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mercoledì 21 marzo 2012

Le astronavi de "I FABBRICANTI DI UNIVERSI"

   Stavo comodamente seduto al tavolino del bar. La ragazza di fronte a me sorrideva con aria sognante, lo sguardo fisso e vuoto verso un angolo del soffitto. La dilatazione del tempo aveva maggior effetto su alcune persone: lei era una di quelle. Per certi versi l’effetto era paragonabile a quello dell’alcool: c’è chi lo regge bene e chi è ilare già al primo bicchiere. Notai una goccia di condensa scivolare giù rigando il suo calice ghiacciato, fino a staccarsi e precipitare. Rallentò la sua corsa fino a fermarsi del tutto: restò sospesa a mezz’aria. Per un attimo mi apparve perfettamente immobile, come tutto il resto su quella nave. Poi di colpo cadde, spiaccicandosi sul pavimento. Il tempo, dopo essersi fermato, aveva ripreso a scorrere: la nave stava affiorando dall’iperspazio. Vidi il sorriso della mia compagna di viaggio divenire freddo, come se in quell’istante stesse cominciando a chiedersi perché ridesse tanto. La maggior parte dei viaggiatori nemmeno avverte questi effetti; piccole ma complesse interazioni che coinvolgono contemporaneamente tempo,spazio, accelerazione e gravità, anche perché sono molto ben compensate dalle apparecchiature di bordo. Ecco io invece, notavo proprio gli effetti innaturali della compensazione.


Comincia così “I FABBICANTI DI UNIVERSI” il romanzo che narra del viaggio avventuroso di Adam attraverso il tempo, lo spazio e le dimensioni parallele. Una personale Odissea nello spazio, un viaggio a bordo di vascelli di vario tipo. In questa sede,  ho l’intenzione di condurre il lettore a scoprire, sui riferimenti del romanzo, tutto quanto è possibile su questi futuristici mezzi di trasporto. In questo trafiletto, per esempio, apprendiamo che, per viaggiare su di una nave a velocità superiore a quella della luce, occorrono meccanismi e apparecchiature di bordo in grado di compensare certi effetti indesiderati, i quali, a lungo andare, risulterebbero deleteri per passeggeri ed equipaggio.

   In quanto alla velocità Adam ci dice:

Le navi di linea non superavano la velocità tre punto cinque (uno punto cinque è la velocità della luce n.d.r.): a questa velocità gli effetti del volo nell’iperspazio sono lievi e ben compensabili. Ben altra cosa, invece, era volare su un caccia eccellente come lo Strale, che raggiungeva velocità cinque!


martedì 20 marzo 2012

CHI, PUO' FERMARE IL TEMPO?



Confrontando il primo testo, tratto dal Protovangelo di Giacomo, con il successivo stralcio tratto dal racconto “L’anello di Sator”, noteremo una certa somiglianza. Nel primo, il protagonista è Giuseppe padre di Gesù, nell’altro è Salvatore, un contadino che incappa in un’oggetto che ha uno strabiliante potere. La fede può farci credere che, durante la natività, Qualcuno fermò il tempo. Ma una tecnologia molto avanzata ci apparirebbe come magica e le sue implicazioni ci farebbero gridare al miracolo.
"Trovò quivi una grotta: ve la condusse, lasciò presso di lei i suoi figli e uscì a cercare una levatrice ebrea nella regione di Betlemme.
Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell'aria e vidi l'aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vassoio giacente e degli operai coricati con le mani nel vassoio: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l'alzavano dal vassoio, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto.
Ecco delle pecore spinte innanzi che invece stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull'acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso."


"Percepì qualcosa di strano, il silenzio soprattutto, ma non solo quello. Si avvicinò alla finestra e rimase sconcertato. Corse subito alla porta e uscendo all’aperto s’imbatte in un uccello: era immobile nell’aria! Le sue ali non battevano ma l’uccello rimaneva lì, come sospeso: non si muoveva e non cadeva. Lo prese e lui si animò. Non cercò di fuggire, sembrava privo di ogni volontà. Lo spostò. Non appena lo lasciò andare, rimase fermo nell’aria, nella sua nuova posizione. Come poté notare, tutto era fermo: gli uomini, le macchine, gli animali. Il sole era fermo nel cielo, la luce era strana, il tempo non scorreva più. Non c’era un alito di vento. Le foglie che si erano staccate dagli alberi non si muovevano e non cadevano: tutto era immobile. Preso da una strana agitazione si rigirò tra le mani l’anello. Ancora quel piccolo scatto e subito, tutto tornò alla normalità: il tempo ricominciò a scorrere."

 

domenica 18 marzo 2012

Adam sul monte Tabor

In quest’altro stralcio di “Senza tempo” continua, al capitolo XL, la vicenda pubblicata alcuni giorni fa su questo stesso sito. Ricordiamo al lettore che Serel, come nel capitolo precedente, indossa abiti etnici maschili. 

-          Siamo giunti sul posto, è qui che ci hanno segnalato la sua presenza, Comandante. – Riferì il pilota dell’aereo.
-          Vedo che avete silenziato quest’apparecchio, era ora: non sopportavo più il rumore. – Disse Serel.
-          Bene, esegui una scansione con gli strumenti di bordo, individua la sua posizione.
-          Eseguo. L’ho individuato, dritto davanti a noi, in basso. Ma cosa?
-          Quel riverbero cos’è? – Chiese Serel.
-          E’ lui o meglio quella tunica che porta addosso, ha cominciato a brillare sotto l’azione dello    scan!
-          Signore qualcosa ha preso l’aereo!
-          Che significa: “qualcosa”, si spieghi meglio.
-          Gli strumenti non mostrano niente, ma avverto una difficoltà particolare nel manovrarlo; il veicolo non si muove liberamente!
-          Ma cosa ci blocca? – Chiese Serel.
-          Un campo di forza probabilmente, creato da un’energia sconosciuta. Credo che ci stiano esplorando!
-          Alzo gli scudi, Signore?
-          No, potrebbe essere interpretato come un atto ostile. Ci faccia scendere il più vicino possibile, ci riesce?
-          Di qualsiasi cosa si tratta è molto efficace, più ci avviciniamo e più si rafforza: non riesco ad uscire da questa situazione!
-          Scendiamo qui. Useremo le dotazioni di salvataggio.
-          Cosa! In una zona impervia, con questo buio? Ci spezzeremo le gambe cadendo sugli alberi o sulle rocce!
- Serel... resta a bordo, vado io! – Detto questo azionai la leva che apriva lo sportello di lancio e senza esitare mi buttai giù. Serel mi seguì a ruota. Nel buio non la vedevo, ma la sentivo imprecare, in alto, sopra di me. Scendevo piano, in modo da aver più tempo per abituare gli occhi all’oscurità. Dopo un po’ riuscivo già a scorgere le sagome degli alberi, completamente scure e fra gli alberi, in lontananza, l’uomo dalla tunica fosforescente.
Le odierne cinture di salvataggio permettono non solo di regolare la discesa ma anche la rotta, per cui, seppur con qualche limite dovuto all’altezza, si può procedere in una certa direzione.
L’uomo era facilmente raggiungibile. Allontanatosi dal gruppetto di seguaci, si era posto ai margini di una piccola radura. Sembrava volesse facilitarci il compito. Toccai terra con facilità, Serel scese subito dopo.
Mi avvicinai.
-          Tu... tu non sei di questo mondo! – Dissi additandolo.
-          Sono nato qui, come un figlio d’uomo.
-          Nessuno di questi uomini è come te!
-          Sì, eppure io sono qui per loro, ma anche per te.
Ricordai quanto mi aveva detto Delfina: “troverai un maestro, lui t’indicherà la strada del ritorno”.
-          Ma tu non mi conosci! – Dissi, per metterlo alla prova.
-          Io ti ho visto, nel disegno del Padre, molto, ma molto prima che tu nascessi.
Non mentiva, lo sapevo. Le sue parole erano... verità. Dimostrava di avere solo trent’anni ma, dal suo essere si sprigionava una saggezza millenaria. Sì mi aveva visto, di sicuro era già là mentre si scriveva il mio destino, in un posto senza tempo, prima ancora che io nascessi.
-          Sei un Antico? – Gli chiesi.
-          Ti meravigli che taluni siano in grado di formare pianeti o di creare sistemi? In verità ti dico che questa capacità è ben poca cosa! Ma non tergiversare, il mio tempo è prezioso, ancora un poco e non sarò più qui. Chiedi dunque e io ti risponderò.
-          Ma io vengo da un altro posto, da un altro tempo...
-          Ed è là che vuoi ritornare.
-          Sì è così. – Non mi chiesi più come facesse a saperlo.
-          A bordo della vostra nave c’è un essere in forma tentacolare.
-          Ma come... – Appoggiai la mano sulla bocca di Serel: volevo che stesse zitta, volevo ascoltare.
-          Siete crudeli con lui, lo tenete imprigionato sotto una cupola. E’ una forma di intelligenza, anche se diversa dalla vostra e soffre perché lo private della libertà.
-          Senza di noi sarebbe morto – rispose Serel – quella cupola lo protegge: per la sua natura non sopravvive entro un campo gravitazionale.
-          Donna, tutto fa parte di un grande disegno. Credetemi a voi viene chiesto di vivere, quello soltanto. Ma se non imparate, la vostra vita sarà trascorsa inutilmente.
-          Ma cosa dobbiamo imparare? – Chiese stupita, Serel.
-          Dovete imparare ad amare!
Serel scosse la testa.
-          Nelle acque impetuose di un fiume anche i più piccoli pesci nuotano, mentre un elefante, benché grosso e possente, vi perirebbe. Un insignificante pesciolino è in grado di godersi la vita fra le acque tumultuose di un fiume, mentre un potente elefante non ne sarebbe capace! Vi siete mai chiesti perché questo paradosso? Ciò che serve per stare in acqua, è il saper nuotare. Se non imparerete ad amare, non sopravvivrete. La vostra scienza non vi servirà, non è il sapere che vi viene richiesto, ciò che serve per vivere, è l’amore. Il vostro Universo, così come voi lo conoscete, sta per scomparire.
-          Ti riferisci alla Cosa? Sai come fermarla?
-          Non sarà fermata.
-          No, no, sento che non morirò, io non morirò!
-          Ma io sì. – rispose Serel rattristata – le sue parole mi hanno aperto la mente, ora ne sono certa!
-          Sciocchezze! - Gli gridai, ma ero in preda alla disperazione più profonda: Qualcosa, dentro di me diceva che era vero.
-          Non morirai, non morirai! – Continuavo a gridare più per convincermi che per convincerla.
Uno degli uomini del Maestro si era svegliato e accortosi di noi, con meraviglia e anche con timore, si stava avvicinando.
-          Non c’è più tempo, dovete andare, ora.
-          Ma, non ci hai detto ancora nulla!
-          Volete tornare? Allora liberate quell’essere tentacolare.
-          Il crisomo? Maestro, lo abbiamo lasciato che stava morendo, nelle sue condizioni non ci sarà d’alcun aiuto.
Mi fissò dritto negli occhi. Nel suo sguardo, intenso e puro come quello di un bambino, mi sentii sprofondare. Capivo che mi era concesso un grande onore: chissà quanti uomini e donne, in futuro, avrebbero desiderato ardentemente incontrarlo.
-          Adam, hai fede in me?
-          Sì... ho fede in te.
-          Allora va e fa quello che ti ho detto.
Intanto il suo seguace, timidamente, si era avvicinato e aveva scambiato con lui qualche parola. Senza dir nulla, preso in mano il suo pendaglio a forma di sacchetto, si concentrò, così come avevo visto fare a Delfina. Fummo avvolti in una cortina simile ad una nube e quando questa si dissolse, ci ritrovammo tutti in volo, a bordo dell’aereo.

sabato 17 marzo 2012

Incontri ravvicinati

La dottrina accenna a esseri intermediari tra Dio e l’uomo definendoli Angeli. A essi sono attribuiti certi fatti straordinari, come quello che avvenne sul monte Tabor. Le sacre scritture ci tramandano la vicenda, cui assistettero anche gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni. 

Secondo Matteo, Il volto di Gesù risplendé come il sole e le sue vesti divennero bianche come la neve. Fu proprio allora che, all’improvviso, apparvero due personaggi, riconosciuti dagli Apostoli come Mosè ed Elia. Questi ultimi iniziarono subito a discutere con Gesù. Pietro, avvicinatosi, disse: - Gesù, è bene per noi sostare qui, se vuoi innalzerò tre tende, una per te, una per Mosè e l’atra per Elia - ma, mentre stava ancora parlando, una lucida nuvola li avvolse e dalla nuvola, come ben sappiamo, si fece sentire una voce. Udendo questa voce i discepoli si buttarono giù per lo spavento ma, Gesù li rassicurò. Quando alzarono lo sguardo però, non videro altri che Lui.

Luca, al riguardo, è più preciso. Aggiunge che gli Apostoli stavano dormendo quando, risvegliati dal sonno, scorsero Gesù. L’aspetto della sua faccia era diverso e la sua veste sfolgorava. Notarono anche i due individui, Mosè ed Elia, che parlavano con Lui. Mentre Pietro si avvicinava per pronunciare la sua frase, gli Apostoli, videro questi ultimi entrare nella nube e s’intimorirono.

martedì 13 marzo 2012

La straordinaria testimonianza di Nikolai Notovich sulla vita di Gesù

   Tradizioni e leggende s'intersecano sulla vita di Gesù al di fuori di quanto tramandato dai Vangeli. Diverse fonti sostengono che sopravvisse alla crocifissione e quando le sue ferite  (curate da Nicodemo con un unguento cicatrizzante conosciuto come Marham-I-Isa, "l'unguento di Gesù" o Marham-I-Rosul "l'unguento del profeta" citato anche nel famoso canone di Avicenna) furono rimarginate, s’incamminò con Maria verso oriente, ritornando nei luoghi dove aveva trascorso la sua fanciullezza per portare a termine la sua missione: ritrovare le dieci tribù d'Israele disperse che le invasioni di Nabucodonosor, Ciro e Dario, avevano spinto verso est, verso la terra di Bachtria, l'odierno Afghanistan, la cui popolazione, secondo il "Tarikh-i-Afghana" di Niamathullah e il "Tarikh-i-Hafiz Rahamatbani" di Haziz Muhamafd Zadeeck, discenderebbe dalle tribù israelite.

   In un vicoletto del settore di Khnyar, nel centro di Srinagar, in Kashmir, la piccola casa conosciuta come Rozabal è circondata da una palizzata in ferro che delimita l'orticello, nessun cartello indica al pellegrino come arrivarci e quello che è a destra dell'ingresso è sbiadito dal tempo. Sotto la tettoia ricoperta con lamiera ondulata la porta d'ingresso è dipinta di verde, il colore dei musulmani, e sull'architrave pende sostenuto da catene un medaglione in bronzo che reca incisi in caratteri arabi i nomi di coloro che vi sono sepolti.
   L'unica piccola stanza a sinistra del vestibolo, dove si lasciano le scarpe com'è d'uso nei luoghi sacri musulmani, è spoglia. Le stuoie di canapa e i consunti tappeti non salvano i piedi nudi del visitatore dal freddo contatto con la pietra. Al centro, una costruzione a vetri che ha sostituito quella più vecchia tutta intarsiata, cinge un catafalco in legno ricoperto da un antico drappo al cui interno si trovano due tumuli funerari, uno più grande dell'altro, orientati sull'asse nord-sud secondo gli antichi costumi. Ma le vere sepolture sono in una cripta sotterranea dove giacciono i corpi dei due santi venerati dalla tradizione musulmana e indù.
   Come riportato da diversi documenti, essi sono su assi differenti: le spoglie di Sayed Nasir-ud- Din Rizvi sono composte sull'asse nord-sud mentre la tomba grande, con i resti mortali di Yuz Asaf, il profeta dalla pelle bianca giunto dalla Palestina, Gesù di Nazareth per molti, segue l'orientamento est-ovest proprio delle tombe ebraiche. All'interno di Rozabal sino al 1975 era conservata una croce in legno, oggi scomparsa, ma è rimasta nell'angolo di nord-ovest una pietra grigia sulla quale sono incise le impronte di due piedi, quella del sinistro reca una cicatrice rotonda mentre il destro ha una ferita a forma di piccolo arco.
   Una storia che tornò alla ribalta verso la fine degli anni '80 del secolo scorso quando l'esploratore russo Nikolai Notovich, viaggiando tra il Tibet e il Ladakh, ebbe modo di ascoltare da diverse fonti la leggenda di Isa. Cadendo da cavallo, la frattura di una gamba lo costrinse a sostare diverso tempo in un monastero dove strinse amicizia col Lama che lo curava e dal quale apprese la storia di questo misterioso personaggio. "Isa è molto rispettato tra i buddhisti perché ha insegnato le sacre dottrine in India e ai figli di Israele" gli confidò il dotto "ma è conosciuto solo dai maggiori Lama e poiché i suoi seguaci, i cristiani, non riconoscono l'autorità spirituale del Dalai Lama la sua dottrina non è compresa nella parte canonica del buddhismo tibetano".
   Il Lama gli rivelò che esistevano innumerevoli santi e che negli 84.000 rotoli conservati nella biblioteca del monastero erano scritte le loro vite, compresa quella del Buddha Isa. Numerosi regali convinsero alla fine il monaco a mostrargli due pacchi di fogli ingialliti dal tempo scritti in tibetano, copie degli originali di lingua pali giunti dall'india a Lhasa, la capitale del Tibet. Ciò che maggiormente colpì Notovich fu la similitudine tra il racconto che il Lama gli traduceva e la vita di Gesù. Quelle vecchie carte narravano di un fanciullo di carnagione bianca, giunto dalla terra di Israele nell'India del nord, che discendendo verso sud sostò a Jagannath, Rajagriha, Benares, Gantamides e in altre città sante. Visse tra le comunità Vaishyas e Shudras studiando il pali e i sacri Sutras mentre predicava l'abolizione della schiavitù e l'esistenza di un unico Dio. Dopo diciotto anni, ormai uomo, Isa ritornò in Palestina e la narrazione tibetana da questo punto combacia con quella tramandata dai Vangeli.

domenica 11 marzo 2012

Il Maestro



Avevano cercato di sorprendere e derubare quelli che credevano due mercanti stranieri; ma si erano trovati di fronte degli individui imbattibili, uno dei quali era dotato di un potere simile a quello della folgore. Il vecchio e il ragazzo intanto, continuavano a raccontare di aver visto quegli esseri apparire dal nulla, avvolti in una nube, appena fuori dalla città; mentre tutt’intorno si udiva un forte rumore, simile a quello prodotto da una cascata. 
Capii ben poco di quel discorso, ma quando vidi, quelli che sembravano i più remissivi, cadere in ginocchio, chiedendo perdono e compassione; tutto mi fu più chiaro. Altri, forse non del tutto convinti, si limitarono ad una specie d’inchino a testa bassa, in segno di sottomissione. Il bambino che avevo visto scappar via, mi riportò il sacchetto contenente il trysduttore, poi si butto ai miei piedi supplicando. La folla rimaneva in silenzio, come se tutti fossero in attesa di una punizione, peraltro meritata.
- Andiamo via. – Dissi rivolto a Serel.
Lo strumento era stato manomesso e non funzionava, lo riavviai regolandolo sulla giusta frequenza.
- Sono angeli mandati da Dio! – Disse il vecchio.
Ora ricevevo le sue parole in modo comprensibile.
- Signore, continuò con gli occhi rivolti al cielo, frena la tua collera, non scagliare i tuoi strali su di noi! Faremo penitenza, vestiremo di sacco e ci cospargeremo il capo di cenere. 
- Siete pentiti? – chiesi loro con voce ferma. Ma il trysduttore non tradusse la frase.
- Avete udito? Parlano la stessa lingua del Maestro!
- Il Maestro? – Chiesi con interesse.
- Sì, verrà qui e potremo portarvi da lui se volete. – Disse uno.
- Faremo qualsiasi cosa vogliate. Se vorrete onorarmi di questo privilegio, sarete ospiti in casa mia, vi prego, rifocillatevi e quando il Maestro arriverà vi condurremo da lui. – Disse un altro dall’aria severa, molto ben vestito.
Serel mi guardò scuotendo la testa in segno di diniego.
- Qual’è il tuo nome. 
- Mi chiamo Zaccheo. 
- Zaccheo! Saremo tuoi ospiti. 
Fece un profondo inchino e con un elegante gesto del braccio, ci indicò la via per raggiungere casa sua.



Arrivati, fummo invitati a fare delle abluzioni, tra l’altro volle lavarci personalmente i piedi, uno strano rituale a cui non potemmo sottrarci. Rimase estasiato quando tolse le calzature a Serel, quella donna aveva dei piedi veramente perfetti! Imbacuccata nel suo largo abito etnico, con la testa fasciata dal turbante, Serel aveva tutto l’aspetto di un adolescente troppo cresciuto. Inspiegabilmente almeno per loro, attirava più l’attenzione degli uomini che delle donne. Provocava un evidente turbamento che erroneamente, era attribuito alla sua essenza soprannaturale. 
Le donne dovevano avere un ruolo sociale del tutto marginale, in questa società primitiva, ma con tutta probabilità si prendevano le loro rivincite nella sfera del privato. La seduzione doveva essere la loro arma vincente.
- Perché siete scesi sulla terra? – Domandò Zaccheo, mentre mangiavamo.
- Terra? 
- Sì siete venuti dal cielo, non è così? 
- E’ una parola che significa: suolo. – Mi suggerì Serel.
- Sì, sì dal cielo, è da lì che veniamo, siamo qui per... scavare... in profondità... nel vostro... animo!
Serel scosse la testa e alzò gli occhi al cielo con un gesto che era fin troppo eloquente.
- Devi ancora spiegarmi da dove hai tirato fuori quell’arma così piccola e potente. – Mi domandò sottovoce.
- E’ la fibbia di una cintura. 
- Che cosa?
- Shhh! Non ora, avremo modo di riparlarne. 
- Non capisco i vostri discorsi, il Maestro, ecco lui si esprime così! Sono sicuro che lui sarà in grado di capirvi.
- Parlami ancora di questo Maestro. 
- Oh! E’ un uomo molto saggio, vengono da tutte le parti per ascoltarlo. 
- Come mai tutto questo interesse per... un uomo. – Chiese Serel.
- Pronuncia parole meravigliose, tiene discorsi che scaldano il cuore e poi... 
Si interruppe, come se avesse il timore di dire qualcosa che potesse offenderci. Evidentemente si attribuivano a costui doti soprannaturali o addirittura divine; anche se il nostro interlocutore non sembrava troppo convinto e non voleva che lo scoprissimo.
- E’ un valido guaritore? – Chiesi, per invitarlo a terminare il suo discorso.
- Sì, si dice che sia in grado di guarire gli infermi. Anche per questo la gente si reca da lui. 
- Dicono che sia stato capace di... 
La donna che ci stava servendo delle vivande avrebbe voluto intervenire, ma il padrone di casa l’aveva zittita con un semplice sguardo.
- E’ solo una schiava – disse per giustificarsi – avrà udito delle sciocchezze mentre si recava al mercato. 
Era ben chiaro che anche lui credeva non poco a quelle “sciocchezze” ma la paura di dire qualcosa di blasfemo in nostra presenza lo bloccava. Non avremmo saputo più niente da lui.
- Sarà meglio andar via. – Disse, si è radunata una folla di curiosi, vogliono vedervi e i miei servi non riescono più a trattenerli.
- Sono d’accordo. – Risposi senza aggiungere altro, meglio essere prudenti.
- Farò caricare delle tende e anche delle provviste, nel caso vogliate accamparvi all’aperto. 
Aveva paura, ma ci teneva a non farlo apparire. Evidentemente temeva che la ressa avrebbe attirato l’attenzione delle guardie; poteva nascere un tumulto e ciò poteva significare solo guai.
Caricarono, velocemente, il tutto su dei piccoli equini, più bassi e più adatti alla soma, di quelli che avevo visto montare dagli armigeri. Uscimmo da una porta secondaria.



La piccola carovana si diresse verso una località desertica, ai piedi di un altura. Qui una gran folla si era radunata per ascoltare qualcuno che dall’alto del colle, predicava. Abbandonai gli altri per avvicinarmi e ascoltare meglio.
- Nella casa del padre mio vi sono molte dimore; se non fosse così, ve l’avrei detto. Vado a preparare un posto per voi e quando sarò andato e avrò preparato un posto, tornerò e vi accoglierò presso di me affinché dove sono io siate anche voi. 
- Che vorrà dire? – Chiese Serel che mi aveva seguito.
- Non lo so, non posso capire un discorso da una sola frase. 
- Quell’uomo non sembra uno loro, ha un aspetto diverso.
- Ho sentito dire da Zaccheo che non segue affatto le loro usanze: non rispetta il sabato, né il digiuno, si esprime in una lingua ormai morta; insomma, si comporta come se le tradizioni di questa gente non lo riguardassero. 
- Uno straniero, dunque. Aspetta! I nostri strumenti subiscono delle interferenze. 
- Impossibile. Su questo pianeta non hanno nemmeno la radio, non ci sono radiazioni artificiali. 
- E’ una frequenza modulata, ne sono certa; proviene da quella direzione... dannazione! Hai notato cosa porta appeso al collo quell’uomo?
- Un sacchetto molto simile a quello che portiamo noi. Stai pensando a quello che penso io? 
- Cosa vuoi fare? 
- Non lo so, ma dobbiamo saperne di più! Guarda risale il colle, insieme a tre dei suoi, ha congedato la folla e ora si allontana. 
- Facciamo rapporto, se è arrivato qui con una nave, sarà meglio stare in guardia! 
- Zaccheo e i suoi ci staranno cercando, approfittiamo della confusione per allontanarci senza che ci vedano. Al calar delle tenebre ci faremo portare sul monte. 
- Non ci vorrà molto, su questo emisfero il sole sta già tramontando.




Stralcio tratto dal capitolo XXXIX del romanzo " I FABBRICANTI DI UNIVERSI"

sabato 10 marzo 2012

Senza tempo: il mio primo romanzo

    Era il 1969 quando iniziai a scrivere "Senza tempo" (in seguito il romanzo acquisì il titolo di "I FABBRICANTI DI UNIVERSI"), avevo solo dodici anni. Non si può pretendere molto da un ragazzo di dodici anni. Feci leggere il libro ai miei amici e venne fuori che la storia era interessante ma non aveva spessore e i personaggi erano poco delineati. Così, qualche anno dopo riscrivevo una nuova versione (illustrata!) del romanzo. Nel 1977, rileggendolo, capii che dovevo riscriverlo ancora. Di questo manoscritto conservo ancora, gelosamente, una copia sbiadita. Proprio in quell’anno fu proiettato in Italia il film “Guerre stellari”: assistetti a una prima visione, rimanendone piacevolmente colpito. Ne rimasi a tal punto entusiasta che il romanzo venne “impregnato” di scene che ricordavano quel film. Alla fine degli anni novanta: rilessi il romanzo e ancora una volta, non mi piacque. Lo depurai dalla notevole ingerenza di Guerre stellari (dovetti anche cambiare alcuni personaggi) e arrivai a fine stesura, dopo centotrenta pagine formato A4: un bel lavoro!
Una curiosità: agli amici dico sempre che il romanzo mi ha preso la mano: a un certo punto sembrò vivere di vita propria. Spiego che, se esiste la Musa degli scrittori, questa non si limitò solo a darmi dei semplici suggerimenti ma pretese che raccontassi i fatti senza travisarli. Naturalmente la Musa non esiste: era evidente che stavo vivendo un conflitto. Ero convinto che la storia fosse andata per conto suo e in direzione diversa da quella che avevo concepito, quindi esaminai minuziosamente tutto ciò che avevo scritto per vedere se c’erano delle incoerenze: non ce n’erano. La storia filava, aveva una sua logica, continua e precisa: il romanzo era pronto.
Alcuni personaggi ricordano sicuramente i protagonisti di Star Trek. Non è difficile scorgere una somiglianza, almeno fisica, tra i Klingons di Star Trek e Gli Urani di Senza tempo. Il romanzo, nato alla fine degli anni sessanta, risente dell’influenza di quel tempo ed è un bene che sia così. La fantascienza, in seguito, si è ammantata di pessimismo, è scivolata nel ciberpunk per poi acquisire ‘una componente horrorifica che, sinceramente, non mi piace. È questo che, a mio parere, ha allontanato il pubblico da questo genere di letteratura, provocando di conseguenza il crollo delle vendite.
Ritornando agli Urani, per quanto concerne la loro cultura, gli atteggiamenti, i dialoghi, voglio precisare che essi sono profondamente diversi dai Klingons. Somigliano di più ai nativi americani: sono degli indiani molto progrediti. In fondo, chi può dire come sarebbe evoluta la loro civiltà se non fossero intervenuti gli europei a imporre la loro cultura come unica soluzione al progresso e al vivere civile? Erano un popolo di guerrieri, amavano l’avventura, ammiravano il coraggio, erano molto riservati nella sfera del privato, davano scarsa importanza al denaro, rifuggivano dal vizio: tutte caratteristiche che ritroviamo, per l'appunto, negli gli Urani.
Frank Iodice definisce, a ragione, il mio romanzo come appartenente al genere romantico ma, non bisogna cadere nell’illusione che possa trattarsi di un romanzo rosa. Certo, si narrano storie d’amore. C’è il tenero amore del protagonista per Eva che, proprio mentre i due stanno consolidando il loro rapporto, s’interrombe a causa della partenza di Adam. C’è l’amore passionale per Pias, l’amante di Filruo, vissuto, come dire, in terza persona, in quanto scaturisce dalla memoria di quest’ultimo, riversata nella mente di Adam. Metterà in grave imbarazzo il nostro eroe che dovrà costatare come sia impossibile trasferire dei ricordi privandoli delle relative emozioni. C’è l’amore di Serel per suo marito Filruo: amore non ricambiato. L’amore di Serel per Adam: sì, perché a forza di stare insieme e condividere ogni avventura, i due finiranno per innamorarsi. Anche Delfina sembra innamorarsi di Adam, ma ha una mente completamente aliena e un corpo gassoso: è troppo diversa perché l’amore possa concretizzarsi in forma di passione. Mi preme ricordare che le scene d’amore hanno toni tenui e delicati: è un romanzo d'avventura espresso in forma fantascientifica!
Così facendo, abbiamo elencato tutte le donne di Senza tempo; in verità ne manca ancora una. Non compare nel romanzo, non si vedrà mai, non sarà mai nominata. Tuttavia, questa donna vive nei sogni di Adam: sogni alquanto agitati. Per i quali il protagonista intraprenderà, grazie all’uso improprio di sofisticate apparecchiature, un viaggio indietro nel tempo: un ritorno al passato che non darà i risultati sperati. I sonni ridiventeranno tranquilli solo alla fine del romanzo, quando il passaggio della “Cosa” porterà l’oblio e restituirà pace e serenità al nostro protagonista.

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