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domenica 17 gennaio 2016

DAL TIGLIO AGLI EROI SCOLPITI NEL MARMO - GENESI DI UN MONUMENTO




Nel libro “DAL TIGLIO AGLI EROI SCOLPITI NEL MARMO – GENESI DI UN MONUMENTO” di D. Morgera e A. Picascia, come ha rimarcato Cipolletta, popolare Poeta Muratore, non c’è una storia, c’è la storia, quella con la S maiuscola. C’è un meticoloso lavoro di ricerca che, sicuramente, soddisferà chi vuole conoscere le sue radici, le origini della nostra Qualiano. Il discorso, quindi, esula dalla sventurata storia personale di quei tanti, troppi ragazzi (perché, sia chiaro, di ragazzi si trattava) mandati a morire e morti per ragioni che neanche potevano comprendere. Vedete, c’è un’umanità dolente, troppo spesso trascurata dalle storie di guerra che tendono a raccontare più gli atti di eroismo che le sorti dei soldati, il cui pensiero era costantemente rivolto alla famiglia. Molto spesso il pensiero della moglie e dei figli lasciati a casa da soli o dei genitori da aiutare nei lavori agricoli era un chiodo fisso che si sviluppava poi nell’ossessione vera e propria sulla quale si incentrava il delirio del soldato. Le riforme negate, i torti subiti, gli ordini assurdi e le pesanti punizioni allontanavano sempre più dalla mente dei soldati l’ora del ritorno, contribuendo ad accrescere l’ansia e l’angoscia di non poter mai più raggiungere casa. Questo, unito agli orrori cui erano costretti ad assistere, metteva a dura prova la loro mente.



Il fronte, dalle trincee della Val d’Adige all’Altopiano di Asiago era un posto in cui impazzire era il minimo che potesse accadere a quei ragazzi che affrontavano corpo a corpo altri giovani come loro e che vedevano i loro commilitoni dilaniati dalle bombe che fracassavano i timpani. Chi mi legge, probabilmente, appartiene a quella parte del mondo che vive ancora tranquilla. Certo, conosce le urla degli ospedali, di partorienti, di bimbi che strillano e di ossa che si lussano. Ma non avrà mai sentito le urla di un uomo colpito da un proiettile, con le ossa spaccate da una raffica di mitra o dilaniato da un’esplosione che gli ha portato via un braccio o mezza faccia. Quelle sono urla! Le uniche che la memoria non dimentica. La memoria dei suoni è labile, ma le urla di guerra non vanno via. Se hai sentito le urla di chi sta morendo o è ferito al fronte, è inutile che spendi tuoi i soldi con gli psicoanalisti o che cerchi carezze: quelle sono urla che non dimenticherai mai più.
Molte lettere dal fronte rimandano alla testimonianza dell’assurdità e della barbarie di quella guerra, di come venne gestita dal potere e soprattutto di come venne subita sempre dalle stessi classi, da quel popolo che perde e disperde i suoi figli, il suo bene più prezioso. Onore agli eroi, certo, ma anche a chi, di quelle vite spezzate, ha il coraggio di toccarne un aspetto drammatico e spesso taciuto.

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