazione del Los Angeles Times verrà successivamente smentita, portando il bilancio delle vittime a sei, N.d.R.).

martedì 16 ottobre 2012

SIDURI



 

Nella mitologia sumerica Siduri era "la fanciulla che fa il vino": sorta di locandiera mistica che somministra all'eroe di passaggio una bevanda, il vino appunto, che ancor oggi rientra nei riti più sacri. Il nome doveva essere molto diffuso se, com’è probabile, i Sumeri adottavano i nomi dei loro idoli così come facciamo anche noi oggi, quando, battezzando i nostri figli gli diamo i nomi dei santi e dei personaggi famosi. Quindi, la Siduri di cui narra un intero capitolo del romanzo "Il signore delle aquile" non ha nulla a che fare con la locandiera del poema di Gilgamesh. Voglio ricordarvi che Il signore delle aquile non è un romanzo del genere fantasy, come potrebbe far supporre il nome, non è neanche un romanzo puramente storico poiché ho voluto inserirvi degli elementi leggendari. Mi accorsi subito che potevo separare questo capitolo dal resto del libro per dar vita a un racconto. Operazione non sempre facile ma, in questo caso, molto ben riuscita. Vi si narra la storia, tragica, di una ragazza che ha ricevuto un dono dal cielo: la bellezza. E di come questo dono la conduca, non certo per colpa sua, a una condizione di schiavitù. Non ci sono allegorie, niente a che vedere con moderne storie di “veline” o di modelle anoressiche, anche se, ne sono convinto, pure in questo caso c’è una forma di schiavitù, se non proprio coattiva, almeno mentale. Tuttavia, Siduri ci appare come una donna moderna in quanto non risponde appieno ai canoni della sua epoca. Non è una donna ubbidiente e sottomessa, una donna che accetta e sopporta tutto solo perché è donna. Siduri ha ambizioni, Siduri si ribella, Siduri agisce. Infatti, è lei che, contravvenendo agli usi del tempo, va a chiedere aiuto al valoroso Khubaba. Siduri non si sottomette: anche da schiava conserverà sempre uno spirito libero, scevro da ogni rassegnazione. Magari non è una donna colta ma è intelligente, anzi, più che intelligente è astuta: opta delle scelte precise e oculate. Riuscirà a sfuggire alle brame di Shamash, il suo padrone, sfruttando a suo vantaggio la gelosia della moglie. Anzi, sarà proprio quest’ultima che, per allontanarla dalla sua casa, la manderà, come serva, al seguito di Odakon; concedendogli proprio ciò che lei voleva più d’ogni altra cosa. Ma questa, è un’altra storia.
 
Alla fine del 2011, il racconto è stato pubblicato nell'antologia "Paesaggi letterari" a cura di Historica.


domenica 7 ottobre 2012

ANTICHI AEREI MESOAMERICANI


In Colombia, nella Valle del Cauca, furono ritrovati alcuni artefatti appartenenti alla cultura Calima (l° secolo a.C. - ll° secolo d.C.), queste miniature, scoperte trent'anni fa dall’archeologo Alan Landsburg, furono catalogate come rappresentazioni di insetti stilizzati e dimenticati in diversi musei del mondo dove tutt’oggi e possibile ammirarli. La maggior parte di queste miniature è esposta al Museo dell’Oro di Bogotà presso la Banca Nazionale della Colombia, al Museo Britannico di Londra e allo Smithsonian Institute di Washington.
E' evidente che questi oggetti hanno ben poco in comune con gli animali che, secondo gli archeologi, dovrebbero rappresentare, seppure in forma stilizzata. Tra l’altro, nessun insetto ha le ali poste al disotto del corpo.
Tutte le miniature misurano poco più di cinque centimetri e sono tra gli artefatti precolombiani più stupefacenti al mondo. Infatti, sebbene gli esperti di culture ispaniche li identifichino come oggetti di culto dalla forma animale, la loro aerodinamicità è sorprendentemente analoga a quella dei moderni jet con ali a delta e per quanto incredibile, questa caratteristica è stata verificata da ingegneri aeronautici che ne hanno comprovato l'attitudine al volo.
Queste miniature furono dapprima oggetto di attenzione da parte di Ivan Sanderson, biologo, archeologo e scrittore, che per primo notò il loro aspetto "tecnologico". Successivamente l'ingegnere tedesco J.A. Ulrich, pilota di jet, dedusse che uno degli artefatti somigliava al caccia a reazione SAAB 37 VIGGEN (JA 37) che era appena entrato in dotazione all'Aeronautica svedese. L’ala a delta, per qualche tempo abbandonata, è tornata in auge nel XXI secolo. Anche un ufficiale tedesco, il tenente Peter Belting, s’interessò alle miniature riproducendo una di queste in scala 1:16 con materiale di schiuma per valutarne l’aerodinamicità, dotandolo di un motore elettrico e radiocomando.

Su FOCUS è recentemente apparso un filmato in cui un modellino dotato di carrello, motore (un’elica intubata) e di radiocomando, volava perfettamente. I tecnici non avevano fatto alto che ricostruire il modello in scala più grande e questo volava! Le prove, effettuate in volo, dimostravano che si trattava di un aereo perfettamente manovrabile e dotato di un'eccellente stabilità nel volo planato. Gli spagnoli Romàn Molla, Justo Miranda e Paula Mercado hanno ricostruito modelli in scala di questi piccoli monili, e li hanno sottoposti a prove nella galleria del vento e a programmi di simulazioni di volo, confermando che i modelli sono perfettamente aerodinamici e adatti al volo.
 
A questo punto ci si chiede come sia possibile che popolazioni vissute circa 2000 anni fa fossero a conoscenza di tecnologie tipiche della nostra epoca. Avevano visto qualcosa che riprodussero in un "Culto Cargo" (culto legato a oggetti tecnologici divinizzati) oppure replicarono il ricordo mitizzato di macchine appartenute a epoche precedenti e a una cultura evoluta scomparsa?

mercoledì 3 ottobre 2012

NATO IL DODICI APRILE


Cliccando sul link potrete leggere il breve racconto pubblicato nella raccolta edita, nel 2010, da AssoPiù Editore.
Alla fine, ci si accorge che il narratore è anche il protagonista della vicenda. In un luogo dove il tempo più non scorre, dove è sempre oggi, è sempre adesso, si concederà un dono prezioso: l'amara visione di uno scorcio della sua vita futura.

martedì 25 settembre 2012

UN MISTERIOSO PAPIRO


Sento parlare di questo papiro da quand’ero ancora un ragazzo. Testimoniava che qualcosa di straordinario era accaduto millenni or sono, tanto da spingere il faraone Thuthmosis III (1504-1450 circa a. C.) a schierare l’esercito e a officiare cerimonia nel Tempio per placare l’ira degli dei. Per gli ufologi, che s’improvvisarono egittologi, questo papiro era un forte indizio di una manifestazione extraterrestre avvenuta in tempi remoti: la prova dell’esistenza di una missione Terra che impegnava una civiltà aliena. Dubbi sulla sua originalità sono sempre esistiti e alla fine, si scoprì che era un falso ma, procediamo con ordine.
Il professor Giuseppe Botti, allora Direttore del Museo Archeologico di Firenze, promise di interessarsi al documento ma, poco tempo dopo, purtroppo, morì interrompendo le ricerche, peraltro giudicate inutili, dall’egittologo professor Boris de Rachewiltz che ebbe gran parte in questa vicenda. Infatti, produsse delucidazioni dettagliate, come si poté desumere da quanto scrisse Sergio Conti in seguito ad una sua preziosa inchiesta pubblicata sul “Giornale dei Misteri” del luglio 1971.

Al De Rachewiltz è dovuta una fedele, ma pur sempre parziale, traduzione del papiro del Nuovo Regno, facente parte degli Annali Reali risalenti all’epoca di Thuthmosis III. Il De Rachewiltz affermò che l’originale, a cui mancava la parte iniziale e quella finale, era in condizioni tali da non poterlo decifrare altro che frammentariamente e sempre con la presenza di cancellature opportunamente numerate nella traduzione stessa. In realtà, l’aveva ricavata da un prezioso inserto di Alberto Tulli che, nel 1934 aveva solo consultato l’originale presso un antiquario egiziano, un certo Tano e ne aveva portato con sé la trascrizione di alcuni passi direttamente dall’Egitto. De Rachewiltz poté poi consultarli per la cortesia usatagli dal fratello del professore, Monsignor Gustavo, dell’Archivio del Vaticano. Il documento, vergato a matita in geroglifico da Tulli, recava anche appunti dell’abate Etienne Drioton, allora Direttore del Museo del Cairo.
Esaminiamo ora quanto De Rachewiltz riuscì a trascrivere attenendosi il più fedelmente possibile agli appunti del Tulli. Vi si legge:
“(…) Nell’anno 22, terzo mese d’inverno, ora sesta del giorno (lacuna), gli scribi della Casa (Casa della Vita) scoprirono che c’era un cerchio di fuoco che arrivava dal cielo. Esso non aveva testa, il fiato della sua bocca (aveva) un cattivo odore. Il suo corpo (era) lungo una pertica e largo una pertica (50 metri di diametro). Non aveva voce… (era silenzioso). I loro cuori divennero confusi… poi si stesero in terra sullo stomaco (…). Andarono dal Re… a riferire ciò.
Sua Maestà (il faraone) ordinò… è stato esaminato… circa tutto quello che è scritto nei rotoli di papiro della Casa della Vita. Sua Maestà stava meditando sull’accaduto. Ora, dopo che qualche giorno fu trascorso da quegli eventi, là, brillavano in cielo più del sole ai limiti dei quattro supporti del cielo…
Potente era la posizione dei cerchi di fuoco. L’esercito del Re guardava in avanti e Sua Maestà era nel mezzo di esso. Era dopo cena. In quel momento essi (cioè i cerchi di fuoco) se ne andarono più in alto diretti a sud. (Era) una meraviglia mai accaduta dalla fondazione di questa Terra! Causò a Sua Maestà il portare incenso per pacificare la Terra … (A scrivere?) cosa accadde nel Libro della Casa della Vita… da essere ricordato nell’eternità….
Questa traduzione del “Papiro Tulli”, dovuta a De Rachewiltz, apparve su “La Forghiana” n. 6 del 1969.

Si trattò di un vero e proprio raggiro, una burla o (forse) di una truffa dovuta presumibilmente proprio al De Rachewiltz, il quale non vide mai il papiro originale. Si racconta che il professor Tulli scoprì, per caso, il papiro nella bottega di un antiquario. Si offrì di comprarlo ma, il prezzo richiesto era troppo alto. Gli fu però permesso di ricopiarlo (forse per valutare la possibilità di acquistarlo). In realtà, il papiro non fu mai ritrovato e questa storia sarebbe sembrata una leggenda se solo De Rachewiltz non avesse asserito di aver visto l’originale.
Il resto è storia nota. Come racconta Wikipedia, nell’aprile del 2006 il papiro venne sottoposto ad analisi da parte di appassionati e di studiosi: tramite una comunità online italiana (egittologia.net) si cominciò a studiare il "caso" partendo dalla traduzione del testo ex novo, traendolo dall'immagine pubblicata da De Rachewiltz. Durante la traduzione, Franco Brussino, esperto di egittologia, notò la similarità tra alcuni passi del papiro e delle frasi provenienti da testi noti. La ricerca bibliografica portò a ritrovare le medesime frasi del papiro incriminato in un testo fondamentale sulla lingua egizia, l'Egyptian Grammar di sir Alan H. Gardiner, pubblicato nel 1927 e quindi antecedente la scoperta del papiro. Il testo fasullo quindi, sarebbe stato composto copiando dalla Grammar singole frasi appartenenti a nove diversi papiri e le lacune sarebbero state solo un modo per congiungere tra loro passi non correlati, in modo da mantenere allo stesso tempo maggiore coerenza interna e un alone di mistero. A conferma della posteriorità del papiro rispetto al testo di studio, due errori di trascrizioni presenti nelle prime edizioni del volume del Gardiner risultano presenti anche nel documento.
  

giovedì 20 settembre 2012

OSSESSIONATI DA FB


A chi non è mai venuta la tentazione di smascherare i più assidui frequentatori del proprio profilo su Facebook? Ecco alcuni degli stratagemmi per sfruttare i sofisticati algoritmi del social network. C’è chi dice che funzionano. 

Il modo più ovvio, ma spesso trascurato, è quello di consultare la lista di amici visualizzati nel riquadro a destra, nel diario. Il Centro assistenza del social network informa che questa sezione cambia in continuazione e “può includere gli amici con cui interagisci più spesso nei post in bacheca, nei commenti e negli eventi a cui partecipate entrambi. Tuttavia, Facebook non seleziona gli amici da visualizzare in base ai profili che tu scegli di visualizzare o a coloro con cui interagisci nei messaggi e nella chat.”(Insomma, tutto e il contrario di tutto). 

Il sito Science 2.0 ha almeno tre ipotesi che definisce “probabilistiche” piuttosto che “deterministiche” su chi guarda più spesso il vostro profilo e suggerisce vari metodi. 

· Il primo è quello di aggiornare più volte la propria pagina e vedere gli amici che compaiono nel riquadro di destra. Ho provato e in effetti, qualcuno dei miei è sempre presente (anche se in posizione diversa). Secondo Science 2.0 queste sono le persone che hanno consultano più spesso e più a lungo il vostro profilo nelle ultime trentasei ore. 


· Il secondo trucco per scoprire chi butta spesso un occhio tra le vostre cose consiste nell’invitare tutti gli amici a un evento. Ci sono tre categorie di persone: chi ha accettato l’invito, chi è ancora indeciso e chi ha rifiutato. Secondo Science 2.0 le persone che compaiono nelle prime 5 posizioni di ogni categoria hanno guardato il vostro profilo o le immagini. 

· Il terzo stratagemma è usare la barra delle ricerche che trovate nella parte superiore di ogni pagina digitando singolarmente le lettere dell’alfabeto. L’interpretazione è bivalente: la prima persona che salta fuori è l’ultima a cui avete fatto visita o l’ultima che vi ha sbirciato. Solo voi potete saperlo. 

Altro indizio su chi potrebbe aver guardato il vostro profilo, se non avete impostato rigide regole sulla privacy, è elencato nella lista degli amici che potresti conoscere nella finestra principale di Facebook. 

Se però siete davvero intenzionati a scoprire chi vi assedia su Facebook, ci sono strumenti che potrebbero (il condizionale è d’obbligo) fare al caso vostro. Uno di questi è un bookmarklet (un piccolo programma in JavaScript che potete salvare tra i preferiti): l’add-on WhoIsLive.

giovedì 13 settembre 2012

IL LEGGENDARIO RE ARTU'


Re Artù e il mago Merlino sono due figure fra le più note nel mondo della mitologia. Viene da chiederci se sono esistiti davvero oppure sono personaggi leggendari. Tutto sommato, potremmo condividere i dubbi su Merlino ma, stupisce costatare come molti storici moderni mettano in forse anche la figura di Artù. Si parla per la prima volta dei due nel libro intitolato “Storia dei re di Britannia”, scritto attorno al 1135 dal vescovo gallese Goffredo di Monmouth, la cui credibilità viene messa a dura prova fin dal primo capitolo, laddove spiega che la Britannia avrebbe preso il suo nome dal guerriero Bruto, approdato sull'isola direttamente da Troia in fiamme. Circa cento pagine dopo, Goffredo cita un re di nome Vortigern, realmente vissuto, intenzionato a innalzare una grande torre sul monte Snowdon, in Galles. Ma ogni volta che un pezzo di costruzione veniva assemblato, immediatamente crollava. Dopo reiterati tentativi, tutti falliti, i suoi consiglieri gli rivelarono che l'unico modo per riuscire nell'impresa consisteva nello spruzzare il basamento della torre con il sangue di un bambino senza padre. Su suo ordine, gli emissari si sparpagliarono in tutto il regno alla ricerca del ragazzo, finché non lo trovarono. Quel ragazzo si chiamava Merlino. Vortigern mandò allora a chiamare anche sua madre, che era figlia del Re del Galles. La donna, costretta a parlare, rivelò che una notte era stata sedotta nella sua camera da letto da un giovane misterioso che dopo l'amplesso era come svanito nell'aria. Quindi, appurato che Merlino era davvero il ragazzo senza padre, il suo sangue avrebbe bagnato le fondamenta della torre, così come indicato dagli indovini reali. Merlino, intanto, era insorto: pronto a dimostrare che i consiglieri erano dei mentitori, aveva chiesto di essere condotto al loro cospetto.
-      Volete sapere perché la torre crolla continuamente?- Aveva chiesto loro.
Tutti avevano scosso la testa, in silenzio.
-      Perché sotto terra esiste una caverna colma d'acqua che ne mina le fondamenta.
Vortigern ordinò allora di scavare e di portare alla luce il lago. Ciò fatto, Merlino ordinò di prosciugarlo fino a che non avessero scoperto due grandi draghi (o serpenti). Quando anche questa previsione si avverò, Vortigern, impressionato, decise di risparmiare la vita al giovane indovino. In seguito, Merlino previde anche la morte di Vortigern: disse che sarebbe morto, bruciato dentro la torre. Ovviamente, tutto avvenne come predetto. Tempo dopo, Re Aurelio Ambrogio, legittimo erede al trono, invase la Britannia e incendiò la torre di Vortigern. Quando Ambrogio fu avvelenato dal fratello, il trono passò a Uther Pendragone. Conquistata la Scozia, Uther aveva invitato tutti i nobili del regno alla celebrazione della sua incoronazione. Fra questi c'era il duca Gorlois di Cornovaglia, accompagnato dalla bellissima moglie, Igerna. Uther restò folgorato da Igerna, gli fece una corte serrata; tanto da indurre il duca di Gorlois a lasciare nottetempo il castello. La fuga improvvisa aveva contrariato Uther, che era sceso in guerra contro Gorlois. Per evitare il rapimento della moglie, il duca aveva allora rinchiuso Igerna nell'imprendibile castello di Tintagel, che dominava inaccessibile su di un isolotto unito alla terraferma soltanto da uno stretto braccio di terra, unico accesso al maniero. Venuto a conoscenza di questo, Uther, ormai folle d'amore, cadde in una profonda depressione, perché non riusciva a pensare ad altro che a Igerna. Fu allora che Merlino, ricorrendo alle sue potenti arti magiche, cambiò le sembianze di Uther facendolo assomigliare a Gorlois. Sotto quelle mentite spoglie, Uther riuscì a penetrare nel castello e a unirsi con l'ignara regina. Quella notte fu concepito un figlio: Artù. Nel frattempo, mentre Uther era impegnato nel soddisfare la sua smania sessuale, il suo esercito attaccava le truppe del Gorlois. Nello scontro Gorlois moriva, lasciando Uther libero di impalmare Igerna e farne la sua regina. Dopo quindici anni di regno, anche Uther era stato assassinato e Artù era diventato il nuovo re.

Ma che fine hanno fatto la spada nella roccia, la Tavola Rotonda e tanti altri episodi famosi della saga arturiana? Semplicemente, tutto venne aggiunto in seguito, da autori e cronisti francesi. La forma definitiva del racconto fu poi data dall'opera di Thomas Malory dal titolo “La morte di Artù”, pubblicata da William Caxton nel 1485. Fino al 1926 non si sapeva granché a proposito di Malory, quando una ricerca letteraria ha rivelato (fra lo stupore degli studiosi) che si trattava di un lestofante, un ladruncolo che saccheggiava monasteri e rubava bestiame. Da quello che è emerso, Malory scrisse il suo capolavoro nella prigione di Negate, dove venne sepolto. Ma se Artù era appena un ragazzo quando suo padre morì, come avrebbe potuto dimostrare il suo diritto regale estraendo la spada dalla roccia? Malory supera il problema narrando che sin dal momento della nascita, Artù era stato adottato da Merlino, che lo aveva dato in affidamento a Sir Ector, la cui moglie aveva provveduto a crescerlo sano e forte. Insomma, tutta questa storia suona così assurda che si capisce benissimo come mai molti storici arricciano il naso quando devono esprimersi in merito alla sua autenticità. Uno dei loro punti forti di contestazione è un'altra fonte d’informazioni sull'epoca, dovuta a San Gilda, un monaco autore di un'opera crudele e forte, intitolata “De excidio et conquestu Britanniae” nella quale non si cita affatto Artù, sebbene si menzioni la battaglia del monte Badon, la più famosa fra quelle da lui sostenute. C'è però un'osservazione importante da fare. Un altro cronista, Caradoc di Liancarfan, autore di una biografia di San Gilda, ricorda che Artù uccise Hueil, uno dei fratelli del santo. Un fatto grave che potrebbe farci comprendere come mai Gilda non tenesse affatto a citare Artù nella sua storia. Allora, in definitiva, cosa sappiamo veramente in merito al leggendario eroe chiamato Artù? Sappiamo che non fu un re ma un condottiero, un generale. Non andava in giro su un candido destriero bianco, vestito con una pesante armatura medievale come siamo soliti immaginarlo, semplicemente perché visse un periodo storico molto precedente: nacque attorno al 470 d.C., nel momento in cui i Romani stavano abbandonando definitivamente la Britannia. Egli era, infatti, un romano, forse un cittadino romano. Attorno al 410 d.C. i Romani avevano deciso di abbandonare la Britannia: avevano necessità di richiamare tutti i contingenti disponibili per fronteggiare i barbari che minacciavano la stessa Roma. Era allora sorto un capo tribù di nome Vortigern che si era proclamato re della Britannia, subito contrastato dai selvaggi Pitti che vivevano a nord, al confine con la Scozia. Per far fronte a queste minacce, nel 433 Vortigern aveva chiamato sull'isola orde di mercenari sassoni affinché si congiungessero con il suo esercito. Così avvenne, ma quando era arrivato il momento di saldare il conto, poiché il re non era in grado di farlo, decisero che si sarebbero pagati da soli combattendo e razziando nelle terre di Britannia. Le popolazioni locali (i Celti) vennero poco a poco scacciate verso il Galles, la Cornovaglia e la Scozia. Fu a questo punto che intervenne un ex comandate romano di nome Ambrogio Aureliano. Sotto la sua guida i Celti si erano compattati e avevano riconquistato le terre perdute, ricacciando in mare gli invasori. Alla sua morte, il fratello Uther Pendragone, aveva rilevato il trono. Uno dei suoi più brillanti comandanti si chiamava Artorius, il leggendario re Artù, che poteva anche essere figlio di Uther. Fu proprio per merito di Artù che i Sassoni furono contrastati nel modo più fiero grazie a una serie di grandi battaglie, l'ultima delle quali avvenne sul Monte Badon, attorno al 518 d.C. Queste gesta epiche fecero di lui l'equivalente di un moderno generale Montgomery o di un Eisenhower. Se gli alleati si fossero mantenuti fedeli alla parola data, i Sassoni invasori non sarebbero tornati e sarebbero stati i Celti a governare l'isola. Sfortunatamente, gli alleati incominciarono a litigare disperdendo la loro energia e costringendo Artù a passare gli ultimi anni della sua vita a tentare invano di riconciliare il suo popolo. Poi anche per lui era venuta l'ultima, decisiva battaglia, quella di Camlann (secondo Goffredo avvenuta nei pressi del fiume Camel in Cornovaglia). Ucciso dal nipote Mordred e non dai Sassoni invasori, sempre secondo Goffredo di Monmouth, il corpo senza vita di Artù fu portato nell'isola di Avalon, da molti identificata con il centro di Glastonbury, all'epoca una piccola città nell'Inghilterra occidentale nota per una famosa abbazia e una collinetta sormontata da una torre. Anche se oggi Glastonbury non è un'isola, ci fu un tempo in cui, circondata com'era dalle acque del Canale di Bristol, poteva considerarsi tale. Poiché il luogo della sepoltura doveva necessariamente restare segreto per impedire che i Sassoni lo profanassero, la fantasia popolare diede corpo alla diffusissima leggenda secondo la quale Artù non era veramente morto, ma semplicemente dormiva in una grotta, pronto a ridestarsi non appena il suo popolo avesse avuto di nuovo bisogno di lui.

Nell'estate del 1113, circa vent'anni prima che Goffredo di Monmouth scrivesse la sua cronaca, un gruppo di preti francesi si presentò a Bodmin, in Cornovaglia, portandosi dietro alcune sacre reliquie. Quando uno dei locali rivelò agli ospiti che Artù non era morto ma stava semplicemente vegliando in un posto sicuro, pronto a intervenire in soccorso della sua gente, l'attendente di uno dei preti si era messo a ridere. L'affronto aveva provocato un violento contrasto di opinioni, fino al punto che un manipolo di uomini armati aveva fatto irruzione nella chiesa con l'intenzione di dare una severa lezione agli sfrontati pellegrini. La cronaca narra che solo con grande fatica si riuscì a ricomporre il dissidio. L'episodio dimostra come quella di Artù fosse già una figura leggendaria ancora prima che Goffredo desse alle stampe il suo capolavoro. Infatti, Artù viene citato numerose volte in alcuni poemi gallesi scritti circa un secolo dopo la sua scomparsa. Ma i riferimenti più importanti ci vengono da un'altra opera, una sorta di confusa collezione di materiale storico compilato da un monaco di nome Nennio, fra l'800 e l'820 d.C. Il riferimento più antico in cui Nennio menziona Artù, sono i cosiddetti Annali pasquali, ovvero le tavole delle ricorrenze della festività di Pasqua (una celebrazione che non cade in una data fissa) compilate dai solerti monaci. Il testo delle tavole copre un ampio margine di tempo. In corrispondenza dell'anno 518 si trova una notazione in latino che dice: “La battaglia di Badon nella quale Artù portò sulle spalle per tre giorni e tre notti la croce di Nostro Signore Gesù, grazie alla quale i Britanni uscirono vincitori.”
Una seconda postilla, relativa all'anno 539, segnala: “l'eccidio di Camlann, nel quale Artù e Modred morirono entrambi.”
Se diamo credito agli Annali pasquali, dopo Badon, Artù regnò dunque ancora per almeno ventuno anni.

Enrico II era un viaggiatore instancabile. Un giorno, nel corso di una spedizione in Galles, si era imbattuto in un bardo, il quale gli aveva rivelato che Artù era sepolto nelle cripte dell'abbazia di Glastonbury. Per proteggere il corpo dalle possibili vendette dei Sassoni, era stata scavata una fossa profonda quasi cinque metri. Il cantore rivelò anche l'esatta collocazione della bara, che si trovava fra "due piramidi". Il Re ne restò affascinato e contento, perché Artù era raffigurato come un grande generale, il più grande dal tempo di Giulio Cesare. Come pronipote del grande Guglielmo il Conquistatore, Enrico ben conosceva la leggenda popolare secondo la quale Artù sarebbe tornato in vita qualora la sua patria ne avesse avuto bisogno. Se fosse riuscito a trovarne la tomba e a dimostrare quindi che egli era morto per davvero, i ribelli che continuavano a fare di quella leggenda una sorta di bandiera l'avrebbero finita una volta per tutte con quella storia assurda. Così, il Re si era precipitato all'abbazia per dare la buona nuova. Stranamente, l'abate Enrico di Blois non si mostrò interessato alla vicenda. La sua abbazia, d'altra parte, era già una delle più ricche di tutto il paese e non aveva certo bisogno di altra notorietà per attirare i pellegrini. Ma di colpo, la situazione precipitò. Il 25 maggio del 1184 l'abbazia fu devastata da un terribile incendio che l'aveva quasi totalmente distrutta. Nel 1191 uno dei monaci morì esprimendo il pio desiderio di venire sepolto sotto l'edifico, in mezzo a due croci. Nel predisporre questo tumulo, furono scoperte due colonne marmoree che in qualche modo avrebbero potuto anche essere descritte come due piccole piramidi. Ai monaci vennero subito in mente le parole cantate dal bardo e già che c'erano, visto che lo scavo era ormai già iniziato, decisero di spingerlo fino ai cinque metri indicati come base della tomba di Artù. Scavando, s’imbatterono in una lastra di pietra che non persero tempo a sollevare. Nella sua parte interna scoprirono una croce di piombo che riportava un'iscrizione latina: "Qui giace sepolto il celebre re Artù, nell'isola di Avalon". Eccitati dal ritrovamento, i monaci continuarono a scavare. Finalmente, una volta raggiunta la quota indicata, i badili incontrarono qualcosa, che però non era né marmo né pietra ma legno. Si trattava di un sarcofago enorme, ricavato dal tronco scavato di una quercia. All'interno fu ritrovato il grande scheletro di un uomo, il cui cranio era segnato da profonde ferite. Un monaco che aveva intravisto una ciocca di capelli biondi e che aveva tentato di sporgersi nel sarcofago per prenderli, se li era visti svanire fra le mani e per l'emozione era caduto dentro con grande spavento. Poi si era trovato anche un secondo scheletro decisamente più minuto, immediatamente attribuito a Ginevra, la sposa di Artù. Un cronista del tempo di nome Giraldo Cambrense, testimone oculare, qualche anno dopo la riesumazione delle ossa e della croce riferisce che nell’iscrizione si citava anche la "Regina Wenneverla" (Guinevere, ovvero Ginevra). Da quel momento in avanti l'abbazia divenne il luogo turistico e di pellegrinaggio più rinomato d'Inghilterra, se non dell'intera Europa. Va da sé che l'abbazia fu ricostruita da cima a fondo in modo ancora più sfarzoso e ricco. Molti studiosi sono restii a credere a questa storiella e accusano i monaci di Glastonbury di averla inventata di sana pianta, tuttavia la cosa sembra poco plausibile. Giraldo Cambrense pare potersi definire un uomo onesto (è stato il primo a denunciare Goffredo e la sua Historia come un concentrato di fandonie) e sostiene di aver veduto con i propri occhi i due scheletri e la croce di piombo. Quest'ultimo oggetto fu conservato per molti secoli, tanto che nel 1607 William Camden, un illustre antiquario del tempo, ebbe ancora modo di trarne un disegno. Nel testo compare Arturius, antica forma in uso al tempo per indicare re Artù, che però non era mai stata usata fino a quel momento. Insomma, la confusione esiste. Tuttavia, recenti scavi effettuati nel 1963 da C.A. Radford hanno dimostrato che i monaci non mentivano quando dicevano di essersi spinti nello scavo fin oltre cinque metri. In definitiva, da tutto quello che si è detto, pare certo che re Artù (o il generale Arturius) sia esistito veramente, distinguendosi per la straordinaria bravura nel comandare e nel combattere. Questo, ovviamente, non risponde a tutti gli interrogativi, che continuano a essere molti, anche se la ricerca sta, piano piano, provando a risolverli uno dopo l'altro. Per esempio, sono molti gli studiosi che si dicono finalmente sicuri di aver identificato la posizione geografica della mitica Camelot, la meravigliosa corte di Artù. Nel 1542 uno scrittore di nome John Leland annotava che una certa collina fortificata di South Cadbury, nel Somerset, era in realtà da riconoscere come “Camallate”, un tempo famosa città o castello. Nel 1966 s’iniziò a scavare al castello di Cadbury. Sopra le rovine romane spiccavano altri importanti resti di edifici certamente in uso nel periodo arturiano da parte di qualche comandante di notevole autorità e potere. A questo punto anche l'apparentemente assurda storia sulla rocca di Tintagel narrata da Goffredo di Monmouth incomincia ad assumere un tono di maggiore credibilità. Il castello di Tintagel fu costruito nel 1140, vale a dire quando Goffredo scrisse la sua Historia. Secondo gli storici, al tempo di Artù in questa zona esisteva solo un antico monastero celtico ma, nella calda estate del 1983 un furioso incendio bruciò completamente tutta la vegetazione della piccola isola. Sono così venute alla luce le fondamenta di non meno di un centinaio di piccole costruzioni rettangolari e di un edificio, composto da una sola grande stanza, lungo circa 25 metri. Più in basso, ai piedi della collina, è emerso un piccolo porticciolo naturale e un po' ovunque nel territorio dell'isola sono venuti alla luce resti di ceramiche attribuibili ad anfore e giare, a indicare come olio e vino fossero materia di primo e forte consumo, largamente importata (la quantità di residui di tal genere trovati in questo sito archeologico superano da soli tutti gli altri mai rintracciati nel resto delle isole britanniche). Dall'altro capo dell'isolotto, di fronte a antichi tumuli sepolcrali celtico-cristiani, è venuta alla luce una roccia con un'impronta ben modellata sopra. Era usanza del tempo che i condottieri e i sovrani lasciassero questi segni del loro potere, per indicare il loro predominio sul territorio che dovevano difendere. Tutto questo induce a vedere in Tintagel la fortezza di un grande capo, qualcosa di ben di più di un semplice monastero. Pertanto, sostenere l'ipotesi che al tempo di re Artù fosse disabitata è alquanto azzardato.
Insomma, mettendo insieme tante diverse testimonianze, la realtà storica di Artù e delle sue imprese diventa poco alla volta sempre più accettabile.