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venerdì 14 settembre 2018

SOM1-01


Nel dicembre del 1984, Jaimie Shandera, un oscuro produttore televisivo, riceve per posta un plico anonimo contenente un microfilm in bianco e nero da 35 mm. Il rullino contiene le foto di 8 pagine di documenti classificati TOP SECRET. Tali documenti, sui quali si è subito sviluppato ed è tuttora in corso, un infuriato dibattito, fanno riferimento ad un segretissimo gruppo di studio costituito dal presidente degli Stati Uniti Harry Truman nel 1947, in seguito allo schianto di un disco volante avvenuto nei pressi della cittadina di Roswell, New Messico. Il gruppo di studio sugli UFO, denominato in codice Majestic 12, era formato da scienziati e alti ufficiali dell’esercito ed aveva il compito di investigare a fondo sugli UFO e sui suoi misteriosi occupanti, definiti convenzionalmente Entità Biologiche Extraterrestri (EBE). Nel corso degli anni, la mole di documenti reperiti facenti riferimento, diretto od indiretto, al Majestic 12, ha assunto dimensioni monumentali. Alcuni di essi sono stati ottenuti dagli studiosi grazie alla legge sulla libertà di informazione (FOIA).
Ma i più interessanti sono quelli pervenuti da fonti anonime. Tra questi ultimi il più rilevante è senza dubbio il manuale operativo SOM 1.01. Tale manuale contiene un’inquietante e dettagliata descrizione delle procedure operative da seguire in caso di UFO crash (incidenti UFO). Nel testo vengono descritte, nel linguaggio militare, le varie tipologie di UFO e di extraterrestri nonché le località presso cui venivano custoditi i resti dei dischi precipitati e dei loro occupanti. Questi documenti costituiscono una lettura estremamente affascinante, anche se ovviamente permangono seri dubbi sulla loro autenticità.
Il manuale fu inviato, nel dicembre del 1994, in un pacco postale anonimo proveniente dal Wisconsin, al ricercatore americano Don Berliner, membro del Direttivo del Fund for U.F.O. Research. Il documento, contenuto in un microfilm, reca sulla copertina la dicitura: "SOM 1-01" che sta per: Special Operations Manual 1-01 (Manuale per operazioni speciali 1-01).
Il documento è classificato Top Secret è Eyes only (solo in visione) che, stando alle fonti più accreditate, sarebbe il massimo livello di segretezza da cui possono essere coperti i documenti governativi.
La presunta data di stampa è il 12 Aprile 1954.
 
 
Proseguendo nella lettura, appare subito evidente che il SOM 1-01 è un vero e proprio manuale operativo, redatto con l’intento di fornire al personale autorizzato le necessarie istruzioni rispetto al recupero di velivoli ed entità extraterrestri nonché alla politica da adottare nei confronti della stampa e dell’opinione pubblica.
Viene quindi fornito al lettore un breve riassunto sull’origine e gli scopi dell’Operazione Majestic 12, avviata per ordine speciale dal presidente degli USA Truman il 24 Settembre del 1947, su suggerimento del Ministro della Difesa James V. Forrestal e del Dr. Vannevar Bush.
Inoltre, viene data la massima importanza alla “segretezza delle operazioni” suggerendo di ricorrere, in caso di incidente UFO, a:
  • smentita ufficiale
  • discredito dei testimoni e intimidazione nei confronti degli stessi
  • affermazioni false.
E la storia dell‘Ufologia, purtroppo, ci insegna che tali indicazioni sono state eseguite alla lettera, nel corso degli anni, dall’intelligence.
 
 
 
VELIVOLI EXTRATERRESTRI
 
La sezione 2, del capitolo 2, fornisce un’esaustiva descrizione delle diverse tipologie di velivoli non identificati. I velivoli extraterrestri recuperati in seguito ad incidenti e/o azioni militari, indicati con il termine UFOB (usato per la prima volta ufficialmente dal capitano dell'Air Force Edward J. Ruppelt, direttore del Progetto Blue Book), vengono classificati in quattro categorie:
  • Forma ellittica o discoidale. Si tratta di scafi metallici, di colore alluminio opaco, che non presentano giunture ed hanno un diametro variabile dai 15 ai 90 metri, con un'altezza che corrisponde approssimativamente al 15% del diametro. Possono essere muniti di oblò e luci esterne, dotati di carrelli di atterraggio retrattili e portelli rettangolari sulla superficie inferiore del disco. Questi oggetti sono capaci di prestazioni folgoranti.
  • Cilindrici o sigariformi. Questi oggetti sono di enormi dimensioni - 700 metri di lunghezza e 30 di altezza - e non sono operativi a bassa quota. Come prestazioni non superano i 2500 Km l'ora e non sono in grado di effettuare manovre erratiche.
  • Forma ovoidale o circolare. La loro lunghezza varia da 10 a 12 metri e sono spesso caratterizzati da una luce estremamente brillante, posta nell'estremità inferiore. In ragione dell'angolo di osservazione, gli oggetti appaiono di forme diverse.
  • Forma a "foglio" o triangolare. Si tratta di oggetti ritenuti frutto di una tecnologia avanzatissima e capaci di prestazioni straordinarie.
 
 
ENTITÀ BIOLOGICHE EXTRATERRESTRI 
 
Il termine EBE (Entità Biologica Extraterrestre) viene usato per la prima volta nel famoso briefing Eisenhower, appartenente al carteggio MJ-12, e sarebbe stato coniato da uno dei membri del gruppo, il dott. Detlev Bronk, biofisico, pioniere nello studio della fisiologia umana in aeronautica e figura di spicco nelle organizzazioni scientifiche e governative del dopoguerra. Anche in questo caso il manuale ci fornisce una precisa classificazione, distinguendo le EBE in due categorie:
  1. EBE tipo 1) Si tratta di umanoidi che, visti a distanza, potrebbero essere scambiati per esseri umani di razza orientale. Sono bipedi, glabri, alti da 1 metro e 50 a più di 1 metro e 60 e pesano una cinquantina di chili. Presentano un cranio largo e arrotondato, colorito dalla pelle giallastro-pallido, occhi piccoli, distanziati e a mandorla, con iridi di colore marrone o nero e grandi pupille, orecchie piccole, naso sottile e lungo, bocca ampia e labbra impercettibili. Il loro corpo è sottile e privo di grasso, con muscoli ben sviluppati, mani piccole (con quattro dita allungate e prive di un pollice opponibile), gambe leggermente arcuate e piedi piuttosto divaricati e proporzionalmente grandi.
  2. EBE tipo 2) Si tratta di umanoidi bipedi, probabilmente non mammiferi, di altezza compresa tra il metro e il metro e venti, glabri e dal peso fra i 15 e i 30 chilogrammi. Hanno un capo allungato, occhi molto grandi e neri, inclinati e posti lateralmente, privi di cornee. Il naso consiste in due piccoli buchi posti sopra l'orifizio che costituisce la bocca e non hanno orecchie esterne. La pelle è di colorito pallido grigio-bluastro, le braccia sono lunghe, la mani hanno tre dita lunghe e affusolate con un pollice, i piedi sono piccoli e stretti e le quattro dita appaiono collegate da una membrana. 
 
TECNOLOGIA EXTRATERRESTRE
 
L’articolo 11 del SOM descrive sommariamente la tecnologia extraterrestre. Le informazioni raccolte dal governo USA deriverebbero da rapporti preliminari di analisi realizzate sui rottami recuperati, fra il 1947 e il 1953, in luoghi diversi, dovuti alla caduta di velivoli extraterrestri. Secondo l’estensore del manuale “L'analisi iniziale dei frammenti dal luogo di caduta sembrano indicare che essi fanno parte di un mezzo extraterrestre venuto in contatto con il suolo con gran forza, distruggendosi completamente”. In questo punto si riscontra una discrasia rispetto a quanto alcuni ricercatori, sulla base di numerose testimonianze di prima mano, hanno appurato: in molti casi di UFO crash, il velivolo sarebbe stato recuperato quasi del tutto intatto.
I materiali extraterrestri, sottoposti a specifici test, evidenzierebbero una grande forza e resistenza al calore, in proporzione al peso e alle dimensioni. Il manuale passa quindi alla descrizione dei materiali recuperati:
  • La maggior parte del materiale, dall'apparenza di fogli di alluminio o di lastre alluminio-magnesio, non presenta alcuna caratteristica dei suddetti metalli. E', invece, più simile a qualche tipo sconosciuto di materiale plastico.
  • Strutture solide e travature strutturali di sostegno, presentanti all'apparenza una netta somiglianza con il legno compatto senza fibre, mostrano una estrema leggerezza per quanto riguarda il loro peso e sono caratterizzati da una forza di tensione e compressione non ottenibile con alcun mezzo noto all'industria moderna. 
Secondo il documento diversi campioni risulterebbero caratterizzati da incisioni, marchi e simboli, non identificabili. I tentativi delle autorità di decifrarli sarebbero stati infruttuosi. “L'esame dei diversi apparenti mezzi e congegni meccanici ha rivelato poco e nulla circa le loro funzioni o i loro metodi di fabbricazione”. Insomma, gli scienziati americani, in quel periodo storico, avevano capito poco o nulla circa il funzionamento degli UFO.
 
 
OPERAZIONI DI RECUPERO 
 
Il capitolo 3 del manuale è dedicato alle “operazioni di recupero”. Le istruzioni, anche in questo caso sono precise e puntuali. Viene subito chiarita la linea politica da adottare in caso di UFO crash: gli UFO non esistono e chiunque sostiene il contrario, come testimoni o persone comunque informate dei fatti, va screditato agli occhi dell'opinione pubblica, corrotto o, eventualmente, minacciato.
L'area dovrà essere chiusa il più rapidamente possibile per evitare che il personale non autorizzato s'infiltri nel luogo. L'ufficiale incaricato deve erigere un perimetro e stabilire un posto di comando all'interno di esso. Il personale avente l'accesso al sito sarà ridotto al minimo strettamente necessario alla preparazione del velivolo o dei rottami per il trasporto e sarà composto da squadre di sicurezza. Ci si potrà servire delle autorità locali per il controllo del traffico o della folla.
In nessuna circostanza si consentirà al personale o ai funzionari delle forze dell'ordine locali di accedere all'interno del perimetro e si dovranno prendere tutte le precauzioni necessarie al fine di assicurarsi che essi non interferiscano con l'operazione.
Le squadre speciali incaricate della gestione dei materiali alieni e delle entità extraterrestri vengono denominate Red Team ed OPNAC Team.
L’acronimo OPNAC, probabilmente, sta per OPeration NAval Command, un corpo speciale della marina USA. Esso appare nella lista di acronimi in uso presso le forze armate statunitensi, nonché in un manuale della marina USA. Questo dettaglio è stato confermato da molti “Rivelatori” tra i quali Dan Burich, biologo e capitano della Marina Militare USA. Inoltre, la famosa Area 51 in Nevada non è gestita dall’Air Force, come si potrebbe logicamente ritenere, bensì dal Dipartimento Navale.
L’OPNAC Team sembra rivestire incarichi della massima importanza. Ad esso infatti viene affidato il delicatissimo compito degli incontri con le EBE.
Il Red Team, composto da personale all’uopo addestrato, entra invece in azione quando il velivolo extraterrestre è funzionante ma appare abbandonato. L’accesso al velivolo alieno è consentito esclusivamente a questa unità speciale.  
 
 
Il manuale prosegue fornendo una classificazione degli incontri con le EBE: 
  • Incontri avviati da EBE - Se il contatto viene sollecitato dalle EBE, gli incontri devono ovviamente avvenire all’interno di installazioni militari o di altre località al riparo da occhi indiscreti. Il fatto che il governo contempli questa possibilità lascia presagire che tali incontri siano già avvenuti all’epoca della redazione del manuale che, già come ricordato, reca la data del 7 aprile 1954. Un possibile contatto di tal tipo potrebbe essere quello presumibilmente avvenuto presso la base di Muroc Field (odierna Base Edwards dell’USAF) il 20 febbraio 1954 (Cfr. IL CONTATTO). In tale data ci sarebbe stato, secondo numerose fonti più o meno attendibili, il primo incontro tra una delegazione di alieni ed i rappresentanti del governo USA. 
  • Incontri conseguenti alla caduta di un velivolo. Viene contemplata anche la possibilità di un contatto a seguito di UFO crash dovuto a “cause naturali” o “ad azione militare”. L’ultimo inciso lascia presagire che l’Air Force possa aprire il fuoco contro un UFO. 
Una sezione del manuale che riveste la massima importanza ai fini dell’indagine è quella relativa alla tabella di classificazione della tecnologia extraterrestre. In essa sono indicati i manufatti alieni (e le eventuali EBE recuperate) con relativo codice di identificazione, nonché la struttura di destinazione. Da una attenta lettura, si può notare come la tecnologia extraterrestre veniva destinata all’Area 51, Nevada; le EBE decedute ed il materiale organico venivano inviate al “Laboratorio Blu” della base di Wright Patterson mentre mentre le EBE vive erano nella disponibilità dell’ OPNAC Team, presso l’installazione di Barking Sands, Hawaii. Tutti i media (materiale fotografico, filmati, mappe etc.) erano invece destinati all’edificio 21 della base di Kirkland (KB) sita ad Albuquerque, New Messico.
L’art 16 del SOM prevede la possibilità che velivoli extraterrestri possano atterrare o schiantarsi in zone ad alta densità di popolazione, nelle quali la sicurezza, per ovvi motivi, non possa essere efficacemente mantenuta. In tale frangente ampie porzioni della popolazione e la stampa potrebbero costituire dei testimoni indesiderati. In tal ipotesi, si sarebbe predisposto un piano di contingenza. Tale piano sarebbe stato attuato, dispone il manuale, nel caso in cui “si dovesse rendere necessaria una pubblica divulgazione”.
Purtroppo non vengono specificati i termini del piano di contingenza. Possiamo immaginare che ciò era dovuto ad alcuni sinistri aspetti del fenomeno che non si prestavano ad una pubblica divulgazione, tra i quali una probabile ostilità dei Visitatori. Sappiamo che, in più occasioni, erano stati abbattuti caccia militari a seguito di azioni tese ad intercettare gli UFO. Vi poi era la spinosa questione dei rapimenti di terrestri da parte degli alieni, di cui sicuramente le autorità cominciavano a percepire l’esistenza e la portata. Anche se in un secondo momento, stando a numerose testimonianze, i rapimenti sarebbero stati addirittura effettuati con l’esplicito consenso e sotto la supervisione del governo USA.
 
 
Il capitolo 4 del manuale è dedicato alla “RICEZIONE E TRATTAMENTO” dei reperti extraterrestri ed è una puntuale raccolta di istruzioni (con tanto di tabella esplicativa) per l’imballaggio ed il trasporto degli stessi.
L’ultimo capitolo (Guida all’identificazione degli UFOB) si interrompe bruscamente a pagina 21, ma il manuale, stando al sommario introduttivo ne contiene almeno 37. Sarebbe stato estremamente interessante leggere le pagine mancanti, perché vi sono contenuti: le possibili origini degli UFO e delle EBE, la lista dei componenti il Majestic12 (conosciamo bene i componenti originali grazie al briefing Eisenhower, ma potrebbero esserci stati altri nomi oltre quelli già noti), fotografie (presumibilmente dei dischi recuperati e delle EBE).
Il documento, se autentico, è di capitale importanza per lo studioso in quanto fornisce numerose informazioni, anche particolareggiate, sul problema UFO/alieni negli Stati Uniti degli anni ’50. Come era prevedibile la comunità ufologia si è immediatamente spaccata sulla questione. Fra i più accesi sostenitori dell’autenticità del manuale vi sono il fisico nucleare Stanton Friedman, massimo esperto dell’incidente di Roswell, Timothy Cooper, Ryan e Robert Wood.
I detrattori annoverano tra le loro fila il capitano Kevin Randle (ex capitano dell’Air Force), autore di diversi studi approfonditi su Roswell e il debunker Philip Klass, che alcuni ritengono fosse un agente al soldo della C.I.A.
In realtà l’equipe di Wood è riuscita a dimostrare che i termini usati nel documento sono coerenti con la manualistica militare dell’epoca. Inoltre la lista delle referenze, riportata alla fine del manuale, è stata puntigliosamente verificata con risultati positivi.

lunedì 10 settembre 2018

IO, SONO IL COLONNELLO


L’Onu si lava l’anima e spera di far calare un velo pietoso sulla storia di Srebrenica e della guerra nei Balcani, ma certe storie, ogni tanto ritornano. L’arresto di Radovan Karadzic, disse il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, «è un momento storico per le sue vittime, che hanno aspettato tredici anni che fosse portato davanti alla giustizia». Chissà cosa ne pensano le vittime di queste parole.
Tutte le donne di Srebrenica con i volti devastati dal dolore, gli occhi persi, sprofondati nell’orrore. Giovani mogli appena diventate vedove, madri che hanno visto sgozzare i propri figli. Ragazze violentate e derise, stuprate perché di etnia e credo religioso diverso da quello degli aguzzini. La più grande e infame strage nel cuore della civilissima Europa.

 

Una macelleria a cielo aperto: quasi ottomila morti, decine di migliaia di profughi. Tuttavia, un massacro annunciato, che la comunità internazionale (l’Onu, l’Europa, gli Usa, la Russia) non ha voluto o saputo evitare.
Era metà luglio del 1995. Srebrenica, che l’Onu aveva dichiarato «zona protetta», venne messa a ferro e fuoco dalle truppe del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Radovan Karadzic, dal suo quartier generale di Pale (sulle alture di Sarajevo) seguiva in presa diretta tutte le fasi dell’assalto. Era una partita scontata, il risultato poteva essere uno solo: la disfatta dei musulmani-bosniaci.
La popolazione di Srebrenica era stremata da anni di assedio, isolata e scarsamente armata. I Caschi Blu dell’Onu, che avrebbero dovuto proteggere la popolazione civile, dimostrarono solo di voler salvare la pelle. Molti si dileguarono, altri si rinchiusero nelle caserme. Una pagina nera per l’Onu, una vergogna per i Caschi Blu olandesi.
Chi sfuggì al massacro vagò per giorni nelle campagne, nei boschi. Camminando per ore, sotto un sole impietoso, senza cibo né acqua. Migliaia di profughi si trascinarono dietro anziani e bambini. Gli uomini erano pochi: una moltitudine fatta di donne e di ragazzini. Per tutti la meta era Tuzla, nel Nord della Bosnia, città controllata dalle truppe del governo di Sarajevo. Lì l’Onu aveva installato una tendopoli.
 
 

Srebrenica rimase chiusa alla stampa. Karadzic e Mladic non volevano giornalisti tra i piedi, tanto meno telecamere. Forse speravano di poter in qualche modo nascondere l’impatto internazionale di quell’orrore. Da anni il mondo assisteva impotente alla pulizia etnica nei Balcani. I due leader di Pale si muovevano pressoché indisturbati grazie alla protezione del governo di Belgrado e forse, speravano di farla franca.
C’era un sodalizio con Slobodan Milosevic? C’è chi giura che i due macellai dei Balcani erano solo dei burattini nelle mani dell’uomo che guidava la Serbia. L’assalto di Srebrenica ebbe la luce verde di Belgrado? Difficile dirlo. Il massacro nell’enclave musulmana, "zona protetta" dell’Onu, segnò il punto più alto della strategia militare di Karadzic e Mladic, l’esibizione della massima potenza di fuoco e di efferatezza, ma anche l’inizio della loro sconfitta. Milosevic, da abile giocatore, li sacrificò come pedine sul tavolo della diplomazia internazionale: capì che era arrivato il momento di scaricare due ingombranti alleati.
L’occasione arrivò pochi mesi dopo, il 21 novembre del ’95. Alla conferenza di Dayton, l’uomo forte di Belgrado scaricò i "ribelli" serbi e poté sedersi al tavolo dove si decise la spartizione dei Balcani, si offrì all’occidente come uomo di dialogo, uomo di pace. Per ironia della sorte, il Time gli dedicò la copertina come uomo dell’anno: poi si sa come andò a finire con la guerra nel Kosovo.
 

 

La tendopoli di Tuzla accoglie i primi profughi, i funzionari delle Nazioni Unite e alcune organizzazioni non governative, lavorano allo stremo: una cucina da campo sforna i primi pasti caldi, centinaia di bottiglie di acqua passano di mano in mano. È una goccia nel deserto. Non c’è cibo né acqua sufficiente per sfamare gli oltre seimila disgraziati che affollano quest’area scelta come campo. È un campo di accoglienza ma, per assurdo, viene recintato in tutta fretta con il filo spinato. Un lager umanitario.
Le tende sono bianche e blu. Come i colori dell’Onu. I colori della vergogna, come senti dire da molti profughi. Come dargli torto? Da giorni si sapeva che le truppe di Madlic avrebbero sferrato l’attacco a Srebrenica, ma l’Onu non aveva fatto nulla per impedirlo. C’è rabbia, rancore, odio. Tutti vedono nei Caschi Blu i migliori alleati dei serbi, dei cetnici massacratori.
Le testimonianze dei profughi sembrano le sceneggiature di film dell’orrore. Storie di violenza indicibile, ma qui non c’è finzione. Sono le donne a parlare, a raccontare al mondo quel che hanno visto, quello che hanno subito. Gli uomini sono pochissimi e anziani. Le agenzie di stampa internazionale dicono che almeno quattromila uomini sono in fuga da Srebrenica, vagano nei boschi per sfuggire alla truppe serbo-bosniache. «Non è vero – sentiamo ripetere più volte – abbiamo visto uccidere i nostri mariti, sgozzare i nostri figli. Morti, sono tutti morti». Solo molto tempo dopo il mondo saprà che avevano ragione loro.

 

 

Alì non ha ancora compiuto quattro anni. Da quattro giorni non parla, rifiuta il cibo, beve solo un po’ di acqua. La sua storia me la racconta Azra Salchic, una vicina di casa. È lei che lo ha portato in salvo fino a Tuzla. «La sua mente è devastata - dice la donna indicando gli occhi del bambino - ha visto cose mostruose, che la mente umana non può dimenticare». Alì era con la madre e i due fratelli, di 15 e 17 anni, quando nella loro casa sono arrivati i miliziani di Karazdic. Chiedevano oro, volevano soldi. Arraffano quel poco che trovano poi afferrano il ragazzo più grande lo trascinano davanti casa e lo sgozzano davanti a tutti. Ridevano facendo roteare in aria il coltello rosso di sangue, dicevano alla donna: - bevi il sangue di tuo figlio, solo così puoi salvare gli altri due.
Il racconto di Azra si interrompe più volte. Tutt’intorno è radunata una piccola folla che ascolta in silenzio. Si sente solo il singhiozzo senza lacrime di alcune anziane donne. Alì è rimasto solo: anche la madre e l’altro suo fratello sono stati uccisi davanti ai suoi occhi.
Srebrenica nel luglio 1995 è sinonimo di gente ammazzata, di cadaveri  di dolore, di visi solcati dalle lacrime.

 

 

Srebrenica nel luglio 1995 è sinonimo di gente ammazzata, di cadaveri accatastati nelle fosse comuni. Ma non solo. C’è un altro capitolo odioso legato indissolubilmente alla logica della pulizia etnica e che riguarda lo stupro di centinaia di donne. Giovanissime ma anche donne più avanti negli anni umiliate, violentate perché bosniache, perché musulmane. Quante? Impossibile dirlo. Non ci sono cifre ufficiali attendibili. A Tuzla da una tenda all’altra i racconti degli stupri volano di bocca in bocca. Racconti agghiaccianti. Ci dicono delle “corriere dello stupro”. Quei pullman che portavano lontano da Srebrenica centinaia di profughe. Pullman militari.
Gli uomini di Karazdic vi facevano salire le donne, le portavano via dalla città distrutta e le abbandonavano a qualche decina di chilometri di distanza in mezzo alla campagna. Ma a quale prezzo! No, le sopravvissute non dovevano spendere soldi per fare il biglietto. Il costo della corsa era uno solo: il loro corpo; violentate più volte magari dagli stessi aguzzini che avevano da poco massacrato i loro mariti, i figli, i fratelli, i genitori. Un orrore nell’orrore.

giovedì 6 settembre 2018

LEGGERE LA BIBBIA


Leggere la Bibbia (Antico Testamento; la Torah ebraica corrispondente al nostro Pentateuco) per come è scritta (naturalmente da traduzione letterale originale) e senza calarci dentro mille interpretazioni o significati misterici, evidenzia una storia completamente diversa da quella alla quale siamo stati abituati. Molto probabilmente gli autori, in realtà, ci hanno raccontato reali cronache storiche e non artificiose metafore. La sua lettura letterale acquisisce, a questo punto, una logica lucidissima e una coerenza scientifica strabiliante che dissolve ogni dogma e va a colmare ogni lacuna sia evolutiva, sia mistica.
Dalle traduzioni letterali effettuate sui testi originali in ebraico si scopre che la narrazione biblica racconta in realtà una storia molto diversa da quella interpretata e veicolata dalla filologia e dalla teologia ebraica e successivamente cristiana.

I termini Elyon, Elohim e Yahweh, che gli esegeti ebrei prima e le traduzioni teologiche cattoliche dopo, hanno unificato con la figura unica di Dio, in realtà descrivono tre differenti parole per tre differenti significati.
 
 
Elohim, innanzitutto, è un termine ebraico plurale (del singolare El o Eloah) che viene tradotto, solitamente, come “gli splendenti” (forse riferendosi al loro aspetto) e per quanto la teologia miri a convincere che sia stato usato il plurale come accrescitivo della potenza di Dio, in molti diversi passi dell’antico testamento tale giustificazione cade in palesi contraddizioni. Nei testi originali appare ogni volta che nella traduzione italiana troviamo la parola “Dio”. Calato nel contesto delle scritture nella loro completezza, emerge in modo evidente che gli Elohim erano un nutrito gruppo di individui assolutamente in carne e ossa, corrispondenti agli Anunnaki descritti nelle tavolette cuneiformi sumero-accadiche.
 
Elyon corrisponde alla traduzione italiana “l’Altissimo”. In Deuteronomio (cap. 32 ver. 8) viene descritta la suddivisione della Terra in Nazioni e la spartizione dei popoli tra gli Elohim. [Nella traduzione masoretica, così come nella versione cattolica, il termine plurale Elohim come destinatari delle assegnazioni da parte di Elyon, viene sostituita con israeliti: "Quando l'Altissimo divideva i popoli, quando disperdeva i figli dell'uomo, egli stabilì i confini delle genti secondo il numero degli “Israeliti"]. Naturalmente il testo originale non menziona affatto il termine “israeliti” in quanto a quel tempo né il popolo né la lingua ebraica esistevano. Tuttavia le esigenze teologiche non potevano permettersi di lasciare il termine Elohim, sarebbe stato assolutamente troppo esplicita la pluralità degli “Dei”. In sostanza dai testi originali si evince che Elyon era con molte probabilità il comandante supremo degli Elohim e discese sulla Terra solamente in pochissime occasioni. Al tempo della spartizione delle Nazioni e in occasione di un concilio (riunione) di Elohim narrata in Salmi 82: “Dio si alza nell’assemblea divina, giudica in mezzo agli Dei” “Io ho detto: Voi siete Dèi, siete tutti figli dell’Altissimo“. “Eppure morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti…” In questa narrazione l’originale traduzione ci racconta come durante un’assemblea degli Elohim, Elyon si alzò e parlò loro riprendendoli. Disse loro, voi siete tutti Elohim, ma ricordate che anche voi morirete, proprio come gli uomini.
Gli Elohim erano presumibilmente una razza (presumibilmente non umana) ma certamente in carne e ossa, il loro aspetto (tratto da pochissimi indizi veterotestamentari e scritti extrabiblici) li descrive come alti, dalla pelle bianca come il latte, capelli bianchi argentei e occhi grandi e iridescenti. Vengono considerati eterni o immortali ma solo per una loro spropositata longevità rispetto agli esseri umani. Pare potessero vivere oltre 400.000 anni, ma potevano essere uccisi come chiunque altro.
 
Yahweh è il nome di Dio secondo l’ebraismo e la Chiesa Cattolica. Nei testi biblici tradotti compare come “Signore” “l’Eterno” “Dio di Israele”. Secondo la tradizione Il suo nome fu pronunciato a Mosè nel famoso incontro sulla montagna (Libro dell’Esodo). In realtà ai tempi (presunti) di Mosè la lingua ebraica non esisteva ancora, sorge quindi spontanea la domanda: in quale lingua fu pronunciato originariamente? Le genti uscite dall’Egitto vissero per almeno quattro secoli in quelle terre, pertanto è presumibile che parlassero l’egiziano o al limite l’amorreo (una forma proto-semitica). Alcuni studiosi asseriscono che il popolo uscito dall’Egitto con Mosè fosse composto da soli egiziani. Originariamente del termine si conosce solo il famoso tetragramma trascritto la prima volta 400 anni dopo essere stato pronunciato, corrispondente al consonantico YHWH e vocalizzato in YaHWeH solo dopo altri 1.600 anni. Si può presumere che l’Eloah pronunciò il proprio nome nella sua lingua e fu successivamente riprodotto secondo la fonetica semitica.
Nonostante nella Bibbia il nome di “Dio” comparve con Mosè, in alcuni scritti ancora più antichi ritrovati in Libano, viene menzionato il nome di Yhwh come figlio giovane di uno dei capi Elohim di quel territorio. Anche nella stele di Mesha (Giordania) del IX secolo a.c. viene trovato il nome Yhwh in contesa con l’Eloah Kemosh (divinità moabita). Di Kemosh si parla anche in relazione alla guerra durante la quale la valle di Sodoma e Gomorra fu distrutta dalle “armi del terrore” utilizzate da un altro Eloah, Ninurta (sumero-accadico, figlio di Enlil fratello di Enki) regnante in Assiria. Altri testi extrabiblici riportano che Yhwh era conosciuto già secoli prima, in altri territori, con il nome di Shaddai. Inoltre, nei libri della Bibbia copta si parla anche della sua compagna Asherah (Cfr. ASHERAH: LA MOGLIE DI DIO) Sul fianco della giara di Kuntillet Ajrud, sono presenti motivi iconografici che mostrano tre figure antropomorfiche e un’iscrizione che nomina appaiati «Yahweh [...] e la sua Asherah». Conosciuta anche con il nome di Anat o Ashratum.
 
Secondo le scritture bibliche (originali), così come nei testi sumero-accadici, per altro ancora più precisi e dettagliati, gli Elohim decisero di fare l’Adàm incrociando il loro DNA con quello dell’ominide presente sulla Terra. Nella Genesi sono due gli episodi relativi alla creazione; nel primo, secondo la tradizione, troviamo scritto: “Dio disse facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”. La traduzione corretta e letterale dall’ebraico recita: “Gli Elohim (ricordiamo che è plurale e infatti anche i verbi che seguono lo sono) dissero, facciamo l’Adàm con la nostra immagine (DNA), l’Adàm sarà a nostra somiglianza”.
In ebraico viene utilizzato il termine “Zelem” che significa “quel qualcosa che contiene l’immagine” ed essendo un vocabolo derivante dal verbo “Zalem” che indica “tagliare fuori” (estrarre – togliere), descrive in modo chiaro che l’immagine degli Elohim è contenuta in un qualcosa che è stato “tagliato fuori” dagli Elohim stessi. Nelle cronache sumero-accadiche è esplicitamente descritto che quel “qualcosa” fu estratto dal sangue di giovani Anunnaki maschi. Si parla pertanto della metà “donatrice” cioè il primo racconto parla del DNA Elohim.
Nel secondo racconto si narra che Dio modellò l’uomo dalla terra e vi soffiò dentro la vita. “allora il Signore Dio modellò l’uomo con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita; così l’ uomo divenne un essere vivente”. Nella versione originale il termine tradotto con polvere (argilla, fango) in realtà descrive “la forma” cioè la matrice nella quale inserire il “soffio di vita”. La versione sumerica ci dice che usarono provette d’argilla. Un palese riferimento a una operazione di ingegneria genetica con il quale gli Elohim hanno contribuito  al salto evolutivo dell’uomo rispetto a tutti gli altri primati terrestri.
Recentemente i genetisti si sono accorti della presenza nel genoma umano di parti consistenti di DNA inizialmente denominato “spazzatura” poiché non codificante, parte che non dovrebbe esistere nei nostri geni.
 
Adamo ed Eva
Innanzitutto va precisato che nelle scritture bibliche originali la parola Adàm non determina un individuo ma una specie, l’articolo determinativo presente nei testi ebraici (l’Adàm) ne è la prova. Come descritto ampiamente e con dovizia di particolari dalle tavolette sumero-accadiche, gli Anunnaki eseguirono diversi esperimenti prima di raggiungere il successo, generando l’Uomo. Sono descritti almeno sette tentativi andati male (aborti, mostruosità, menomazioni e mutazioni). Questi racconti ci confermano che la “creazione” dell’Uomo avvenne a fronte di una lunga catena di tentativi ed esperimenti assolutamente di natura genetica, non creazionista.
Tornando alla Bibbia, fatto l’Adàm, gli Helohim (o Anunnaki) lo posero in Eden e gli affidarono ogni sorta di animale e la cura del “giardino”. Presumibilmente affidarono agli “umani” la cura dei campi, degli alberi da frutto e del bestiame, all’interno del loro centro di comando (l’Eden). A un certo punto gli Elohim si accorsero che l’uomo non trovava negli animali una compagnia che gli fosse simile. La frase sta forse a significare che l’assenza femminile abbia portato gli Adàm a sfogare i naturali istinti sessuali verso altre specie? Non lo sappiamo, ma gli Elohim decisero quindi di creare la femmina e nel relativo passo biblico (Genesi 2,21) è evidente si parli di una operazione chirurgica con la quale venne estratto del materiale da “parte laterale ricurva” (tradotta con “costola” ma presumibilmente relativa alla cresta iliaca).
Oggi le cellule staminali vengono prelevate tramite aspirazione di sangue midollare proprio dalla cresta iliaca (parte laterale ricurva). La Bibbia scrive: “Allora l’Eterno DIO fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò e prese una delle sue costole e rinchiuse la carne al suo posto”. Incrociando ancora una volta i testi biblici con i resoconti sumero-accadici si può leggere in queste righe che gli Elohim indussero nei soggetti un sonno profondo (anestesia totale) e prelevarono le cellule staminali dalla cresta iliaca. Fatto ciò richiusero le carni al loro posto e con ciò prelevato procedettero, tramite clonazione e interventi genetici, alla produzione di soggetti femminili, le Eva.
 
Il peccato originale
All’interno del giardino (dell’Eden) ci dicono essere stati posti due alberi: l’albero della vita e quello della conoscenza del bene e del male. In realtà su questo argomento la Bibbia fa un po’ di confusione mischiando più volte l’uno con l’altro.
Tutti conosciamo bene la storia della mela e il serpente; tuttavia la teologia fa apparire il racconto come una fiaba o quanto meno una metafora finalizzata all’inserimento del peccato originale. Evidentemente una lettura letterale e corroborata da una corretta traduzione e ricerche trasversali (testi extrabiblici e parallelismi con tutte le altre culture) riescono a colmare le innumerevoli falle logiche oggi resi dogmatici dalla filologia ebraica e dalla teologia cattolica.
Quanto scritto originariamente nella Genesi è molto più concreto di quel che traspare dalle visioni spiritualistiche. Ciò che biblicamente viene descritto come il frutto del peccato non è mai indicato come mela ma solo “frutto”, mela presumibilmente deriva, nelle più recenti traduzioni teologiche, dall’analogia con il termine latino malus.
L’albero della conoscenza altro non era che la consapevolezza della propria sessualità e della sua funzionalità di procreare in modo naturale. Fino a quel momento a produrre gli Adàm ci pensavano gli Elohim. A questo fa riferimento il passo in cui si dice che mangiando del frutto della conoscenza l’uomo sarebbe diventato come “Dio”; allude alla capacità di procreare autonomamente (ovvero creare la vita), proprio come gli Elohim.
Il serpente dell’Eden era molto probabilmente un medico, forse una dottoressa, a volte, indicata come la Dea Serpente. È probabile  che fosse la genetista che programmò e seguì l’incrocio genetico con gli Elohim (pertanto la nostra madre “creatrice”). Comunque, mentre Enlil esigeva il controllo demografico e che la loro (ri)produzione fosse subordinata e programmata, Enki, più benevolo, desiderava per queste creature la possibilità di riprodursi ed evolversi naturalmente. Concesse agli uomini la fertilità, rendendoli quindi uguali a loro. I capi della fazione di Enlil disapprovarono tale azione e come conseguenza “cacciarono” gli Adàm dal Gad-Eden. Questa, in realtà, non fu una condanna, come espresso dalla teologia, bensì una relazione di causa-effetto. Seguono i passi che descrivono le “punizioni” di Dio: 


“Tu uomo lavorerai il suolo con il sudore.” 
È ovvio: finché vivevano nell’Eden, al cibo pensavano gli Elohim. Ora l’uomo per mangiare doveva cavarsela da solo, lavorare la terra e andare a caccia. Nessuna condanna, ma semplice conseguenza.
 
“Tu donna partorirai con gran dolore”
 
Altra ovvietà: finché vivevano nell’Eden, alla riproduzione pensavano gli Elohim, gli Adàm non erano fertili e venivano “prodotti” presumibilmente in vitro. Con il raggiungimento della fecondità e la possibilità di riprodursi autonomamente, le femmine (le Eva) avrebbero sperimentato che partorire era doloroso (esperienza naturale vissuta anche dagli Elohim). Ancora una volta nessuna condanna, ma semplice conseguenza della loro scelta.
Anche il concetto della conoscenza del bene e del male è semplicemente la sperimentazione diretta di ogni aspetto della vita, positivo o negativo. In sostanza gli Elohim concessero all’Adàm la libertà di sperimentare la loro nuova condizione.
 
L’albero della vita
Genesi 3,22: “Il Signore Dio disse allora: Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!”
In questo passo biblico torna il plurale “noi” relativo a “Dio”.
La preoccupazione di Enlil fu che l’uomo, ormai in grado di procreare liberamente, potesse accedere all’altra caratteristica tipica degli Elohim, la loro spropositata longevità. I genetisti odierni hanno appena cominciato a capire i meccanismi responsabili della degenerazione cellulare, gli errori di “copia” del codice genetico ad ogni sua replica. È probabile che gli Elohim avessero una tale conoscenza della genetica da aver sconfitto tali perdite di informazioni del DNA ed essere pertanto in grado di vivere oltre i 400.000 anni. C’è da dire che non trasmisero questa prerogativa agli uomini. Tuttavia, nei racconti sumeri sembra che, per garantire tale longevità, facessero uso dell’estratto di una pianta importata dal loro pianeta di origine. E’ pensabile, quindi, che temessero che l’uomo potesse ottenere l’accesso a questo elisir di lunga vita (non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre).
 
Se volete, potrete prendete tutto ciò alla stregua di una favola. Tuttavia, vi consiglio di riflettete sulla lucidità e logicità di questa versione che è quanto ricavabile da una semplice lettura letterale e basata su un racconto dei fatti incontrovertibile, condivisibile da tutti gli scritti antichi delle più svariate culture, dal medio oriente, all’estremo oriente, dai nativi americani alle tribù africane.
Quanto qui descritto non vuole in nessun modo escludere l’esistenza di Dio, semplicemente il “Dio dei destini” non è menzionato nelle sacre scritture: la Bibbia si limita a narrare la storia della relazione di un Elohim con il popolo che gli era stato assegnato.

mercoledì 5 settembre 2018

ARRIVAVARONO DALLE STELLE


Vari studiosi delle tradizioni nativo-americane hanno trovato, similmente ad altre culture sparse in tutto il mondo, molte leggende di "esseri stellari" che in un tempo remoto avrebbero dato a quei popoli conoscenza e saggezza, risollevandoli dal loro stato di vita primitiva e selvaggia e portandoli allo stato di "umanità". Tra gli indiani Hopi, gli Apaches, i Cherokee, ad esempio, resiste, ancora oggi la conoscenza di storie antiche di questi "Dei venuti dal cielo" che avrebbero portato le loro leggi, le loro esperienze, il loro aiuto e che una volta ritornati al "cielo" sarebbero rimasti in "contatto" con i ministri del culto delle tribù.

 

Gli indiani Hopi, una tribù del Nuovo Messico, raffigurano con dei feticci, il popolo dei "Katchinas", i "maestri della stella blu", divinità a cui sono legati fenomeni naturali e mistici. Gli Hopi, indiani di ceppo etnico maya, affermano che i Katchinas sono i loro civilizzatori, i maestri venuti dalle stelle in un tempo remoto per donare la civiltà. Gli "stranieri" scesero sulla Terra in quello che i pellerossa chiamano "il tempo della creazione". L'entità manifestatasi ai pellerossa come la rappresentante dei "Katchinas" in diversi momenti storici, chiamata "Donna Bisonte Bianco" (Cfr. PTESAN WIN: DONNA BISONTE BIANCO), fece la sua prima comparsa in epoca remota per istruire il popolo scelto attraverso un sapere di tipo cosmico, intuibile all'interno dei rituali classici delle loro credenze e che ha plasmato il loro modello ai vita, abitativo e religioso. L'utilizzo dell'abito bianco nelle cerimonie è dovuto proprio alla tradizione che si lega a Donna Bisonte Bianco. Questo culto esiste in tutti i diversi ceppi linguistici degli indiani Hopi: Taroan, Keresan, Zuni e Uto Aztecan. Questa entità avrebbe promesso di ritornare prima del "cambiamento" che gli Hopi attendono adorando una pietra conosciuta come "Pietra della Profezia", in cui sono state incise all'alba dei tempi le diverse epoche storiche e gli avvenimenti futuri che avrebbero interessato l'umanità. In base a quanto affermano gli Hopi, questa pietra venne portata personalmente dai "maestri delle stelle" alla loro Tribù, il che fa presupporre un possibile antico contatto reale con una civiltà progredita a conoscenza degli eventi futuri.

 

GLI HOPI 

Conosciuti anche come "Pueblo", nome dato loro dagli spagnoli durante la conquista del Nuovo Continente, celebrano una cerimonia chiamata "Oku Shadei" ovvero "festa della danza della tartaruga", esistente anche nel ceppo Sioux, una delle danze più sacre che viene svolta ogni solstizio d'inverno. Il canto che accompagna il ballo parla di due Katchinas vestiti di bianco, che vennero per portare insegnamenti a bordo di un'enorme tartaruga. La tartaruga è considerata un animale sacro proprio perché legata ad un culto ancestrale che si rifà al mezzo attraverso il quale i Katchinas si manifestarono agli indiani. E' intuibile l'accostamento fra l'enorme tartaruga sacra ed un oggetto volante, la cui descrizione si ritrova nel linguaggio di un popolo che viveva in armonia con la natura. L'adorazione della tartaruga Hopi è anch'essa riscontrabile in altre culture, diverse, ma forse contattate dagli stessi esseri evoluti. Monumenti con raffigurazioni della tartaruga si trovano ancora una volta in Messico, a Uxmal, dove la Casa della Tartaruga, è decorata con pitture raffiguranti quest'animale, e a Chichén Itzà, dove era considerata animale sacro e quindi "totemico". Itzamma, il dio principale della cultura degli Itzà, in Messico, è raffigurato in un bassorilievo che lo mostra emergere da un guscio di tartaruga. Anche qui le due culture si completano a vicenda, fornendo degli indizi chiari su quello che è chiamato il "paleocontatto".
 

 

Un altra leggenda presente in vari ceppi degli Indiani d'America è quella dell'"Uccello del Tuono". Anche questo mito sembra ricordare la moderna fenomenologia UFO. Essa racconta che "molto tempo fa, due cacciatori che risalivano un fiume durante una battuta di caccia, giunsero al lago situato in cima al monte. Fattosi scuro, si apprestarono ad affrontare la notte, coprendosi di fogliame per non sentire freddo. Ma, mentre dormivano, un rumore assordante, che sembrava venire dal lago, li svegliò. Si voltarono e videro al di sotto del livello delle acque un enorme uccello che sembrava avvicinarsi alla superficie. Una volta affiorato, i due cacciatori osservarono una folgore uscire dal becco e un impetuoso tuono scuotere la terra mentre questi sembrava spiegare le ali. Prendeva sempre più quota, generando fulmini tutt'intorno seguiti da urla tonanti poi, all'improvviso, si immerse nuovamente. Il frastuono dei tuoni e le folgori furono avvertiti per qualche tempo, sin quando non rimase che un ribollire delle acque in superficie". Nonostante la collocazione "naturalistica" della storia, sembrano abbastanza evidenti gli indizi che l'Uccello del Tuono potesse essere qualcosa di tecnologico. All'Uccello del Tuono sono legate anche delle entità; infatti i Chippewa e i Sioux a questa divinità abbinano la figura di un dio, "Wakon" (da Wako che significa "sacro"). Questi scese tra gli uomini alla testa di una moltitudine di Uccelli del Tuono, in altre culture è raffigurato a bordo di una tartaruga. Ancora una volta, il cerchio si chiude. L'Uccello del Tuono e la tartaruga sacra potrebbero essere il ricordo distorto dello stesso oggetto volante da cui discesero esseri evoluti e chiamati, in base ai ceppi linguistici, Katchina o Wakon. La stessa figura di Wakon è riscontrabile altrove: gli indios Waikano del Mato Grosso adorano il Dio "Wako", venuto dalla terra oltre l'orizzonte, risalendo il Rio delle Amazzoni, con una flotta di canoe rotonde come gusci di tartarughe; nelle Antille, la tribù dei Karibi adora il "Grande Wako" che, vestito di una lunga veste bianca e dotato di poteri sovrannaturali, arrivò a bordo di vascelli volanti.
 

 

NAVAHO 

Anche tra indiani Navaho sono ben presenti storie leggendarie e culti ancestrali relativi a contatti con esseri avanzati e divinizzati. In California, la Death Valley, la Valle della Morte, è chiamata dai Navaho "Tomesha", la Terra Fiammeggiante. I Navaho Paiute raccontano che Tomesha è abitata nel sottosuolo da quando "la Terra era giovane". I suoi abitanti sono gli Hav-Musuvs che "viaggiano a bordo di canoe volanti, che si muovono con un lieve suono ronzante e possono catapultarsi in picchiata come solo un'aquila sa fare. Gli Hav-Musuvs sono vestiti di bianco e possiedono armi manuali a forma di tubo, capaci di stordire, generando una sensazione pungente, come una pioggia di spine di cactus". Secondo i Navaho sono ancora lì e le loro navi sono quelle che noi oggi chiamiamo UFO. Questa storia venne raccontata nel 1948 da OgaMake, uno sciamano Navaho, e riportata su "FATE Magazine" nel 1949. Le corrispondenze con la fenomenologia UFO sono notevoli. Le canoe volanti si muovono con un "suono ronzante", descrizione che coincide con quella fornita da un gran numero di testimoni di avvistamenti UFO, i quali hanno potuto udire un ronzio o una sorta di vibrazione ad alta frequenza, forse dovuta al sistema di propulsione di questi oggetti. Il movimento in picchiata che "solo un'aquila sa fare" potrebbe riferirsi alle loro capacità di muoversi con manovre repentine e improvvise.

 

 

Sin qui le tradizioni. Ma negli ultimi anni alcuni nativi americani hanno iniziato a diffondere conoscenze ed eventi più recenti che li hanno visti protagonisti e che si collegano alla storia del loro popolo. Robert Morning Sky nel suo libro The Terra Papers. The Hidden History of Planet Heart (I Documenti della Terra. La storia segreta del pianeta Terra, inedito in Italia), ha suggerito una sua interpretazione della storia dell'uomo. Egli racconta di come sei giovani indiani il 13 agosto 1947, un mese dopo il presunto crash di Roswell, furono testimoni del ritrovamento di un UFO precipitato e di un alieno superstite (Cfr. Estate 1947: la vera storia di Star Elder, viaggiatore delle stelle caduto nella riserva indiana). Essi recuperarono l'essere e lo curarono, dandogli il nome di "Star Elder", in onore del suo pianeta d'origine. In cambio di questo, l'alieno raccontò agli Apaches la vera storia del pianeta Terra. Il nonno di Robert Morning Sky sarebbe stato uno dei sei giovani testimoni dell'evento, e raccontò di come l'umanità non sarebbe nata in modo naturale, ma venne creata per servire i Katchinas. L'uomo venne creato come schiavo e lavoratore, milioni di anni fa: era un animale che venne modificato geneticamente. Robert Morning Sky afferma che se oggi abbiamo coscienza ed esperienza lo dobbiamo proprio a questo intervento esterno. I concetti sin qui espressi si legano perfettamente con quanto affermato da Zecharia Sitchin circa la Genesi sumerica e gli Anunnaki. Un'ulteriore affinità tra le conoscenze pellerossa e le tradizioni sumere, studiate da Sitchin, è osservabile in cosa gli Hopi affermano su di un particolare corpo celeste. Kachina Na-ga-shou, raccontano gli Hopi, dovrebbe apparire alla fine di questo ciclo (gli indiani dividono l'età della Terra in cicli: questo sarebbe il quinto); essa è una stella luminosa dall'aspetto blu e con "una croce sul viso": Nibiru, secondo Zitchin il dodicesimo pianeta del Sistema solare, veniva rappresentato dai sumeri con il simbolo della croce.

 

Secondo Morning Sky la razza dei Katchinas della stella blu, che milioni di anni fa avrebbero colonizzato l'intero Sistema Solare, provenivano dalla Stella del Cane, ovvero Sirio (stella oggetto di grande interesse anche da parte di diverse altre civiltà antiche, soprattutto gli egiziani e il popolo dei Dogon del Mali). Prima di abbandonare il pianeta "i maestri delle stelle" lasciarono tracce impresse nelle rocce del Grand Canyon sotto forma di impronte a sei dita: impronte che gli Hopi hanno sempre associato ai Katchinas della stella blu.
Morning Sky ha affermato più volte che seppure il mondo occidentale consideri queste storie miti e leggende, gli indiani, invece, hanno sempre considerato tali entità come esseri viventi e loro maestri, ed egli è convinto che siano strettamente legate al fenomeno che noi chiamiamo UFO. Naturalmente una prova concreta di questi contatti non è stata trovata, ma al di là della effettiva connessione tra il fenomeno UFO e questi antichi miti, gli indiani d'America conservano comunque un sapere ed una cultura da riscoprire e da tenere in maggior considerazione come patrimonio dell'intera umanità.

domenica 2 settembre 2018

LA LETTERA DI ISABELLA


Sono una ragazza che vive in Piemonte. Fin da quando ero bambina mi interesso alla realtà Ufologica. Tutto ebbe inizio grazie a un libro "Noi e gli Extraterrestri", che un giorno qualcuno dei miei familiari portò in casa. Lo lessi assorbita, tutto d'un fiato e magicamente si aprì la porta della mia mente verso una nuova consapevolezza e una nuova presa di Coscienza. Fu un periodo emozionante di crescita interiore e da quel giorno, attraverso libri e giornali, imparai quanto più riuscivo ad apprendere sulla realtà Extraterrestre; è una ricerca che tutt'ora continua.
Come tante persone anche io ho avuto episodi di interazione con gli Extraterrestri e sono, come altrettante altre persone, una "Experiencer" o per dirla nella nostra lingua, una addotta o rapita, parola quest'ultima che detesto usare poiché non condivido minimamente quell'alone negativo che gravita attorno a questa parola. Non trovo che sia un termine appropriato, preferisco chiamarla "visita" o "prelevamento", non rapimento. Preciso che nemmeno credo alle teorie assurde e sviate di certi ricercatori che contribuiscono con tanto fervore a mettere in cattiva luce gli Esseri delle Stelle.
Ricordo vividamente, come fosse ora, il giorno di questo incontro ravvicinato che è implicato, come spesso avviene, con un evento di missing-time o tempo mancante. Era una bellissima giornata ed ero nella campagna circostante la mia casa. Ero sola. Alzai il capo e guardando in alto in direzione est vidi che un enorme velivolo, dalla forma del classico "disco volante", mi sovrastava, a meno di trenta metri dal suolo, credo.
Era meraviglioso, di un grigio chiaro luminoso con al centro, nella parte bassa - la "pancia" - quella che doveva essere un'apertura circolare nera. Improvvisamente una energia magnetica invisibile pervase tutto il mio corpo e mi sentii sollevare dal terreno. Realizzavo che mi stavo dirigendo verso l'apertura nera. Poi più nulla.
Sfortunatamente non ho memoria di cosa avvenne da lì in poi. Quel giorno, come dicevo, rimossi tutto dalla mia mente e sono convinta che loro, gli ET, forse l'hanno fatto allo scopo di proteggermi, per non stravolgere la mia esistenza quotidiana. Fu solo nell'autunno del 2006, attraverso un "flash", una reminescenza, che ho potuto rammentare l'episodio di cui sopra.
Per me i popoli Extraterrestri rappresentano i miei altri fratelli, la mia altra famiglia, da cui siamo apparentemente separati poiché sono profondamente convinta che molto presto Loro si manifesteranno pubblicamente. Lo percepisco come ad ugual modo lo avvertono molti altri "Experiencers" sparsi in tutto il pianeta.
Sento che qualcosa di maestoso e grande accadrà fra pochi anni e finalmente scopriremo la nostra vera realtà e incontreremo finalmente i nostri Creatori. Non oso e non posso neanche lontanamente immaginare la grandezza e l'imponenza di quel tempo di contatto che verrà. 
 

Lettera firmata

 

La chiamerò Isabella (nome di fantasia) perché, suppongo, voglia restare anonima. La lettera è in realtà molto più lunga e particolareggiata. Ho tolto molti capitoli per rendere il testo più agevole e comprensibile, ma non ho aggiunto nulla di mio. Mi viene in mente la storia raccontata, da suo nonno, a Robert Morning Sky, un Nativo Americano, un Apache (Cfr. La vera storia di Star Elder, viaggiatore delle stelle caduto nella riserva indiana) e vorrei rimarcare la parte in cui dice testualmente:  

“alcuni extraterrestri sono buoni, ma altri non lo sono. Io so cosa mi ha raccontato mio nonno. Come se ogni Americano fosse buono. No, non è così. Come se ogni uomo fosse cattivo. No, ce ne sono di buoni e di cattivi. Ognuno ha il suo modo di essere, la sua vita. La gente dice che gli alieni sono buoni. No, non sono tutti buoni.”
È la risposta migliore che io possa dare a Isabella.