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giovedì 21 giugno 2012

I SEGRETI DEI TEMPLARI



Quando si parla di Templari, il confine tra mito e verità diventa sottile. Anche perché il supremo Ordine è stato oggetto di vari quanto vani tentativi di discredito, specie negli ultimi tempi, da parte del priorato di Sion. 
Parallelamente al rimpatrio dei Cavalieri, cominciarono a sorgere in tutta Europa le cattedrali gotiche. In Francia queste cattedrali sorsero in brevissimo tempo (tra il 1200 e il 1250). Chiese particolari, in uno stile che fino allora era sconosciuto. Una dopo l'altra, furono erette a Evreux, Rouen, Reims, Amiens, Bayeux e Parigi, fino ad arrivare al trionfo della cattedrale di Chartres. Uno stile incredibile il gotico, tutto proteso verso l'alto, con un sistema straordinario di spinte e controspinte, una tecnica costruttiva che a quel tempo era veramente rivoluzionaria. 
I piani di costruzione e i progetti esecutivi di queste cattedrali non sono stati mai ritrovati. Le opere murarie furono fatte con una maestria eccezionale. Le strutture appaiono esili e slanciate, i contrafforti esterni esercitano una spinta sulle pareti laterali della navata e tutta la struttura appare proiettata verso il cielo. Inoltre, le Cattedrali sono tutte orientate nello stesso verso: con l’abside rivolto verso est (verso la luce), sono tutte dedicate a Notre Dame (alla Vergine Maria) e se unite insieme con un tratto, su di una mappa, disegnano esattamente la costellazione della Vergine. Nella parte Nord delle cattedrali ci sono spesso immagini di demoni e nella cattedrale di Amiens c’è addirittura un pentacolo, una stella a cinque punte con una punta rivolta verso il basso. Le cattedrali poi, sono piene di segni e di messaggi lasciati dai costruttori su precisi suggerimenti di precettori templari. Negli affreschi, nelle statue, nei bassorilievi e nelle stesse mura, i Templari hanno lasciato un’infinità di tracce, difficili da decifrare, visto che oggi l’uomo guarda le cose facendo riferimento alla scienza e non alla fede. 

Veniamo ora ad un altro argomento pieno di fascino e di mistero: il tesoro dei Templari. 
Il tesoro, naturalmente, era formato anche da oro, sotto forma di monete, di oggetti d’arte e quant’altro ma, secondo alcune fonti, conteneva, tra l’altro, anche i piani per la costruzione delle nuove cattedrali. Verso il 1160, il tesoro fu spostato dal Tempio di Gerusalemme fino in Francia, in quanto si riteneva che in Terrasanta non fosse più al sicuro. A spostarlo fu il Gran Maestro Bertrand de Blachefort che aveva possedimenti nei pressi di Rennes-le-Chateau, dove si dice che venne nascosto il tesoro. Ma ipotesi più accreditate lo posizionano a Parigi, nelle stanze segrete dell’imponente fortezza dei Templari, che svettava sulla città con le sue sette torri. Di questa fortezza oggi non rimane quasi niente. 
Filippo il Bello all’alba del 13 ottobre 1307 fece arrestare e imprigionare tutti i Templari di Francia con l’accusa di eresia. Non riuscì a impadronirsi del tesoro, in quanto questi ultimi, informati dell’imminente agguato l’avrebbero messo in salvo. Lo nascosero su carri coperti di fieno che poi si sarebbero diretti verso il porto di La Rochelle, dove era ancorata la maggior parte della flotta Templare. Ma c’è anche chi è propenso a credere che i carri si diressero in l’Italia: fecero tappa in Liguria e poi alle Precettorie del Tempio di Firenze, di Orvieto, di Roma e di Anagni. Infine, la colonna si fermò nei dintorni di Sermoneta vicino all'Abbazia Cistercense di Valvisciolo. Una tradizione ben radicata recita che una parte del tesoro del Tempio è ancora nascosta nei sotterranei dell'Abbazia di Valvisciolo ma, di questo non se ne è mai avuto prova. Tuttavia, la particolarità costruttiva di questa abbazia, in uno stile misto fra romanico e gotico, fa si che possieda degli inutili contrafforti, che non devono sostenere alcuna "controspinta" e che, tra l’altro, risultano vuoti all’interno! L’Abazia richiama le costruzioni Templari: il pozzo è ottagonale, la sala Capitolare è strutturata come le sale ove si svolgevano i Capitoli dell'Ordine, ci sono nodi Templari incisi sulle chiavi di volta a crociera. Per chiudere in bellezza c’è un bel SATOR, cioè il crittogramma Cristiano che decodificato da’ il Pater Noster e che era spesso usato dai Templari. 

 
Un’ultima teoria parla anche della Foresta d’Oriente, dove potrebbe essere stato nascosto tutto o parte del tesoro Templare. La Foresta d’Oriente è una zona che si trova nella Champagne francese, si estende per circa 20.000 ettari. Per la sua conformazione morfologica si presenta inospitale e in quel luogo sono nate molte leggende su fate e folletti. A Est della foresta c’è Payns, città natale del primo Gran Maestro, Hugues de Payns, a Sud-Ovest c’è Clairvaux, città natale di Bernardo di Chiaravalle, nella foresta vi sono moltissime case Templari e ogni cosa ha un nome che ricorda il Tempio (strada del Tempio, ruscello del Tempio ecc). Si racconta che la Foresta fosse piena di passaggi segreti, di trabocchetti e trappole allestite dai Templari. 
Naturalmente, c’è anche chi, a torto o a ragione, pensa che l’assalto di Filippo il Bello dell’alba del 13 ottobre 1307 sia andato a buon fine e che insieme ai Templari sia stato preso anche il loro favoloso tesoro (almeno quello che era in Francia). Si ricorda che, i lavori per la costruzione di Notre Dame e del Palazzo Reale di Parigi erano fermi da mesi poiché il Re non aveva più i soldi. In più, la moneta francese (talleri e bourgeoises) era stata svalutata due volte in un anno e le stesse monete erano fatte con una lega squallida. Tanto che Filippo il Bello fu chiamato "Il Re Falsario" dal Papa Bonifacio VIII e si diffuse il detto: Il Re di Francia è falso come le sue monete. Stranamente, pochi mesi dopo il processo dei Templari, i lavori ripresero di buona lena e le vecchie monete furono sostituite con delle nuove monete d’argento. 

sabato 16 giugno 2012

LA SOGLIA





Da oggi potrete scaricare uno dei miei primi testi: "La soglia" (basta cliccare sul link). Il racconto è stato pubblicato nella raccolta TRIFOLIUM 2009 edita da Caravaggio.

LO SPIRITO DEL VENTO


Alan Turing, ex pilota militare, passato ai servizi segreti, s’imbatte per caso in uno strano oggetto: una katana. La spada, sebbene di ottima fattura,  non sembra essere nipponica. Il negoziante, un anziano signore con un forte accento cinese, non sa dirgli molto ma, felice di liberarsene, gli offre l’arma ad un prezzo ragionevole. Sul fodero sono incisi dei misteriosi ideogrammi. Alan, tentando invano di decifrarli, si addormenta su di una poltrona con la spada appoggiata sulle gambe. Ha un sogno ricorrente: sogna di parcheggiare un grosso automezzo davanti a una palazzina dalle mura trasparenti. Quando si sveglia si ritrova nella prateria. 

La sua mente vacilla: non riesce a capacitarsi. Tuttavia grazie alla sua grande resilienza, una capacità acquisita in anni di addestramento, riesce a superare la crisi. Si trova in uno strano mondo: stesso posto, stesso tempo ma, realtà diverse. L’umanità non ha superato la crisi del 1962, quella dei missili a Cuba e su di essa è calata l’ombra dell’olocausto nucleare. Qui, la storia ha seguito un corso diverso e anche la sua storia personale ha avuto un esito differente. Nel 2012 la tecnologia è regredita e ci si ritrova, in America, con una civiltà simile a quella della metà del XIX secolo. La prateria è il territorio indiscusso degli indiani che non sono più dei selvaggi ma hanno dato vita a una società feudale simile a quella giapponese del tempo dello Shògun. Prosperano grazie a un animale volante, il wakalla, che ha sostituito egregiamente il cavallo, ormai estinto. I bianchi si sono impadroniti di alcuni esemplari e hanno imparato anche loro a servirsene: grazie ai wakalla si sono ristabiliti i contatti tra le città rimaste per tanto tempo isolate, dando nuovo spunto ai commerci, alle idee, alla tecnologia.

Alan, passando attraverso diverse vicissitudini, si trova a convivere alternativamente sia con gli indiani, sia con i bianchi. Riceve un valido aiuto solo dai primi, i quali, per quanto riguarda il mistero del suo caso, possiedono conoscenze di gran lunga superiori a quelle dei bianchi; verso i quali Alan manterrà sempre un atteggiamento molto prudente. Per gli indiani, lui è “Lo Spirito del vento” ed ha acquisito strani poteri. Wakanda, lo stregone, gli spiega che i suoi poteri sono latenti: dormivano assopiti dentro di lui e saranno sicuramente trasmessi alla sua progenie. A Saint Peters ritrova l’amata Susan. Resterebbe volentieri con lei, ma ha nostalgia di casa: quello non è il suo mondo e lui non vuole rimanerci per sempre. Vola via da Susan per imbattersi nel suo alter ego. L’Alan di quel mondo, seguendo una rotta diametralmente opposta, finisce per collidere in volo con il protagonista di questa storia. Alan sembra scampare al disastro, torna tra gli indiani e casualmente ne parla con Wakanda. Il Capo spirituale rimane perplesso: capisce che è avvenuta la fusione. L’Alan di questa realtà alternativa si è fuso con L’Alan del nostro mondo: quando si sveglierà non ricorderà più chi era, non ricorderà più cosa ha fatto, acquisirà ricordi propri di questa realtà. Wakanda affida Alan alle cure della sacerdotessa Teetomka che, segretamente, lo ama. Passerà quella notte tra le sue braccia ma, come previsto, al risveglio Alan perderà gradualmente coscienza di se. Tornerà dalla sua Susan e questa volta, per rimanerci.

Sono passati venti anni da quella notte. Alan parcheggia un grosso automezzo sotto casa sua, una palazzina che sembra fatta di cristallo. Lo aspetta Susan, ma prima che possa raggiungerla viene sorvolato da un wakalla: l’animale atterra lì vicino. E’ cavalcato da un indiano: un giovane di diciannove anni. Sceso a terra, senza perdere tempo, il ragazzo lo invita a salire in groppa e a farsi un volo. Alan esita: tempo addietro ha imparato a cavalcare quegli animali volanti, ma è da molto che non vola più. Il giovanotto gli riferisce le parole di sua madre: “è come andare in biciletta, una volta imparato non si dimentica più.” Queste parole sembrano scuoterlo: in realtà sono parole sue. Sono parole dette a Teetomka che, all’epoca, non aveva la più pallida idea di cosa fosse una bicicletta.  Il giovane, con un filo di speranza, gli chiede se quella frase gli ricorda qualcosa ma Alan, seppur perplesso, risponde di no. Il giovane indiano, con un cenno, lo invita a salire in groppa all’animale. Alan, questa volta senza esitare, si alza in volo compiendo ogni sorta di acrobazia. Quando atterra cerca di saperne di più sul quel giovanotto che gli è stato subito simpatico, che gli somiglia così tanto, che gli ricorda lui quand’era giovane. Si  fa chiamare “Lo Spirito del vento” e dice di essere dotato di strani poteri. Lo invita a pranzo e scopre che è in cerca di un lavoro. Lui ha bisogno di qualcuno che lo aiuti, lui e Susan non hanno avuto figli. Finisce per offrirgli il lavoro e anche un alloggio. Il giovane accetta volentieri, anzi sembra molto soddisfatto: non poteva sperare di più.

martedì 12 giugno 2012

VOSTOK: IL LAGO CHE CELA UN MISTERO



Sotto i ghiacci del polo sud è stato scoperto un vasto lago sub-glaciale sepolto a più di tre chilometri di profondità e ciò ha catturato l’attenzione degli scienziati. La NASA vuole usare il lago Vostok per la testare delle apparecchiature per una missione in programma su Giove. I microbiologi vogliono studiare la vita in condizione climatiche estreme. Gli ambientalisti vogliono fermare l’esplorazione e vogliono che il lago resti un posto incontaminato, poiché contiene l’acqua più pura della Terra. Insomma, questo lago ha veramente attirato l’attenzione della comunità scientifica mondiale. Come sappiamo l’Antartide, già in passato, è stata oggetto di molte speculazioni. Alcune teorie la vedono come sede della famosa civiltà perduta di Atlantide dato che, di recente, si è ipotizzato che migliaia di anni fa questo continente fosse ubicato molto più a nord presentando, per buona parte, un clima temperato. Benché l’ubicazione di questo lontano continente australe fosse rappresentata in diverse mappe medievali, come quelle di Piri Reis e Ornozio Fineo, la sua scoperta ufficiale avvenne solo nel 1820 e da allora si sono susseguiti vari tentativi di esplorazione da parte di molte nazioni, soprattutto da parte degli Stati Uniti che hanno impiantato sul continente le loro basi permanenti di ricerca e di appoggio militare.


Fino agli anni settanta Vostok era solo il nome di una stazione di ricerca dell’ex Unione Sovietica, poi si iniziò a esplorare il sottosuolo di una zona piatta e anomala con i glacio-radar (strumenti elettronici realizzati per compiere le indagini glaciologiche). Gli echi dei radar indicarono che c’era una variazione nella natura del substrato del ghiaccio, ma soprattutto un contatto tra ghiaccio e acqua liquida. In conclusione, sotto la calotta glaciale pare esserci un vero e proprio lago d’acqua liquida. Dopo ulteriori ricerche, emerse la sagoma esatta del lago che risultò essere di ben 250 km di lunghezza e 50 km di larghezza, il che rende il lago Vostok tra i più grandi del mondo. Alla fine degli anni ottanta, un team di scienziati e ingegneri cominciarono a perforare il ghiaccio per raggiungere il lago e per studiare i climi del passato della Terra. La perforazione però venne bruscamente interrotta quando i ricercatori incapparono in uno strato di ghiaccio ricongelato spesso 120 metri. Proprio in questo strato vennero scoperti numerosi batteri che suggerirono l’idea di un ecosistema completamente diverso, una sorta di ecologia alternativa, imprigionata nel ghiaccio da migliaia se non da milioni di anni. Dunque, la perforazione venne interrotta, poiché si poteva contaminare quell’ambiente o che, al contrario, potevano essere portati alla luce virus nocivi contro i quali gli esseri umani non possedevano difese immunitarie. Contrariamente a quanto si crede, il lago riceve della luce filtrata e ulteriori indagini rivelarono la presenza di fonti di calore, probabilmente vulcaniche, che scaldano il lago fino alla sorprendente temperatura di venti gradi centigradi. Gli scienziati suggerirono la possibilità che in questo lago incapsulato tra i ghiacci potevano esistere forme di vita del tutto sconosciute.
Ma la notizia più intrigante riguarda una potentissima anomalia magnetica situata nella parte settentrionale del lago. Questa scoperta ha dato luogo a tutta una serie di congetture riguardanti strane tecnologie antiche o aliene sepolte sotto i ghiacci. Quest’anomalia delimita un’enorme area di 72×104 chilometri: è così vasta e potente che non può essere provocata da un fenomeno naturale. Ma, allora, qual è la causa di quest’anomalia? Si ipotizza che in quel luogo la crosta terrestre sia più sottile, ma non mancano ipotesi ben più controverse. Una teoria asserisce che l’Antartide sarebbe la sede della perduta terra di Atlantide. Vi si troverebbero dunque sepolti i suoi immensi tesori, ma anche una sorta di congegno tecnologico che emana una formidabile energia e si potrebbe collegare la misteriosa anomalia magnetica, all’esistenza di questo congegno.
Ma non è tutto: a seguito di approfondite analisi satellitari, sepolta nel lago, è stata rilevata una massa metallica (forse un oggetto) di forma circolare e di notevoli dimensioni!
Insomma, qualcosa di strano si nasconde in Antartide, ma la segretezza è tale da sfuggire ad ogni forma di indagine. Ad oggi, testimoni non confermati riportano che l’area del Lago Vostok ospita la presenza di un numero inconsueto di escavatori e di altri mezzi logistici, di personale scientifico e militare. Gli stessi riportano anche la presenza dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana e, pare, che questa abbia perimetrato l’intera zona, impedendo l’accesso a chiunque non sia autorizzato, allo scopo dichiarato di "evitare contaminazioni".


Il 27 gennaio 1996, in una remota zona del continente Antartico, alcuni ricercatori stavano lavorando a un comune progetto di climatologia quando hanno assistito a un evento stupefacente: un insolito vortice stazionava in quota nonostante le elevate raffiche di vento. La staticità del mulinello e l’inconsueta nebbia che lo avvolgeva, hanno attirato la curiosità degli scienziati che hanno allestito un pallone meteo, vincolato a un cavo, che aveva in dotazione tutta una serie di strumenti di rilevazione. Era presente anche un cronometro per la registrazione dei tempi di lettura. Il pallone sonda è stato poi rilasciato e fatto risucchiare dal vortice per il tempo strettamente necessario alle misurazioni. Dopo alcuni minuti gli studiosi si sono trovati di fronte ad un risultato a dir poco inquietante: il cronometro indicava chiaramente la data del 27 gennaio 1965 e tutti i dati registrati indicavano valori incompatibili con le normali caratteristiche di una tromba d’aria. Non si trattò di un errore: pur ripetendo più volte l’esperimento, si ottenne sempre lo stesso risultato. Questo aprì la strada ad un’ipotesi sensazionale: poteva trattarsi di una porta spazio-temporale!
Questa scoperta ha, fin da subito, catturato l’interesse degli ufologi e dei complottisti, secondo i quali i militari americani stanno nascondendo il ritrovamento di un UFO o di una grande apparecchiatura, tecnologicamente avanzata, mai vista prima.

domenica 10 giugno 2012

MESAGNE: MISTERIOSI FRAMMENTI

Il 25/06/1966 sul quotidiano ROMA di Napoli e su altri giornali si leggeva l’articolo riprodotto in sintesi:”presso Brindisi, MISTERIOSI FRAMMENTI IN UN PODERE. Gli abitanti della zona affermano che sono caduti da un grande oggetto volante che avrebbe solcato il cielo. Misteriosi frammenti, di natura non ancora accertata sono stati trovati dal contadino Antimo Farina di 35 anni, in un podere della contrada S. Domenico, di Mesagne. Si tratta, stando alle descrizioni fornite, di oggetti cavi di forma cilindrica, come tubi, lunghi circa 30 cm e con un diametro di 12”.

Un mese e mezzo dopo tre componenti del CENTRO CLIPEOLOGICO PARTENOPEO si recano a Mesagne e su indicazione dei vigili urbani, ritrovano il posto in cui sono stati ritrovati i misteriosi tubi. E’ un terreno in cui crescono alberi di fico e d’ulivo. A prima vista, sembrava che qualcosa, cadendo su di una linea elettrica ad alta tensione, avesse provocato il distacco di uno dei cavi elettrici e che sia il cavo, sia l’eventuale “cosa”, causa della rottura, erano precipitati su di un ramo dell’albero di fico sottostante. Quest’ultimo si presentava spezzato, rinsecchito e in parte carbonizzato, mentre il resto dell’albero rimaneva normalmente vegeto e coperto da fogliame. Furono presi campioni di terreno e recuperato (staccandolo) un pezzetto del ramo annerito. Furono anche intervistati i contadini della zona; che confermarono l’avvistamento dei globi di fuoco. I tre ricercatori, furono ben accolti nella sede della GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO: Il direttore del giornale, gentilissimo, consegnò loro un reperto raccolto ai piedi del fico, che risultò essere identico a quello recuperato dal gruppo. Altri reperti del genere erano stati inviati a Bari per essere analizzati.
L’indagine sembrava conclusa e due componenti del terzetto investigativo tornarono a Napoli, mentre il terzo (G. Leuci) rimaneva in zona per motivi personali. Una settimana dopo, questi, venne a conoscenza del fatto che un macellaio di Mesagne era in possesso di uno dei misteriosi cilindri ritrovati nel campo e si adoperò per incontrarlo. Gli fu mostrato l’oggetto. Era un “tubo” liscio costituito da una sostanza apparentemente fragilissima, di color bianco latte. Accortosi della delicatezza con cui il Leuci maneggiava quell’oggetto, il macellaio volle dargli una dimostrazione della sua resistenza e presa una mannaia, la calò sul cilindro, colpendolo con forza. Non riuscì neanche a scalfirlo, mentre la mannaia riportava i segni dell’impatto!
Sordo a qualsiasi richiesta, neanche dietro offerta di compenso, il macellaio rifiutò di cedere l’oggetto.
Recatosi a Bari, il Leuci ebbe un’altra delusione: i reperti e le analisi effettuate presso la locale Università, erano stati requisiti dai carabinieri di Mesagne. Prima di ripartire fece un’ultima visita al macellaio, per cercare di recuperare almeno il cilindro; ma questi affermò, candidamente, che l’oggetto gli era stato rubato.
Non restava altro da fare che lavorare sul ramoscello staccato dall’albero e su quello raccolto ai suoi piedi dal giornalista della Gazzetta.
Ad una prima analisi, essi risultarono composti di silicati di ferro, alluminio e manganese! Quando raccontarono che si trattava di un rametto carbonizzato, staccato da un albero di fico, furono tacciati per visionari! La scienza “ufficiale” negava quindi l’origine organica dei reperti, giacché non contemplava l’ipotesi di una pietrificazione istantanea di un organismo vegetale. In quanto,  se è vero che esistono numerosi esempi di foreste pietrificate (in America ma anche da noi, in Sardegna) è anche vero che questi processi di pietrificazione richiedono milioni di anni.
Un ulteriore ricerca su questi pezzi di color grigio verde circondati da una corteccia scura (l’aspetto era quello di un tronchetto carbonizzato) effettuato presso l’Orto botanico, non poté fornire alcuna indicazione, in quanto non si riscontravano analogie con strutture vegetali. 

martedì 5 giugno 2012

I FIGLI DEL DIO AN

Zecharia Sitchin, abilissimo interprete della scrittura sumera, prese a considerare alla lettera i racconti delle tavolette scritte in caratteri cuneiformi. Racconti che prima erano considerati dagli studiosi come “mitologia sumera”: i rapporti tra gli uomini e gli dèi, quali potevano essere quelli della mitologia greca o romana; una religione codificata e organizzata, con una casta sacerdotale e racconti dalla forte valenza simbolica, volti unicamente a coinvolgere i cuori dei fedeli. Sitchin, fu il primo, forse l’unico, a considerare gli dèi sumerici come esseri reali, non miti ma Storia.

Secondo Sitchin gli dèi sumerici erano degli alieni: gli Annunaki, che provenivano da Nibiru, il 10° pianeta del sistema solare. Sarebbero scesi sulla Terra 445.000 anni fa per estrarre l’oro, necessario per riparare l’atmosfera del loro pianeta Nibiru e se ne sarebbero andati dopo un’aspra guerra che vide la fazione nazionalista (di ENLIL) annientare definitivamente le resistenze dei popoli umani fedeli alla fazione filo-umana (di ENKI), nel 2023 a.C.
Gli alieni divisero la Terra in regioni: Sumer era la prima regione, Egitto e Nubia costituivano la seconda, la valle dell'Indo (Pakistan) la terza e la penisola del Sinai la quarta. Inoltre avevano basi in Africa (Zimbawe) in un luogo chiamato Abzu e (sembra) in America (la Terra al di là dei mari). Forse, per motivi legati al rientro in atmosfera di navicelle provenienti dallo spazio cosmico, gli alieni avevano diviso la Terra in tre grandi “Vie”, fasce separate dal 30° parallelo Nord e Sud: la via settentrionale di Enlil, la fascia centrale di Anu e la via meridionale di Enki.

AN o ANU era il Re di Nibiru, il Re degli dèi. Il suo regno ebbe inizio con l’unificazione del pianeta, successiva alla guerra totale tra Nord e Sud.

ENLIL era figlio di ANU e di ANTU, sua sorellastra e sposa. Dunque, legalmente il figlio che, secondo le leggi di Nibiru, deteneva il diritto alla successione sul trono del 10° pianeta. ENLIL fu inviato sulla Terra per organizzare le operazioni di estrazione dell’oro su larga scala.  A sua volta padre di NINURTA, avuta dalla sua sorellastra NINMAH e di NANNAR e ISHKUR avuti da NINLIL, sua sposa; non si dimostrò mai benevolo verso i Terrestri. Non li avvisò dell’arrivo del diluvio sperando così di provocare l’estinzione del genere umano. In guerra, autorizzò l’uso di armi nucleari.

ENKI, padre di MARDUK, chiamato anche EA (“Colui la cui casa è l’acqua”), era il primogenito di ANU ma, non essendo nato da un matrimonio tra consanguinei era geneticamente meno regale del suo fratellastro ENLIL. Fu a capo del primo gruppo di Annunaki giunti sulla Terra, il creatore dell’Umanità e colui che la salvò dal Diluvio. Con il passare dei secoli, gli vennero attribuiti diversi epiteti: NUDIMMUD (“Abile creatore”), PTAH (“Colui che ha dato forma alle cose”) in Egitto, ENKI (“Signore della Terra”).

INANNA era la figlia di NANNAR e NINGAL, sorella gemella di UTU, promessa sposa di DUMUZI. Dea feroce nella guerra e lussuriosa in amore. Signora della Terza Regione (detta Aratta) diventò, come vedremo, anche Signora di Uruk, detenendone il tempio. Nell’Accadia fu conosciuta con il nome di ISHTAR e associata al pianeta Venere. Abile seduttrice diventò l’amante di ANU. Riuscì ad ammaliare il dio ottenendo da lui l’Eanna, il tempio di Uruk, che era la dimora AN quando questo soggiornava sulla Terra.