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sabato 19 maggio 2012

CONTATTO RADIO



Quando Guglielmo Marconi mise a punto la prima radio, con sua sorpresa, captò dei segnali. Chi trasmetteva? Marconi cercò di capirlo ma, con la rapida diffusione del mezzo, le trasmissioni radio si moltiplicarono e l’indagine si concluse con un nulla di fatto. 

La vicenda che andiamo a raccontare è documentata anche dalle copie che il New York Times conserva nei suoi archivi, oggi disponibili anche su internet.

Nel 1907 Guglielmo Marconi fece degli sudi su fenomeni inspiegabili, presumibilmente di origine non umana ma, di carattere intelligente. Egli fu sul punto di credere che si trattasse di comunicazioni aliene dirette agli abitanti della Terra; cosa che affermò pubblicamente nel 1919, dichiarando che i segnali sconosciuti captati dalle radio di tutto il mondo non erano di origine terrestre. Dello stesso parere era anche Nikola Tesla. 

Nella primavera del 1921 mentre l’inventore della radio stava svolgendo esperimenti nel mediterraneo, rivelò la presenza di onde sconosciute e regolari. Onde lunghissime, oltre 30 km, mentre a quel epoca la massima lunghezza d’onda era di 14 km. Si trattava di un codice persistente e sconosciuto, captato già nel 1901 dalla rudimentale attrezzatura dello scienziato Nicola Tesla, quindi, in un periodo in cui le trasmissioni radio ancora non esistevano.

Si notò che il fenomeno si ripeteva periodicamente quasi ogni anno e così Guglielmo Marconi lo fece intercettare contemporaneamente nel Mediterraneo e in Sud America, cercando invano di rilevarne la provenienza. Realizzò soltanto che il segnale era più forte quando Marte era più vicino alla Terra.

Si ebbe allora una cooperazione internazionale per una prova di ascolto globale, organizzata dal prof. David Todd (docente di astronomia dell’Ist. Amherst). Si chiese che tutti i paesi dotati di stazioni trasmittenti ad alta potenza chiudessero le trasmissioni per cinque minuti ogni ora dalle 23:50 del ventun agosto alle 13:50 del giorno ventitré, cioè nei giorni in cui Marte si trovava alla distanza minima dalla Terra. La proposta, come sappiamo, non fu accolta.

mercoledì 16 maggio 2012

IPERSPAZIO

In “Senza tempo” le astronavi viaggiano già nell’iperspazio ma, per entrare in un vortice spaziale è necessario schermare lo scafo, altrimenti si rischia il peggio. Adam che, come già sappiamo, si è imbarcato su di una nave aliena prendendo il posto di Filruo, ora deve convincere il comandante Stepan ad affrontare quel rischio.

-          Mi ascolti Comandante, non possiamo affidarci a quella macchina, che non è stata mai collaudata. Ci ucciderà tutti, Signore.
-          Ma che sta dicendo! Anche ammesso che sia vero, dobbiamo andar via da qui.
-          C’è un’altra possibilità.
-          Quale?
-          Quella di passare attraverso l’occhio del vortex.
-          E’ completamente impazzito! In tutta la storia della cosmonautica, nessun comandante ha mai deliberatamente diretto la prua verso un vortex e quelle navi che per errore o per sfortuna sono capitate nelle vicinanze, hanno riportato una tale serie d’avarie da rischiare di restare annichilite dalla singolarità.
-          Ma deve ammettere che quegli equipaggi l’hanno potuto raccontare. Inoltre se ben ricordo, l’ultimo di questi episodi risalirebbe al tempo in cui le navi viaggiavano ancora a velocità luce. Da allora la tecnologia ne ha fatta di strada! Deve convenirne Comandante.

Non c’è scelta: se non affrontano il vortex sono destinati a una morte sicura. Il comandante accetta il rischio e così, si mettono in atto le tecniche atte a proteggere lo scafo.

Mi diressi subito nella sala macchine; avevo bisogno di più squadre che lavorassero contemporaneamente. Organizzai i turni di lavoro senza stravolgere quelli di riposo. Stavo attento a non inimicarmi il personale, avevo bisogno del loro appoggio, poiché non avrei potuto contare sulla loro comprensione. Con una scusa, allontanai Anespo, apertamente ostile. Infine, mi rimboccai le maniche e cominciai a darmi da fare anch’io; sapevo, per esperienza, che era il miglior modo per accattivarmeli. I preparativi andarono per il meglio, anzi finimmo prima del previsto. Ora spettava a Stepan; gli comunicai che eravamo pronti.

Infine, si affronta il rischio con coraggio e determinazione.

Vedemmo la nave virare con decisione, dirigendo la prua in direzione del vortex. Ci siamo pensai, ora sapremo.
Si avvertì il rumore delle macchine spinte al massimo e la variazione, in negativo, della forza di gravità; nonostante l’effetto dei compensatori. Precipitavamo a elevatissima velocità in un pozzo gravitazionale, tra poco avremmo cominciato a galleggiare, seguendo gli ordini e il buon senso, ci si preoccupò di aggrapparsi saldamente a una struttura fissa. Lo scafo vibrava paurosamente per effetto della cavitazione. Le luci si affievolivano, quel tanto che basta per capire che la propulsione assorbiva energia come una spugna, risucchiandola anche dagli altri apparati. La nave era sottoposta a una tensione fuori della norma, tutti i sistemi erano in sovraccarico. Attaccato al pannello di controllo, osservavo impotente gli strumenti: avrei voluto un residuo di gravità almeno in sala macchine, ne avremmo avuto bisogno, in caso di intervento manuale. Mi rendevo conto che ormai eravamo completamente senza peso e non era possibile compensare. Staccai una mano, semplicemente per premere un pulsante e mi trovai con i piedi per aria; tutto diventa più difficile in assenza di gravità.

Adam/Firuo teme che si verifichino dei problemi. I guai, infatti, non tardano ad arrivare.

-          I deflettori signor Filruo, Gli schermi stanno cedendo! – Era Stepan che urlava come un ossesso.
-          Reggeranno! Stanno fluttuando per adattarsi.
-          Esplosioni Signore, rilevo esplosioni all’interno dello scafo!
-          Dove! Dove sono localizzate?
-          Nella stiva signor Filruo, la stiva sta letteralmente bruciando e gli estintori non ce la fanno, il calore è troppo intenso!
-          Fate evacuare la stiva, poi togliete l’aria. Senza ossigeno il fuoco si spegnerà. Maledetti contrabbandieri, chissà cosa hanno introdotto là dentro!
-          Eseguo. Se la paratia esterna cede, per noi è la fine!
-          Gli altri settori?
-          Lo scafo regge Signore, sembra che gli schermi ce la facciano, ci proteggono... per il momento. La stiva è isolata!
-          Bene provveda alla decompressione.
Una chiave Fringo, passò leggera come una piuma sulla mia testa, volteggiando seguì una traiettoria iperbolica che la portò a posarsi sul pavimento.
-          Dannazione! La gravità, inizia ad aumentare, siamo vicini al punto critico.
-          La pressione, Signore, continua ad aumentare. La temperatura è in continuo aumento, le esplosioni si susseguono; i gas sono incandescenti, non riesco a evacuarli con la necessaria velocità. Il calore si propaga, se continua così le paratie scoppieranno! Non possono reggere.
Guardai preoccupato il Capo macchinista.
-          Dobbiamo assolutamente aumentare la velocità, altrimenti non ne usciamo. – Gridai.
-          La forza di gravità è tornata, storniamo un po’ d’energia dai compensatori.
-          No, i compensatori ci servono, devono continuare a funzionare alla massima efficienza, la gravità aumenta rapidamente, senza di loro rimarremo schiacciati e lo scafo cederebbe sotto il suo stesso peso!
-          Non so che farci!
-          I motori a spinta, dobbiamo utilizzare anche quelli, supereremo la velocità massima di un dieci per cento.
-          Non ho più energia disponibile e non possiamo toglierla dagli altri sistemi, altrimenti avremo altri settori nelle stesse condizioni della stiva!
-          La stiva Signore, sta per esplodere!
-          Capo! – Gridai.
-          Mi dia un ordine, Signore! –
-          Filruo cosa sta succedendo – era Stepan, dal ponte di comando – riusciamo a malapena a reggerci in piedi qui!
-          E’ tutto sotto controllo, Comandante... tra un minuto sarà tutto finito.
-          Signor Filruo la stiva!
Avrei voluto avere un attimo, solo un attimo per pensare, ma non c’è l’avevo. Dovevo decidere e dovevo farlo immediatamente. Cosa potevo fare, cosa avrebbe fatto Filruo al mio posto, in quel frangente? No un momento, mi stavo di nuovo confondendo, io non ero Filruo. “Se sei al comando, comanda; non pensare a cosa farebbe un altro al tuo posto”. Ricordai: era l’insegnamento di Sargon.
-          Bene Capo, faremo partire quei motori; utilizziamo l’energia delle batterie.
-          Ma Signore...
-          Niente ma Capo, mi aveva chiesto ordini? Ora obbedisca! I motori funzionano, vedrà riusciremo a ricaricarle.
-          Va bene, ma la stiva?
-          Ci stavo arrivando. Immettiamo acqua nebulizzata nella stiva e colleghiamola con un condotto d’evacuazione, direttamente alla presa a fuso dei motori di spinta. Si può fare?
-          Certo che si può. Accidenti! E’ un’idea geniale: raffredderemo la stiva e inviando i gas nella camera di espansione dei motori, avremo un incredibile incremento di spinta.
-          Lo faccia allora, immediatamente.
-          Bene Signore, lo consideri già fatto. Il tempo di raggiungere quel pannello e attivare i by pass.
Fu molto facile dirlo, ma quando provò a muoversi, il Capo si accorse che il suo corpo era diventato pesante come un macigno. Lo vidi che a fatica raggiungeva il pannello.
-          Non si appoggi alla parte centrale, Capo, potrebbe sfondarla con il suo peso!
-          Me n’ero già accorto, Comandante.
Decisi di aiutarlo: dovevo raggiungere la consolle! Era come se mi fossi caricato un’altra persona sulle spalle, per giunta molto robusta.
-          Non venga qui – gridò il Capo – ho quasi finito, ma c’è una deviatrice che rimane bloccata. Vada a raccogliere quella chiave Fringo e me la porti.
Mi girai verso il punto in cui avevo visto cadere la chiave. Riuscii a raggiungerla ma non ad alzarla. Per farlo, ci volle l’aiuto di un altro membro dell’equipaggio; insieme riuscimmo finalmente a sollevarla e decidemmo di infilare la chiave direttamente nella sua presa per azionarla.
Avvertimmo il contraccolpo dei motori a spinta. Giusto in tempo pensai: ancora una manciata di secondi e non saremmo stati più in grado di far niente. Succeda quel che succeda, ho fatto del mio meglio, ora...
Un ronzio anomalo proveniente dai compensatori, sollecitati fino allo spasmo, interruppe quel mio pensiero. Mi sentivo venir meno: schiacciato come da una pressa, investito dal calore delle macchine.

Ma tutto finisce nel migliore dei modi… o quasi.

All’improvviso, tutto finì. Mi riprendevo, in un’atmosfera di totale calma che sapeva di vittoria. Gli apparati non si erano ancora raffreddati e producevano ancora un po’ di rumore, ma era niente in confronto al frastuono di qualche istante prima. La quiete mi pareva assoluta ora che la tempesta era passata.
-          Si alzi, Comandante. – La voce del Capo mi sembrò alquanto cordiale. – Ci è rimasta un po’ di gravità, approfittiamone.
Mi sentivo leggerissimo.
-          Che valore?
-          Direi che è un quarto del normale, ma aumenterà, non appena riuscirò a mettere le mani sui compensatori.
-          La stiva?
-          Ha retto. Non doveva lasciarla così, quasi senza protezione.
-          Avevo bisogno di energia per rinforzare gli schermi sugli altri comparti.
-          E’ stato fortunato!
-          Sì. Mi serve una stima dei danni.
-          Lievi, tutto sommato. C’è il grosso problema delle batterie.
Abbiamo tempo per quello. Appena possibile spenga i motori di spinta; a tutto vantaggio della gravità.

venerdì 11 maggio 2012

CERCHI NEL GRANO

I Cerchi nel grano appaiono non solo nei campi di grano ma anche di orzo e di colza. Si formano rapidamente, prevalentemente di notte, senza che venga rilevata alcuna presenza umana, neanche nelle vicinanze. A volte, qualcuno rivendica questi disegni, ma si può escludere che siano fatti a scopi pubblicitari. Nonostante la cosa irriti molto gli scettici, si presume che siano fatti da alieni e che rappresentino una qualche forma di comunicazione.


Alcuni disegni rappresentano concetti scientifici a volte complessi. Sembra, quindi, che la quasi totalità dei disegni nel grano rappresentino tecnologie/conoscenze scientifiche precise che gli alieni intendono passare all'umanità. Altri, invece, rappresentano oscuri; eventi astronomici. In questa sede ci si soffermerà sulla rappresentazione dei;tunnel spaziali e sui viaggi iperspaziali.


A quanto pare, gli Alieni possono viaggiare tra sistemi stellari molto distanti, in breve tempo, semplicemente utilizzando l'iperspazio (wormole). I tunnel spaziali (ringhole) non sono altro che dei wormhole stabili. Consentono di utilizzare distorsioni dello spazio, a forma di tunnel, che collegano velocemente due zone dell'Universo anche molto distanti tra loro. Consentono, quindi, di raggiungere una località lontana percorrendo un tragitto più breve e quindi, in un tempo minore. Per compiere tali tragitti, gli extraterrestri utilizzano delle gigantesche navi-madre di forma pressoché cilindrica.


Gli alieni hanno indicato, più volte, nei cerchi nel grano questo loro modo di viaggiare attraverso tunnel spaziali.
Ecco una rappresentazione schematica di come funzionerebbe il sistema:


Ecco, invece, cosa ci hanno disegnato nel grano al riguardo dei tunnel spaziali. Il disegno mostra un astronave madre schermata che entra in un tunnel spaziale.



Siamo a conoscenza di come gli UFO appaiono e scompaiono nel nulla. Esistono fotografie satellitari di scie lasciate da enormi UFO che appaiono e scompaiono nel nulla, come se utilizzassero delle porte tipo Stargate per andare e venire dal nostro pianeta. Infatti, è possibile che il "salto" nell'iperspazio possa avvenire già dal nostro pianeta, magari verso una tappa intermedia. Di sicuro siamo di fronte a sistemi di propulsione che vanno ben oltre la nostra immaginazione. Possiamo solo rimanere sbigottiti davanti a queste incredibili tecnologie che lasciano dei segni nell’atmosfera, come quelli rilevabili nelle seguenti foto satellitari:







giovedì 10 maggio 2012

Lo strano caso di Gerolamo Cardano

Veniamo a una cronaca veramente insolita. A raccontarla è il celebre matematico Gerolamo Cardano, occultista e fisico, che sosteneva di aver più volte sentito raccontare dal padre Fazio questa strana storia.

14 agosto 1491

Quando ebbi terminato i riti abituali, all'incirca alla ventesima ora del giorno, esattamente sette uomini mi apparvero, vestiti di abiti serici che somigliavano alle toghe dei Greci e che portavano anche dei calzari splendenti. Le vesti che indossavano sotto il pettorale brillante e rosso sembravano tessute di scarlatto ed erano di straordinaria bellezza. Tuttavia non erano vestiti tutti in tal guisa, ma solo due, che sembravano appartenere a un rango più nobile degli altri. Il più alto, dal colorito rubicondo, era accompagnato da due compagni e il secondo, dal colorito più chiaro e più piccolo di statura, da tre compagni. Cosi in tutto erano sette." Fazio Cardano precisava che i sette potevano avere tra i 30 e i 40 anni, portati bene. Quando chiese loro chi fossero, questi dissero d'essere uomini fatti d'aria e soggetti alla nascita e alla morte. "Comunque, la loro vita era più lunga della nostra e potevano campare sino a trecento anni. Interrogati sull'immortalità della nostra anima, affermarono che nulla sopravvive dell'individuo, che sia personale.
Quando mio padre domandò perché non avessero rivelato agli altri uomini luoghi ove si trovavano i tesori, risposero che ciò era loro vietato in virtù di una legge speciale che condannava alle più pesanti ammende colui che avesse comunicato quelle informazioni. Essi restarono con mio padre per più di tre ore. Ma quando egli pose la questione della causa dell'universo, non si trovarono d'accordo. Il più alto rifiutava di ammettere che Dio avesse creato il mondo eterno. Al contrario, l'altro soggiunse che Dio l'avesse creato poco a poco, di modo che, se avesse smesso di farlo, non fosse che per un attimo il mondo sarebbe perito...Che sia realtà o favola questo è quanto".

mercoledì 9 maggio 2012

Intervista a Frank Iodice

IL CAPITANO

 


Chi ha visto il video sul caso Cennina, probabilmente, sa a cosa mi riferisco. In passato, in seguito a certi avvistamenti, la gente del luogo notava che in paese erano arrivati molti "Capitani". Il termine è improprio e allude a personale che poteva far parte dei servizi segreti. Oggi sembra che il loro posto sia stato preso dai ben più famosi man in black.



Era il 26 settembre del 1952. Il sig. Carlo Rossi, nato nel 1899 a Saltocchio di Ponte (Moriano) e residente a San Pietro a Vico, si presentò alla Procura della Repubblica di Lucca per denunciare un fatto straordinario che aveva messo in pericolo la sua vita. Il fatto era avvenuto circa due mesi prima nella notte fra il 24 ed il 25 luglio.


Il Rossi, appassionato pescatore, soleva calare la sua “bilancia”, di prima mattina, in un punto del Serchio dove il fiume forma una grande ansa ed è più largo e profondo; il posto prende il nome di Piana dei Tacchini e si trova proprio di fronte a San Pietro a Vico in provincia di Lucca. Erano circa le tre del mattino e il testimone percorreva nel buio della notte un viottolo che lo avrebbe portato alla bilancia. In quel tratto, l’argine del fiume è molto alto e nasconde la vista dell’acqua a chi vi cammina parallelamente. All’improvviso la sua attenzione fu attirata da un insolito chiarore, del tutto innaturale, proveniente da un punto sul fiume. L’uomo, messo in allarme e incuriosito per l’insolito fenomeno, allungò il passo e percorrendo cautamente la distanza al riparo dell’argine, giunse all’altezza del punto da cui la luce veniva diffusa. Si arrampicò su per il terrapieno e si sporse. Pensò di essere in preda alle allucinazioni quando vide sospeso sull’acqua, a bassa quota, uno strano veicolo circolare che pareva rifornirsi d’acqua attraverso un lungo tubo che pescava nel fiume. La macchina, enorme, si librava in aria silenziosa ed era dotata di un complesso sistema di “eliche”.


Si riportano le testuali parole del Rossi, così come furono pubblicate sul giornale LA NAZIONE n.32 del 26-09-1952: - ... aveva un diametro che giudicai in circa venticinque metri. Un disco, proprio tondo, senza ammennicoli. Il suo spessore era di due metri. Dipinto di nero. Tutt’intorno, sullo spessore c’erano delle aperture ovali, come bocche. Direi che da quelle il disco aspirava l’aria che serviva probabilmente ad azionare il motore. Nel centro c’era una torretta, che sporgeva di tre metri al di sotto del disco e di mezzo metro al di sopra. Era trasparente come di vetro o di materiale plastico. Questa torretta avrà avuto un diametro di cinque metri, era grande, insomma, come una stanza. Si vedevano dentro quattro sottili tubi collegati con un grosso cilindro che stava nel mezzo. Una fiamma azzurrognola, con bagliori arancione simile alla fiamma ossidrica passava da un cilindro all’altro, alternativamente alzandosi e abbassandosi. Il bagliore veniva dalla torretta trasparente e si rifletteva perciò sulla superficie del disco rendendola luminosa. Quel disco volante aveva cinque eliche di sotto: eliche che uscivano per metà dal cerchio nero, disposte torno torno, equidistanti l’una dall’altra. Nella parte superiore, invece, le eliche erano tre: una grande quanto tutta la circonferenza del disco, le altre due in scala sempre più piccole... –


A questo punto il racconto di Carlo Rossi si fa sempre più interessante. L’uomo, in preda ad un misto di paura e curiosità, spiava immobile e attonito la macchina che ferma nell’aria emetteva un debole rumore, simile a un fruscio di seta. Ad un tratto un oblò si aprì nella torretta superiore del disco e si affacciò una figura umana che scrutò intorno. Con ogni evidenza, scorse il nostro testimone, poiché sporse un braccio, come per indicarlo a qualcuno che doveva trovarsi all’interno del disco. Il Rossi, dopo un attimo di stupore, si scosse e fuggì via in preda allo spavento, buttandosi a precipizio giù per la scarpata dell’argine. Era appena arrivato giù, quando intravide, sopra la testa, un raggio verde fendere l’aria nella sua direzione. Avvertì una scossa in tutto il corpo, come se fosse stato percorso da una scarica elettrica e atterrito si gettò al suolo. Alzando la testa vide il disco sollevarsi oltre l’argine e prendere quota rapidamente, sparendo a velocità spaventosa in direzione di Viareggio.


Il testimone non raccontò a nessuno la sua avventura, temendo di essere scambiato per un visionario; ma un ulteriore vicenda lo fece temere per la propria vita, spingendolo a rivelare il suo segreto all’autorità costituita.
Circa due mesi dopo, il 15 settembre, in pieno giorno, alle quattro del pomeriggio, il Rossi si era recato al suo abituale posto di pesca e giungendovi, vi trovò un’altro pescatore a lui sconosciuto. Il tipo, dall’aspetto di uno straniero, indossava una tuta azzurra e aveva una corta canna da pesca. Molto magro, alto, dal naso affilato e con strani occhi grigi, cercò di attaccare subito discorso esprimendosi in un italiano corretto, ma marcato da un accento che il testimone non riuscì a riconoscere. Avviata la conversazione, lo sconosciuto gli domandò se avesse mai veduto sul fiume aeroplani o altri oggetti volanti. Il Rossi, diffidente, gli rispose di non aver mai veduto nulla. La conversazione proseguì per un pò e il misterioso interlocutore gli offrì una sigaretta. Il testimone notò che era diversa da tutte quelle, anche estere, che lui conosceva. Era molto lunga e sottile, aveva impresso sul bocchino una marca dorata che non conosceva e che in quel momento non pensò di decifrare. Appena accesa e tirate un paio di boccate di fumo, il Rossi si sentì invadere da un senso di stordimento e di nausea. Con un gesto istintivo spense la sigaretta e fece l’atto di riporla nel taschino. Allora l’altro, inaspettatamente gli afferrò il polso, gliela stappò di mano e ridottala in minuti pezzetti, la gettò nel fiume. Poi, senza aggiungere altro si allontanò velocemente, quasi di corsa.


Qui termina la misteriosa vicenda. Tutto finì con un articolo di cronaca, giacché dai sopralluoghi, nulla fu possibile scoprire. Opportuna fu invece un indagine condotta da Siro Menicucci, del Gruppo di Ricerca per lo Studio dei Fenomeni Ufologici di Prato. Egli, infatti, riuscì a rintracciare i familiari di Carlo (il quale non era stato identificato, se non come Carlo N.) e a contattarli; il testimone, era deceduto già da una decina d’anni. Sergio Rossi, il figlio di Carlo, raccontò che i fatti si erano svolti esattamente come raccontato dai giornali. Si ricorda perfettamente dello stato d’agitazione del padre che dopo l’incontro con lo strano personaggio, continuava a ripetere: - Non mi vorranno mica fare qualcosa perché ho visto quell’affare lì! –
Aggiunse che l’uomo che offrì la sigaretta al padre era stato rivisto; ma Menicucci si accorse che, in proposito, egli non voleva aggiungere altro. Fu solo grazie all’aiuto di Mario Bandoni (il quale abitava accanto al viottolo che Carlo rossi percorreva per recarsi a pescare nel fiume Serchio) che si apprese che il misterioso personaggio con la tuta azzurra era un militare, il quale fu visto ancora in paese, come aveva già affermato Sergio Rossi.


sabato 5 maggio 2012

A LETTO CON L'ALIENA



In questo episodio de “I FABBRICANTI DI UNIVERSI”, Adam, che ha le sembianze di Filruo, affronta qualcosa di raccapricciante. Serel, che ha mangiato la foglia, cerca di ottenere la prova definitiva che quello non è suo marito. Gli somiglia come una goccia d’acqua, ha i suoi ricordi, ma non si comporta come dovrebbe. Dal canto suo, Adam ha delle remore: sa, dalle memorie di Filruo, com’è fatta una femmina aliena ma, l’idea di andarci a letto lo sconcerta. Ha sognato che Serel ha una lingua verde e appiccicosa e per tranquillizzarsi, da una sbirciatina sotto le coperte: ciò che vede lo rassicura. Tuttavia, la donna che è sulla difensiva, ha delle movenze inusuali: procede a scatti brevi e veloci, come fanno gli scorpioni. Come se non bastasse, la sua cavità oculare appare dotata di una seconda palpebra, traslucida. Adam, preso da un istintivo senso di ribrezzo, la sente allontanarsi, con una certa soddisfazione.





Cercai di trattenere una risata ma, non fu possibile. Con una certa meraviglia mi resi conto di non essere lucido e non ero il solo. Quel piccolo bicchiere conteneva una soluzione concentrata di alcol e stupefacenti.
Serel scosse la testa. Si avvicinò e con la forza propria della sua specie, mi sollevò di peso portandomi fin sul letto, posto nell’altra stanza.
Mi trovavo nella camera di un’aliena, in compagnia di un’aliena, chissà se gli Urani... fui preso da una strana inquietudine. Ebbi la tentazione di andarmene ma, ormai le forze cominciavano a mancarmi. L’ultima cosa che vidi era Serel che cominciava a spogliarsi.
Non ricordo di aver fatto sogni tranquilli. Sveglio, vidi che Serel, coricata accanto a me, mi osservava con interesse. Fui attratto dalle sue forme, perfette. Nonostante fosse un’aliena, non era poi molto diversa da una qualsiasi donna umana.
- E va bene, quanto tempo ho dormito?
- Hai perso la nozione del tempo?- Rispose.
Ripensandoci, avevo notato che gli Urani non portano orologi, questo non vuol dire che all’occorrenza non misurano il tempo ma, normalmente, si servono di una sorta di orologio biologico. In altre parole sono dotati di un istintivo senso del tempo.
- Come stai?
- Bene. – Risposi, ma sentivo l’insidia di quella domanda.
- Non sapevo che una “Nana Bianca” potesse farti quell’effetto!
Il tono allusivo e il particolare atteggiamento di Serel sembravano non lasciare alcun dubbio sul particolare effetto della bevanda ma, ancora una volta, avvertivo l’insidia. Serel mi stava mettendo alla prova! Non risposi. Continuai a fissarla con l’aria di chi la sa lunga.
- Volevo dire - Aggiunse senza mezzi termini - che sei stato particolarmente virile.
Mi stava sfidando. I suoi gesti invitanti, le sue parole erano una provocazione che ero costretto ad accettare. Mentiva. Era chiaro che mentiva: ero più che sicuro di aver solo dormito; oppure no?
L’ultimo ricordo era inquietante: Serel che... si spogliava.
- Chiudi gli occhi! Dai chiudi gli occhi - mi disse - voglio farti una sorpresa.
Mentre pronunciava quelle parole vidi qualcosa nei suoi occhi, era una specie di membrana traslucida, una seconda palpebra che, per un breve istante, li aveva coperti scorrendo in senso orizzontale. Serel, involontariamente, aveva avuto un istintivo battito di quella insolita quanto sconcertante palpebra. Mi sentivo in trappola, come un insetto nella tela del ragno. Dovevo assolutamente uscire da quella situazione. Comunque chiusi gli occhi, scacciando pensieri di Serel che mi baciava con una lunga lingua verdastra. Con sollievo, la sentii sgusciar via silenziosamente, alla stregua di un grosso insetto velenoso.