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sabato 3 agosto 2019

LA TESTIMONIANZA DI CINDE SHILF


Cinde Shilf, all’epoca dei fatti aveva 49 anni. Era una massaggiatrice terapeutica che sin dal 2001 lavorava presso un importante centro di estetica, a Chicago nell’Illinois. Nel giugno del 2015 si presentò una signora di mezza età vestita con abiti lussuosi e che lasciava trasparire uno stile altolocato.
La donna descrisse la cliente come una donna castana dai riflessi biondi, dalla corporatura normale e dall’aspetto tipico caucasico. Non aveva molti tratti distintivi, tanto che la massaggiatrice affermò che, a prima vista, la ritenne una figura piuttosto ordinaria. La signora le chiese un massaggio al collo e alla schiena perché, disse, erano giorni che soffriva di cervicale e problemi di postura.
Cinde, come da prassi, le illustrò le regole interne da seguire. La invitò nella camera dei massaggi e le chiese di togliersi borsa, collana e accessori di metallo, di mettere il cellulare in modalità silenziosa e posarlo sul comodino nei pressi del lettino. Le chiese di spogliarsi e sdraiarsi sul lettino a faccia in su e quindi si spostò per iniziare a massaggiarle la base del collo. La pelle della donna, già al primo tocco, provocò, nella massaggiatrice, una sensazione molto strana, come se stesse toccando una pelle spessa e ruvida, come il cuoio. Tuttavia, Cinde prese le sue essenze e iniziò il massaggio.
Dopo alcuni istanti iniziò ad avere una strana sensazione di nausea: la sue mani erano sul suo osso occipitale e ai suoi occhi sembrò che quella donna per qualche istante fosse sparita per essere sostituita da un corpo grigio fatto di cellophane trasparente, dai contorni instabili come quando ci sono disturbi in TV.
La massaggiatrice strabuzzò gli occhi e nuovamente la pelle della donna cominciò a mutare e a diventare di color grigio cenere. Sul corpo sembrò apparire un effetto ologramma, con tanto di disturbo tipo “zig-zag elettrico” che percorreva il corpo della donna distesa sul lettino.
Il corpo della cliente si trasformò in un essere affusolato con la testa a bulbo, il collo sottile e degli occhi enormi, completamente neri. Superato lo spavento iniziale, Cinde osservò meglio la figura distesa: la sua pelle sembrava rugosa e aveva vistose pieghe sulle caviglie, attorno ai gomiti e intorno al collo. Aveva una bocca piccola e non c’erano orecchie, né naso.
Pochi istanti dopo quella scena così vivida il cellulare della donna, o almeno quello che sembrava tale, emise uno strano suono: un “bip” sordo e profondo. Durò circa tre secondi e immediatamente dopo, il corpo si ricompose davanti ai suoi occhi, ritornando quello di una “donna normale”.
Cinde ebbe un attimo di esitazione. Fece un balzo all’indietro e la donna, a quel puntò, si voltò a fissarla. Quindi le disse: - cosa stai facendo? Torna a farmi il massaggio… E dimentica quello che hai visto!
Cinde nonostante fosse sconvolta, cercò di riprendere il suo lavoro, ma senza riuscirvi: a un certo puntò si fermò, visibilmente a disagio. A quel punto la donna si alzò dal lettino, afferrò i suoi abiti e si rivestì in rigoroso silenzio. Cinde balbettò qualcosa: disse alla donna che voleva continuare il massaggio, ma lei  scosse il capo e si avviò all’uscita, ma prima prese dalla borsa il portafoglio e pagò la somma per l’intera seduta. Prima di andar via, le ripeté di non menzionare nulla su ciò che era accaduto in quella camera, poi uscì in strada e se ne andò.
 

La massaggiatrice si rivolse a Linda Howe che la intervistò diverse volte. Secondo la conduttrice, quella donna era in realtà un grigio camuffato da umano. L’idea era che quell’alieno assumesse la forma umana per mezzo di un effetto olografico causato da quel dispositivo che sembrava un cellulare e che per chissà quale motivo, per alcuni attimi, smise di funzionare correttamente.
C’è da dire che molti altri ricercatori sostengono, forse a ragione, che non solo siamo osservati e visitati da esseri provenienti da altri mondi o da altre dimensioni, ma che alcune di queste entità si mimetizzino in mezzo a noi.
La testimonianza di Cinde Shilf suggerisce che la nostra percezione della realtà potrebbe essere modificata da esseri che vivono insieme a noi, allo scopo di passare completamente inosservati.
Quello che stupisce, è se davvero gli alieni possano avere la necessità di un massaggio…

venerdì 2 agosto 2019

IL CASO SPINRAZA


No, non si tratta dell’ennesimo caso Ufologico, bensì di un farmaco innovativo per una malattia rara. Un farmaco che ha tutte le carte in regola per tentare un bel colpo finanziario. In soli due anni, ricavi per 2,61 miliardi di dollari, a fronte di un investimento di 648 milioni. Ogni dollaro ha già reso quattro volte tanto.
Sono queste le cifre da tenere a mente quando si parla di Spinraza, l’unica terapia al momento disponibile in Italia per curare l’atrofia muscolare spinale (SMA). L’altra terapia esistente (Zolgensma) non è infatti ancora disponibile qui da noi. Una differenza tra costi e ricavi di quasi due miliardi, che si è riusciti a calcolare grazie all’analisi comparativa dei bilanci delle due società, Biogen e Ionis, la cui collaborazione ha consentito a Spinraza di arrivare sul mercato. Un prezzo esagerato.
Il prezzo ufficiale per una sola fiala di Spinraza, in Italia, è stato fissato la bellezza di 70.000 euro più Iva! Il prezzo, chiaramente, non è quello che il Servizio sanitario nazionale (Ssn) paga effettivamente, ma la base d’asta per la negoziazione. Il prezzo concordato è coperto da riservatezza.
Tuttavia, sulla base di informazioni raccolte da più fonti, si può affermare che per ogni paziente il Ssn spende all’anno tra i 210.000 e i 280.000 euro (a seconda delle dosi necessarie).
I brevetti europei di Biogen su Spinraza scadono nel 2026, ma già nel primo anno (2017) di commercializzazione del farmaco l’azienda farmaceutica ha recuperato pienamente quanto investito.
Il prezzo richiesto è talmente eccessivo da risultare iniquo. A questo si aggiunga che per Biogen si è trattato di un investimento dai rischi limitati, dato che non ha né scoperto né sviluppato il farmaco. Infatti gran parte dei rischi è rimasta contrattualmente in capo a un’altra società, remunerata al raggiungimento di obiettivi prefissati. Si tratta dell’azienda farmaceutica Ionis, la stessa che ha portato avanti le sperimentazioni della molecola di base (nusinersen) fino a cederne i diritti a Biogen. Tra l’altro, una molecola scoperta non nei propri laboratori, ma in quelli dell’Università del Massachusetts.

 

Il prezzo esorbitante dei farmaci innovativi è un tema che coinvolge tutti noi. E gli effetti negativi li subirà anche chi nel corso della propria vita, fortunatamente, non avrà mai bisogno di questi trattamenti. Infatti, per poter far fronte a spese sempre più elevate e per un numero crescente di farmaci di nuova generazione, lo Stato deve spostare risorse da aree altrettanto utili e che coinvolgono platee molto più estese di malati. E se le cose dovessero continuare di questo passo, a rischio è la sostenibilità dell’intero sistema sanitario pubblico. Con conseguente privatizzazione di certi settori, come in maniera strisciante sta già avvenendo (per altri motivi) nei campi della diagnostica e della specialistica.
Sono in particolare i farmaci oncologici, in costante crescita, la principale causa di sfondamento cronico del tetto di spesa farmaceutica. Ma si tratta sempre di soldi che provengono dalla fiscalità generale, cioè dalle nostre tasche.

domenica 28 luglio 2019

AMY RYLANCE: UN CASO DI ABDUCTION


Nell’ottobre del 2001 nell’azienda vinicola di Gundiah, vicino a Tiaro (Australia) Keith Rylance, la moglie Amy e la loro socia in affari Petra Heller stavano facendo gli ultimi controlli sull’uva prima della vendemmia. La giornata del 4 Ottobre fu particolarmente pesante per tutti: si avvicinava il giorno della vendemmia e ancora mancavano alcuni responsi sulla bontà delle loro uve.
Keith era particolarmente stanco quella sera e poiché la moglie era abituata a stare in piedi fino a tardi, temeva che la TV gli avrebbe impedito di addormentarsi. Decise, quindi, di andare a dormire nella sua roulotte, in giardino. Amy rimase a guardare la TV in sala da pranzo e come spesso le accadeva, alla fine si addormentò sul divano. Petra dormiva in una camera lì accanto e lasciò la porta socchiusa.
 
 

Quella notte ci fu un forte temporale, tanto che Petra fu svegliata dai forti rumori della pioggia e del vento. Erano circa le 23:15 quando andò nella sala per controllare cosa stesse facendo Amy e appena varcata porta rimase allibita: un intenso raggio di luce entrava nella camera attraverso la finestra aperta e colpiva il corpo di Amy, addormentata in posizione prona. Ad un tratto, prima che potesse fare qualsiasi cosa, l’amica iniziò a fluttuare e venne trasportata fuori dalla finestra. Assieme alla ragazza il raggio di luce inglobò alcuni oggetti posati sul tavolino, tra cui un posacenere, un quadretto due statuette di ceramica e un vaso di fiori.
Petra si affacciò alla finestra e vide che il raggio proveniva da un UFO di forma discoidale che fluttuava sopra la casa a poca distanza da un albero vicino alla roulotte. Si sentì venir meno, ma si riprese e cominciò a urlare per svegliare Keith. L’uomo cercò di calmarla, poi cercò la moglie per tutta la casa e il giardino. Non riuscendo a trovarla, chiamò la polizia, dicendo che sua moglie era stata rapita.
Spiegare alla polizia che Amy era stata rapita da un UFO non fu semplice: gli agenti, oltre che perplessi, erano sospettosi. Il giorno dopo però, in seguito ai primi sopralluoghi della scientifica, l’idea degli inquirenti cambiò radicalmente. Sui montanti della finestra c’erano tracce di bruciature e l’intonaco della casa in prossimità dalla finestra mostrava una strana scia marrone e diverse bolle dovute a un’elevata temperatura. Lo stesso alone appariva sulle pietre del sentiero che portava all’ingresso.
Nonostante la perizia delle indagini era chiaro che nessuno avesse idea di cosa fosse successo ad Amy, almeno fino a quando, nel pomeriggio, Keith non ricevette una telefonata. Dall’altro capo del telefono una donna sosteneva di aver trovato e soccorso una ragazza disidratata e in evidente stato di agitazione. Da lei aveva avuto quel numero di telefono e al momento si trovava nei pressi di una pompa di benzina a circa 790 km a nord di Gundiah.
 
 

Amy fu portata in ospedale ed era molto scossa, ma non riportava ferite gravi. Non ricordava nulla degli eventi della sera prima descritti da Petra.
Dopo alcuni giorni la ragazza venne dimessa: tornò a casa e riprese, almeno apparentemente, la vita di tutti i giorni.
Keith Rylance contattò l’istituto di ricerca ufologica australiano e fu così che il caso venne alla luce ed esposto al pubblico.
Amy, in seguito, ricordò di essersi svegliata su un lettino di una strana stanza rettangolare illuminata da una luce diffusa che pareva venire direttamente dalle pareti e dal soffitto. Era sola e si mise a urlare, ma le rispose una voce maschile che le chiedeva di restare calma, perché tutto sarebbe andato bene e non le avrebbero fatto del male. Disse che quella voce, in qualche modo, la confortò e lei si calmò. Ad un tratto apparve un’apertura sul muro e un “uomo” alto circa un metro e ottanta entrò nella stanza. Aveva una corporatura snella ed era coperto da capo a piedi da una sorta di tuta aderente. Una maschera nera gli copriva il viso, con dei fori per gli occhi e la bocca. Amy ebbe la sensazione di essere stata lì molto a lungo. Quando l’uomo si avvicinò, lei perse nuovamente i sensi e si risvegliò sdraiata a terra in mezzo agli alberi. In stato confusionale raggiunse la pompa di benzina dove venne soccorsa. Amy raccontò anche che da piccola aveva visto un grande UFO circondato da oggetti più piccoli. Pure in quell’occasione ebbe ricordi confusi, ma pensò di aver sognato: probabilmente, disse, si era addormentata nel giardino di casa dopo la scuola.



In ospedale fu visitata accuratamente e furono trovati alcuni segni disposti a triangolo all’interno della sua coscia destra. Altri segni erano presenti sotto i talloni e alla radice della chioma. Fu notata una forte ricrescita dei capelli: li aveva tinti pochi giorni prima, eppure era visibile una ricrescita molto estesa col colore originale. Anche la peluria sulle gambe sembrava più accentuata. Possibile che i suoi peli fossero cresciuti tanto in così poco tempo?
Oppure bisogna pensare che la sua assenza fosse durata molto più a lungo delle poche ore effettivamente intercorse tra la scomparsa e il ritrovamento?

lunedì 15 luglio 2019

NAIADI: LE NINFE DEI BOSCHI


Lo State Parks, in Georgia (USA) è un’ampia zona boschiva dove la fauna locale è protetta ed è vietata la caccia. I rangers pattugliano il parco continuamente e le leggi contro gli intrusi sono rigidissime. Ad alcuni proprietari terrieri è concesso l’uso di aree in cui allevano bestiame e coltivano alcuni campi, ma ognuno di loro ha un’autorizzazione specifica e a tempo. Nonostante queste misure di sicurezza però non è raro che cacciatori di frodo si addentrino nei boschi alla ricerca di facili prede e non è nemmeno insolito che gruppi di ragazzi curiosi vogliano sfidare le regole per provare il brivido del proibito.
Insomma, diciamo che la riserva ha bisogno di ulteriori misure di sicurezza oltre ai rangers ed è per questo che molte zone sono recintate e dotate di telecamere a infrarossi, sia per monitorare il flusso faunistico, sia per localizzare e smascherare eventuali intrusi. Più volte minacciati dai bracconieri, anche i proprietari terrieri hanno istallato telecamere a circuito chiuso lungo i loro possedimenti ed è proprio una di queste che il 4 luglio 2011 ha ripreso qualcosa di straordinario.
La foto che vi riporto è la più chiara tra quelle che sono state scattate con una fotocamera all’infrarosso nel sottobosco dello State Parks. La fotocamera era stata impostata per catturare le immagini nei pressi di alcune proprietà terriere, dopo che alcuni giorni prima delle reti sono state trovate tagliate e manomesse. Alle ore 22:54 la fotocamera si è attivata e ha permesso di vedere in tempo reale e registrare una misteriosa luce nel bosco poco lontano da una casa. I proprietari, temendo si trattasse di cacciatori di frodo, hanno immediatamente allertato i rangers che sono accorsi per controllare. La fonte di luce è durata diversi secondi e ciò aveva fato pensare a torce o lampade notturne, ma nonostante sia stata pattugliata tutta la zona non sono stati trovati tracce o impronte umane. I rangers che hanno esaminato le immagini della fotocamera sono rimasti di stucco: quella figura luminosa sembra un essere umanoide dotato di ali!
La cosa curiosa è che anche un’altra fotocamere all’infrarosso istallata dai rangers, a circa 2 km dal luogo del primo avvistamento, circa 20 minuti dopo ha registrato immagini molto simili, aventi come soggetto una creatura luminosa.

Il giorno successivo alcuni esperti hanno esaminato la registrazione, ma hanno preferito non esprimere opinione su quella cosa luminosa. Nel loro rapporto, si sono limitati ad evidenziare la genuinità degli scatti e la reale presenza di una fonte luminosa nel bosco. Hanno aggiunto che non disponevano di sufficienti informazioni per poter dire con certezza quale fosse la causa.
I Ranger del DNR (Dipartimento delle Risorse Naturali) hanno affermato di non aver mai visto niente di simile, ma conoscono una leggenda che potrebbe in qualche modo spiegare quella figura.
Ancora oggi in Virginia,Georgia e Nuovo Messico è possibile trovare incastonati in rocce dei cristalli luminosi di staurolite pseudomorfica, un minerale generato da correnti geotermali a circa 6 km sotto la superficie. In questi paesi sono anche chiamati “fairy stones” (pietre delle fate) e vengono venduti come orecchini o su un cordoncino di cuoio perché si crede abbiano poteri particolari.
La leggenda vuole che secoli fa i capi tribù Powhatan (la tribù di Pocahontas), stanziati nelle terre che ora comprendono la Virginia, la Carolina e la Georgia, erano soliti intrattenersi presso le sorgenti di acqua con le naiadi: le ninfe dei boschi. Le tribù indiane convivevano pacificamente con queste creature e scambiavano con loro le conoscenze e cultura; condividevano perfino una certa spiritualità.
Tutto questo fino al 1622 quando avvenne il grande “Massacro indiano”, seguito da quello del 1636 in cui gli inglesi sterminarono quasi interamente le tribù Powhatan. La Confederazione Powhatan fu costretta a lasciare le terre agli europei e solo pochi di loro si salvarono, a patto di integrarsi con i coloni.
I nativi furono costretti a convertirsi al cattolicesimo e a venerare la croce. Si dice che le ninfe, sconvolte dalla brutalità degli invasori, si rifugiarono lontano da loro, nei boschi più fitti e nei tratti di fiumi più impervi. Da allora piangono la scomparsa degli indiani. Le loro lacrime, secondo la leggenda, quando cadono a terra, si cristallizzano per formare splendide croci (la staurolite ha effettivamente la forma di una croce greca).
La cosa strana è che, pur essendoci moltissime formazioni di queste pietre in tutto il mondo, da nessun’altra parte esse sono perfettamente a forma di croce come nella zona dello State Parks della Georgia e che ciò indicherebbe la presenza delle ninfe, che si aggirerebbero ancora in quei boschi.

domenica 14 luglio 2019

IL CASO LLANCA


In una tranquilla notte di ottobre del 1973 nella zona di Baia Blanca, non lontano da Buenos Aires, Dionisio Llanca che, al tempo, aveva 25 anni, stava guidando sulla Route 3. Erano circa l’1:30 quando si accorse che una ruota del suo camion si stava sgonfiando e così si fermò a bordo strada per controllare. La ruota era effettivamente bucata e così si adoperò per sostituirla. Intento nell’operazione si accorse che, alle sue spalle, giunsero due uomini e una donna, tutti vestiti con una strana tuta aderente grigia, stivali gialli e guanti.
Llanca si alzò in piedi e poté vedere, nel campo a lato della strada, un oggetto circolare del diametro di circa quattro metri, levitare a una decina di metri dal suolo. Fluttuava silenziosamente ed emetteva dalla base e dall’unico oblò un’intensa luce gialla. Prima ancora di capire cosa stesse succedendo sentì i suoi muscoli bloccarsi e in pochi istanti rimase completamente paralizzato.
Sentì parlare quelle persone in una lingua sconosciuta e poi li vide avvicinarsi: sembravano esseri umani, ma i loro occhi erano sproporzionati e la loro pelle era molto pallida. Uno dei due maschi lo afferrò per il collo e lo sollevò da terra mentre l’altro pizzicò con una specie di puntina da disegno il suo dito indice: il sangue che usciva dal suo dito fu l’ultima cosa che Llanca vide prima di perdere conoscenza.
L’uomo si riprese dopo le tre di notte, ma si trovava nei locali della Sociedad Rural sdraiato vicino a dei vagoni ferroviari, a dieci km di distanza dal posto in cui era parcheggiato il suo camion. Non ricordava nulla di quello che gli era successo. Si alzò e s’incamminò lungo la strada fino a quando un’auto, notandolo in difficoltà, si fermò e lo portò alla stazione di polizia più vicina.
Quando venne interpellato, non era lucido e non si esprimeva correttamente. Fu preso per un ubriaco: gli agenti non vollero perdere tempo e lo lasciarono andare senza approfondire la sua situazione. Llanca però ebbe un mancamento poco dopo e fu necessario condurlo in ospedale, a Bahia Blanca. Dionisio aveva gli occhi rossi e perdeva brandelli di pelle: i medici dissero che mostrava segni di esposizione a forti radiazioni. Solo il giorno dopo fu in grado di testimoniare e le sue parole vennero raccolte da alcuni giornalisti in vena di scoop. A Buenos Aires, l’articolo uscì su tutti i giornali.  

 

 

Del suo caso si interessò anche l’ufologo Fabio Zerpa, che spinse Llanca a sottoporsi a sedute con psicologi e psichiatri. Per tre anni l’uomo subì continue sedute di regressione e iniezioni del cosiddetto siero della verità (pentothal sodio) perché aveva problemi a ricordare e quando, ormai stufo, si rifiutò di continuare quei trattamenti venne addirittura internato. Finalmente fuori, decise di rifugiarsi nella sua fattoria e di non parlare più a nessuno di quella vicenda.
Zerpa proseguì le indagini per conto suo e scoprì che la notte del 28 ottobre 1973 tra le 2:00 e le 3:00 una torre ad alta tensione poco lontana da dove fu ritrovato il camion era stata danneggiata. La società che forniva elettricità alla città affermò che c’era stato un aumento insolito del consumo di energia nella zona.
Dionisio Llanca, intanto, non trovava pace: gruppi di giornalisti e ricercatori provenienti da tutto il mondo si presentarono a casa sua per intervistarlo e qualcuno riuscì anche a entrarci dalle finestre. Le molestie furono talmente fastidiose e ripetitive che Llanca decise di sparire per diversi anni, durante i quali  gli amici sparsero la voce che fosse morto.
L’otto dicembre del 2013, dopo oltre 40 anni del fatto, un giornalista del sito Lanueva.com riuscì a trovarlo in una città del sud dell’Argentina e ottenne una breve intervista.



"Se quello che è successo allora mi accadesse di nuovo non ne parlerei ad anima viva. Sono stato diffamato, sfruttato e confinato negli ospedali a causa di problemi emotivi e di salute…"
 

Queste sono state le parole che disse più volte l’uomo nell’intervista. Ad ogni modo, aggiunse qualcosa di nuovo rispetto a quello riportato da Zerba nei suoi documenti: raccontò che una volta dentro l’UFO, vide che la donna gestiva una serie di strumenti chirurgici e che forse si stava preparando a esaminarlo. Uno degli uomini, forse il pilota, si sedette di fronte a un pannello di controllo, afferrò una leva e fece decollare la navicella mentre l’altro osservava un grande pannello di vetro sul quale c’era quella che sembrava la volta stellata. Llanca disse anche che c’era un portello aperto sul pavimento con diversi tubi e cavi che vennero tirati a bordo prima della partenza.
La donna si tolse il guanto arancione della mano destra per indossarne uno nero con piccoli spuntoni metallici sul palmo, poi si avvicinò a Llanca e mentre lo esaminava, involontariamente, lo colpì sul sopracciglio sinistro creando una ferita. Ancora oggi, è visibile la cicatrice. Affermò che prima di perdere nuovamente i sensi gli alieni gli parlarono nella sua lingua e lo rassicurarono che non gli sarebbe accaduto nulla di male.
 

 

Dopo quello che ha passato, Dionisio Llanca oggi vive una vita semplice e molto riservata. Nel 1976 si ritirò nel sud del paese e rimase in contatto solo con suo fratello. Al giornalista ha ripetuto che non vuole più parlare della questione e che vuole solo essere lasciato in pace.

sabato 13 luglio 2019

BIGLINO


L’intervista esclusiva a Mauro Biglino, traduttore di antichi testi ebraici. Ne riporto solo alcuni stralci, quelli che, a mio giudizio, appaiono più significativi.
 
Chi approfondisce la storia riguardante le civiltà antiche non può non notare che i nostri antenati non erano assolutamente primitivi come noi ce li immaginiamo. Ma, anzi, per certi versi si potrebbero considerare più evoluti di noi, ai giorni nostri. Non parliamo di situazioni occulte, ma di fatti che sono sempre stati davanti agli occhi di tutti come, per esempio, della conoscenza medica avanzatissima presente sia in India che presso i Maya, dove si utilizzavano succhi di radici per curare fratture. O ancora di uno dei testi più famosi al mondo, del quale nessuno parla: il Vaimānika Śāstra. Termine che potremmo tradurre come la scienza dell’aeronautica. Testo in cui osservando degli accuratissimi schemi, al pari dei nostri manuali tecnici. C’è da chiedersi come fosse possibile che avessero una simile conoscenza.
Che dire, invece, delle discipline orientali come l’agopuntura, con la quale si facevano anestesie con il solo utilizzo degli aghi? Come mai queste tecniche solo oggi cominciano a essere, a stento, validate e riconosciute?
Come è possibile, c’è da chiedersi, che solo pochi secoli fa moltissima gente sia morta di pellagra cibandosi quasi in maniera esclusiva di farina di mais, quando i Maya e gli Incas da migliaia di anni ovviavano al problema cuocendo il mais in ambiente fortemente basico per rendere disponibile la vitamina PP presente nel cereale?
Come mai noi uomini moderni civilizzati questo non lo sapevamo?
Antico non significa affatto “primitivo”, ancor meno quando si parla dell’essere umano.
C’è un filo comune, in ogni caso, che potrebbe condurci a queste e altre domande a cui la scienza ufficiale non può rispondere. E, come sempre, la risposta è presente nelle fonti antiche. Tutte parlano e descrivono qualcuno che ritengono molto importante e vicino a loro. Li chiamano dèi. Gli dèi dell’India, della Sumeria, della Cina, dei Maya e di tutte le altre civiltà antiche sono praticamente identici. Sono “Venuti dal cielo”, sono “i nostri progenitori”, “sono coloro che ci hanno insegnato la matematica, l’astronomia eccetera”, “gli dèi alti e biondi dagli occhi chiari”. Questi particolari sono comuni a tutti, a tutti gli dèi, di tutte le popolazioni. Chi erano, dunque, questi dèi?
Erano soltanto un’invenzione di tutte le civiltà primitive?
Anche questa risposta si trova in molti reperti antichi, per esempio nelle tavolette Sumere, dove si legge che si tratta di esseri in cerca dell’oro provenienti dalla stella imperitura, ossia da Nibiru, un pianeta che ha un’orbita gigantesca che dura ben 3.600 anni terrestri. Ma la cosa che ci fa sorridere, amaramente, è che tutto questo è stato scritto, da millenni ed è sempre stato a portata di mano, nel libro tra i più sacri al mondo: la Bibbia.
Purtroppo vi sono errori di traduzione (voluti o meno non sta a me dirlo), ma per fortuna, ci sono anche bravissimi ricercatori che hanno ritradotto direttamente da fonti originali per comprendere davvero il significato della Bibbia. Uno di questi è Mauro Biglino che nel suo libro “Il dio alieno della bibbia” (Uno Editori) spiega in modo accuratissimo cosa, secondo lui, è davvero questo antico testo sacro: il racconto reale della più grande missione aliena sulla Terra. Mauro Biglino, quindi, pur percorrendo una strada diversa dalla mia è arrivato ad analoghe conclusioni. In verità, l’ha fatto ottenendo anche un certo successo: mentre io dirigo un blog, lui ha pubblicato dei libri sull’argomento, ha partecipato a trasmissioni radiofoniche e televisive.
Riporto qui di seguito i tratti salienti di una sua intervista: le domande sono visibili in grassetto.
 
I testi ebraici sembrano emulare perfettamente gli antichi scritti Sumeri, eppure le loro datazioni sono estremamente diverse, a quando risalgono esattamente? 
 
Le datazioni dei vari libri anticotestamentari sono diverse e molto controverse; in sintesi possiamo dire che i papiri più antichi risalgono al 150 circa a.C. La maggior parte dell’Antico Testamento risulta comunque composta dopo l’esilio babilonese. Le Bibbie che abbiamo in casa sono redatte sulla base del Codice di Leningrado, il codice universalmente accettato con la divisione in parole e la vocalizzazione fatta dai masoreti tra il VI e il XI secolo d.C. Lo scritto che si possiede risale al 1008: questo testo costituisce il punto di riferimento per le Bibbie ufficiali.
 
Lo Yahwèh biblico, quale dio era, se rapportato ai racconti Sumeri? E il serpente tentatore, invece? Chi sembra essere, a giudicare dai racconti?
 
Non sono in grado di fare parallelismi documentati; ci sono molte ipotesi e le vicende bibliche fanno pensare a un Elohim abbastanza giovane, o quanto meno poco esperto, cui è stato assegnato un territorio di scarsa importanza. Una ipotesi lo identifica con ISHKUR, figlio dell’Anunnaki ENIL. Un’altra lo identifica con Baal ma so bene che sono solo ipotesi appunto.  
Il serpente, che ha la tana sotto terra, indicherebbe simbolicamente gli studi che vanno in profondità e la sua raffigurazione intrecciata riproduce con tutta evidenza la doppia elica del DNA.
Il serpente tentatore richiamerebbe quindi probabilmente i KASHDEIAN, il gruppo di Anunnaki (i corrispondenti sumeri degli Elohìm biblici) che si occupava delle questioni biomediche, secondo gli studi di un sumerologo del Christ College di Cambridge. Viene da pensare che si tratti dello stesso gruppo che ha prodotto gli Adàm (l’uomo) con l’ingegneria genetica e (in un secondo momento) ha reso fertile la coppia dell’Eden: questa sarebbe infatti la probabile realtà del cosiddetto “peccato originale” che è consistito nell’acquisire la capacità di riprodursi autonomamente e contro il parere dei “capi”. In contrasto con il comandante del GAN-EDEN – espressione ebraica che significa giardino recintato e protetto posto in Eden. Il responsabile del gruppo di scienziati avrebbe infatti concesso la fertilità alla coppia attribuendo loro la capacità di riprodursi. Si tratta di un tema molto complesso cui non a caso ho dedicato un capitolo intero nel libro IL DIO ALIENO DELLA BIBBIA.
Per inciso, preciso che l’ebraico GAN corrisponde al sumero accadico KHARSHAG che significa luogo recintato e protetto posto in alto. La lingua iranica ha ripreso il concetto nel termine PAIRIDAEZA, da cui deriva il greco PARADEISOS, cui fa seguito il PARADISUM latino e infine il nostro Paradiso. Come si vede il significato originale rimanda a un concetto completamente diverso da quello che la tradizione dottrinale gli ha assegnato. In quel luogo, che era con ogni probabilità il centro di comando degli Elohim, si è sviluppato quel contrasto trai vari gruppi in cui fa la comparsa il serpente biblico. 
 
 
Quello che nella Bibbia ufficiale viene tradotto come “gloria di Dio”, negli antichi testi ebraici, in realtà, si usa il termine kewod, vuole dirci che significato ha esattamente questa parola? E cosa ha a che fare con la gloria di Dio? 
 
Diciamo subito che la “gloria” (di Dio) è un concetto di non facile comprensione: ha diversi significati collegati l’uno all’altro e interdipendenti. Il termine ebraico si legge alternativamente kevòd/kebòd oppure kavòd/kabòd. Il verbo da cui deriva indica i concetti di: “essere pesante, avere peso, essere onorato, essere duro”. Tutta la descrizione degli eventi a esso legati e le conseguenze che comporta la sua vicinanza fanno pensare a una macchina volante: si muove producendo rumore e vento di tempesta. Produce fumo e fiamme visibili a distanza. Se passa vicino a una persona la uccide e Dio non può prevenire né mitigare questa azione. Quando passa può essere vista solo dal retro e non di fronte, salvo subire conseguenze irreparabili, ma se ci si protegge dietro rocce ci si salva. Queste descrizioni sono troppo precise per essere interpretate come “visioni” o come il ricordo di fenomeni atmosferici naturali (ai quali i nomadi erano sicuramente abituati), tanto meno possono essere ricondotte a una ingenua volontà di inventare una qualche forma di apparizione in grado di stupire il lettore.
Qui siamo di fronte alla presentazione di eventi straordinari cui assisteva l’intero popolo, fenomeni precisi, assolutamente nuovi per l’ordinaria esperienza di quella gente, costituiti da immagini, situazioni e suoni che, se per un attimo ci liberiamo dai pregiudizi e seguiamo liberamente il pensiero e le attuali conoscenze, sono molto facilmente riconducibili alla presenza di un “qualcosa” che si manifestava con grande potenza. Il termine kevòd in effetti identifica proprio questo: ciò che è pesante e forte.
Insomma, il concetto di gloria intesa come caratteristica spirituale e trascendente di Dio rappresentata dalla teologia, risulta decisamente poco compatibile con tutto ciò che la Bibbia racconta in modo molto concreto di questo kevòd.
 
Quelli che la bibbia ufficiale ha tradotto come “Angeli”, nei testi originali si chiamano Malachìm. Chi sono in realtà? 
 
Il termine significa “messaggeri”: le descrizioni anticotestamentarie li presentano come dei portaordini, vigilanti, controllori, esecutori, intermediari tra gli Elohim e l’uomo. La tradizione teologica li ha trasformati in creature angeliche ma non vi è alcun dubbio che nella Bibbia sono individui in carne e ossa che mangiano, bevono, dormono, camminano. Si sporcano e si devono lavare. Possono essere aggrediti e si devono difendere. Vivono in accampamenti. Il vocabolo è chiaramente un termine funzionale per cui non so dire con esattezza se appartenessero a una tipologia diversa rispetto agli Elohìm o se costituissero un semplicemente particolare grado all’interno della gerarchia militare di quella razza. Certo è che non erano assolutamente creature spirituali. Va anche detto che incontrarli non era considerato un piacere ma, al contrario, poteva costituire un rischio, compreso anche quello di morire.
 
 
I Cherubini (kerubim), invece, sono sempre “angeli” o sono tutta un’altra cosa?
 
Due sono i capitoli che ho dedicato alla questione sensibilissima dei cherubini: posso dire che mentre i malakìm erano degli individui, tutti i passi biblici ci presentano i cherubini come oggetti meccanici. In sintesi ecco le caratteristiche che emergono dall’Antico Testamento: intanto diciamo subito che a loro non ci si rivolge, non prendono decisioni autonome, non hanno alcun rapporto con gli uomini, non parlano. Non hanno quindi nessuna delle caratteristiche tipiche degli individui dotati di una personalità propria.
Al contrario, sono oggetto di descrizioni che ne rivelano la meccanicità: sono dotati di lame/cerchi fiammeggianti che ruotano rapidamente. Sono rappresentati come aventi dimensioni notevoli. Quando non si muovono autonomamente possono (devono?) essere trasportati con un carro realizzato appositamente. Hanno ruote che possono procedere in tutte le direzioni senza girarsi, rimanendo sempre strutturalmente unite all’insieme dell’oggetto volante (kevòd) e hanno una parte centrale circolare che ruota/turbina rapidamente. Quando sono collegati al carro di Yahwèh hanno sotto di loro uno spazio nel quale può passare almeno una persona. Sono dotati di strutture che coprono e proteggono quando sono chiuse, mentre quando sono aperte servono per il volo. Nel muoversi producono un rumore udibile a distanza. Sono un “qualcosa” su cui l’Elohìm si posa, siede, staziona, si pone a cavalcioni e vola. Si muovono uniti al [kevòd, ruàch] dell’Elohìm ma anche in modo indipendente. Insomma, pare proprio che non avessero nulla a che vedere con le eteree figure angeliche della tradizione dottrinale.
 
 
La Bibbia ci dice che Dio (Elhoìm) muore come tutti gli altri uomini, nonostante abbia una vita molto più lunga della nostra. C’è qualcosa di sbagliato oppure l’Elhoìm non è il Dio spirituale che intendiamo noi? 
 
Il Salmo 82 è chiaro in questo senso: gli Elohìm muoiono come tutti gli Adam, cioè come ognuno di noi. La dottrina tradizionale non può ovviamente accettare questa affermazione per cui sostiene che nel Salmo 82 il termine Elohìm stranamente non significa più Dio ma ”giudici”. Per quanto concerne la seconda parte della domanda direi che tutto l’Antico Testamento lo è: Dio non è presente in quel libro. E per giungere a questa conclusione non è necessario accedere a traduzioni particolari: è sufficiente leggere molto attentamente la Bibbia che abbiamo in casa. La studiosa ebrea Lia bat Adam scrive chiaramente che la Bibbia non è un libro che si occupa di religione ma un testo di storia che riporta “solo fatti umani” e che Yahwèh non si presenta come il creatore dell’universo ma unicamente come “liberatore, giudice, condottiero e sponsor” di un popolo. Nei codici biblici ci possono essere differenze interpretative dovute alle difficoltà insiste nelle lingue antiche ma il concetto di fondo è, a mio parere indubitabile, che l’Antico Testamento non parla di Dio e non voleva neppure farlo. Per questo la Bibbia non si fa scrupolo di affermare che gli Elohìm muoiono.
 
 
 
Nel libro di Neil Freer, “The god games” si legge: “I re erano improvvisamente descritti nelle sculture in piedi come nel passato davanti a una sedia vuota dove usualmente sedeva il maestro-dio. I loro lamenti erano scritti sulle tavolette - Cosa farò adesso che il mio maestro-dio non è più qua ad istruirmi…cosa dirò al popolo ? - osservando il cielo in attesa di un ritorno, il servizio di ristorazione alla tavola del Maestro/dio si tramutò in vuoto rituale di offerta di cibo, gradatamente i vari servizi di routine divennero rituali tipo la cosiddetta cargo-cultura, mentre i loro palazzi si tramutarono in vuoti templi, mentre coloro i quali erano stati istruiti dai vari maestri/dèi, vedendo che le conoscenze di tecnologia, scrittura, scienza, astronomia, metallurgia venivano dimenticate, decisero di preservarle in gruppi ristretti ”.
Perché, secondo lei, improvvisamente, gli dèi ci lasciarono? Ci sono racconti dove viene spiegato il motivo di questa loro “fuga improvvisa”?
 
Nella Bibbia non ci sono indicazioni che consentano di formulare ipotesi dotate di un minimo di fondamento. Prendo allora una indicazione dallo storico giudeo-romano Giuseppe Flavio che nel suo libro Guerra Giudaica scrive così:
 
  • Libro VI:296 - Non molti giorni dopo la festa, il ventuno del mese di Artemisio, apparve una visione miracolosa cui si stenterebbe a credere;
  • Libro VI:297 - E in realtà, io credo che quanto sto per raccontare potrebbe apparire una favola, se non avesse da una parte il sostegno dei testimoni oculari, dall’altra la conferma delle sventure che seguirono;
  • Libro VI:298 - Prima che il sole tramontasse, si videro in cielo su tutta la regione carri da guerra e schiere di armati che sbucavano dalle nuvole e circondavano le città. Inoltre, alla festa che si chiama la Pentecoste;
  • Libro VI:299 - I sacerdoti che erano entrati di notte nel tempio interno per celebrarvi i soliti riti riferirono di aver prima sentito una scossa e un colpo e poi un insieme di voci che dicevano: “Da questo luogo noi ce ne andiamo”.
 
Chissà. Forse se ne sono andati nel 68 d.C.
Trattandosi di colonizzatori hanno mantenuto il comportamento che ci si attenderebbe: venuto meno il motivo per il quale erano qui, cessato l’interesse o terminate le operazioni programmate, hanno lasciato il campo.
Nell’Antico Testamento non ci sono neppure indicazioni su possibili ritorni.

giovedì 11 luglio 2019

LE PORTE DEL TEMPO


Era il 15 giugno 1950. Alle ore 21:10 a New York in piazza Times Square l’ultima rappresentazione teatrale era appena terminata. Gli spettatori che uscivano dal teatro si immettevano nella piazza, mescolandosi alla folla dei passanti. Ad un tratto un’auto frenò all’improvviso attirando l’attenzione dei passanti: c’era appena stato un incidente e un uomo era stato investito.
L’autista scese dalla macchina e in mezzo alla folla tentò di giustificarsi con tono di voce sconvolto dicendo che “quel tizio” gli era sbucato davanti all’improvviso e lui non era riuscito a frenare in tempo. A terra, riverso a pancia in giù, c’era un uomo dall’apparente età di trent’anni, vestito in modo alquanto antiquato: pantaloni elasticizzati, scarpe lucide e nere con tacco rialzato e una grossa fibbia lucente, camicia con lo chabot, lunga finanziera nera e un ampio cappello a tesa. Il tutto di ottima fattura e perfettamente in ordine. Un abbigliamento in gran voga nell’ottocento.
Arrivò la polizia per gli accertamenti del caso, vennero interpellati i testimoni e il cadavere venne portato via. All’obitorio vennero esaminati gli effetti personali della vittima: nel suo portafogli vennero rinvenuti dei biglietti da visita intestati a un certo Rudolf Fenz e alcune ricevute intestate e rilasciate allo stesso nominativo, per la somma pagata per la manutenzione di una carrozza a cavalli, alcune banconote (dollari), ormai fuori corso e una lettera, indirizzata sempre a Rudolf Fenz. Il bollo postale, sulla busta, era del giugno 1876!
 

Passarono i giorni e nessuno si presentò per reclamare la salma, così il caso fu passato al dipartimento “persone scomparse” della polizia.
L’ispettore Hubert V. Rihn iniziò le sue indagini sulla guida telefonica di New York ma non trovò alcun Rudolf Fenz. Trovò però, su una guida del 1939, un Rudolf Fenz Jr. Segnò l’indirizzo e decise di investigare personalmente. Giunto sul luogo lo accolse la vedova Fenz, una gentile e minuta settantenne, che con malcelato stupore gli chiese il motivo della visita. Rihn gli spiegò dell’incidente di Times Square e che era venuto a constatare se si trattasse del marito della donna. Lei, con un amaro sorriso sul volto, gli spiegò che il marito, ex funzionario di banca, era ormai morto da tempo e non poteva di certo essere la persona morta nell’incidente. E non poteva trattarsi neanche del suocero, Rudolf Fenz Sr., non solo per l’età che avrebbe dovuto avere, ma anche perché era scomparso in circostanze misteriose nella primavera del 1876. Sua moglie, buonanima, non sopportava il fumo, così Fenz Sr. quella sera era uscito per farsi una fumata in santa pace. Nessuno lo vide più.
Di lui non si ebbero più notizie. La moglie sporse denuncia, ma le indagini della polizia non approdarono a nulla.
L’ispettore Rihn, perplesso, si congedò dalla vedova Fenz e decise di verificare le parole della donna. Andò all’archivio a consultare la lista delle denunce di persone scomparse nel 1876 e scoprì che nell’elenco compariva effettivamente il nome di Rudolf Fenz di anni 29.
Al momento della scomparsa, come testimoniato dalla moglie e messo agli atti, l’uomo indossava una lunga finanziera nera, scarpe, anch’esse nere, con la fibbia e un cappello a tesa.
Era dunque lui l’uomo rimasto ucciso nell’incidente in Times Square in quella notte di giugno del 1950? Rudolf Fenz Sr. era uscito di casa per fumarsi il suo sigaro senza dover subire i rimbrotti della moglie, prevedendo di ritornare presto, tanto da portarsi dietro una lettera ricevuta il giorno stesso e fra un passo e l’altro, era finito in un altro tempo, solo per morire sotto le ruote di un automobilista incolpevole?
Nessuno conosce la risposta a questa domanda. Il caso di Rudolf Fenz, a più di sessant’anni dal fatto, è tuttora insoluto. Ma gli interrogativi, inquietanti che propone restano: è concepibile che si possa, consapevolmente o meno, attraversare fisicamente la barriera del tempo?
Casi simili (cfr. L'aviatore) ci porterebbero a ipotizzare l’esistenza di “porte temporali”, fenomeni estremamente rari, seppur naturali, in cui chiunque potrebbe incappare.