Cerca nel blog

domenica 24 marzo 2019

CATARI


Questa volta voglio raccontarvi dell'eresia dei Catari o Albigesi e della crociata che ne susseguì nel XIII secolo. I Catari hanno sofferto parecchio durante la Crociata: questa storia è intrisa di sangue e il ricordo di quel sangue persiste ancora oggi, insieme a un profondo rancore. Molti contadini di quell'area, oggi che non esistono più gli inquisitori, confessano apertamente le loro simpatie per i Catari. C'è addirittura una chiesa catara e un “Papa cataro” è vissuto nel villaggio di Arques fino alla sua morte, avvenuta nel 1979.  Ci soffermeremo sul pensiero e sulle tradizioni dei Catari. La nostra indagine rivelerà dimensioni misteriose e concepirà molti interrogativi inquietanti.


LA CROCIATA CONTRO GLI ALBIGESI
Nel 1209 un esercito di circa 30.000 uomini tra fanti e cavalieri, provenienti dall'Europa settentrionale, piombò come un ciclone sulla Linguadoca, la regione nord-orientale dei Pirenei, nel sud della Francia Durante la guerra che seguì l'intero territorio fu devastato, le messi distrutte, le città e i villaggi furono rasi al suolo e intere popolazioni vennero passate per le armi. Lo sterminio fu perpetrato su una scala così immane e terribile da poter essere considerato come il primo caso di “genocidio” nella storia dell'Europa moderna. Nella sola città di Béziers, ad esempio, furono massacrate almeno 15.000 persone tra uomini, donne e bambini: molti furono addirittura uccisi nella chiesa dove si erano rifugiati. Quando un ufficiale chiese al legato pontificio come avrebbe potuto distinguere gli eretici dai veri credenti, la risposta fu: “Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i Suoi”. Questa frase, sebbene venga citata molto spesso, potrebbe essere apocrifa. Tuttavia, esprime benissimo lo zelo fanatico e la ferocia sanguinaria con cui vennero perpetrate queste atrocità. Lo stesso legato pontificio, scrivendo a Innocenzo III, annunciò orgogliosamente che non c'era stato riguardo “né per l'età né per il sesso né per la condizione sociale”. Dopo Béziers, l'esercito invasore dilagò in tutta la Linguadoca. Cadde Perpignano, cadde Narbona, cadde Carcassonne, cadde Tolosa. E i vincitori passarono oltre, lasciandosi dietro una scia di sangue, di morte e di carneficina. La guerra, che si protrasse per circa quarant'anni, oggi è conosciuta come la Crociata contro gli Albigesi. Fu una crociata nel vero senso della parola. Era stata bandita dal Papa. I partecipanti portavano una croce sulla tunica, come i crociati in Palestina e le ricompense erano quelle promesse ai crociati in Terrasanta: remissione di tutti i peccati, dispensa dalle penitenze, un posto assicurato in Paradiso, più tutto il bottino che ognuno riusciva ad arraffare. Inoltre, in questa Crociata, i guerrieri non erano costretti ad attraversare il mare. E secondo la legge feudale, nessuno era tenuto a combattere più di quaranta giorni, presumendo, naturalmente, che non fosse troppo interessato a far bottino. Quando la Crociata si concluse, la Linguadoca era stata completamente trasformata: era ripiombata nella barbarie che caratterizzava il resto dell'Europa. Perché? Perché tanti orrori, tanta brutalità, tante devastazioni?

All'inizio del XIII secolo, la zona oggi conosciuta come Linguadoca non faceva parte ufficialmente della Francia. Era un principato indipendente e la lingua, la cultura e le istituzioni politiche, più che con quelle del nord, avevano affinità con quelle della Spagna, con i regni di Leon, Aragona e Castiglia. Il principato era governato da alcune famiglie nobili e tra queste spiccavano i conti di Tolosa e il potente casato dei Trencavel. Entro i confini del principato fioriva una cultura che a quei tempi era la più avanzata e raffinata dell'intera cristianità, con l'unica eccezione dell'Impero bizantino. La Linguadoca aveva molte cose in comune con Bisanzio. L'erudizione, ad esempio, era tenuta in grande onore, diversamente da quanto avveniva nell'Europa settentrionale. Fiorivano la filosofia e altre attività intellettuali, la poesia e l'amor cortese godevano di grande fervore, il greco, l'arabo e l'ebraico venivano studiati con entusiasmo e a Lunel e Narbona prosperavano scuole votate allo studio della Cabala, l'antica tradizione filosofico-esoterica del giudaismo. Anche i nobili erano colti e spesso si dedicavano alla letteratura, in un periodo in cui gli aristocratici del Nord, in maggioranza, non sapevano neppure scrivere il loro nome. Sempre come Bisanzio, la Linguadoca praticava una civilissima tolleranza religiosa, in contrasto con il fanatismo che caratterizzava altre parti dell'Europa. Il pensiero islamico e giudaico, ad esempio, penetrava tramite i centri commerciali marittimi come Marsiglia, oppure perveniva dalla Spagna attraverso i Pirenei. Nel contempo, la Chiesa di Roma non godeva di una grande stima: i religiosi romani, soprattutto a causa della loro ben nota corruzione, erano riusciti ad alienarsi la popolazione della Linguadoca. C'erano addirittura chiese nelle quali non veniva celebrata messa da trent'anni. Molti preti si disinteressavano dei parrocchiani per dedicarsi ad attività commerciali o amministrare grandi proprietà terriere. Un arcivescovo di Narbona non si degnò mai di visitare la sua diocesi. Nonostante la corruzione della Chiesa, la Linguadoca aveva raggiunto un vertice culturale quale non si sarebbe più visto in Europa fino al Rinascimento. Tuttavia, come a Bisanzio, erano presenti i fattori di rilassatezza, di decadenza e di tragica debolezza che lasciarono la regione impreparata al feroce attacco scatenato successivamente. Da diverso tempo la nobiltà nord-europea e la Chiesa romana erano ben consapevoli della sua vulnerabilità e aspiravano ad approfittarne. Da molti anni l'aristocrazia settentrionale invidiava la ricchezza e i lussi della Linguadoca e la Chiesa era interessata per ragioni sue. Innanzitutto, la sua autorità nell'intera regione era molto debole. Ma in Linguadoca, mentre fioriva la cultura, fioriva anche qualcos'altro: l’eresia. Secondo le autorità ecclesiastiche, la Linguadoca era “contagiata” dall'eresia albigese e sebbene i seguaci di questa eresia fossero fondamentalmente nonviolenti, rappresentavano una grave minaccia per l'autorità di Roma, anzi la più grave che Roma avrebbe conosciuto fino a quando, tre secoli più tardi, gli insegnamenti di Martin Luterò avrebbero dato l'avvio alla Riforma.
Nel 1200 c'era l'incontestabile possibilità che questa eresia spodestasse il cattolicesimo romano quale forma dominante del cristianesimo in tutta la Linguadoca. Inoltre, fattore ancora preoccupante agli occhi della Chiesa, l'eresia si stava già diffondendo in altre regioni dell'Europa. Gli eretici venivano chiamati con nomi diversi. Nel 1165 erano stati condannati da un concilio svoltosi ad Albi, una città della Linguadoca. Per questa ragione, o forse perché Albi continuò a essere uno dei loro centri, spesso gli eretici venivano chiamati Albigesi. In altre occasioni erano chiamati Catari; in Italia li chiamavano Patarini. Non di rado, poi, venivano bollati o stigmatizzati con le denominazioni di eresie assai più antiche: ariani, marcioniti e manichei. Albigesi e Catari erano sostanzialmente nomi generici. In altre parole, non indicavano una chiesa unica, come quella di Roma, con un corpus dottrinale e teologico codificato e definitivo. Gli eretici in questione comprendevano una moltitudine di sette diverse, parecchie guidate da un capo indipendente, dal quale prendevano nome i seguaci. E sebbene sia possibile che queste sette avessero in comune certi principi, differivano radicalmente nei dettagli. Inoltre, gran parte delle informazioni pervenute fino a noi sul conto degli eretici deriva da fonti ecclesiastiche come l'Inquisizione. Crearsi un quadro in base a tali fonti è come tentare, poniamo, di farsi un'idea della Resistenza francese basandosi sui rapporti delle SS e della Gestapo. Quindi è virtualmente impossibile presentare un'esposizione coerente e definitiva di quello che era in realtà il pensiero cataro. In generale, i Catari accettavano la dottrina della reincarnazione e il riconoscimento del principio femminile nella religione. Anzi, i predicatori e i maestri delle congregazioni catare, chiamati parfaits (perfetti), erano di entrambi i sessi. Nel contempo, ripudiavano la Chiesa cattolica e negavano la validità di tutte le gerarchie ecclesiastiche o di intercessori ufficiali ordinati tra l'uomo e Dio. Alla base di questa presa di posizione stava un importantissimo principio cataro: il ripudio della fede, almeno nel senso in cui l'intendeva la Chiesa. Alla “fede” accettata (imposta) di seconda mano, i Catari sostituivano la conoscenza diretta e personale, un'esperienza religiosa o mistica acquisita direttamente. Questa esperienza era stata chiamata gnosi, dal termine greco che significa conoscenza. Data l'importanza attribuita al contatto diretto e personale con Dio, i preti, i vescovi e le altre autorità ecclesiastiche diventavano superflui. I Catari erano anche dualisti. Tutto il pensiero cristiano, ovviamente, in ultima analisi può essere considerato dualistico, poiché pone l'accento su un conflitto tra due princìpi opposti: bene e male, spirito e carne, superiore e inferiore. Ma i Catari spingevano questa dicotomia molto più lontano di quanto fosse disposto ad accettare il cattolicesimo ortodosso. I Catari proclamavano l'esistenza non già di un unico Dio, bensì di due, che avevano uno status abbastanza simile. Insomma, per loro, l'Universo era l'opera di un “Dio usurpatore”, il Rex Mundi (il Re del Mondo). È importante osservare l'assenza di dogmi, dottrine e ideologie di carattere fisso. Come in gran parte delle deviazioni rispetto all'ortodossia conclamata, c'erano soltanto certi atteggiamenti di carattere generale definiti a grandi linee mentre i doveri morali che accompagnavano tali atteggiamenti erano soggetti all'interpretazione individuale. Agli occhi della Chiesa di Roma i Catari si macchiavano di gravi eresie, considerando intrinsecamente malefica la creazione materiale per la quale era morto Gesù e sottintendendo che il Dio che aveva creato il mondo, era un usurpatore. La loro eresia più grave, tuttavia, era l'atteggiamento assunto nei confronti dello stesso Gesù. Pare che la maggioranza dei Catari lo considerasse un profeta non diverso dagli altri: un mortale che, in nome del principio dell'amore, era spirato sulla croce. Insomma, non c'era nulla di mistico, nulla di sovrannaturale e di divino nella Crocifissione; cosa, questa, di cui sembra che molti Catari dubitassero. Comunque, tutti i Catari ripudiavano con veemenza il significato della Crocifissione e della croce, forse perché ritenevano che queste dottrine avessero poca rilevanza, o forse perché Roma le esaltava con tanto fervore, o perché il carattere brutale della morte di un profeta non appariva loro degno di venerazione. E la croce, strumento di tortura e di morte era considerata un emblema del Rex Mundi, signore del mondo materiale, antitesi del vero principio di redenzione.
Gesù, se era stato mortale, era stato un profeta di AMOR, il principio dell'amore. E AMOR, quando viene pervertito o mutato in potere, diventava ROMA: Roma, la cui Chiesa opulenta e sfarzosa appariva agli occhi dei Catari l'incarnazione concreta e la manifestazione terrena della sovranità del Rex Mundi. Di conseguenza, i Catari non solo rifiutavano di adorare la croce, ma negavano la validità di sacramenti. Nonostante queste posizioni teologiche sottili, complesse, astratte, magari inconsistenti per una mentalità moderna, in maggioranza i Catari non erano eccessivamente fanatici, per quanto riguardava il loro credo erano, in maggioranza, uomini e donne comuni, che trovavano nel loro credo un rifugio contro l'assillante ortodossia del cattolicesimo, un'evasione dalle interminabili decime, penitenze, sottomissioni, rigori e imposizioni della Chiesa di Roma. Insomma, i Catari erano estremamente pratici e realistici.
Vari indizi fanno pensare che praticassero il controllo delle nascite. Quando in seguito Roma li accusò di pratiche sessuali contro natura, questo venne interpretato come un riferimento alla sodomia. Tuttavia i Catari, almeno secondo i documenti pervenuti fino a noi, erano estremamente rigorosi nel vietare l'omosessualità. È possibile che le pratiche sessuali contro natura fossero in realtà dei metodi di controllo delle nascite e, forse, di aborto. Sappiamo bene qual è, ancora oggi, la posizione di Roma nei confronti di questi problemi e non è difficile immaginare l'energia e lo zelo vendicativo con cui questa posizione veniva imposta durante il Medioevo. In generale, sembra che i Catari vivessero una vita di estrema devozione e semplicità. Poiché deploravano le chiese, di solito svolgevano i riti e le funzioni religiose all'aperto. Inoltre, praticavano quella che oggi noi chiamiamo meditazione. Erano rigorosamente vegetariani, sebbene fosse consentito mangiare il pesce. E quando viaggiavano per le campagne, i parfaits andavano sempre in coppia, accreditando così le accuse di sodomia sparse dai loro nemici.  


Era questo, dunque, il credo che si era diffuso nella Linguadoca e nelle province confinanti, al punto di minacciare il cattolicesimo. Per parecchie e comprensibili ragioni, molti nobili furono attratti da questo credo. Alcuni ne apprezzavano il carattere tollerante. Altri erano motivati dall'anticlericalismo. Alcuni erano delusi e amareggiati dalla corruzione della Chiesa. Certuni trovavano insopportabile il sistema delle decime, che faceva affluire le rendite delle loro tenute nei forzieri della lontana Roma. Perciò molti nobili, in tarda età, diventavano parfaits. Anzi, si calcola che il 30 per cento di tutti i parfaits provenisse dalla nobiltà della Linguadoca. Nel 1145, mezzo secolo prima della Crociata contro gli Albigesi, lo stesso San Bernardo si era recato in Linguadoca per predicare contro gli eretici. Ma quando arrivò, inorridì non tanto a causa degli eretici quanto per la corruzione della sua Chiesa. Invece, gli eretici gli fecero una buona impressione. “Nessun sermone è più cristiano dei loro – dichiarò - E la loro morale è pura”.
Nel 1200, è superfluo precisarlo, Roma era decisamente allarmata per la situazione e sapeva benissimo che i baroni dell'Europa settentrionale guardavano con invidia le ricche terre e le città del sud. Quell'invidia poteva venire sfruttata agevolmente e i signori del nord avrebbero costituito le sue truppe d'assalto. Occorreva soltanto una provocazione, un pretesto per scatenare l'opinione pubblica. Il pretesto non tardò ad arrivare. Il 14 gennaio 1208 uno dei legati pontifici in Linguadoca, Pierre de Castelnau, fu assassinato. Sembra che l'omicidio fosse stato commesso da ribelli anticlericali che non avevano nessun legame con i Catari. Roma, che aveva trovato il pretesto desiderato, non esitò invece ad accusare gli aborriti eretici. Subito papa Innocenzo III bandì una Crociata. La Chiesa mobilitò tutte le sue forze. L'eresia doveva essere estirpata per sempre. Si radunò un vero esercito, al comando dell'abate di Citeaux. Le operazioni militari vennero affidate soprattutto a Simone di Montfort. Guidati da Simone, i crociati del Papa partirono, decisi a distruggere la più eletta cultura europea del Medioevo. In questa santa impresa si avvalsero dell'aiuto di un fanatico spagnolo che si chiamava Domenico Guzmàn. Spronato da un odio feroce contro l'eresia, nel 1216 Guzmàn fondò l'Ordine dei domenicani e nel 1233 i  domenicani crearono un'istituzione infame: la Santa Inquisizione. I Catari non sarebbero stati le sue uniche vittime. Nel 1218 Simone di Montfort fu ucciso mentre assediava Tolosa. Tuttavia le devastazioni in Linguadoca continuarono, con brevi tregue, per altri venticinque anni. Nel 1243, tuttavia, tutta la resistenza organizzata era finita. Col 1243 tutte le principali città e roccaforti catare erano state espugnate dagli invasori venuti dal Nord, eccettuate poche fortezze remote e isolate. La più importante era la maestosa cittadella montana di Montségur, librata come un'arca celeste sopra le valli circostanti. Per dieci mesi, Montségur fu assediata dagli invasori; respinse vari assalti e resistette con grande tenacia. Alla fine, nel marzo del 1244, la fortezza capitolò e il catarismo, almeno apparentemente, smise di esistere nella Francia meridionale.
Ma le idee non si possono annientare.

domenica 17 marzo 2019

NON E' PER TUTTI



Fate attenzione: questo post non è per tutti. Poiché l'attendibilità dei Vangeli è un ‘dogma’ che vi è stato inculcato sin da piccoli, ciò vi provoca un effetto negativo, che inabilita la facoltà di giudizio e la comprensione. La mente, sottoposta a tale pressione, comincia a percepire la realtà non come essa sia effettivamente, ma secondo le direttive impartite, ritenendo errato qualsiasi cosa vada contro ciò che vi è stato indottrinato.
Il dialogo con i devoti è difficile. Chi crede senza prove, crede per fede: è impossibile smontarli usando la razionalità. Una certezza astratta, non basata su fatti, purtroppo, risulta inattaccabile, non ammette prove, neanche se basate sui fatti stessi, che pure sono sotto gli occhi di tutti: basta aprire una qualsiasi bibbia (anche quella che avete in casa) e leggerla!
A queste persone non mi stancherò mai di dire: “non dovete credere solo perché alcune cose sono contenute in antichi manoscritti. Non dovete credere solo perché questa è la fede del vostro paese. Non dovete credere solo perché siete stati indotti a farlo dai vostri genitori e dai vostri maestri, ma ragionate sulla verità delle cose. E se dopo averle analizzate ritenete che, per voi, possano essere ancora buone, allora credeteci pure e vivete in armonia con esse; ma non costringete gli altri a farlo. 
 

Il Cristo, è una figura idealizzata, formatasi in base a secoli di devozione, descritta nel Nuovo Testamento, che è formato dai Vangeli: il racconto di alcuni seguaci di Gesù, un uomo che è realmente esistito e fu il fondatore di una nuova religione.
Tuttavia, il Nuovo Testamento sottoposto a verifiche oggettive risulta alquanto inattendibile, poiché contiene eventi storicamente e scientificamente impossibili, nonché un vistoso adattamento, dovuto a revisioni e correzioni, della vera storia di Gesù, al fine di renderne la figura mistica e, certamente, molto positiva.
Per chi indaga, è certo che Gesù sia stato un capo politico-religioso nel contesto della resistenza antiromana e delle rivolte capeggiate dagli Zeloti. In tale contesto, egli si propone come il messia, nel senso ebraico, cioè come colui che voleva liberare Israele dagli oppressori e istaurare il regno di Dio (cioè di Israele). Gesù non ebbe successo e fu proprio la sua lotta contro gli invasori romani che lo portò alla condanna e alla crocifissione. La diffusione del vero messaggio di Cristo avrebbe portato sicuramente a repressioni violente, visto il pericolosissimo messaggio antiromano. Per evitare una prevedibile repressione, l’Apostolo Paolo modificò radicalmente i Vangeli che parlano del Messia, creando una nuova figura di Gesù del tutto diversa da quella reale. Infatti, da Messia rivoluzionario che si era opposto, pur senza successo, alla dominazione romana divenne un mistico, apolitico, pacifista e degiudeizzato. Solo così Paolo riuscì a diffondere questa versione del Vangelo nel mondo romano, creando la Chiesa, sulle basi di questa figura mistica da lui inventata, aggiungendovi degli elementi che incitavano a fare proselitismo tra tutte le persone del mondo. Crea, quindi, una vera e propria religione paolina che nel secondo secolo decide definitivamente che il Nuovo Testamento doveva essere formato da soli quattro Vangeli, opportunamente corretti e modificati.
Questo spiega perché le autorità romane, sempre tolleranti verso le altre religioni, iniziarono, invece, a perseguitare i cristiani: sapevano che Gesù, in realtà, era stato un ribelle e ritenevano il suo messaggio molto pericoloso.
 
 

L'analisi storica e oggettiva del Nuovo Testamento mette in luce la presenza di successive redazioni, di tantissime censure e contraddizioni, di fatti completamente falsi, fino ad arrivare a svelare la strategia paolina di riscrivere totalmente Cristo. Quindi vengono censurati tutti i riferimenti a Gamala (la città simbolo della lotta zelota in cui è nato e cresciuto Gesù), viene eliminato e confuso il titolo di Nazireno (significava l'appartenenza a una nota setta di rivoltosi), vengono eliminate le informazioni riguardanti la sua famiglia, i suoi fratelli e sorelle (di cui vi sono tracce storiche), viene eliminato qualsiasi riferimento alla sua condizione di uomo coniugato (Gesù era sposato), vengono eliminati tutti i riferimenti ad attività di incitamento alla rivolta antiromana. Infine, paradossalmente, viene tolta a Roma qualsiasi responsabilità della condanna di Gesù (Pilato se ne lava le mani) per scaricarla in modo esplicito sul popolo ebraico! Si aggiungono eventi portentosi, presi sfacciatamente dalla mitologia e dalla ritualità pagana, come la nascita da una vergine, la morte e la resurrezione di un Dio, la consumazione rituale di un cibo ritenuto divino che viene identificato con la divinità. Tutto porta alla creazione di una figura mitologica di Gesù, certamente slegata dalla realtà storica, ma adatta a essere la base di una nuova religione che possa essere accettata nel mondo romano. Anche se, come ben sappiamo, i romani, per lungo tempo, cercarono di soffocare il cristianesimo, proprio perché le autorità erano consapevoli di chi era Gesù.
A ciò si aggiunge il reale operato dei primi cristiani, su cui si trovano documenti storici come quello di Svetonio dove si legge che l'imperatore Claudio scacciò da Roma i Cristiani che, istigati dagli insegnamenti di Gesù, generavano ribellioni.
 
 

In sostanza, Paolo, che è una figura storica molto controversa, fuse le religioni misteriche, il giudaismo e la passione di Gesù in una religione completamente nuova, centrata sulla morte di Gesù come sacrificio mistico. Paolo inventò molti concetti chiave del cristianesimo e i Vangeli come li conosciamo noi, che riflettono il pensiero di Paolo e non l'autentica vita e gli insegnamenti di Gesù.
D’altronde Paolo è un personaggio estremamente singolare: si professa predicatore di una chiesa ancora inesistente, propagandista di un Dio sconosciuto. La sua biografia è tanto lacunosa quanto inconsistente, salvo i brevi tratteggi fatti, negli Atti, da Luca e da qualche agiografo, secoli dopo. Papia non parla di lui, né lo fanno i più antichi apologeti, a parte il "martire" Policarpo; il cui discepolo, Ireneo, dimostra di conoscerlo a malapena, al pari di Giustino.  È strano anche che a lui vengano affidati delicati compiti “di polizia” di norma delegati alle autorità competenti, soprattutto in Siria, ben lontano dalla giurisdizione dell'Alto Sacerdote di Gerusalemme che, detto per inciso, non aveva autorità nemmeno sulle sinagoghe. Senza contare il fatto che un fariseo non poteva diventare guardia del Tempio a meno di circostanze straordinarie.
Persino gli stessi scritti di Paolo furono successivamente alterati. È evidente che lo stesso Dio del Nuovo Testamento sia, senza alcun dubbio, un altro Dio rispetto a quello del Vecchio Testamento, con volute differenziazione proprio per rendere l'idea che non si tratti del Dio biblico fino ad allora conosciuto. Tutto ciò è il risultato di un processo che partì da Gesù, passò da San Paolo e terminò con la Chiesa, nel tentativo di creare una nuova religione che attecchisse presso tutti i popoli, reclutando quante più persone possibili. È importante sottolineare come il Vangelo odierno sia il frutto delle aggiunte e delle modifiche non solo di Paolo ma soprattutto dei vari Santi Padri della Chiesa (Ireneo, Epifanio, Girolamo ecc.). Gli stessi Atti degli Apostoli e lettere degli Apostoli hanno subito aggiunte e modifiche piuttosto significative.
Addirittura, le stesse figure a cui si attribuiscono i Vangeli o gli atti degli apostoli sono in realtà scritti da terzi. Questo spiega perché i Vangeli presentano significative differenze, il che rende impossibile pensare che siano stati scritti da testimoni oculari. Lo stesso vale per personaggi importanti come Paolo di Tarso, pilastro del cristianesimo che, nonostante abbia conosciuto di persona Giacomo e Simone, dice che Gesù è stato ucciso legato a un palo, mentre ignora alcuni eventi importanti, ben presenti nei Vangeli.

domenica 10 marzo 2019

NAZARET


Nazaret.

Esisteva al tempo di Gesù? Pare che da alcuni la sua esistenza sia negata poiché nessun documento ne parla prima del IX secolo, mentre da altri viene riconosciuta sotto forma di un piccolo agglomerato di capanne dai tetti di paglia. È interessante notare la sua posizione geografica: leggermente collinare, distante circa trentacinque chilometri dal lago di Tiberiade.
Analizzando i vangeli non si può non restare sorpresi dalle descrizioni che essi fanno della patria di Gesù, che non hanno nulla a che vedere con questa realtà.

Leggiamo insieme: 
"Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella Sinagoga. La gente del suo paese, riconosciutolo, si mise a parlare di lui. Gesù, udito ciò che dicevano, partì di là su una barca, ma visto che la gente restava sulla spiaggia guarì i malati e moltiplicò i pani e i pesci. Congedata la folla, salì sul monte e si mise a pregare. Dal monte vide che sotto, nel lago di Tiberiade, la barca degli apostoli era messa in pericolo dalle onde generate dal vento che si era improvvisamente levato". (Mt. 13,2) 

Se la patria di Gesù è Nazaret e Nazaret è una città situata su una zona leggermente collinare e lontana dal lago di Tiberiade ben trentacinque chilometri, sarebbe interessante capire come possa esserci una riva, delle barche e un monte che si erge sul lago. Una vera contraddizione, che non può trovare nessuna giustificazione, neanche la più assurda, dal momento che la troviamo ripetutamente confermata da tutti gli evangelisti, come risulta dai passi sotto riportati:


"Gesù si recò a Nazaret dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di Sabato nella Sinagoga e si alzò a leggere.... all'udire queste cose tutti furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero al ciglio del monte sul quale la città era situata per gettarlo giù dal precipizio, ma egli, passando in mezzo a loro se ne andò". (Lc. 4-14 e segg.).

"Quel giorno Gesù uscì di casa e sedutosi in riva al mare (lago di Tiberiade), cominciò a raccogliersi intorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca". (Mt. 13-1,2)
.

"Sentendo ciò che diceva, una gran folla si recò da Gesù. Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero.... salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle andassero da lui...

Entrò in casa e si radunò intorno a lui molta folla, al punto che non poteva neppure prendere cibo. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori lo mandarono a chiamare. Dopo aver spiegato chiaramente chi fossero realmente i suoi parenti, uscito di casa, Gesù si mise a insegnare di nuovo lungo il mare"...
 
 

e come questi, tanti sono ancora i passi dei quattro evangelisti che, riferendosi alla città natale di Gesù, escludono nella maniera più evidente che Nazaret possa essere la sua patria, a meno che, non si voglia (tutto è possibile per i devoti) mettere barche in acqua in un paese che dista trentacinque chilometri dal lago di Tiberiade o trasformare un pagliaio in una montagna!

 

Gamala 

Se la patria di Gesù non è Nazaret, qual è allora questa città a cui si riferiscono i vangeli? La risposta ci viene da un passo della “Guerra Giudaica” (IV – 4 – 8) nel quale Giuseppe Flavio ci parla di Ezechia, padre di Giuda il Galileo e nonno di Giovanni, pretendente al trono di Gerusalemme quale appartenente alla casta degli Asmonei discendente della stirpe di Davide:



"Ezechia era un Rabbi appartenente a famiglia altolocata della città di Gamala che era situata sulla sponda golanite del lago di Tiberiade. Questa città non si era sottomessa ai romani confidando nelle sue difese naturali. Da una montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s'innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti che di dietro, tanto da somigliare al profilo di un cammello (gamla); da questo trae il nome, anche se i paesani non rispettano l'esatta pronuncia del nome chiamandola Gamala. Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po' accessibile di dietro. Ma anche qui gli abitanti, scavando una fossa trasversale, avevano sbarrato il passaggio. Le case costruite sui pendii erano fittamente disposte l'una sopra l'altra: sembrava che la città fosse appesa e sempre sul punto di cadere dall'alto su se stessa. Affacciata a mezzogiorno, la sua sommità meridionale, elevandosi a smisurata altezza, formava la rocca della città, sotto di cui un dirupo privo di mura sprofondava in un profondissimo burrone." 
 

Quindi la città di Gesù non è Nazaret ma Gamala?
Se è così, come è potuto accadere che gli evangelisti siano caduti in una simile incoerenza? La risposta è semplice: il capitolo riguardante la nascita di Gesù, nel quale viene dichiarata Nazaret come patria di Gesù, fu aggiunto in Matteo e in Marco quando i vangeli erano già stati scritti e pubblicati, cioè nel IV secolo, allorché i Padri della Chiesa decisero di dare a Gesù una incarnazione attraverso una nascita terrena; incarnazione che, fino ad allora, si era sostenuto che era avvenuta all'età di trent'anni, nel momento del battesimo ricevuto da Giovanni, per dichiarazione di Dio: "Questi è il mio figlio prediletto che oggi ho generato".
Perché fu scelto proprio Nazaret? Che al tempo di Gesù poteva essere un insignificante villaggio formato da quattro capanne dai tetti di paglia. Perché dovevano far sparire dalle scritture quell'appellativo di Nazireo che, significando "attivista del movimento rivoluzionario", avrebbe compromesso la trasformazione di un sovversivo in un predicatore di pace e di perdono. E così, ancora una volta, come in tante altre trasformazioni fatte per nascondere la natura originaria zelota dei discepoli (vedi "qananite", in nativo di Cana, "Escariot" in nativo di Keriot, "Galileo" nativo della Galilea), ricorrendo all'espediente geografico, trasformarono "Nazireo" in "Nazareno" quale oriundo della città di Nazaret.
Se, quindi, la patria di Gesù non è Nazaret ma Gamala, questo ci porta ad affrontare (magari in un prossimo post) un discorso più ampio e articolato, nonché a delle attente riflessioni di carattere storico: non  potrebbe essere individuato, il Cristo, proprio in quel figlio di Giuda il Galileo che morì crocifisso per restaurare il regno di Davide del quale, come asmoneo, pretendeva il trono?

martedì 5 marzo 2019

FANTASMI E ALTRI FENOMENI ASSOCIATI




Avrei evitato volentieri questo argomento: da scettico so di non poterlo affrontare con quella tranquilla neutralità che mi contraddistingue.
Iniziamo questo articolo facendo il punto della situazione.

L’ipotesi che i fantasmi siano persone defunte sembra alquanto improbabile, dopo la morte, la separazione tra i due mondi (se c’è un altro mondo) è totale. La religione mi è di conforto: infatti, più volte, Gesù e gli Apostoli hanno chiaramente sottinteso che non esiste un collegamento tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Ciò non di meno esistono eventi e apparizioni concrete che sono raggruppati nella branca dei “fantasmi” e che devono per forza avere qualche spiegazione.
I fantasmi potrebbero essere entità multi dimensionali, o esseri umani che in qualche modo proiettano la loro immagine nel futuro, o persone che rimangono intrappolate tra una dimensione e l’altra o tra le pieghe del tempo. Non è da escludere che a rimanere intrappolata sia l’energia psichica, legata a un luogo in seguito a un evento particolare.
In realtà le case infestate ed i fantasmi potrebbero essere interessate da flussi di energia intrappolati tra antiche mura, come se tutti gli avvenimenti traumatici del passato fossero stati “registrati” indelebilmente nel tessuto dell’edificio (alcuni propendono per un corso d’acqua, magari sotterraneo) e destinati a essere poi trasmessi all’infinito.
Le apparizioni di fantasmi presentano figure di aspetto umano, demoniaco o simili a una nuvola di vapore (lenzuolo). Si manifestano a orari ricorrenti o senza preavviso, sono silenziosi oppure fanno rumori di colpi.
Il Poltergeist provoca il movimento di oggetti inanimati ed una serie di strani ed inesplicabili rumori.
Nelle teleportazioni si materializzano oggetti piovuti apparentemente dal nulla.
Ci sono casi dove è possibile un influenza sul comportamento delle persone.
In altri casi si verifica l’acquisizione da parte di un soggetto di incontrollabili poteri extrasensoriali.
 
 
 
 
 
Un estratto dei casi documentati
Per chi ci crede, ci sarebbero dei casi "documentati", cioè dei racconti particolari, di cui riporto solo un breve cenno qui di seguito.
  • Nel 355 d.C. a Bingen sul Reno (Germania) intorno ad una certa casa cadevano pietre provenienti del nulla.
  • Nel 1848 in una villetta ad Hydeville (New York) si verificavano incredibili rumori inspiegabili.
  • Tra il novembre 1967 e il gennaio 1968 nell’ufficio dell’avvocato Adams di Roseheim degli oggetti apparivano e scomparivano dal suo studio sotto gli occhi sgomenti dei testimoni. Si trattava di materie o animali disgustosi come sangue, escrementi, ragni e mefitici odori.
  • Nel 1939 si autodistrusse la Berley Rectory, una grande casa isolata nella campagna dell’Essex (Inghilterra) in cui si verificavano di continuo apparizioni, materializzazioni, poltergeist ed altre stranezze.
  • Nel castello di Glamis, a Tayside (Scozia), dal 1034 ad oggi si verificano di continuo apparizioni e fenomeni paranormali di ogni tipo. Si tratta di un castello in cui si sono verificanti tanti di quegli eventi orribili che per elencarli tutti ci vorrebbero un intero volume. Sul castello pesa una maledizione (il segreto degli Strathmore) che fa sì che chiunque vi ci abiti, dopo la sua morte, si aggiri senza più trovare pace, nel castello, per sempre. 
 
 
 
Le spiegazioni plausibili
  • Si è costruita la casa, oggetto dei fenomeni, su di un luogo sacro, che a sua volta era stato costruito su di un punto di sfogo dell’energia cosmica (elettromagnetica?) terrestre.
  • Nella casa si è svolto un fatto cruento e dell’energia psichica è rimasta imprigionata in quel luogo.
  • Nella casa di trova un soggetto sensibile all’energia cosmica terrestre e la casa si trova costruita su di un punto di uscita dei flussi energetici terrestri.
  • La “traccia psichica” di un defunto non è scomparsa con la morte dell’interessato e agisce automaticamente.
  • I fenomeni sono provocati da un intervento diabolico.
  • La casa interessata dai fenomeni si trova vicino ad una zona dove esseri multidimensionali entrano ed escono dal nostro mondo. 
 
Come se non bastasse, a confondere ancor più le acque, ci si mette pure la suggestione, se non addirittura gli imbrogli. Insomma, non c’è modo di documentare un evento del genere e molte indagini su materiale riprendente fantasmi hanno svelato che si trattava solo di una bufala.
 
 

 
L’energia paranormale
Molte persone, in tutto il mondo, soffrono di disturbi “paranormali” quando risiedono a lungo in un edificio. In realtà, saremmo in presenza di persone particolarmente sensibili  all’energia emanata dalla Terra, le cui correnti energetiche hanno dei punti di sfogo sulla sua superficie.
Certe abitazioni potrebbero essere state costruite su questi punti di sfogo energetico e quindi, quando un soggetto sensibile a questa energia si trova nell’abitazione, la capta e l’amplifica fino a produrre degli eventi inspiegabili. Quando il soggetto sensibile a questa potente e misteriosa energia si allontana da questa abitazione, gli eventi cessano completamente, poiché il soggetto si è allontanato dal punto di sfogo energetico. 
Ovviamente le persone che hanno, inconsciamente, questi poteri, sono spaventate e infastidite dal loro effetto.
Questa energia potrebbe essere di tipo elettromagnetico ed essere emessa dalla Terra, forse è strettamente connessa al campo magnetico terrestre. Quando viene amplificata avrebbe il potere di influire sulla materia in modi che è impossibile immaginare.
I libri sono pieni di storie di Santi, di maghi e di medium che hanno evidenziato gli effetti di questa energia. Si legge di popoli antichi che cercavano di controllarla innalzando monoliti piramidi e soprattutto si legge, in antichissimi scritti, di civiltà perdute, i cui abitanti amplificavano e usavano in tutti i modi questa misteriosa forza naturale.

 
L’energia che muoveva i Vimana
I Vimana erano le astronavi degli dei, descritte in antichissimi testi in sanscrito. Volavano con l’ausilio della forza magnetica e la forza del suono o delle parole (armonie modulate) bastavano per impostare la rotta. 
Sembra che questa forza sia stata riscoperta nel 1928 da Lester Henderson a Pittisburg (Pensylvania), che costruì un motore che attingeva energia direttamente dal campo magnetico terrestre. Costruì un congegno in grado di accendere due lampade da 110 watt.
Meglio ancora (sembra) fece J. W. Keely. Era uno scienziato di Philadelphia (Pensylvania) che nel 1895 scoprì l’energia che muoveva i “Vimana”. Ebbe l’intuizione che i corpuscoli di materia potevano essere divisi per mezzo di vibrazioni. Con questo principio, chiamato “forza dinasferica”, riuscì a far  funzionare con moto perpetuo un motore che solo l’usura poteva fermare (veniva azionato con una nota di un violino e fermato con una nota stonata).

mercoledì 13 febbraio 2019

UN ACCORATO APPELLO



  
"Sono il padre di una bimba di tre anni, Claudia, scomparsa improvvisamente ed inspiegabilmente da casa la sera del quattro luglio 1974 alle ore 20:00 circa, senza lasciare alcuna traccia di sé: le allego una foto della bambina.
Io spero che unendo i nostri sforzi e le nostre volontà, di trovare una risposta ai miei angosciosi interrogativi e, nel caso più felice, di poter addirittura ritrovare mia figlia.
La ringrazio sin d’ora per quanto potrà fare ed in attesa di leggerla, la saluto caramente."
 
 

Questo trafiletto venne pubblicato su di un giornale (Giornale dei Misteri n. 46) nel mese di gennaio 1975. La richiesta veniva dal Sig. Claudio Trani, di Grado (Gorizia). Non ho più saputo se la bambina fu ritrovata, ma oggi, nell’era di internet, qualcuno vedendola potrebbe riconoscerla e narrarci la sua storia oppure potrebbe lei stessa riconoscersi in quella immagine.
Facciamo girare.

martedì 12 febbraio 2019

STUFE A PELLET: ECOLOGICHE ED EFFICIENTI


La combustione è tanto bella da vedere quanto dannosa per l'aria che poi respiriamo. Una soluzione però c'è: abbandoniamo l'idea di scaldarci con vecchie stufe e caminetti aperti, poco efficienti e piuttosto inquinanti rispetto a quelli di nuova generazione e scegliamo una stufa a pellet. Risparmieremo soldi e ridurremo i consumi.
Economiche, efficienti, ecologiche e capaci di soddisfare diverse esigenze, queste stufe sono sostenibili perché alimentate con gli scarti della lavorazione del legno vergine (il pellet). Questo biocombustibile è uno scarto di lavorazione del legno con un contenuto energetico alto che, a parità di volume, produce molto più calore rispetto alla classica legna da ardere. Poi, in confronto ad altri tipi di riscaldamento, queste stufe costano meno, sia in fase di acquisto che di mantenimento. Sul mercato si trovano validi modelli anche a prezzo contenuto (meno di 600 euro) e il rifornimento di pellet è conveniente: un costo in linea con il metano e un risparmio corposo rispetto a gasolio e gpl.
 
 
La stufa a pellet può anche essere integrata in un sistema di riscaldamento preesistente e anche in questo caso permette di abbattere i costi. Se poi la stufa offre un sistema di canalizzazione, è possibile scaldare con un solo apparecchio anche due ambienti diversi. Una combinazione di condizioni favorevoli che in pochi anni ha reso il mercato delle stufe a pellet estremamente popolare, specie in Italia.
Dei test hanno valutato numerosi aspetti, come l'efficienza della stufa (sia nella fase di avvio della combustione sia a regime), i consumi di pellet, i consumi elettrici, le emissioni inquinanti, la temperatura raggiunta sulla superficie dell'apparecchio e al suo interno. Dal punto di vista del rendimento, i risultati sono stati molto buoni. La potenza dichiarata da alcuni produttori, però, a volte non corrisponde a quanto misurato. A regime, il rendimento è sempre molto buono, nella maggior parte dei casi superiore a quanto richiesto dalla normativa (in media l'84%, con punte del 90%).
 
 
Le prove sulle emissioni inquinanti sono risultate molto positive, segno che la nuova generazione di stufe è più rispettosa dell'ambiente.
Più ecologiche di caminetti e stufe a legna. Un particolare test ha messo a confronto una buona stufa a pellet con una stufa a legna tradizionale e un caminetto chiuso, per vedere che differenza c'era sotto il profilo delle emissioni (misurate allo scarico) tra diversi apparecchi. La buona notizia è che rispetto a qualche anno fa (era stato fatto uno studio analogo nel 2014) le emissioni di tutti e tre i sistemi sono drasticamente diminuite, segno che il riscaldamento a biomassa è sempre più pulito. Le stufe a pellet sono risultate molto meno inquinanti dei due sistemi a legna, in particolare per il monossido di carbonio e per i composti organici potenzialmente cancerogeni, come il benzene. Emettono, invece, più ossidi di azoto (NOx). Non si tratta di dati trascurabili, la combustione di biomassa ha un ruolo importante nelle emissioni di particolato. Secondo un recente studio, il 22% delle polveri nel milanese è dovuto alla combustione dei numerosi ristoranti con forno a legna, per i quali paradossalmente non sono previste procedure di controllo né obblighi di efficientamento.

lunedì 4 febbraio 2019

STRISCE BLU GRATIS PER IL DISABILE MOTORIO?


La Corte di Cassazione (Seconda Sez. Civ., n. 21271/09, depositata il 5 ottobre 2009) ha, a suo tempo, affrontato in modo diretto l’argomento affermando il principio secondo cui i disabili non sarebbero esonerati dal corrispondere il relativo ticket nelle zone di sosta a pagamento anche se espongono l’apposito contrassegno. Non si è avuta poi notizia di eventuali pronunce successive, conformi o di segno contrario: ne deriva che, ai fini dell’approfondimento del tema, occorre confrontarsi, allo stato, innanzi tutto con la citata sentenza del 2009.
La Cassazione ha quindi ritenuto che la formulazione dell’art. 188 del codice della strada comporterebbe l’esclusione, in quanto non esplicitamente prevista (e trattandosi di cosa diversa dalla sosta a tempo) della gratuità della sosta per le auto utilizzate da persone diversamente abili, nelle aree di parcheggio a pagamento.
 
Tuttavia, si ritiene che l’attuale normativa possa essere diversamente interpretata relativamente a coloro che sono affetti da un deficit di deambulazione, tenendo conto della “ratio” cui essa si ispira.
L’art. 188 del codice della strada (richiamato dalla Cassazione con la predetta sentenza) disciplina la circolazione e la sosta dei veicoli al servizio di persone invalide, facendo riferimento alla invalidità in senso generale, riconducibile quindi anche a patologie diverse dalla “capacità di deambulazione sensibilmente ridotta”.
Il primo comma dell’art. 381 del Regolamento di esecuzione del codice stradale, prevede, per gli enti proprietari della strada, l’obbligo di allestire e mantenere funzionali ed efficienti tutte le strutture per consentire ed agevolare la mobilità delle persone invalide (ripetendo quindi la generica locuzione “persone invalide”). Ma, il secondo comma dello stesso articolo (norma di cui non vi è alcuna menzione nella sentenza in argomento) passa ad occuparsi specificamente della circolazione e della sosta dei veicoli a servizio delle persone invalide con capacità di deambulazione sensibilmente ridotta (individuando così una ben determinata causa di invalidità) e prescrive che per la circolazione e la sosta dei veicoli a servizio di tali persone il Sindaco, previo accertamento sanitario, rilascia, a richiesta dell’interessato, apposita autorizzazione in deroga, manifesta mediante l’apposito contrassegno invalidi. Alla invalidità riconducibile ad un deficit motorio il legislatore ha riservato dunque una particolare attenzione per favorire la circolazione e la mobilità del soggetto che ne è portatore. Evidenziamo che la disabilità per limitata capacità di deambulazione consente il rilascio di una patente speciale che abilita alla guida di un’auto che risulti adattata alle condizioni fisiche del disabile, con le modifiche tecniche imposte in relazione alla specifica disabilità motoria: in tal modo, il soggetto affetto da tale disabilità, in possesso della patente che gli consente di guidare il veicolo adattato alle sue condizioni, può circolare in auto senza alcun accompagnatore: dettaglio tutt’altro che irrilevante per quanto in prosieguo si avrà modo di dire.
 

Ora, gli articoli 11 e 12 del D.P.R. 24 luglio 1996 n. 503 (Regolamento recante norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici) riguardano specificamente le persone la cui disabilità derivi da un deficit motorio o visivo. D’altra parte, laddove si parla di barriere architettoniche, il riferimento è, all’evidenza, a qualsiasi situazione che ostacoli la mobilità di una persona e non pare possa dubitarsi che le modalità previste per procurarsi il ticket che autorizza la sosta a pagamento – vale a dire l’accesso alle macchinette distributrici o ad esercizi commerciali che ne sono provvisti – costituiscano certamente, per tali persone, un ostacolo alla mobilità: a maggior ragione per persona affetta da disabilità motoria, la quale, come innanzi detto, ben può essere alla guida di auto a lui adattata, senza alcun accompagnatore. Ancora, l’art. 7, quarto comma, del codice della strada - con riferimento ai casi in cui sia stata vietata o limitata la sosta in relazione ad esigenze di sicurezza pubblica o di sicurezza della circolazione o per esigenze di carattere militare – stabilisce che possono essere accordati permessi (subordinati a speciali condizioni e cautele) ai veicoli riservati a servizi di polizia e a quelli utilizzati dagli esercenti la professione sanitaria, nell’espletamento delle proprie mansioni, nonché dalle persone con limitata o impedita capacità motoria, muniti del contrassegno speciale.



Ritornando poi all’art. 188 del codice della strada – cui è stato ancorato il principio enunciato con la sentenza della Seconda Sezione civile della Cassazione n. 21271/09 – è bene ricordare che la Corte Costituzionale ha ritenuto opportuno precisare (Ordinanza n. 328/2000) che tale norma “deve essere correttamente interpretata senza fermarsi al significato letterale delle parole, avendo riguardo allo scopo che intende perseguire ed alla connessione con le altre norme che disciplinano la stessa materia”.
Né vale argomentare che la gratuità della sosta si risolverebbe - come pure si legge nella sentenza n. 21271/09 oggetto del presente commento - in “un vantaggio meramente economico, non un vantaggio in termini di mobilità”: trattasi,  invero, di osservazione che trascura del tutto la dura e concreta realtà oggettiva con la quale è costretta quotidianamente a confrontarsi la persona affetta da deficit motorio per realizzare la sua integrazione sociale. Il ticket da pagare per poter sostare nelle strisce blu, è notoriamente in vendita presso un esercizio commerciale (in genere tabaccheria, bar, edicola, etc.) oppure è distribuito dagli apparecchi dislocati lungo i tratti di strada destinati alla sosta a pagamento. Orbene, per procurarsi il ticket, la persona affetta da deficit di deambulazione dovrebbe essere costretta a porsi alla ricerca del punto di vendita oppure del distributore del ticket, magari situato a notevole distanza, spesso anche sul marciapiede che rappresenta una vera e propria barriera architettonica (si pensi, ad esempio, ad un soggetto paraplegico: costui, pur abilitato alla guida dell’auto opportunamente adattata alle sue esigenze, una volta parcheggiata l’auto, è tuttavia poi costretto, per i suoi spostamenti, a fare uso della sedia a rotelle prelevandola dall’abitacolo dell’auto. Senza accompagnatore, dovrebbe poi mettersi sulla carrozzina, cercare il distributore del ticket, chiedere a qualcuno di prelevare il tagliando - non potendo salire con la carrozzina sul marciapiede – ritornare presso l’auto, aprirla ed esporre il ticket: per poter poi, finalmente, “muoversi” con la carrozzina!). L’autovettura, insomma, per il disabile con capacità di deambulazione sensibilmente ridotta, è una necessità assoluta: costituisce una vera e propria protesi grazie alla quale egli riesce, sia pure con evidenti difficoltà, a svolgere la propria vita di lavoro, ricreativa e di relazione.
 

Tutto chiaro? Purtroppo no. Pur risultando tutte le ragioni dianzi esposte valido fondamento per un’interpretazione (costituzionalmente orientata) dell’attuale normativa a favore della gratuità, solo un opportuno intervento del legislatore eliminerebbe qualsiasi dubbio.