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domenica 14 febbraio 2016

L'EVENTO

 
 
 
Come si può parlare di un libro senza svelarne la trama, togliendo così al lettore il piacere di scoprirla da solo man mano che procede nella lettura? Lo si può fare, secondo me, parlandone per sommi capi. In questo modo è possibile approfondire degli argomenti estrapolandoli dal contesto d’insieme: la trama rimarrà nascosta, con grande soddisfazione sia dell’oratore, sia del suo pubblico. È con questa idea che vi propongo, in anteprima, questo “estratto” di I FABBRICANTI DI UNIVERSI. Il trailer che mi assisterà nella prossima presentazione del libro, che avverrà il nove marzo proprio a Qualiano, in Via Salomone 28 c/o la CASA DEL POPOLO. Chiaramente, siete tutti invitati.

domenica 31 gennaio 2016

STRAGE DI USTICA, UN DOCUMENTARIO SVELA LE BUGIE DI STATO DEI FRANCESI


Il 27 giugno del 1980, il volo IH-870 della società ITAVIA parte da Bologna alle ore 20:08, con due ore di ritardo sull’orario previsto. Una volta salito in quota ed al di sopra della Toscana, secondo la ricostruzione fatta dai periti in base ai tracciati radar di Roma Ciampino, la traccia radar del DC-9 appare spuria, ossia sovrapposta a quella di un altro aeromobile (o forse due, secondo “la Stampa” del 19 giugno 1997) viaggiante nelle immediate vicinanze del jet civile; in altre parole, come se qualcosa volasse di conserva - ossia si fosse disposto poco sopra, sotto o in coda - con detto cargo allo scopo (almeno secondo la versione ufficiale) di occultare la propria presenza confondendosi nel cono d’ombra radar del DC-9. Intanto, quest’ultimo procede lungo l’aerovia civile denominata Upper Ambra 13 alfa, senza potersi rendere conto di una tale presenza “estranea”.
 
Nel frattempo, un aereo Awacs (un velivolo USA dotato di un sofisticato e potente radar sul dorso in grado di guidare altri aerei militari), ha sotto controllo una missione i cui scopi sono tutt’oggi rimasti top-secret e, a questo scopo, sorvola in circolo l’Appennino Tosco-Emiliano (fonte: “Corriere della Sera” del 1° settembre 1999).
 
Ritornando a descrivere il nostro scenario, tra Roma Ciampino e Ponza, quattro velivoli di nazionalità sconosciuta volano parallelamente, poco arretrati, e disposti due a destra e due a sinistra del DC-9 Itavia, quasi lo “scortassero”. Avevano il compito di sorvegliare il suo “compagno fantasma” (si è poi stabilito che i “compagni fantasma” fossero due), ma lo scopo per cui i quattro velivoli volavano in quel modo non è chiaro: volevano scortare questi “accompagnatori” o costringerli ad abbandonare la loro posizione?
 
Alcune serie di plots (tracce radar), attribuite alla presenza di altri caccia militari, danno l’impressione che questi emergano improvvisamente dalla superficie marina in un tratto di mare a nord di Olbia, ossia in uno specchio d'acqua antistante la Corsica, dove poi, successivamente, fanno ritorno (fonte: “la Repubblica” del 11 dicembre 1997). Ciò potrebbe essere spiegato sia con il fatto che, inizialmente, tali velivoli militari volassero a quote molto basse per non essere intercettati dai radar, sia con la presenza di una o più navi portaerei nelle acque del Mediterraneo.
Per quanto riguarda la portaerei francese Clemenceau, le autorità d’oltralpe, senza mai esibire alcuna documentazione (che comunque sarebbe stato possibile falsificare, come è stato rilevato nel caso della Saratoga), dichiararono semplicemente che era rientrata nel porto di Tolone all’alba del 27 giugno (“il Messaggero” del 20 giugno 1997).
Sempre a quest’ultimo proposito, il 13 novembre 1998 il generale Mario Arpino, convocato dal giudice Rosario Priore, dichiara che una portaerei nel Mediterraneo occidentale c’era, ma  era inglese (“Corriere della Sera” del 1°settembre 1999).
L'inchiesta di una tv francese smentisce la difesa delle autorità secondo cui "nessuna portaerei francese era in mare il giorno della tragedia": è la risposta data nel 2007 quando Francesco Cossiga, Presidente del Consiglio in carica al momento dei fatti, affermò che era stata Parigi responsabile dell'abbattimento del Dc9, ribadendo poi le sue dichiarazioni davanti agli inquirenti. Cossiga aveva parlato della presenza della portaerei "Clemenceau" nel Mediterraneo, subito negata dalle autorità francesi. La svolta arriva dagli autori del programma che confermano l'ipotesi, rivelando che si trattava, però, della portaerei "Foch", come risulta da documenti inediti che certificano l'attività della nave il 27 giugno 1980.

giovedì 28 gennaio 2016

VOI, NON CONOSCETE L'ORRORE

Voi non conoscete l’orrore. Quello vero, intendo. Lo avete intravisto, probabilmente, in qualche immagine di guerra, o in qualche drammatico episodio della vostra esistenza; forse lo avete colto in voi, l’orrore, o nei mali di questa società senza memoria. Vi è passato accanto sussurrando qualcosa nell’orecchio, per poi dileguarsi davanti a un sorriso, a un abbraccio fraterno, a una frase pregna di speranza. E in voi non è rimasto che un ricordo sbiadito e trascurabile del vostro incontro con l’orrore. Chi, come me, ha conosciuto invece il vero orrore, sa cogliere e distinguere la sua presenza imperscrutabile, e quella voce senza tempo. Un riverbero silenzioso, un urlo soffocato dalle molteplici necessità dell’esistenza; prima fra tutte, quella di sopravvivere. Questo grido straziante confonde il passato col presente, corrode il futuro, trasforma il più insignificante dei secondi in eternità, e la più illusoria delle eternità in un unico, crudele secondo. Perché l’orrore, cercate di capire, non è un’immagine estetica da osservare e nulla più; né si limita ad albergare fra le pagine dei libri, o in qualche fotogramma. Il vero orrore, quello che io ho conosciuto nel lager, invadeva tutti i sensi umani, come un morbo pernicioso: costringeva lo sguardo a posarsi sui corpi scheletrici degli uomini e delle donne, morti ancor prima di esalare l’ultimo respiro. S’insinuava nelle narici sottoforma di fetore, sprigionato dalle carni decomposte dei morti, compatiti e invidiati da tutti noi. Si lasciava udire dalle nostre orecchie, diveniva un flebile grido che partiva dal cuore e moriva sulle labbra, reclamando libertà. E si toccava e si lasciava toccare, il vero orrore, corpo solido e raggelante come la canna di una pistola puntata dritto sulla tua nuca, pronta a espellere tutta la follia di un intero popolo, raccolta e compressa in un proiettile di piombo. Aveva un sapore, il vero orrore: il sapore dell’acqua putrida, e del cibo avariato che si era costretti a mandar giù, di tanto in tanto, per ritardare il proprio incontro con la morte, mai così temuta, mai così agognata. Questo, e molto di più, è il vero orrore.


Tratto da "Hitler era innocente" di A. Moscatelli

sabato 23 gennaio 2016

QUANDO LA LUNA ANCORA NON C'ERA




“Attorno al pianeta orbitava un satellite. Era un satellite piuttosto grande, mi venne da pensare che fosse stato trascinato fin qui dall’immane forza degli eventi.”

Ne I FABBRICANTI DI UNIVERSI si narra di un tempo in cui la Luna ancora non c’era, infatti, comparirà solo alla fine del romanzo.

“Il cielo notturno era illuminato dalla luce del piccolo astro, che chiamammo Luna, in onore del nostro pianeta.”


È solo fantasia? Nient'affatto! Venni a conoscenze di antiche scritture che narravano del tempo in cui la Luna non c’era e di altre cose peraltro molto interessanti che, di conseguenza, si potevano dedurre. Quelle che una volta erano considerate leggende, ora, lette sotto una diversa luce, appaiono credibili. L’argomento è lungo è complesso, nonostante l’abbia sintetizzato. Purtroppo, sul web tutto ciò che supera le venti righe, di solito, viene snobbato. Non mi resta, quindi, che riservare questi argomenti, trattati con il solito rigore scientifico, a quel centinaio di persone che mi seguono assiduamente e a tutti quelli che avranno la perseveranza di leggere l’articolo.


Nel 1872 George Smith raggiunse fama mondiale traducendo il racconto Caldeo del Grande Diluvio, le cui tavolette erano state trovate tra le rovine della biblioteca d’Ashurbanipal. Poi tradusse altre sette tavolette cuneiformi, anch’esse provenienti dallo stesso scavo, in cui si parlava della Creazione del sistema solare. Si tratta di un racconto sulle origini del sistema solare in cui, analogamente a come farà Esiodo in Grecia con la sua Cosmogonia, le grandi forze della natura ed i pianeti sono personificati e identificati con figure d’altrettanti Dei primigeni. Ne risulta una specie di racconto “in codice”, dove le azioni e le armi personali usate per le battaglie cosmiche sono in realtà descrizioni di eventi e di forze della natura. Questo racconto dimostra una conoscenza del Sistema Solare che, per i tempi in cui fu scritto, non poteva esistere, salvo che non fossero stati gli stessi “angeli” della bibbia a raccontarlo agli uomini nel linguaggio del mito.

Marduk e Tiamat sono chiaramente dei pianeti (Marduk è identificato da Z. Sitchin con il fantomatico pianeta Nibiru) e la loro battaglia celeste è il racconto di una collisione cosmica tra uno dei satelliti di Marduk (chiamato “il vento dannoso”) e un antico pianeta (Tiamat) di cui una parte del corpo smembrato fu posta “come un rivestimento per il cielo”, parole nelle quali molte persone hanno voluto vedere l’indicazione dell’origine della fascia degli asteroidi.
In effetti, secondo la nota legge di Bode (una legge che in astronomia fissa le posizioni delle orbite dei pianeti nel sistema solare), proprio un pianeta avrebbe dovuto trovarsi tra Marte e Giove, esattamente dove c’è adesso la cosiddetta fascia degli asteroidi.
Si parla ancora, nel racconto, di questo pianeta (Tiamat) fracassato, smembrato e diviso in due parti di cui però sappiamo solo quale fine ne fece una (la fascia degli asteroidi) mentre dell’altra parte, cioè del nucleo (il “suo sangue”, la “parte vitale” recisa da Marduk agli inizi della “battaglia”), il racconto non dice nulla, se non che “il vento del Nord lo portò via in un luogo nascosto”.
Questo “vento del Nord” (cioè che procede verso sud) può essere solo l’attrazione gravitazionale del Sole. Infatti la materia densa ed incandescente del nucleo, bloccata prima e sbalzata poi dalla sua orbita dopo la collisione, non può aver fatto altro che iniziare a “cadere” verso la stella centrale del sistema.


Ma il “sangue” di Tiamat non raggiunse mai il Sole. La Terra si trovò sulla sua strada, cosicché quei resti, una volta entrati nel suo campo gravitazionale, cominciarono a penetrare nella sua atmosfera.
Un enorme frammento crostale di solida roccia precedeva il nucleo di fuoco: fu questo immenso aerolite, con un diametro di oltre dieci chilometri, che favorì la penetrazione, ad alta velocità, dell’immensa massa di ferro fuso. Quando l’asteroide impattò la superficie terrestre, sfondò la crosta, aprendo una voragine che lasciò scoperto il mantello con un “buco” di almeno 500 chilometri di diametro: in questa voragine s’infilò un attimo dopo l’enorme massa di ferro fuso, che l’attraversamento dell’atmosfera dietro l’aerolite aveva reso affusolato.
La Terra a questo punto aveva due nuclei ed un’eccentricità tale che poteva portarla ad una distruzione completa, come quella che era appena avvenuta per Tiamat. Ma entrò in gioco l’ex satellite di Tiamat, che aveva seguito fin lì il nucleo del suo pianeta originario.
Il satellite entrò in un contatto radente con la Terra all’altezza della costa sud-orientale dell’Africa, scaricando una parte della sua immensa energia cinetica in una “frenata” cosmica al limite dell’impatto distruttivo.
La “frenata” fu tale che una parte di placca continentale, l’India, fu staccata dall’Africa, trascinata per 4.000 chilometri e scaraventata contro lo zoccolo asiatico. I fondali marini che stavano di fronte all’India, per effetto dell’immane e violenta compressione, si corrugarono e s’innalzarono verso il cielo per oltre dieci chilometri, formando la catena montuosa dell’Himalaya. Alle spalle dell’India, invece, il trascinamento violento di quel pezzo di crosta scoprì il mantello sottostante formando il fondale basaltico dell’Oceano Indiano. Il pianeta Terra ha conservato memoria di quell’evento con una scia di vulcani sottomarini ormai spenti tra Africa e India.


Dopo la “frenata” il satellite, ancora carico di residua energia cinetica, s’allontanò dalla Terra ma, ormai indebolito nel suo moto, non poté allontanarsi di molto. Dopo che la “strisciata” con la Terra gli aveva impresso un leggero moto rotatorio, proseguì ancora per poco più di 400.000 Km, poi la sua corsa mutò in un’orbita, a causa dell’attrazione gravitazionale della Terra. La Luna ebbe così un ruolo decisivo nel fare “affondare” il nucleo di Tiamat nel mantello terrestre prima, e nell’originario nucleo liquido poi.
L’ingresso del nucleo di Tiamat nel ventre della Terra fece letteralmente gonfiare e “scoppiare” il pianeta. Gli antichi mari - anche per il passaggio della Luna - si svaporano in un attimo, i loro fondali eruppero verso l’alto, la vecchia crosta silicea si spaccò e si fessurò in più punti e ciò che rimase integro cominciò a galleggiare come impazzito su di un oceano ribollente di roccia fusa. La forza gravitazionale del pianeta aumentò: il nuovo nucleo, da solo, rappresenta infatti quasi la metà del valore dell’attuale accelerazione gravitazionale.
Questa teoria non è contraddetta dai fatti, ma li spiega tutti perfettamente. Spiega anche perché la Luna è così massacrata di crateri da impatto su una faccia sola, che furono oltre tutto d’una violenza inimmaginabile. La Luna reca, infatti, i segni della catastrofica esplosione di Tiamat, 65 milioni d’anni fa, ed anche quelli della “frenata” sul nostro pianeta, che fece fondere le sue rocce su una faccia sola. La regolite, ad esempio, cioè quell’enorme quantità di polvere lunare sulla quale gli astronauti lasciarono le impronte delle loro scarpe, è costituita da pomice vulcanica, vale a dire una sostanza che non può provenire, come sostengono alcuni, da impatti meteorici ma solo da attività vulcaniche, che però sulla Luna non esistono più da almeno 4 miliardi d’anni. Quella pomice può provenire soltanto dalla Terra, catturata dalla Luna durante la sua “strisciata” sul nostro pianeta.


Il ricordo di questi eventi raggiunse la memoria oltre che dei Sumeri anche degli antichi Greci. Robert Graves nel suo I Miti Greci (Longanesi, 1963), citando Platone, Ippolito ed Eusebio, ricorda che Alcomeneo fu il primo uomo che visse nei pressi del lago Copaide in Beozia, prima ancora che vi fosse la Luna.
Tuttavia, un simile cataclisma non dovette consentire scampo ad alcun essere vivente sul pianeta, come testimoniato dalla grafite presente nelle argille del limite KT e da numerose altre prove geologiche. Qualcuno dovette dunque imbarcare, così come avrebbe fatto ancora Noè (Utnapistim), milioni di anni dopo, migliaia di coppie d’animali in una vera e propria flotta di navi spaziali interplanetarie, per trasferire pro tempore le specie animali e floreali terrestri su qualche altro pianeta.
500.000 anni dopo, quando il pianeta cominciava a stabilizzarsi e ad assorbire gli effetti della catastrofe, animali e piante furono reimmessi nel nuovo habitat terrestre. Tutti, tranne i giganteschi sauropodi, i grandi iguanodonti ed i grandi teropodi carnivori; animali di terra che non amavano l’acqua e che non potevano più vivere in un pianeta che, con la sua nuova gravità, li avrebbe schiacciati sotto il loro stesso peso.


Ecco un elenco d’alcune forme vegetali, attualmente viventi, “sopravvissute” alla distruzione cretacea:

       Felci

· Angiopteris, erede della Danaeopsis del Triassico;
· Dipteris, dalla Clathropteris triassica;
· Matonia, pianta triassica;


Gimnosperme

· Ginko, pianta usata nell’arredo dei parchi, dal Triassico;
· Cycas, la “falsa palma” dei nostri giardini, pianta del Giurassico;
· Araucaria, conifera sudamericana, dal Giurassico;
· Sequoia, mitica conifera californiana, dalle foreste del Cretaceo.


Di queste piante, nessuna avrebbe mai potuto sopravvivere a temperature di 900° C su tutto il pianeta, a venti che soffiarono a 1.200 km/h e, men che meno, ad un lunghissimo “inverno nucleare”.
Non vedo peraltro in quale modo si possono comprendere queste piante nella teoria delle spore che resistono a tutto (alle temperature da altoforno - ben superiori ai 400° C - ed allo schiacciamento) per tornare poi a rifiorire al ritorno delle giuste condizioni ambientali. La teoria di Fred Hoyle di un universo inseminato da spore che viaggiano nel cosmo è assolutamente fondata in molti casi, come ad esempio in quello dei foraminiferi (Globotruncana e Globigena, ad esempio, che non a caso segnano il confine tra Cretaceo e Terziario) che, unici tra i protozoi, sono in grado di produrre spore con cui diffondersi - anche attraverso lo spazio interplanetario, come sosteneva l’astrofisico inglese - ma è altrettanto evidente che non c’entra nulla con i casi di piante su citati, salvo che non si possa dimostrare che anche le piante su citate sono rinate da spore giunte dallo spazio.


E gli animali? Dove poterono mai rifugiarsi squali, tartarughe, celacanti, meduse, molluschi come la neopillina (scomparsa già 400 milioni d’anni fa e ritrovata adesso nell’ecosistema di fondali marini geologicamente recenti), il limulo (scomparso già nel Giurassico e le cui tracce fossili ricompaiono solo nell’Olocene) e tanti altri ancora, quando gli antichi fondali marini (che sono oggi i grandi deserti della Terra) si sollevarono per oltre 2 km e le loro acque svaporarono in un solo attimo? E come fanno a trovarsi oggi in oceani che 65 milioni d’anni fa proprio non esistevano neanche?
Cosa dobbiamo pensare allora? È lecito supporre che “qualcuno”, che disponeva d’astronavi interplanetari, abbia potuto portare in salvo, fuori dalla Terra, flora e fauna? A dire il vero l’archeologia ha dimostrato, nonostante le controversie, la presenza sulla Terra di civiltà ad altissimo contenuto tecnologico, non solo 300 milioni d’anni fa, quando ancora non esistevano neanche i dinosauri, ma addirittura 2 miliardi e 800 milioni d’anni fa (mi riferisco alle “sfere” del Transvaal) quando sulla Terra non esisteva ancora neanche aria da respirare e ci si poteva camminare sopra soltanto come fecero, negli anni ‘70, gli astronauti americani sulla Luna, con tute pressurizzate e bombole d’ossigeno.

lunedì 18 gennaio 2016

LE INTERMTENZE DELLA MORTE - Di J. Saramago


Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre le persone smettono di morire. Così, di punto in bianco, senza alcun motivo apparente, nessuno muore più di vecchiaia e di malattia, né per incidenti o ferite. Nel Paese (in un Paese senza nome e solo lì, perché oltre le frontiere la morte e la vita continuano il loro corso normale) sembra che il sogno proibito dell’uomo, quello dell’immortalità, si sia finalmente avverato.
Ma la vita senza morte, più che un sogno, si dimostra un incubo: il Paese si avvicina al collasso economico e sociale, le case di riposo e gli ospedali si riempiono di corpi né vivi né morti (perché non morire non vuol dire guarire, ma semplicemente vegetare, incoscienti e impotenti, appesi a un filo teso che non si può spezzare) e la maphia (col ph) imbastisce sottobanco il traffico di chi vorrebbe morire ma non può. E quando la morte ritorna, con la sua falce e il cappuccio nero, consegnando lettere per avvertire le persone sette giorni prima della loro dipartita, qualcosa nel nuovo meccanismo s’inceppa. Colpa di una busta viola, destinata ad un semplice violoncellista, che si rifiuta di arrivare a destinazione. Così alla morte, punta nell’orgoglio, non resterà che prendere provvedimenti straordinari per rimediare all’errore.
 
Questa, in breve, è la storia de “Le intermittenze della morte” (Feltrinelli, 218 pagine) di José Saramago. Lo stile del premio Nobel portoghese è inconfondibile: periodi lunghi, pieni di incisi e di digressioni, punteggiatura minimale, dialoghi integrati nel corpo del testo, cambi repentini del punto di vista del narratore, continui rimandi ad altre opere dell’autore. Ma ad un premio Nobel si perdona tutto e ciò che, per tutti gli altri sarebbero errori, in questo caso, diventa “Lo stile dello scrittore”. La scrittura di Saramago disorienta, stupisce, mette in difficoltà perché richiede una lettura attenta e concentrata, tuttavia si avverte un ritmo e una ricchezza rari.
Le intermittenze della morte è un romanzo tutto basato sulla sospensione dell’incredulità (per leggerlo, bisogna accettare le premesse paradossali da cui parte tutta la vicenda) e sull’ironia. Sì, perché il tutto viene trattato con uno sguardo insieme complice e sornione. Un romanzo diviso in due parti, capace di tenere due registri e due velocità.
La prima parte del lavoro di Saramago sembra una presa in giro ma è, fondamentalmente, un’arguta satira del potere e dei meccanismi politici, una critica alle religioni e alla Chiesa in particolare.
La storia della morte e di “quel violoncellista che non potrà morire a quarantanove anni perché ormai ne ha compiuti cinquanta”, tema della seconda parte dell’opera, ha i toni più rarefatti della favola, e suona come una metafora della potenza dell’arte, unica attività umana in grado di esorcizzare (ma non sconfiggere) la morte. 
 

domenica 17 gennaio 2016

DAL TIGLIO AGLI EROI SCOLPITI NEL MARMO - GENESI DI UN MONUMENTO




Nel libro “DAL TIGLIO AGLI EROI SCOLPITI NEL MARMO – GENESI DI UN MONUMENTO” di D. Morgera e A. Picascia, come ha rimarcato Cipolletta, popolare Poeta Muratore, non c’è una storia, c’è la storia, quella con la S maiuscola. C’è un meticoloso lavoro di ricerca che, sicuramente, soddisferà chi vuole conoscere le sue radici, le origini della nostra Qualiano. Il discorso, quindi, esula dalla sventurata storia personale di quei tanti, troppi ragazzi (perché, sia chiaro, di ragazzi si trattava) mandati a morire e morti per ragioni che neanche potevano comprendere. Vedete, c’è un’umanità dolente, troppo spesso trascurata dalle storie di guerra che tendono a raccontare più gli atti di eroismo che le sorti dei soldati, il cui pensiero era costantemente rivolto alla famiglia. Molto spesso il pensiero della moglie e dei figli lasciati a casa da soli o dei genitori da aiutare nei lavori agricoli era un chiodo fisso che si sviluppava poi nell’ossessione vera e propria sulla quale si incentrava il delirio del soldato. Le riforme negate, i torti subiti, gli ordini assurdi e le pesanti punizioni allontanavano sempre più dalla mente dei soldati l’ora del ritorno, contribuendo ad accrescere l’ansia e l’angoscia di non poter mai più raggiungere casa. Questo, unito agli orrori cui erano costretti ad assistere, metteva a dura prova la loro mente.



Il fronte, dalle trincee della Val d’Adige all’Altopiano di Asiago era un posto in cui impazzire era il minimo che potesse accadere a quei ragazzi che affrontavano corpo a corpo altri giovani come loro e che vedevano i loro commilitoni dilaniati dalle bombe che fracassavano i timpani. Chi mi legge, probabilmente, appartiene a quella parte del mondo che vive ancora tranquilla. Certo, conosce le urla degli ospedali, di partorienti, di bimbi che strillano e di ossa che si lussano. Ma non avrà mai sentito le urla di un uomo colpito da un proiettile, con le ossa spaccate da una raffica di mitra o dilaniato da un’esplosione che gli ha portato via un braccio o mezza faccia. Quelle sono urla! Le uniche che la memoria non dimentica. La memoria dei suoni è labile, ma le urla di guerra non vanno via. Se hai sentito le urla di chi sta morendo o è ferito al fronte, è inutile che spendi tuoi i soldi con gli psicoanalisti o che cerchi carezze: quelle sono urla che non dimenticherai mai più.
Molte lettere dal fronte rimandano alla testimonianza dell’assurdità e della barbarie di quella guerra, di come venne gestita dal potere e soprattutto di come venne subita sempre dalle stessi classi, da quel popolo che perde e disperde i suoi figli, il suo bene più prezioso. Onore agli eroi, certo, ma anche a chi, di quelle vite spezzate, ha il coraggio di toccarne un aspetto drammatico e spesso taciuto.

sabato 16 gennaio 2016

ALVAREZ: IL MISTERO DELLA GRANDE PIRAMIDE


Quando il prototipo della prima bomba atomica si trovava, ormai, in un avanzato stato di lavorazione, gli scienziati si accorsero che mancava il dispositivo d’accensione, che nel caso di un esplosivo nucleare doveva essere preciso fino al millesimo di secondo.
In teoria si trattava d’avvicinare due semisfere d’uranio tra loro in modo che la sostanza radioattiva, raggiungendo la cosiddetta “massa critica”, iniziasse la reazione a catena. In pratica bisognava determinare l’esatta quantità d’uranio, la velocità con cui i due emisferi dovevano incontrarsi, il percorso dei neutroni e calcolare tanti altri dati che potevano essere ottenuti solo sperimentalmente.
L’uomo che riuscì a preparare il trigger (dispositivo di comando) della bomba fu un giovane scienziato che rispondeva al nome di Luis Alvarez.
 
Luis Alvarez aveva un rarissimo dono. Così come il re Mida poteva trasformare in oro tutto quello che toccava, o i santi di far guarire i loro devoti dalle malattie, Alvarez aveva il dono straordinario di fare sensazionali scoperte scientifiche in qualunque campo o sfera delle applicazioni umane lui decidesse d’impegnarsi. Le sue scoperte, in alcuni casi, erano talmente sconvolgenti che lui stesso, per primo, aveva difficoltà a capirle e/o ad accettarle.
È stato lui a inventare, nel ‘43, il dispositivo per l’atterraggio cieco (il telecontrollo degli atterraggi) quando lavorava nel laboratorio segreto del MIT.
Quando gli venne in mente d’occuparsi di politica, fu proprio lui che riuscì a convincere il Giappone ad arrendersi dopo la distruzione di Hiroshima e Nagasaki. Dopo che erano già state sganciate sul Giappone le uniche due bombe atomiche di cui l’America allora disponeva, suggerì al suo collega giapponese Sagane, di cui era amico, che il Giappone doveva arrendersi se voleva evitare la distruzione totale per opera d’altre bombe nucleari. Sagane fece leggere la lettera, com’era suo dovere, agli alti comandi militari giapponesi e questi gli credettero.
 
Tornando agli ambiti scientifici, è stato sempre lui ad apportare notevoli sviluppi tecnici al sistema di rivelazione dei percorsi delle particelle subatomiche in una camera a bolle e all’analisi meccanica delle tracce registrate, contributo per il quale ottenne il premio Nobel per la fisica nel 1968.
Nel 1969, introdusse rivelatori di particelle nella “camera del re” della grande piramide di Cheope con la convinzione che, se vi fossero state da qualche parte delle camere segrete, il conteggio delle particelle dei raggi cosmici avrebbe potuto rivelarne posizione e consistenza. Fece così una scoperta sensazionale: nella “camera del re” non entravano raggi cosmici. Incredibile! Era come se lo spazio nella camera fosse schermato alla penetrazione di queste particelle che, provenienti dallo spazio, non hanno alcuna difficoltà ad attraversare tutto il globo terrestre e continuare imperturbabili per la loro strada. Poiché una schermatura simile è possibile solo con macchine generatrici di potenti campi elettromagnetici, neanche un genio come Alvarez seppe spiegare il mistero e da allora in poi, non ci riuscì nessun altro. Da parte sua, si rifiutò sempre di parlare in pubblico di questa sua inattesa scoperta e cominciò a “sparare a vista” su chiunque gli si fosse avvicinato col dichiarato intento di fargli domande in merito.