Cerca nel blog

giovedì 12 luglio 2012

Flying saucers from outer space




In un passaggio del libro "Flying saucers from outer space" scritto dal maggiore Donald Keyhoe, ex ufficiale dei Marines e direttore del N.I.C.A.P. si ipotizza che la straordinaria accuratezza della carta di Piri Reis potrebbe essere attribuibile a qualcosa o qualcuno non propriamente terrestre. Ecco una sintesi del passaggio. 

Il maggiore Keyhoe si sta incontrando con il comandante Larsen e il capitano John Brent. Aveva organizzato l'incontro per avere informazioni circa alcuni rapporti che trattavano di avvistamenti UFO durante i lanci missilistici a Cape Canaveral. Un rapporto proveniente da un tecnico missilistico, addirittura affermava che erano stati costretti a rinviare i lanci molte volte a causa di interferenze UFO. Durante la discussione venne fuori la storia della mappa. 
Il capitano John Brent girò intorno a uno schedario e ne tirò fuori una cartella. 
- L'Ufficio Idrografico della Marina ha controllato un'antica mappa – disse - chiamata mappa di Piri Reis, che sembra riportarci indietro nel tempo di più di 5.000 anni. E' così accurata che solo una cosa può spiegarla, un rilevamento aereo totale. 
- E' quasi incredibile! - dissi. 
- All'inizio nemmeno gli esperti dell'Ufficio Idrografico potevano crederci. Ma non solo hanno provato che la mappa è autentica, ma è stata addirittura usata per correggere degli errori in alcune carte odierne. 
Il comandante Larsen si piegò in avanti. 
- Parlagli dei rilevamenti sismici. 
- Ok. - Il capitano si girò nuovamente verso di me - il reverendo Daniel Linehan direttore dell'Osservatorio di Weston del College di Boston è un sismologo di prim'ordine. E' così in gamba che la Marina gli chiese aiuto per quanto riguarda l'Antartide, per trovare dove c’era la terra sotto la calotta di ghiaccio. Le linee costiere che trovarono erano identiche a quelle sulla mappa di Piri Reis. Di conseguenza, i rilevamenti cartografici dovrebbero essere stati effettuati molti secoli fa, prima che la terra fosse ricoperta dalla cappa di ghiaccio. Padre Linehan lo rivelò durante un forum all'Università di Georgetown, come prova della genuinità di questa mappa. Le trascrizioni del forum contengono inoltre le dichiarazioni dell'ingegnere M.I. Walters, dell'Ufficio Idrografico, riguardo alla valutazione della carta. Altri punti rilevanti sono stati fatti da A.H. Mallery, un capitano di marina in congedo; egli, dopo aver compreso quanto fosse importante, convinse la Marina ad esaminare la mappa. 
- Fino ad ora - mi disse il capitano Brent - solo una parte di tutta la carta di Piri Reis è stata trovata. Precisamente una sezione che copre le coste del Sud America, dell'Africa e una porzione dell'Antartide. 
Dopo un lungo studio, Mallery scoprì il metodo di proiezione usato. Confermando questo ed altri punti tecnici, i cartografi della Marina giunsero alla conclusione che solo squadre di rilevamento altamente specializzate e cartografi potevano avere prodotto carte di una così "sorprendente accuratezza". Le loro operazioni devono avere coperto l'intera superficie terrestre. 
Non sappiamo come possano averlo fatto così accuratamente senza un aeroplano; riassunse il capitano Mallery e aveva ragione: non potevano averlo eseguito senza qualche sorta di macchina volante. 
- Ma non potrebbe essere che sia esistita una civiltà avanzata sulla Terra? - Domandai. - Gli archeologi hanno trovato prove di antiche civiltà perdute.
- E' vero, ma nessuna traccia di stabilimenti, laboratori o impianti petroliferi. Dovevano possedere un enorme apparato industriale per costruire e mantenere una flotta aerea. Tuttavia, astronavi provenienti da un altro mondo non ne avrebbero avuto la necessità, si sarebbero portate dietro quello di cui avevano bisogno, come noi intendiamo fare nelle nostre esplorazioni spaziali. 
Il capitano Brent e Larsen ritenevano che le astronavi atterrarono più o meno 10.000 anni fa. 
- Per primi saranno sbarcati piccoli gruppi tecnicamente addestrati, muniti dell'equipaggiamento di base. Esattamente come progettiamo di fare per le nostre colonie spaziali. Successivamente, gli emigranti sarebbero stati traghettati dal loro mondo in enormi astronavi. 
- Quale effetto potrebbe aver avuto sulla religione?
- In primo luogo, sembrerebbe smentire la storia biblica sulla creazione dell’uomo. L’atterraggio di astronavi spaziali su di un mondo abitato da popolazioni primitive non dovrebbe porre molti problemi, e la razza spaziale potrebbe avere giocato un ruolo fondamentale nella nostra civilizzazione.


Nella foto: Kenneth Arnold

domenica 8 luglio 2012

PROGETTO GENESI


 




I Sumeri non avevano una filosofia vera e propria ma avevano riflettuto e indagato sulla natura dell’universo. Il loro modo di vedere la vita si può estrapolare dai miti e dagli inni.
Gli dei più importanti erano quattro: An (padre degli dei), due fratelli, Enlil e Enki e una sorella, Ninhursag. In epoca arcaica il dio più importante era An, ritenuto il supremo Re del pantheon.Tuttavia, già da fonti che risalgono al 2.500 a.C. possiamo apprendere che questo ruolo sia stato successivamente assolto da Enlil. I motivi di questa sostituzione non sono chiari, probabilmente possono essere individuati in antiche rivalità che sfociarono in una guerra tra gli dei nella quale furono coinvolti anche gli uomini. Non dobbiamo meravigliarci, per i Sumeri gli dei erano immortali (longevi) ma vivevano comunque come gli uomini: avevano bisogno di mangiare, di bere e potevano anche essere uccisi.


Decifrare le tavolette d’argilla non è un’impresa facile. Uno dei pochi che possedeva questa capacità era il famoso professor Zecharia Sitchin, autore di libri sulla civiltà sumera, tra cui “Il pianeta degli dei” e “Le astronavi del Sinai”. Sitchin sostenne che i Sumeri erano il prodotto di un esperimento genetico: una razza di alieni, di aspetto simile al nostro (perché noi siamo “a loro immagine e somiglianza”), incrociarono i loro geni con quelli di un primate evoluto, che già esisteva sulla Terra. Si tratterebbe di esseri intelligenti che i Sumeri chiamavano Anunnaki (figli del dio An) e che la Bibbia chiama Elohim. Venivano da un pianeta che ha un’orbita ellittica, simile a quella delle comete, che transita tra Marte e Giove ogni 3.600 anni: il decimo pianeta. In pratica, secondo il professor Sitchin la selezione naturale di Darwin c’è stata ed ha prodotto i primati superiori dai quali discendiamo. Poi, grazie agli Anunnaki, c’è stato il salto verso l’Homo sapiens.


Secondo la sua teoria le cose sarebbero andate così: gli Anunnaki avrebbero iniziato a visitare la Terra mezzo milione di anni fa e le loro gesta sono quelle che leggiamo nell’Antico Testamento o nel poema di Gilgamesh. In seguito avrebbero colonizzato la Terra. Avendo bisogno di persone che lavorassero nelle miniere in Africa, avrebbero creato gli uomini cioè dei primi esemplari definibili sapiens, che furono generati appositamente per lavorare nelle miniere. Secondo Sitchin la razza umana è nata 300.000 anni fa. L’uomo sarebbe nato quindi nell’attuale Africa, in corrispondenza con la teoria darwiniana. In seguito, le donne terrestri si sarebbero accoppiate con gli extraterrestri. Infatti, nella Bibbia (Genesi 6.2) leggiamo che “i figli di Dio, vedendo che le figlie degli uomini erano adatte, si presero in moglie tutte quelle che loro piacevano”. Da questi accoppiamenti sarebbe nato, secondo l’autore, l’antenato dell’uomo moderno.


I Sumeri hanno scritto due poemi mitici che rispecchiano pienamente l’assunto di Sitchin. Di questi, uno (Enuma Elish) è interamente dedicato alla creazione dell’uomo, che avviene anche attraverso una serie di tentativi mal riusciti che diedero vita a delle creature deboli e malformate. Questo poema ha dunque portato le generazioni successive, che non ebbero più contatti con gli dei, a ritenere che l’uomo fosse nato per servirli e da ciò scaturì la devozione verso le divinità.
L’altro (Atra Hasis) illustra perché l’uomo è stato creato e parla di un contrasto tra due divinità minori. Come possiamo notare, quindi, i miti dei Sumeri lasciano largo spazio affinché le teorie di Sitchin circa la creazione dell’uomo non siano accantonate come frutto di pura fantasia, anzi, comparando le varie fonti possiamo notare che tutti i pezzetti del puzzle coincidono.

giovedì 5 luglio 2012

FATIMA: LA QUARTA TESTIMONE




13 Maggio 1917. La località portoghese di Cova da Iria, una valletta a ridosso di Fatima, divenne teatro di una serie di apparizioni miracolose i cui protagonisti furono tre pastorelli, Lucia dos Santos e i cuginetti Francesco e Jacinta Marto, divenuti poi noti come "i veggenti di Fatima". Una figura di luce comparve numerose volte, durante i mesi estivi, sempre nella valle della Cova da Iria e fu qui che quel fatidico 13 Maggio ai tre testimoni riunitisi con un certo numero di fedeli, avvertiti precedentemente da un "angelo" annunciatore, comparve una giovane donna luminosa che, ritennero, essere la Vergine Maria. Da allora, per sei volte, puntualmente il tredici di ogni mese, ai piedi di un ulivo, l’entità celeste si manifestò a un numero sempre più grande di fedeli, richiamati dalla presunta natura divina dell’evento. In genere, le apparizioni della "Signora" erano preannunciate da "inusuali" manifestazioni nel cielo.

I portoghesi Joaquim Fernandes e Fina d’Armada condussero intense ricerche per ben sei anni, in particolare sulle prime apparizioni e sulla ricostruzione grafica dell’entità, desunta dalle descrizioni testimoniali dei bambini prima che fossero influenzati dai modelli religiosi.
La loro minuziosa ricerca, sviluppatasi sui manoscritti dell’inchiesta parrocchiale depositati nel santuario di Fatima, su interrogatori originali e dichiarazioni rilasciate da Lucia, Francisco e Jacinta, oltre a quelle di un centinaio di testimoni oculari, insomma su fonti di prima mano, li portò a individuare una quarta testimone oculare di almeno altre due apparizioni, indirettamente connesse a quelle dei pastorelli, come vedremo più avanti. La "quarta testimone" è Carolina Carreira, intervistata nel 1978, tre anni prima della sua morte. Nulla, della Carreira, era mai emerso dalle indagini delle commissioni d’inchiesta ufficiali dell’epoca.
Il racconto della bambina, in particolar modo nella descrizione dell’entità incontrata, coincide minuziosamente con una delle primissime descrizioni della Signora luminosa fornite da Lucia, ma che non furono inserite nell’incartamento dell’inchiesta ufficiale dell’epoca.
Il collegamento con quanto raccontato da Lucia emerge da un’intervista rilasciata dalla bambina al giornale parrocchiale locale. Lucia parlò di una signora molto luminosa, alta circa un metro e dieci centimetri, dall’apparente età di dodici o quindici anni, che indossava un abito molto aderente: una gonna stretta, una giacca e un mantello, tutti decorati da cordoni dorati cuciti sopra. Sul capo portava qualcosa che le nascondeva i capelli e le orecchie, gli occhi erano neri, aveva, inoltre, dei cerchietti ai lati del collo. Veniva dall’alto e svaniva gradualmente nella direzione opposta, non eseguiva movimenti facciali e non muoveva le labbra ma solo le mani di tanto in tanto. Aveva una sfera luminosa nella mano sinistra tenuta all’altezza della vita e voltava le spalle ai testimoni quando se ne andava.

Seguiamo la pista di Fernandes. Secondo il ricercatore portoghese, nel 1947 il futuro vescovo di Viseu, Don José Pedro da Silva, forse trovando strano il silenzio di Lucia, chiese direttamente alla veggente: - La zia Maria da Capelinha afferma, nella sua deposizione ufficiale, che sua figlia Carolina aveva visto un angelo passeggiare nella Cova da Iria. L’angelo chiese loro di dire tre Ave Maria. Dopo, aveva chiesto alla sorella che domandasse alla Madonna cos’era "quello" e che la sorella, nelle piccole Valli, aveva chiesto alla Madonna ottenendo la risposta che era un angelo... che c’è di vero in questo?
Lucia rispose: - Non lo so, non mi ricordo nulla.
La deposizione ufficiale alla quale si riferisce Don José Pedro da Silva si trova nel documento denominato "Interrogatorios oficiales" del 1923. Fu redatto dal Visconte de Montelo e comprende la seguente frase, nel testo integrale: "Nelle piccole Valli, Lucia chiese alla Madonna, su richiesta del testimone (zia Maria) se la Madonna fosse apparsa a qualcun altro nella Cova da Iria. La Madonna rispose che non era lei bensì un angelo, il volto che Carolina, la più giovane delle figlie della testimone, di dodici anni, e che la piccola di sette anni di Espite, avevano visto il 28 luglio, vicino all’olivo. L’angelo era basso, molto bello, con i capelli biondi, volto che Carolina vide, dopo, sopra l’ulivo".

In realtà, spiega Fernandes, la documentazione ufficiale di Fatima ci introduce alla visita di altri esseri alla Cova da Iria, oltre alla Beata Vergine Maria, e ci parla di più veggenti oltre ai tre già conosciuti. Per questo Carolina va considerata la quarta veggente di Fatima, vissuta per lunghi anni in oblio e anonimato. Fernandes sottolinea inoltre che nessuno, nemmeno uno dei sacerdoti, l’aveva mai interrogata. La bambina ne aveva parlato solo in casa a sua madre e ai fratelli. E se il Canonico Formigâo non avesse invitato sua madre a deporre, la sua testimonianza sarebbe andata completamente perduta. L’anonimato, intanto, le ha consentito di non essere infastidita da frotte di fedeli curiosi, ed è anche possibile che l’avrebbero chiusa in convento come accadde a Lucia. Invece, Carolina si è sposata e, pur non avendo avuto figli, ha condotto una vita normale, senza sacrifici esagerati per aiutare i peccatori. Per parlare con lei - dice Fernandes - non è stato necessario chiedere l’autorizzazione del vescovo della diocesi. Naturalmente, tutta la sua deposizione, rilasciata il 22 luglio 1978 è stata registrata. Il testo viene qui riportato integralmente, eccetto le ripetizioni inutili.
-       Io abitavo lontano - dichiarò Carolina a Fernandes - stavo andando a controllare un gregge al posto del padrone, che aveva chiesto a mia madre il permesso di lasciarmi andare a casa sua finché avesse trovato un guardiano per le pecore. Mia madre mi lasciò andare. Quell’uomo aveva una cameriera che veniva dalle parti di Coimbra. Una ragazzetta che giunse da noi per imparare a fare le pulizie. Un giorno ci sedemmo a controllare il gregge, molto tranquillo dato il caldo. Passò un carro con delle bestie che andava a nord. Era il giorno di una fiera su a nord, da Santa Caterina in su. Dato che il gregge era calmo, le dissi: "Conceicâo, andiamo su fino alla strada (le pecore erano in una valletta) per vedere se il carro va oltre la Cova da Iria". Andammo là, l’osservammo e il carro andò verso nord. Dopo dissi: "Conceicâo, torniamo indietro adesso perché il gregge può combinare qualche guaio e il padrone è molto irascibile". Mentre passavamo, abbiamo guardato l’olivo, circondato da un muretto che mia madre aveva costruito per proteggerlo dal vento e abbiamo visto una "bambina" di circa otto, dieci o forse dodici anni che entrava nel piccolo recinto di pietre e camminava avanti e indietro: aveva un vestito bianco, i capelli biondi lunghi fino alle spalle. Io sentivo dentro di me una voce che mi ripeteva continuamente: "Vai lì e dì tre Ave Maria." Così dissi a Conceicâo: "tu non senti niente? Non senti una voce dentro di te?" "No, non sento nulla". Poi siamo tornate al gregge e abbiamo visto che non si era spostato e che era ancora tranquillo, così ho detto a Conceicâo: "torniamo a vedere se la gente vede la stessa cosa". Ma quando siamo tornate nello stesso punto dove avevamo visto la "bambina”, vedemmo un’immagine sopra l’olivo. Non so se era la stessa cosa che avevamo visto prima ma quando l’hanno chiesto a Lucia e lei l’ha chiesto alla Madonna, la Madonna rispose che non era stata Lei ad apparirmi ma un angelo. Anche l’immagine continuava a ripetermi di dire tre Ave Maria là sotto quell’albero ma non mi ricordo se l’ho fatto... ero preoccupata per il gregge e così io e l’altra ragazza siamo tornate dalle pecore". L’apparizione avvenne attorno alle 9.00-10.00 del mattino.

Sono stati necessari, afferma Fernandes, sessantuno anni per trovare un testimone vivo e disponibile, per dimostrare la tesi della presenza, a Fatima, di esseri antropomorfi, oggi associati agli UFO. Questa testimone ignorata, forse di proposito, si è dimostrata fonte d’indizi che hanno contribuito a ricostruire il vero scenario del fenomeno, isolandolo dalla sfera religiosa nella quale fu costretto. Alla fine, sottolinea Fernandes, si è riusciti a passare da una discreta pista alla testimonianza verbale della quarta veggente, che confermava un insieme di osservazioni concernenti il manifestarsi di esseri di bassa statura. Inoltre, la deposizione della Carreira inquadra l’Operazione Fatima sotto un’altra luce: quella della manipolazione mentale, sperimentata anche dalla principale testimone del 28 luglio 1917. La creatura che Carolina e l’amica videro accanto all’ulivo, luogo delle apparizioni della Madonna nel tredicesimo giorno del mese, non rappresenta una manifestazione insolita negli annali ufologici, come invece ritennero, all’epoca, i sacerdoti incaricati di registrare l’importante deposizione.

USTICA: NALDINI E NUTARELLI



Correva l’anno 1987, Andrea Crociani stava ricevendo un’accorata confessione da un pilota militare che era in volo la notte in cui precipitò, nei pressi di Ustica, il DC9 dell’ITAVIA.
- Sei statu tu? – Chiese all’amico.
Il pilota era il Tenente Colonnello Mario Naldini, che morì l’anno dopo nell’incivolo di Ramstein.
- No, ci hanno pensato gli altri – rispose – ma ora voglio mettere tutto per iscritto.
Naldini perse la vita insieme al collega Nutarelli, che era in volo con lui quella notte. Nessuno dei due poté parlare con il giudice Bucarelli, che li aveva entrambi convocati.
Riuscì Naldini a depositare da un notaio il suo racconto? Fu attendibile la testimonianza dell’amico Crociani che, anni dopo, si presentò davanti al giudice Priore per raccontargli quel che gli fu detto?
Crociani raccolse la testimonianza di un uomo affranto e spaventato, il quale gli raccontò che, quella notte, c’erano in volo due aerei non identificati. Con Ivo Nutarelli, si apprestarono ad intercettarli ma, arrivò l’ordine di non farlo!
- Seppi del DC9 quando tornai a terra. – Avrebbe detto Naldini.
- Perché non l’hai mai raccontato?
- Devo tutto all’Arma: ho fatto un giuramento!
Poi, chiese all’amico se conosceva qualcuno di cui potersi fidare per depositare una memoria scritta. Crociani sostenne di non aver potuto aiutare Naldini: non conosceva nessuno di cui fidarsi, né sa se Naldini l’abbia poi trovato. Tuttavia, Crociani deve aver pur dato, in una testimonianza durata cinque ore, qualche elemento di riscontro, in quanto, dopo quindici giorni, il Giudice Priore stava ancora valutando la sua testimonianza.

sabato 30 giugno 2012

LA STRABILIANTE AUTOMOBILE DI #TESLA




La città di Buffalo, nel nord dello stato di New York negli USA, fu silenziosa testimone di un fatto straordinario nel corso di una settimana durante l'estate del 1931. Un giorno, tra le migliaia di veicoli che ne percorrevano le vie, una lussuosa automobile si fermò accanto, al marciapiede presso il semaforo di un incrocio. Un passante notò come si trattasse di una berlina Pierce-Arrow ultimo modello. Quello che caratterizzava l'auto in quella fredda giornata estiva era l'assoluta assenza di emissione di vapore o fumi dal tubo di scarico. Un passante si avvicinò al guidatore e attraverso il finestrino aperto commentò l'assenza di fumi dallo scarico. Il guidatore lo ringraziò per i complimenti sottolineando che era così perché l'automobile "non aveva motore". Questa dichiarazione non è stravagante o maliziosa come potrebbe sembrare: nascondeva una certa verità. Infatti, la Pierce-Arrow non aveva un motore a combustione interna ma aveva, invece, un motore elettrico.
Se l'autista si fosse preoccupato di completare la sua spiegazione al passante, avrebbe potuto dire che il motore elettrico non era alimentato da batterie. L'autista era Petar Savo, e nonostante stesse guidando quell'auto non era il responsabile delle sue incredibili caratteristiche. Queste erano il lavoro dell'unico passeggero, un uomo che Petar Savo conosceva come lo "zio": il genio dell'elettricità Nikola Tesla. La scoperta potenzialmente più significativa di Nikola Tesla fu che l'energia elettrica si può propagare attraverso la Terra e anche attorno ad essa, in una zona atmosferica chiamata cavità di Schumann. Essa si estende dalla superficie del pianeta fino alla ionosfera, all'altezza di circa 80 chilometri. Le onde elettromagnetiche di frequenza estremamente bassa, attorno agli 8 hertz (la risonanza di Schumann, ovvero la pulsazione del campo magnetico terrestre) viaggiano, praticamente senza perdite, verso ogni punto del pianeta. Secondo Tesla, con un appropriato dispositivo elettrico sintonizzato correttamente sulla trasmissione dell'energia, chiunque nel mondo avrebbe potuto attingerne. Lo sviluppo di una simile tecnologia rappresentava una minaccia troppo grande per gli enormi interessi di chi produce, distribuisce e vende l'energia elettrica. La scoperta di Tesla finì con la sospensione dell'appoggio finanziario alle sue ricerche, l'ostracismo da parte della scienza ufficiale e la graduale rimozione del suo nome dai libri di storia. Dalla posizione di superstar della scienza nel 1895, Tesla nel 1917 era virtualmente un "signor nessuno", costretto a piccoli esperimenti scientifici in solitudine.


All'inizio del ventesimo secolo, per le automobili elettriche le prospettive erano luminose. I veicoli elettrici alimentati da batterie erano meccanicamente più semplici, silenziosi, inodori, facili da adoperare e con meno problemi di qualunque automobile con motore a benzina. Nell'automobile con motore a benzina occorreva regolare la valvola a farfalla, l'anticipo dell'accensione, pompare sull'acceleratore e far girare il motore con una manovella. In un'auto elettrica bastava soltanto girare una chiave e premere l'acceleratore. Rilasciando l'acceleratore l'auto rallentava immediatamente. Se necessario, in un'epoca in cui vi erano poche officine per auto, un normale elettricista poteva eseguire la manutenzione del semplice motore a corrente continua. Non vi era olio da cambiare, né radiatore da riempire, né pompe della benzina o dell'acqua da sistemare, nessun problema di carburazione, nessuna marmitta che si arrugginiva, nessun differenziale o trasmissione da controllare, e nessun inquinamento! Il grasso e l'olio erano limitati a un paio di cuscinetti a sfere del motore elettrico e ad alcuni raccordi del telaio. Per le loro consegne i grandi magazzini impiegavano camion elettrici. I medici iniziarono a recarsi alle visite al domicilio dei pazienti con “l’elettrica”, sostituendo il proprio calesse con qualcosa di altrettanto semplice da mantenere. Le donne preferivano le auto elettriche per la facilità di guida. Poiché le vetture elettriche erano limitate in velocità e autonomia dalle loro batterie, diventarono popolari come trasporti cittadini.
Al di fuori delle città, le strade dell'America di allora erano così primitive che diventarono riservate ai veicoli con motore a combustione interna, più veloci, con autonomia maggiore e in rapido progresso. Così, negli USA vi fu una specie di età dell'oro per i veicoli elettrici dopo che il resto del mondo iniziò ad abbandonarli. Il tallone d'Achille delle vetture elettriche sta nelle sue batterie. Le batterie erano dei tipo al piombo, pesanti e ingombranti, e sottraevano molto spazio prezioso. Il peso eccessivo riduceva la maneggevolezza e limitava le prestazioni anche per gli standard di quegli anni. Le batterie richiedevano ricariche ogni notte e l'autonomia massima superava difficilmente i 160 chilometri. Non appena la velocità e l'affidabilità delle automobili a benzina migliorarono, le auto elettriche furono abbandonate e rimasero le preferite dai pensionati e dalle signore anziane. L'introduzione della messa in moto elettrica nelle auto a benzina mise il chiodo finale alla bara delle auto elettriche.


Nel 1930 Nikola Tesla chiese a suo “nipote" Petar Savo di venire a New York. Savo era stato nell'esercito austriaco ed era un esperto pilota, così colse fervidamente l'opportunità di lasciare la Jugoslavia (paese natale di Nikola Tesla). Nel 1967, in una serie di interviste, Savo descrisse la sua parte nell'episodio dell'auto elettrica di Tesla. Durante l'estate del 1931, Tesla invitò Savo a Buffalo, nello stato di New York, per mostrargli e collaudare un nuovo tipo di automobile che aveva sviluppato di tasca sua. Casualmente, Buffalo è vicina alle cascate del Niagara - dove era entrata in funzione nel 1895 la stazione idroelettrica a corrente alternata di Tesla che lo aveva innalzato al culmine della stima da parte della scienza ortodossa. La Westinghouse Electric e la Pierce-Arrow avevano preparato questa automobile elettrica sperimentale seguendo le indicazioni di Tesla. Per le sperimentazioni era stata selezionata una Pierce-Arrow Eight del 1931, proveniente dall'area di collaudo dell'azienda. Il suo motore a combustione interna era stato rimosso, lasciando intatti la frizione, il cambio e la trasmissione verso l'asse posteriore. La normale batteria da 12 volt rimase al suo posto, ma alla trasmissione era stato accoppiato un motore elettrico da 80 cavalli.
Tradizionalmente, le auto elettriche montavano motori a corrente continua alimentati da batterie, dato che quella continua è il solo tipo di corrente che le batterie possono fornire ma, questa Pierce-Arrow non venne dotata di un semplice motore a corrente continua: si trattava di un motore elettrico a corrente alternata progettato per raggiungere 1.800 giri al minuto. Il motore era lungo 102 centimetri con un diametro di 76, senza spazzole e raffreddato ad aria per mezzo di una ventola frontale; presentava due terminali di alimentazione indirizzati sotto il cruscotto ma lasciati senza collegamento. Sul retro dell'automobile era stata fissata un'antenna di 1,83 metri.
Petar Savo raggiunse il suo famoso parente, come quest'ultimo gli aveva chiesto. Arrivati a Buffalo, si recarono presso un piccolo garage dove trovarono la Pierce-Arrow. Il Dr. Tesla sollevò il cofano e fece qualche regolazione sul motore elettrico a corrente alternata sistemato al suo interno. In seguito si recarono a predisporre gli strumenti di Tesla: nella camera di un hotel delle vicinanze, il genio dell'elettricità si mise a montare il suo dispositivo. In una valigia a forma di cassetta si era portato dietro 12 valvole termoioniche. Savo descrisse le valvole “di costruzione curiosa", sebbene in seguito almeno tre di esse siano state identificate come valvole rettificatrici 70L7-GT. Furono inserite in un dispositivo contenuto in una scatola lunga 61 centimetri, larga 30,5 e alta 15. Non era più grande di un ricevitore radio ad onde corte. Al suo interno era predisposto tutto il circuito elettronico comprese le 12 valvole, i cablaggi e le resistenze. Due terminali da 6 millimetri di diametro e della lunghezza di 7,6 centimetri sembravano essere le connessioni per quelli del motore. Ritornati all'auto dell'esperimento, misero il contenitore in una posizione predisposta sotto il cruscotto dalla parte del passeggero. Tesla inserì i due collegamenti controllando un voltmetro.
"Ora abbiamo l'energia", dichiarò, porgendo la chiave d'accensione a suo nipote. Sul cruscotto vi erano ulteriori strumenti che visualizzavano valori che Tesla non spiegò. Dietro richiesta dello zio, Savo mise in moto. “Il motore è partito", disse Tesla. Savo non sentiva alcun rumore. Nonostante ciò, Savo selezionò una marcia, premette sull'acceleratore e portò fuori l'automobile. Quel giorno Petar Savo guidò questo veicolo senza combustibile per lungo tempo, per circa 80 chilometri attorno a Buffalo, avanti e indietro nella campagna. La Pierce-Arrow venne spinta fino a 145 km/h sempre con lo stesso livello di silenziosità del motore. Mentre percorrevano la campagna Tesla diventava sempre più disteso e fiducioso sulla sua invenzione; cominciò così a confidare a suo nipote alcuni suoi segreti. Quel dispositivo poteva alimentare le richieste di energia del veicolo per sempre, ma poteva addirittura soddisfare il fabbisogno energetico di un'abitazione. Tesla dichiarò che il suo dispositivo era semplicemente un ricevitore per una "misteriosa radiazione, che proviene dall'etere" la quale "era disponibile in quantità illimitata".
l'inventore e il suo autista consegnarono l'automobile in un luogo segreto, concordato in precedenza: un vecchio granaio di una fattoria a circa 30 chilometri da Buffalo. Lasciarono l'auto sul posto, ma Tesla si portò dietro il suo dispositivo e la chiave d'accensione.


Questo romanzesco aspetto dell'affare continuò. Petar Savo raccolse delle indiscrezioni secondo le quali una segretaria che aveva parlato delle prove segrete, era stata licenziata. Ciò spiegherebbe un impreciso resoconto sulle sperimentazioni che apparve su diversi quotidiani. Quando chiesero a Tesla da dove arrivasse l'energia, data l'evidente assenza di batterie, egli rispose riluttante: "Dall'etere tutto attorno a noi". Alcuni suggerirono che Tesla fosse pazzo. Terminò così la breve esperienza di Tesla nel mondo dell'automobile. L’azienda Pierce-Arrow, che aveva già toccato il culmine del suo successo nel 1930, nel 1931 era già in calo. Nel 1932 perse 3 milioni di dollari. Nel 1933 vi furono problemi amministrativi: l’interesse passò dall'innovazione alla pura sopravvivenza, e qui la Pierce-Arrow abbandona il nostro racconto.


In seguito, Savo chiese a suo "zio" sugli sviluppi del ricevitore energetico in altre applicazioni. Tesla rispose che era in contatto con uno dei principali cantieri nautici per realizzare una nave con un dispositivo simile a quello dell'automobile elettrica sperimentale. Chi scrive non è a conoscenza di alcun documento pubblico che descriva un esperimento nautico: se questo accadde non venne divulgata alcuna informazione.
Il New York Daily News del 2 aprile 1934 riportava un articolo intitolato "Il sogno di Tesla di un'energia senza fili vicino alla realtà", che descriveva un "esperimento programmato per spingere un'automobile utilizzando la trasmissione senza fili di energia elettrica". 

Sappiamo che, in quel periodo, la Westinghouse Corporation, sotto la presidenza di F. A. Merrick, pagò per la sistemazione di Tesla al New Yorker, il più nuovo e lussuoso hotel di New York; in esso l'anziano scienziato visse gratuitamente per tutto il resto della sua vita. Perché? Non lo sappiamo, ma è facile supporre che la Westinghouse comprò il riluttante silenzio di Tesla sulle scoperte della free energy.




Riferimenti

· Abram, Arthur, "The Forgotten Art of Electric-Powered Automobiles", The Cormorant, bollettino del Packard Club (data sconosciuta)

· Intervista di Derek Ahiers a Petar Savo, 16 settembre 1967 (dagli archivi di Ralph Bergstrasser) 

· Childress, David H., The Fantastic Inventions of Nikola Tesla, Adventures Unlimited Press, Illinois , 1993, ISBN l932813-19-4 

· Childress, David H. (ed.), The Tesla Papers, Adventures Unlimited Press, Illinois , 2000, ISBN 0-932813-86-0 

· Decker, Jerry, "Tesla's Electric Car - The Moray Version", KeelyNet BBS, postato il 31 gennaio 1993

· Extraordinary Technology, vol. 1, nr. 2, aprile/maggio/giugno 2003 

· Greene, A.C., "The Electric Auto That Almost Triumphed", Dallas Morning News, 24 gennaio 1993 

· Nieper, Hans A., Revolution in Technology, Medicine and Society, MIT Verlag, Oldenburg, 1985, ISBN 3-925188-07-X (inizialmente pubblicato in Germania come Revolution in Technik, Medizin, Gesellschaft, 1981) 

· Siefer, Marc I., Wizard. The Life and Times of Nikola Tesla, Birch Lane Press/Carol Publishing Group, NJ, 1996, ISBN 1-55972-329-7

· Seife, C., "Running on Empty", New Scientist, 25 aprile 1998 

· Southward Car Museum Trust Inc., The illustrated Motor Vehicle Collection, Paraparaumu, Nuova Zelanda, ISBN 0-47305583-X

· TFC Books FAQ, http://www.tfcbooks.com/tesiafaq e Vassilatos, Gerry, "Tesla's Electric Car, KeelyNet BBS

domenica 24 giugno 2012

Templari oggi: diffidate dalle imitazioni!


Come abbiamo visto nel capitolo precedente, l’Ordine Templare in Portogallo non fu mai soppresso. Cambiò semplicemente nome in Cavalieri di Cristo e continuò la sua opera sotto il patronato del Re. Ma cosa successe altrove e in particolare in Italia? 
La Storia ci insegna che l'Ordine venne soppresso nel 1312 e che l'ultimo Gran  Maestro morì sul rogo a Parigi nel 1314. Dopodiché, i Templari sopravvissuti presero varie strade, a seconda dei contesti europei e della protezione o repressione operata nei loro confronti dai rispettivi regnanti del tempo. Per molti secoli, non si parlò più di loro (o almeno così sembra), tuttavia, sia all'estero che in Italia, si sono costituiti diversi  gruppi che vantano una ascendenza storicamente accertata.
Oggi, purtroppo, assistiamo al delirio di questi gruppi o associazioni che pretendono di essere i cosiddetti 'discendenti' del glorioso Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo, quelli, per intenderci, nati ufficialmente con il Concilio di Troyes del 1128. Si tratta di moderne associazioni laiche, che si richiamano in genere ai valori caritativi e cristiani. Soltanto in Italia, stando alle cronache, esisterebbero quaranta diversi ordini templari e, naturalmente, ciascuno sostiene di essere l'originale, poiché gli uni non riconoscono gli altri come legittimi continuatori dell'Ordine. Verrebbe da chiedersi perché, nella nostra epoca, così tanta gente aneli a portare un mantello bianco con una croce sopra.
Secondo alcuni, l'ordine, sopravvisse nella clandestinità anche dopo la morte dell'ultimo maestro, Jacques de Molay. Il quale, prima di salire sul rogo, avrebbe affidato la propria carica al cavaliere Jean-Marc Larménius (o de l’Armenie). Quest'ultimo avrebbe redatto un documento (la cosiddetta Charta di Larménius o Charta transmissionis), che sarebbe stata firmata successivamente dai vari maestri succeduti nel tempo. Il documento proverebbe la sopravvivenza dei Templari anche dopo il 1314; ma la maggioranza degli storici nutre forti dubbi sulla sua autenticità, o lo definisce apertamente un falso. A tutt'oggi non esiste alcuna prova, storicamente accertata, che dimostri la sopravvivenza diretta dell'Ordine. Dopo quasi sette secoli non appare possibile tracciare una qualche forma di discendenza storicamente valida; al massimo, se ne può individuare un legame puramente ideale. La Santa Sede stessa ha chiarito più volte che non riconosce suddetti gruppi. Per finire, anche la massoneria ha incardinato, nel corso del tempo, il nome dei Templari nei propri riti, ma un reale collegamento storico con l'antico Ordine religioso appare alquanto improbabile.

venerdì 22 giugno 2012

I CAVALIERI DI CRISTO

Nonostante la soppressione dell’Ordine, il suo influsso non poté essere spazzato via dall’oggi al domani: i suoi ideali rimasero nel cuore della gente e la sua immagine non fu distorta. I Templari non erano considerati eretici ma martiri. Tutti sapevano che il processo e la soppressione dell’Ordine erano opera dell’avidità di Filippo il Bello. I Cavalieri riuscirono a mettersi in salvo, soprattutto in Portogallo, ma anche in Germania e Gran Bretagna.  
Il legame tra i Templari e il Portogallo ha radici antiche e profonde. Già nell’anno 1118 quando, in Gerusalemme, nove cavalieri, fondarono un piccolo ordine religioso militare: ”La Milizia dei Poveri Cavalieri di Cristo”, sotto la guida di Ugo di Payns; c’era tra questi un portoghese, un certo Arnaldo da Rocha, forse originario della zona di Gondomar, alle spalle di Oporto. L’origine geografica di questo Cavaliere può essere stata un caso, tuttavia, proprio in quella zona, da alcuni decenni, c’era un fermento politico particolare che porterà alla nascita del futuro regno del Portogallo. Oporto è un luogo dove, secondo una leggenda, per un breve periodo sostò il Santo Graal, generando, secondo alcuni storici, l’origine del toponimo della nazione: ”Contea Portucralensis”.


In occasione del suo quattordicesimo compleanno, il giovane Alfonso Henriques, colui che diventerà il primo Re del Portogallo, venne investito Cavaliere del Tempio nella chiesa del Santo Salvatore di Zamora (Spagna), siamo nel 1124. Due anni più tardi, sua madre, Donna Teresa farà una prima donazione all’Ordine dei Templari: i terreni della Fonte da Arcada, che saranno amministrati dal Gran Maestro Guilherme Ricardo. I fasti portoghesi dell’Ordine crescono con l’offerta del Castello di Soure, dove la milizia riceve il battesimo del fuoco nella difesa del bastione contro un’offensiva araba. Alla fine del XII secolo la Lusitania se la deve vedere con il ritorno in forza degli arabi (Almohadi) che riportano il confine sulle sponde del Tago.


Nel 1209 il Regno Cristiano di Gerusalemme, cessa di esistere e gli Ordini che li erano sorti devono prendere la strada del vecchio continente. Il desiderio del Portogallo di raggiungere la libertà e l’unità nazionale è molto forte ma, per raggiungerla deve appoggiarsi ai Templari. La nascita della nazione si basa sulla continua fedeltà dei Templari alla Corona portoghese che fu resa ancor più solida nel 1288, quando costoro aiutano il Re a sconfiggere sia il fratello Alfonso, che anelava al trono, sia i Castigliani. Così, quando il Re francese e il Papa invitarono le corti europee a prendere provvedimenti contro i Templari (bolle papali Regnans in Coeli e Callidi Serpentis Vigil) Dinis, il nuovo Re, non può e non vuole assecondare tali meschine volontà. Il rapporto tra il Re e i Templari si è sempre fondato sulla reciproca lealtà, ma per gli interessi di politica internazionale bisogna almeno salvare le apparenze. Il Re instaura un processo, ma con una lentezza burocratica tale da poter permettere agli accusati di redigere valide linee difensive. Nel frattempo sceglie il collegio giudicante, tutto portoghese, che risulta composto dal vescovo di Lisbona Giovanni, dal giureconsulto Giovanni della Legge e dal priore dell’Ordine francescano in Portogallo. L’idea del Re è di gettare sabbia negli occhi di Filippo IV e del Papa Clemente V. Tale espediente da’ i risultati sperati. Nelle more del processo, che si svolge sia in Santarém sia in Salamanca, tutte le componenti sociali di questa Nazione assolvono i Templari consentendone il graduale reintegro. Il Portogallo vince la guerra diplomatica per la conservazione dell’Ordine dei Templari divenendo così il grande erede spirituale di quella tradizione. La lunga partita a scacchi non è ancora conclusa e re Dinis si prepara a dare lo scacco matto. La mossa finale prende il via quando un’ambasciata arriva ad Avignone con l’intento di spiegare a Papa Giovanni XXII le ragioni che hanno indotto il Re lusitano a conservare i beni dei Templari. Il piano fa leva sulla lotta all’infedele, approfittando del fatto che in Andalusia, che confina con l’Algarve, il pericolo mussulmano è ancora reale ed è necessario costituire una milizia che ne difenda i confini. Questo nuovo Ordine si deve insediare nel castello di Castro Marim collocato su di un piccolo colle che domina la parte finale del corso del fiume Guadiana, di fronte alla cittadina spagnola di Ayamonte, e quindi in ottima posizione strategica. Gli ambasciatori portoghesi, seguendo le istruzioni ricevute dal loro monarca, sanno ravvivare nell’animo del Papa un fuoco che si stava spegnendo, o forse gli danno finalmente la possibilità di rimediare a uno storico errore. Il 14 marzo del 1319 viene emanata la bolla “Ad ea exquibus cultus augeatur divinus” con la quale si battezza la nascita dell’Ordo Militae Jesu Christi o Ordine della Milizia di Gesù Cristo o Cavalieri di Cristo, ai quali è consegnato tutto il patrimonio templare portoghese. Così i Templari, che in origine erano chiamati poveri Cavalieri di Cristo, per ironia della sorte, ora assumono il nome di Cavalieri di Cristo!


Il nuovo Ordine è legato all’antica regola cistercense e in Portogallo, all’abate di Alcobaça e al Re. Il 5 maggio del 1319, in Santarém, i nuovi Templari resuscitano sotto la guida del Gran Maestro Gil Martins. Il loro simbolo è null’altro che la conosciutissima croce a base quadrata che assume, ora, una pianta rettangolare con una seconda croce bianca al suo interno che simbolizza l’innocenza dell’Ordine dalle oltraggiose accuse che ne avevano provocato l’estinzione. L’epoca d’oro della storia del Portogallo non sa fare a meno dei Cavalieri di Cristo: il simbolo che garrisce sulle vele lusitane che sfidano l’oceano sconosciuto è la Croce del Tempio!