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martedì 14 maggio 2019

LE MISTERIOSE LAMPADE DI DENDERA


Le lampade di Dendera sono considerate dei veri e propri OOPArt, alla stregua di altri oggetti archeologici, trovati in un contesto molto strano o totalmente estraneo, rispetto al periodo storico in cui questi  troverebbero una giusta collocazione.
Alcuni propongono teorie alternative per l’interpretazione di questo antico bassorilievo egizio, denominato “Lampade di Dendera”. I sostenitori di tali teorie credono che vi siano rappresentati dei primitivi strumenti di illuminazione. In tal caso, il gambo del fiore di loto potrebbe rappresentare, schematicamente, un cavo elettrico e quella sorta di sostegno, che dovrebbe essere la rappresentazione della colonna dorsale del dio Osiride, invece, sarebbe la raffigurazione di un isolatore elettrico. Infine, l’oggetto ondulato che si vede all’interno, sarebbe  un alone luminoso, simile a quello visibile nelle vecchie lampadine a incandescenza; il tutto è compreso in un bulbo di vetro.
Effettivamente, se ci soffermiamo ad osservare il disegno, nell’insieme, sembrano essere raffigurati due strumenti adibiti a qualche genere di funzione. Soffermiamoci sui particolari. Il supporto somiglia veramente agli isolatori elettrici che possiamo osservare nelle linee elettriche e che servono a isolare le colonne dai cavi dell’alta tensione.
Alcuni studiosi convinti da questa ipotesi, fanno notare inoltre che il gambo di un fiore di loto non si sviluppa orizzontalmente lungo la terra come nel rilievo, ma nella maggior parte dei casi e delle rappresentazioni egizie, il gambo del fiore di loto non è visibile affatto, poiché il loto è un fiore acquatico e quindi il gambo è sommerso. In più, il fiore di loto non è mai stato rappresentato con quella specie di sfera di vetro e anche se il disegno rappresentasse un serpente che nasce dal Loto, non avrebbe avuto senso disegnare una cosa simile.

 

Ma la cosa che ha fatto molto discutere è la presenza del dio Toth con i coltelli in mano, che gli antichi egizi erano soliti usare come simbolo di un grande pericolo. Un semplice fiore di loto che pericolo poteva mai generare?
Le coincidenze non finiscono qui. Poco tempo dopo la scoperta del tempio di Dendera (avvenuta nel 1857), lo scienziato inglese sir William Crookes costruì una lampada in grado di emettere raggi x chiamata “tubo di Crookes”, che presenta molte similitudini con la lampada di Dendera. Un cavo che parte dall’estremità del tubo di Crookes arriva fino a un isolatore ad alto voltaggio. Nel bassorilievo il presunto isolatore è rappresentato con lo Zed. È lo stesso oggetto che oggi sappiamo trovarsi nascosto all’interno della grande piramide di Giza, da sempre presunto catalizzatore di energia, schematizzato in molte altre rappresentazioni sparse qua e là per tutto l’Egitto.
All’interno del tubo di Crookes la luce si diffonde tramite una serpentina luminosa che ritroviamo, guarda caso, anche nel bassorilievo di Dendera e sappiamo che gli antichi Egizi chiamavano il serpente nato dal loto con il nome “Seref”, che significa appunto “illuminare”. Solo un caso?
Forse il mito del serpente nato dal fiore di loto può essere ricondotto in senso figurato alla luce che nasce da una lampadina.
Quindi gli antichi egizi avevano veramente scoperto l’uso della corrente elettrica?
Sono stati fatti molti studi e si sa che il fenomeno dell’elettricità fu indagato anche dagli antichi greci e dai babilonesi che quindi, per lo meno, conoscevano questa energia. Se siano veramente riusciti ad utilizzarla, tanto questi ultimi quanto gli egizi, resta ancora un mistero.

sabato 11 maggio 2019

LE LUCI DI HESSDALEN


Questo fenomeno luminoso è ricorrente nella valle di Hessdalen, in Norvegia. Si tratta di fenomeni di luce dalla forma generalmente sferica e di colori svariati, prevalentemente bianco e rosso, caratterizzate da pulsazioni irregolari a volte di lunga durata. Hanno la caratteristica di apparire sia in cielo (con distribuzione omogenea), che in prossimità del terreno. Si muovono a scatti: appaiono in un punto, si spengono di colpo e poi riappaiono in un altro punto. L'apparizione dei fenomeni luminosi è spesso associata a perturbazioni del campo magnetico.

Si osservano in maniera ricorrente sia a Hessdalen (Norvegia, a sud-est di Trondheim) che in circa 40 località del mondo. In molte di queste aree fenomeni di luce ricorrenti hanno luogo da centinaia d'anni, in certi casi, come nella zona di Boulia in Australia (Le luci di Min min) o nella riserva di Yakima negli USA, essi vengono perfino rappresentati nei petroglifi. A Hessdalen, ufficialmente, esiste documentazione fin dal 1981, ma c'è chi afferma che le testimonianze risalgono alla fine del diciannovesimo secolo. Hessdalen è una piccola comunità (150 abitanti): è chiaro che un secolo fa la valle fosse quasi disabitata e che quindi le testimonianze fossero poche, filtrate anche dalla lentezza dei mezzi informativi di quei tempi.
Tra tutte le località, Hessdalen resta la località più importante, non tanto per il tipo o la frequenza di fenomeni, quanto perché è l'unica o quasi ad essere stata oggetto di vere e proprie investigazioni scientifiche supportate da strumentazione di vario tipo.
Per quanto invece riguarda le palle di luce in quanto tali, possiamo al momento affermare che:

  1. gli aumenti di luce sembrano essere dovuti all'improvviso aumento della superficie radiante mentre la temperatura di colore resta pressoché costante;
  2. l'aumento della superficie radiante non è dovuto ad espansione dei globi di luce, ma all'apparizione improvvisa di grappoli di piccole sfere concentrate attorno ad una specie di nucleo centrale;
  3. il fenomeno luminoso, analizzando la distribuzione a 3-D della luminosità e verificandone il profilo molto netto, non ha le caratteristiche di un "plasma standard" ma di una materia che apparentemente simula un corpo solido uniformemente illuminato;
  4. il fenomeno di luce può raggiungere una potenza fino ai 20 KW;
  5. la valle di Hessdalen è completamente elettrificata in quanto mostra ovunque tanti piccoli "flash" di brevissima durata che spesso si riesce a registrare con foto a lunga posa.

Vi sono indizi che fanno ritenere che il fenomeno sia, in gran parte, spiegabile con il modello del fisico britannico David Turner, secondo il quale lo scambio di energia termica, elettrica e chimica tra un plasma e un'atmosfera ricca di vapor d'acqua e aerosol, è in grado di generare palle di luce dai profili nettissimi come quelli sovente osservati. Esse, essendo costituite da un vero plasma all'interno e da uno strato esterno con funzione refrigerante, producono energia con un meccanismo simile a una pompa termo-chimica: ciò permette l'esistenza di una struttura autoregolata e dai tempi di vita relativamente lunghi. Il plasma da cui tutto si origina è con ogni probabilità prodotto dalle flessioni tettoniche che a loro volta generano piezoelettricità ed effetti elettromagnetici simultanei nelle onde VLF e UHF: in tali condizioni secondo il modello del fisico cinese Juo Suo-Zou può formarsi un vortice di plasma. Questo interagendo con l'atmosfera genera ciò che si vede. Tuttavia il modello Zou-Turner non può, al momento, chiarire completamente il fenomeno.
Si esclude l'ipotesi che l'attività solare inneschi il fenomeno. Analisi statistiche recenti su un campione molto popolato di dati lo dimostrano. Il modello di Abrahamson delle nano-particelle riscaldate estratte dal suolo da una forte scarica elettrica esterna sebbene possa spiegare in sé il profilo luminoso osservato, non trova riscontro nella molto più debole elettricità prodotta dalle flessioni tettoniche. L'attività ionosferica è assolutamente inadatta a spiegare sia la forma netta che i lunghi tempi di vita delle palle di luce osservate.
È possibile replicare in laboratorio fenomeni analoghi?
Il fenomeno, come abbiamo visto, non è del tutto oscuro e alcune teorie, pur con molte lacune, tentano di spiegarlo. Tuttavia, non si dispone ancora di un modello teorico che sia consistente con i dati osservati e che, conseguentemente, consenta di progettare un esperimento mirato di laboratorio.

sabato 4 maggio 2019

DIE GLOCKE: ARMA O MACCHINA DEL TEMPO


Documenti della CIA risalenti al 1955 declassificati nel 2000 e disponibili on line dal 2013 raccontano che Hitler, il dittatore della Germania nazista fosse riuscito a fuggire alla morte e ad essersi rifugiato in Colombia. Questi carteggi però non affermano che la CIA avesse rintracciato il dittatore in Sud America, ma si limitano a raccogliere tutte le informazioni possibili, anche le più incerte. Per quanto ne sappiamo, Hitler, dicono le prove più solide, fornite dall’Unione Sovietica, si è suicidato a Berlino nel 1945.
Sono ormai trascorsi tanti anni, il che ha trasformato i fatti in proposito in vere e proprie leggende che si sono andate coagulando attorno alle storie, in parte reali, sulla tecnologia nazista che poteva contare su ingegneri e scienziati eccezionali che, dopo la guerra, hanno fatto la fortuna di URSS e soprattutto degli USA,  che grazie al geniale Werner Von Braun inventore delle terribili armi V-1 e V-2, conquistarono la Luna battendo i sovietici nella corsa allo spazio.
Hitler oltre ad armi innovative aveva in corso un programma nucleare che favorì indiscrezioni su armi risolutive cui stava lavorando il regime nazista. Una delle più strepitose è certamente la Die Glocke: La Campana.

 

Quest’arma misteriosa, forse, era un’aeromobile dalla struttura a campana e avrebbe usufruito di una serie di tecnologie di derivazione aliena.
La Die Glocke funzionava ad anti-gravità. La campana che ne formava la struttura sarebbe stata costruita utilizzando un metallo duro e pesante. L’aeromobile era poco più alta (più bassa, secondo alcuni) di quattro metri di altezza per un diametro massimo di 2,7 metri. All’interno vi erano due cilindri che ruotavano l’uno rispetto all’altro in senso contrario che venivano riempiti con una sostanza dal colore viola, forse una lega di mercurio, chiamata Xerum 525. Quando il liquido non veniva utilizzato per azionare la macchina veniva immagazzinato in un contenitore rivestito di piombo. Allo Xerum veniva aggiunto un altro elemento, chiamato Leichtmetall, il torio e il perossido di berillio.
La campana o “Die Glocke” venne tirata in ballo e portata alla luce da un giornalista, Igor Witkoski che nel 2000 pubblicò un libro uscito in Polonia, la sua patria, dal titolo: “Prawda o Wunderwaffe, (la verità sull’arma poderosa)”. Nel libro, Witkoski rivela di aver scoperto l’esistenza dell’arma dopo aver letto le trascrizioni degli interrogatori dell’ex ufficiale delle SS Jakob Sporrenberg, aggiungendo di aver avuto accesso a documenti classificati in relazione alle armi segrete naziste da un funzionario dell’intelligence polacca che ha rifiutato di identificare. Ovviamente non ha nessuna copia dei file avendoli solo trascritti.
La storia poi si diffuse grazie a Nick Cook che portò quanto scritto da Witkoski a un pubblico più ampio nel libro: “The Hunt for Zero Point”, in italiano “La ricerca del punto zero”.
Witkowski cita alcune piattaforme di forma circolare rinvenute nei pressi della miniera di Wenceslas, e dichiara che sarebbero potute servire come sito di atterraggio per il velivolo. Il progetto sarebbe nato sotto il comando del misterioso generale delle SS Hans Kammler, che era stato anche coinvolto nello sviluppo delle V-2 e in costruzioni sotterranee come il centro Riese dove, appunto, si sarebbero svolti i test della Die Glocke.
 
 

La macchina, pare, fu testata ma i test si rivelarono una catastrofe a causa delle radiazioni emesse che avrebbe ucciso diversi scienziati e tutte cavie (animali?). Il test sarebbe avvenuto in una struttura nota come Die Riese (il gigante) vicino al confine ceco. Da quelle parti c’è una costruzione chiamata The Henge, una struttura di cemento che secondo alcuni fu usata per i test della campana anche se, secondo altre fonti, potrebbe trattarsi del supporto di una torre di raffreddamento. La diatriba è inutile vista la scarsezza di dati a disposizione: la struttura potrebbe servire a molte cose e non necessariamente al funzionamento di una macchina “avveneristica” di cui non si sa nulla, come non si sa nulla degli scienziati che parteciparono alla sua realizzazione. Ufficiali scomparsi nel nulla come il generale delle SS Hans Klammer, al comando dei progetti segreti del Terzo Reich.
Anche le due campane, sì perché due ne furono costruite, scomparvero. La seconda Die glocke fu denominata Ju–390. Erano in grado di generare un campo anti gravitazionale , ma altri autori pensano che fossero uno strumento per osservare il passato, visibile, al suo interno da uno specchio al quarzo concavo. Piuttosto diffusa è anche l’idea che la Die Glocke potesse servire per spostarsi nel tempo, come fosse il TARDIS del Doctor WHO. Altri ancora fanno notare che la macchina, per forma e principio di funzionamento, è simile ai Vimana della mitologia Indiana. Insomma, non sappiamo più di tanto e il libro di Witkoski è l’unica fonte che ne parla: non ci sono tracce o elementi ai quali ci si possa affidare per avvalorarne la tesi.

LO JEDI


Kevin Cottam non è mai stato un appassionato di Star Wars. Inizialmente era un buddista zen, ma stufo dei precetti e delle limitazioni che imponeva la sua religione, ispirato da una ricerca sul web, scoprì i Djedi dell’Antico Egitto, a cui è ispirata la famosa saga cinematografica. Lo jedismo, ha raccontato, si basa su tre principi: conoscenza, saggezza e compassione. Attraverso la prima si ottiene la seconda e con questa si arriva alla compassione. Gli Jedi credono che tutto sia governato dal principio creatore della forza, ma diversamente da quanto visto e sentito in Star Wars, Cottam non crede che la forza possa essere buona o cattiva. Quelli, per lui, sono solo gli effetti di come ogni Jedi gestisce la forza.

Lavorava come cuoco, ma da qualche anno, si è trasferito a Rhyl, una città costiera non distante da Liverpool. Passa gran parte del suo tempo a cucire gli elaborati costumi che indossa (corredati sempre da un ampio mantello) e spesso viene fermato per strada dai bambini, che vogliono farsi una foto con lui. Accetta sempre e ha cominciato anche a girare con una sorta di spada laser dopo che qualche bambino era rimasto deluso dal fatto che la portasse. Cottam ora si veste solo da Jedi e ha iniziato anche a partecipare agli eventi di cosplayer. Tiene però a sottolineare che, per lui, quello non è un travestimento.

Da quando si è convertito completamente al jedismo, la sua ragazza lo ha mollato: si vergognava a farsi vedere con lui per strada. I suoi amici trovano tutto molto strano, ma sono rimasti.
A quarantacinque anni ha accettato il fatto che, probabilmente, resterà single, ma si rifiuta di cambiare. Però, se trovasse una donna disposta ad accettarlo, non proverebbe, ci dice, a convertirla allo jedismo: la decisione spetterebbe a lei.

domenica 28 aprile 2019

FARMACI INTROVABILI


Succede: vai in farmacia, chiedi il medicinale e al massimo, aspetti fino al pomeriggio o al giorno dopo; il tempo per il farmacista di fare la richiesta e di attendere la consegna del distributore. Questo è ciò che accade normalmente e che dovrebbe accadere. Ma ci sono medicinali che in farmacia, invece, non si trovano: né in quella vicino a casa, né in quella dall’altra parte della città  e neanche nell’intero circondario. E non si tratta di farmaci per i comuni malanni di stagione, ma di medicinali per problemi anche pesanti, come il Parkinson.
È ciclicamente successo che alcuni farmaci, che servono per i sintomi di questo disturbo cronico e degenerativo del sistema nervoso centrale, diventassero introvabili, in alcuni casi, per mesi (magari solo in alcune regioni) scatenando il panico tra i malati, abituati alla loro terapia e alle prese con sintomi anche molto gravi.
I malati di Parkinson devono prendere le medicine! Devono farlo, addirittura più volte al giorno. Se non lo fanno magari non riescono neanche a parlare o a stare in piedi. Non riescono a deglutire o ad aprire gli occhi: è tremendo. E quando poi riassumono il farmaco vanno incontro a dolori articolari fortissimi. Sono, quindi, medicinali che non possono essere sospesi improvvisamente: se non si trova il medicinale, quello a cui sono abituati, diventa un problema non solo per loro, ma anche per i loro familiari. Servono soluzioni.
Occorre un accesso efficiente alle informazioni, questo chiedono i pazienti: in alcuni casi di indisponibilità non si riesce neanche a capire dove vanno a finire questi farmaci. Non c’è un controllo di filiera completo e può persino succedere che i distributori abbiano il medicinale, ma non lo carichino nel sistema da cui possono vederlo le farmacie. E può capitare che, con una semplice telefonata al distributore, i farmacisti trovino i farmaci che a video non risultavano disponibili.
Sempre meglio chiedere di fare anche una telefonata.
C’è, poi, il processo di segnalazione delle indisponibilità, che è migliorabile: per i farmacisti avviare la procedura può risultare oneroso in termini di tempo.
 

Ma perché un certo farmaco non si trova?
Perché i farmaci scompaiono?
Il problema della scomparsa dei farmaci, che riguarda medicinali per diverse malattie, è molto articolato e c’è da distinguere tra due fenomeni principali.
Il primo è quello delle carenze ufficiali, legate, ad esempio, all’interruzione della produzione da parte della casa farmaceutica (per esempio per difficoltà a reperire il principio attivo). Questa interruzione va comunicata almeno due mesi prima all’Aifa, che inserisce il farmaco in una lista sul suo sito e nei casi più gravi, come quando non esistono medicinali alternativi, mette in moto iniziative, come l’autorizzazione all’importazione dall’estero.
Il secondo fenomeno alla base della scomparsa dei farmaci, invece, non è lecito ed è legato a distorsioni della rete distributiva nell'esportazione parallela dei medicinali (parallel trade). L’esportazione è legale di per sé ma, in teoria, grossisti e farmacisti con licenza da grossisti dovrebbero soddisfare il fabbisogno sul territorio e solo dopo esportare. Non solo: i farmacisti-grossisti, dovrebbero tenere separate le due attività e non potrebbero, come spesso denunciato, vendere all'estero (come grossisti) i farmaci che dovrebbero distribuire ai pazienti (come farmacisti), allo scopo di guadagnarci di più. Infatti, in Paesi come Francia e Germania, i farmaci costano di più. Gli interessi coinvolti potrebbero essere di tutti gli attori della filiera. L’Aifa li ha chiamati tutti a un tavolo tecnico anti indisponibilità nel 2016.
 

Stop alle esportazioni a rischio?
Dopo il 2016, il fenomeno è rientrato almeno per un paio di anni. Adesso si stanno notando nuove criticità, anche sul fronte delle carenze produttive, per cui si sta cercando di migliorare la segnalazione di queste carenze soprattutto per ridurne i tempi. Quanto alle indisponibilità dovute alla rete distributiva, c'è più consapevolezza tra gli operatori e la grossa novità su cui si sta ragionando, dopo il pronunciamento della Commissione Ue, è la possibilità di bloccare o quantomeno limitare le esportazioni di farmaci che sono stati
oggetto di fenomeni di accaparramento nel parallel trade.
Con la rete distributiva, Aifa sta lavorando anche su altri fronti: un sistema di reportistica per classificare in modo puntuale le segnalazioni (nel quadro normativo mancano persino le definizioni su cos'è una carenza) formazione degli operatori: affinché ci sia conoscenza del fenomeno e degli strumenti già a disposizione.  Nel 2025, poi, sarà pienamente operativo il regolamento Ue che renderà tracciabile ogni singola confezione: chi "rastrella" farmaci sarà inevitabilmente visibile ed è inevitabile che alcune distorsioni si correggeranno da sole.

lunedì 22 aprile 2019

LISTE D'ATTESA




Secondo l’Istat, circa quattro milioni di italiani non riescono a curarsi. Le liste d’attesa troppo lunghe e l’impossibilità, per motivi economici, di accedere a strutture private rendono di fatto inapplicabile, per una fetta consistente di popolazione, il diritto alla salute sancito dalla Costituzione. Di fatto, quasi la metà dei cittadini ha difficoltà a sostenere spese legate alla salute. In altre parole, di fronte a tempi d’attesa lunghissimi, in molti rinunciano a farsi visitare perché non hanno i soldi per rivolgersi al privato. In questo scenario, esce il nuovo piano nazionale delle liste d’attesa lanciato dal ministero della Salute a nove anni di distanza dalla precedente edizione. Il piano ha il pregio di affrontare il tema delle liste d’attesa in tutti i suoi aspetti e di mettere ordine alle diverse attività che possono e devono essere intraprese per una gestione più efficace e trasparente, puntando su un monitoraggio attento e su una chiara definizione dei criteri di priorità in base ai quali fissare gli appuntamenti, sia per le visite sia per i ricoveri. Certamente non risolve tutto, basti pensare alla carenza di personale che lamentano gli operatori sanitari, medici e infermieri. A mio parere, il servizio pubblico deve continuare a giocare un ruolo centrale, mentre le altre soluzioni possibili, che subentrano per soddisfare in tempi ragionevoli tutte le richieste, possono essere solo complementari. Pensiamo alle polizze assicurative che rimborsano le spese mediche (solo a chi appartiene a determinate categorie professionali) o alle prestazioni di medici privati che operano in intramoenia (“dentro le mura”) nelle strutture pubbliche, a pagamento e riducendo in questo modo i tempi di attesa. Sappiamo che, in molti casi si può, con questa soluzione, avere l’appuntamento in tempi analoghi a quelli del vero e proprio privato e con costi soggetti a minori oscillazioni. Ma non tutti possono permetterselo, ed è soprattutto ai cittadini più in difficoltà che il servizio sanitario deve garantire accesso alle cure.